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a cura di Fr.I. - 28-29 dicembre 2005


il Manifesto
apertura de
il Manifesto del 28 dicembre

Una squadra di poliziotti ha circondato un uomo, nero, in un elegante quartiere di New Orleans e gli ha scaricato addosso decine di pallottole uccidendolo. L'esecuzione è stata ripresa da un videomatore e molti testimoni hanno contraddetto gli agenti sulla necessità di ricorrere alla forza per fermare l'individuo. La vicenda ha sollevato dure polemiche contro la polizia, accusata di saccheggi, sciacallaggio e abusi dopo il ciclone Katrina che ha distrutto la città.


Il manuale dell´ipocrisia
Curzio Maltese su
la Repubblica del 28 dicembre

Il garantismo da salotto che imperversa da un decennio non si smentisce mai. Presenti in massa in Parlamento quando si tratta di garantire l´impunità ai ricchi, i garantisti all´italiana di destra e sinistra disertano da anni i dibattiti su amnistia e indulto destinati ai poveracci che affollano le patrie galere. Ieri si è toccato il record della vergogna.        
Alla seduta straordinaria della Camera si sono presentati soltanto 93 dei 205 firmatari della richiesta, più un´altra trentina di non firmatari. Visto il deserto, il presidente Casini ha archiviato la pratica e rinviato tutto al 10 gennaio, dopo le feste.
Qualche suicidio in cella in più non guasterà le vacanze di Natale alla Vanzina degli onorevoli deputati, fra sciate, cotechini, lenticchie e botti di fine anno. E´ l´ultimo capitolo di un lungo manuale dell´ipocrisia scritto in questi anni dalla politica sul tema delle carceri.
Cinque anni fa si erano levati tutti ad applaudire commossi l´appello di Giovanni Paolo II al Parlamento per alleviare la pena supplementare e barbara inflitta a migliaia di detenuti, ormai stipati in carceri di livello boliviano. Passata la festa e gabbato il Santo Padre, sono trascorsi cinque anni, con cinque Pasque, Natali, Capodanni, Epifanie e soprattutto carnevali, senza mai trovare la data giusta per approvare il provvedimento.
In compenso, fra Cirami, Cirielli, depenalizzazioni varie e riforme di giustizia ad hoc, il Parlamento ha approvato la più gigantesca amnistia di classe, come si sarebbe detto una volta, della storia della repubblica.
Una pioggia di un milione e mezzo di prescrizioni a portata di mano dei clienti più ricchi, l´impunità di fatto per chiunque possa permettersi uno o più buoni avvocati, dai mafiosi ai bancarottieri fino ai presidenti del consiglio, ministri e onorevoli presenti e passati.
Le carceri italiane nel frattempo si gonfiano di stracci e dolore.
Basterebbe un indulto e perfino quello che si chiama indultino per ristabilire condizioni di vita decenti. Oltre il 60 per cento dei detenuti, 23 mila persone, deve scontare un residuo di pena inferiore ai tre anni. In quali condizioni?
Il quadro fornito da Patrizio Gonella, presidente dell´associazione Antigone, è da denuncia ad Amnesty International: «A Verona vivono tre detenuti in celle pensate per uno; a Piacenza vive più del doppio dei detenuti che il carcere potrebbe ospitare, in una struttura con i muri crepati e dove regolarmente piove all´interno; all´Ucciardone di Palermo più di cento detenuti di troppo vivono in celle fatiscenti dove la luce del sole penetra scarsamente; a Bari abbiamo celle di 18 metri quadri che ospitano ognuna sei detenuti, quasi sempre chiusi dentro per venti ore al giorno: togliendo bagno, letti e mobili, resta circa un metro quadro a disposizione di ciascun detenuto; al Poggioreale di Napoli si sta in cella quasi tutto il giorno, gli spazi comuni sono quasi nulli, si vive fino a 18 persone insieme, dividendosi l´unico bagno e l´unico tavolo disponibili; a Rebibbia vive circa il doppio dei detenuti che il carcere potrebbe ospitare; a Le Vallette di Torino ci sono 600 detenuti in più».



Unipol, le dimissioni di Consorte e Sacchetti
Il manager accusato anche di appropriazione indebita
Massimo Mucchetti sul
Corriere della Sera

Con le dimissioni annunciate di Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti, le cooperative della Lega pongono le premesse per riprendere il ruolo che loro compete per centenaria tradizione e, in particolare, per il peso economico acquisito negli ultimi trent'anni. Benché il cambio della guardia all'Unipol sia maturato in tempi abbastanza rapidi, se si tiene conto della complessità dei processi decisionali delle 46 cooperative che controllano la compagnia, il tramonto di questi due manager non può essere considerato un incidente della storia. Consorte e Sacchetti rappresentano le virtù e i vizi di un sistema che un tempo credeva di poter realizzare isole di socialismo, compreso quella delle polizze, e ora punta all'economia sociale di mercato integrandosi perfettamente con le imprese private. Lo dimostrano il boom della grande distribuzione cooperativa e la straordinaria crescita nei servizi ormai appaltati all'esterno dalle aziende maggiori e dalla pubblica amministrazione. All'indomani della crisi di molte cooperative causata da Tangentopoli, Consorte e Sacchetti avevano fatto di una malandata compagnia di Bologna il terzo gruppo assicurativo italiano, quotato in Borsa con la collaborazione di Mediobanca e protagonista, negli ultimi cinque anni, di una lunga serie di acquisizioni. Partecipando alle scalate di Olivetti e poi di Telecom Italia, Consorte e Sacchetti hanno introdotto le coop rosse nel recinto dell'alta finanza, e tanto li ha forse illusi di avere una delega in bianco per fare di una convergenza di interessi e uomini, maturata a cavallo dell'Opa del secolo, un centro di potere permanente in collegamento trasversale con la politica e con la Banca d'Italia, senza curarsi di quanto spericolate fossero rispetto ai conti e alla legge le avventure dei loro sodali: dalla scalata all'Antonveneta al rastrellamento della Rcs. Di più, i due capi caduti di Unipol hanno anche dato l'impressione di ritenere che fosse possibile utilizzare per l'arricchimento personale le relazioni e, secondo quanto filtra dalle inchieste della magistratura, le informazioni connesse alla carica.



L´autocritica delle coop
Giuseppe Turani su
la Repubblica

Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti lasciano la guida dell´Unipol e l´Opa Unipol su Bnl è morta. Il presidente e il vicepresidente della compagnia assicurativa lasciano i loro incarichi in parte per potersi difendere meglio (ma dovevano pensarci un po´ prima) e soprattutto perché contro di loro pesano accuse infamanti: dall´aggiotaggio all´insider trading.        
Due reati particolarmente odiosi perché sono, sempre e comunque, contro il mercato, contro la gente, contro gli altri risparmiatori, piccoli e grandi. Sono reati che solo i peggiori commettono. La sola idea che a commettere simili porcherie siano stati due "cooperatori" mette i brividi e lancia un´ombra lunghissima e molto nera sul mondo della cooperazione. Anche l´Unipol (come la Banca Popolare italiana di Fiorani) aveva un consiglio di amministrazione, sindaci, revisori dei conti. Anche dei codici etici, si dice. Ma nessuno ha visto niente e niente è servito a qualcosa, a quanto pare.
E quindi la partita non può certo essere considerata chiusa con l´uscita di scena di Consorte e Sacchetti. Il movimento cooperativo dovrà interrogarsi a lungo sul suo modo di essere e su quello che fa. Non è che il caso si possa chiudere mandando a casa Consorte e Sacchetti. E tutti gli altri che erano lì? Ma le coop dovranno anche riflettere sul loro futuro, su quello che vogliono fare. E questo proprio partendo dal caso Consorte e Sacchetti. I due non sono funzionari qualunque delle coop indiziati di aver commesso qualche marachella.
I due (soprattutto Consorte, che era il capo) sono quelli che in un certo senso hanno trascinato le coop nel XXI secolo. Sono loro infatti, e non altri, che hanno portato l´Unipol in Borsa, facendola diventare una protagonista (sia pure minore) della finanza italiana, dove prima c´era una compagnia che "faceva le polizze ai compagni" e alle altre cooperative.

Insomma, dall´Unipol non si sta dimettendo un funzionario un po´ birbante, ma si sta dimettendo il migliore. Quello che negli ultimi quindici anni ha indicato alle coop la nuova strada, quella della finanza.
Adesso, lui se ne va, e allora le coop devono cominciare a chiedersi se quella strada era giusta. E, soprattutto, se il movimento cooperativo è attrezzato per lanciarsi in un´avventura del genere.

Insomma, se le coop vogliono rimanere nella finanza, nel XXI secolo, possono farlo, ne hanno il diritto. Ma allora devono attrezzarsi in modo diverso. Devono, in una parola, imparare un po´ di etica protestante. E devono stare attenti alle compagnie che frequentano. Certo, facendo affari con Fiorani e con Gnutti si potevano fare molti soldi e in fretta. Ma per questo non c´è bisogno di un movimento cooperativo. Bastano una scrivania, due telefoni e un po´ di spregiudicatezza.
L´Opa sulla Bnl è morta. In queste ore i vertici delle coop continuano a dire che l´episodio Consorte non cambia niente, si va avanti. Si tratta quasi di un riflesso condizionato, di un moto di orgoglio. Ma, non appena ci avranno fatto sopra una bella dormita, gli stessi vertici delle coop si renderanno conto che la cosa più conveniente da fare è studiare una veloce "exit strategy", cioè un modo per andarsene e per sfilarsi da questo affare pasticciato. Un affare troppo grosso per l´Unipol e dalle prospettive molto incerte sul piano industriale.
Ma qualche riflessione va fatta anche in casa dei Ds. Di questo disgraziato affare (che finirà malissimo) i Ds hanno parlato troppo, spendendo nella difesa di Unipol e del suo assalto alla Bnl i migliori fra i loro dirigenti. E hanno sempre mostrato molta, troppa cautela, nel prendere le distanze da questa storia, anche quando tutti cominciavano a nutrire profondi sospetti. In altri casi i Ds hanno mostrato molto più buonsenso e molto più fiuto.
C´è da chiedersi: perché? E molti giornali stanno già facendo, a questo proposito, insinuazioni sgradevoli. Io penso invece che quello dei Ds sia stato soprattutto un errore politico. Un grave errore politico.
In realtà, a loro l´ipotesi che l´Unipol arrivava a mettere le mani sulla Bnl è sempre piaciuta. Anzi, la vedevano come il passaggio di una frontiera.
Dalle collette domenicali dell´Unità al controllo di una grande banca nazionale. Tutti, a quel punto, avrebbero capito che i Ds erano finalmente cresciuti. che non erano più quelli delle feste con le salsicce e il discorso del compagno segretario. Inoltre, avere una banca come Bnl (associata a Unipol) nella propria area di riferimento avrebbe indotto tutti a un maggior rispetto.
Ecco, l´errore (al di là del fatto di non essersi accorti di chi era Consorte e di che cosa stava facendo) è stato proprio questo: pensare che avesse ancora un senso mischiare affari e politica. In Italia c´è già Berlusconi che lo fa, non si sente alcun bisogno di un fenomeno analogo (e speculare) a sinistra. Una forza di sinistra (o di centrosinistra) vince perché sa fare buone proposte al paese. Non perché ha le "sue" banche, le "sue" coop, i "suoi" finanzieri che operano in Borsa.



«Ha corrotto un teste», indagato Berlusconi
Inchiesta sui diritti tv, i pm: 600 mila dollari all'avvocato Mills per mentire
brevissime dl
Corriere della Sera

Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha ricevuto alla fine di novembre un «invito a comparire» nel quale la Procura di Milano gli contesta due ipotesi di reato: corruzione in atti giudiziari di un testimone e concorso in falsa testimonianza.
Berlusconi è sospettato di aver fatto versare «nel '97 da Carlo Bernasconi», manager Fininvest, «non meno di 600 mila dollari» su conti svizzeri dell'avvocato inglese David Mills affinché costui, chiamato a testimoniare in inchieste italiane sulla Fininvest, «dichiarasse il falso, negasse il vero o tacesse in tutto o in parte fatti a sua conoscenza» in due sue deposizioni a Milano: nel processo per le tangenti Fininvest alla Finanza e in quello All Iberian.


Tesoro, la legge dona 407 milioni ai dipendenti
È il «premio produttività» legato ai controlli fiscali e ai risparmi di spesa. In media sono andati 6 mila euro a testa, ma i vertici ne hanno avuti 55 mila
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera

Chi urla scandalizzato contro i drastici tagli alle università si tiri su con lo spirito: quella montagna di soldi risparmiati ha fatto felici tante famiglie. Sono finiti infatti sotto l'albero dei dipendenti del ministero dell'Economia. Chiamati a spartirsi 407 milioni di euro e benedetti ciascuno, in media, da un «premio» di 6 mila. Che raddoppiano per centinaia di dirigenti e arrivano a punte, per i massimi vertici, di 55 mila euro. Cento milioni di lire. E poi dicono che lo Stato è povero e taccagno...
Spiegano ora, al dicastero che gestisce le pubbliche casse, che è così anche da altre parti e che i premi di produttività sono utili al buon funzionamento degli uffici e che è tutto regolare e sancito dalla legge eccetera eccetera. Certo, a prendere ad esempio quanto è stato recuperato dando la caccia agli evasori, i numeri denunciati da Beniamino Lapadula della Cgil sono (causa condoni) da brividi: 11 miliardi nel 2001 e 4,8 quest'anno. Con un crollo che, insieme con altri dati, non pare dimostrare una efficienza tale da meritare regalie a pioggia. Che tutte le carte siano formalmente a posto, però, è verissimo.
La prima è la legge 350 varata dal governo alla vigilia di Natale del 2003. Dove si diceva che il Ministero dell'Economia, sulle somme riscosse con le «attività di controllo fiscale», le «maggiori entrate realizzate con la vendita degli immobili dello Stato », i «risparmi di spesa per interessi» sul debito pubblico e «l'attività di controllo e di monitoraggio dell'andamento della finanza pubblica e dei flussi di bilancio», fissa una percentuale da spartire tra i dipendenti ministeriali degli uffici «che hanno conseguito gli obiettivi di produttività definiti, anche su base monetaria». Quanti a Tizio e quanti a Caio? La decisione era demandata alla «contrattazione integrativa ». Prova provata che il premio non sarebbe finito affatto a chi aveva aiutato lo Stato eliminando degli sprechi, promuovendo dei risparmi, lavorando il doppio o scovando evasori (come almeno in parte accadeva in passato) ma a tutti. Purosangue e somari, stakanovisti e lavativi.
E qualche giorno fa, ancora una volta proprio alla vigilia di Natale (quale momento migliore, per impacchettare un regalino?) è arrivato il via libera del governo a spartire la somma fissata: 407.100.000 euro. Pari al taglio fatto nella Legge finanziaria a tutte le Province messe insieme invitate a tirare la cinghia. Oppure a quello alla sicurezza, con gratitudine dei delinquenti. O pari, come dicevamo, alla sforbiciata data alle Università italiane che secondo Alessandro Bianchi, segretario della Conferenza dei rettori, ammontano appunto a 415 milioni di euro. Di cui 200 destinati agli aumenti di stipendio (spese fisse: inflazione, anzianità, contratti...) dei dipendenti, dai luminari ai bidelli. Scavalcati dal «premio» ai ministeriali dell'Economia.



Le responsabilita' di un ministro
Castelli e i problemi delle carceri
Ernesto Galli Della Loggia sul
Corriere della Sera

Le carceri italiane sono notoriamente in uno stato pietoso (e vergognoso): per l'affollamento insopportabile (poco meno di 60 mila detenuti dove dovrebbero starcene sì e no 40 mila e dunque, ad esempio, con celle singole dove sono alloggiati fino a sei detenuti), per la vetustà e l'inadeguatezza di molti degli stabilimenti, per la carenza estrema specialmente delle possibilità per i reclusi di lavoro e di assistenza sanitaria. A tutto ciò bisogna aggiungere i vuoti dell'organico della Polizia penitenziaria, costretta a turni massacranti (neppure sempre retribuiti) e in generale ad operare in condizioni limite.
Com'è naturale nessuno di questi elementi costituisce, tuttavia, di per sé, una buona ragione perché il Parlamento voti un provvedimento di amnistia o di indulto. Almeno in teoria, infatti, misure del genere dovrebbero essere motivate da ragioni diverse dalle condizioni insopportabili delle carceri. Queste, in un Paese normale, richiederebbero piuttosto di essere affrontate con la costruzione di nuovi stabilimenti di pena, magari concepiti con criteri più intelligenti e umani di quelli in uso oggi. Contrariamente a quello che si sente ripetere spesso in queste ore, infatti, l'idea di costruire nuove prigioni di fronte a una popolazione carceraria in aumento non ha nulla di feroce e di sbirresco: è semplicemente una lodevole espressione di buon senso e, se l'idea si traduce in realtà, di buon governo.
Ciò premesso, appare ovvio che il ministro Castelli è nel suo pieno diritto di essere contrario all'amnistia di cui per l'iniziativa soprattutto di Marco Pannella s'è cominciato a discutere ieri alla Camera. Quello che il ministro Castelli, invece, non può decentemente fare è essere contrario al provvedimento di cui sopra, sostenere che non è con provvedimenti simili che si risolvono i problemi delle carceri italiane, ma poi non muovere un dito per risolvere i medesimi, dimenticare di non aver mosso un dito per tutti questi anni in cui è stato ministro della Giustizia, cioè responsabile primo del sistema penitenziario nazionale. Dovrebbe perlomeno avere il buon gusto di osservare un prudente silenzio chi ha lasciato andare tale sistema alla deriva, chi ha tollerato che vi regnassero le condizioni che vi regnano, chi, in particolare, non ha avviato la costruzione di tutti quei nuovi, indispensabili, edifici carcerari che, se ci fossero, consentirebbero che ora l'amnistia fosse considerata per ciò che essa dovrebbe realmente essere, e non già una disperata misura tampone in buona parte inevitabile, come siamo costretti a considerarla oggi.



Nuove frontiere della connettività
Nasce la Human Area Network. Una tecnologia giapponese sfrutta il potenziale elettrico del corpo umano permettendogli di ricevere e trasmettere dati
Alessandra Carboni sul
Corriere della Sera

GIAPPONE – «Toccami la mano, che ti aggiungo alla rubrica del mio telefonino», oppure «fammi toccare il tuo portatile, che ci trasferisco i documenti di lavoro». Sembra fantascienza, invece dal prossimo anno potremo trasferire file o, più genericamente, scambiare informazioni con i nostri interlocutori o con le apparecchiature elettroniche più disparate semplicemente utilizzando i deboli campi elettrici emessi dal nostro corpo.
DALLA LAN ALLA HAN - Sarà possibile grazie alla tecnologia RedTacton, sviluppata dal gigante nipponico delle telecomunicazioni NTT, in grado appunto di sfruttare la conduttività del corpo umano per usarlo come un trasmettitore ad alta velocità per trasferimento dati a cortissimo raggio. Quindi, per esempio, per spostare informazioni dal cellulare al Pc non sarà più necessario utilizzare la tecnologia Bluetooth o collegare fisicamente i due dispositivi, ma basterà fare da ponte tra di loro, diventando noi stessi parte della rete di comunicazione: la Human Area Network (Han).
A FIOR DI PELLE - Il canale di trasmissione si forma nel momento in cui una parte del corpo umano entra nel raggio d'azione dei sensori del ricetrasmettitore RedTacton: i campi elettrici corporei vengono catturati dal dispositivo, all'interno del quale vanno a stimolare un cristallo ottico. Un raggio laser legge le oscillazioni del cristallo e un circuito di codifica le converte in segnali elettrici, ovvero in dati che possono quindi essere trasferiti a qualsiasi altro essere umano o apparecchio dotato di un ricevitore RedTacton.



  29 dicembre 2005