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sulla stampa
a cura di G.C. - 24 dicembre 2005


Una storiella in meno (e un decoder in più)
Paolo Franchi sul
Corriere della Sera

Non era mai successo, è accaduto ieri durante la conferenza stampa di fine d'anno del presidente del Consiglio. Per anni Silvio Berlusconi ha rallegrato i cronisti al seguito con barzellette, aneddoti, freddure; quasi sempre con successo. Ci ha provato anche nella tarda mattinata di ieri. Ma dalla platea affollata di giornalisti si è levato, in diretta tv, un brusio di protesta. Per favore, presidente, non lo faccia.
Stanchezza, diffuso e crescente languore di stomaco? Può darsi, anzi, è probabile. Ma è certo che Berlusconi ha rinunciato (sorridendo, ci mancherebbe) a raccontare la sua storiella. E che questo dettaglio, di per sé assai modesto, è suonato, se non proprio come una rivoluzione, come la conferma di una difficoltà che il Cavaliere ha peraltro riconosciuto più volte, seppure indirettamente, anche ieri. In poche parole. Il comunicatore per eccellenza fatica assai a comunicare. Il grande venditore stenta assai a trovare formule e argomenti convincenti per riproporre con successo al pubblico il suo prodotto.
Non è, ovviamente, solo questione di barzellette. Sarà pure "assolutamente inconsistente" il sospetto di un conflitto di interessi di Berlusconi nelle norme che incentivano l'acquisto dei decoder, sarà pure assolutamente sincero, Berlusconi, quando si dichiara grato all'Antitrust che ha aperto un'inchiesta destinata, dice, a concludersi, con la lampante dimostrazione dell'inconsistenza dell'accusa. E fa piacere apprendere dalla viva voce di Berlusconi (Silvio) che Berlusconi (Paolo) di decoder non si occuperà più. Ma, per cominciare, è un po' curioso, diciamo così, che il presidente del Consiglio fosse tra i pochi, almeno fino alla telefonata del fratello, a non sapere un bel nulla di una questione così controversa: il tema di un possibile conflitto di interessi del premier era stato sollevato prima, al Senato, da un'interrogazione di Luigi Zanda, poi, alla Camera, il 14 dicembre, da Luciano Violante.
Ancora. Dice Berlusconi che è "risibile" tirare in ballo la Finanziaria, come fanno i suoi critici, visto che stiamo parlando di "qualcuno che distribuisce il due per cento delle quote di mercato dei decoder". Potrebbe anche avere ragione, naturalmente, almeno in termini di comunicazione, se la materia del contendere non fosse, appunto, il conflitto di interessi, e cioè la pesantissima palla al piede che si porta appresso fin dall'inizio della legislatura. Un conflitto di interessi è un conflitto di interessi, e la sua esistenza, a quanto è dato sapere, non si certifica e non si misura solo, o soprattutto, sulla scorta delle percentuali di mercato.



Usare Stalin come una clava
Massimo Giannini su
la Repubblica

Nella sua livida performance televisiva di fine d'anno, il presidente del Consiglio ha sfoderato un inesauribile repertorio di provocazioni politiche, di gag tragicomiche e di manipolazioni storiche. Più vasto del solito, bisogna riconoscere. La campagna elettorale, com'è ovvio, impone l'obbligo di arricchire un copione che, negli ultimi mesi, era diventato sempre più noioso, sempre più ripetitivo. Lo spettacolo, com'è altrettanto ovvio, non è stato edificante. Anzi, in tutta onestà ci è parso uno show obiettivamente indegno per un uomo di governo.

Alla prima categoria, quella delle provocazioni politiche, appartengono parole come "la sinistra è stata la palla al piede del nostro Paese".
Non male, per il leader della più forte maggioranza parlamentare mai esistita nella storia Repubblicana. O come "io non sapevo che un'azienda di mio fratello avesse accettato l'offerta di un'azienda produttrice di decoder per distribuirli sul territorio nazionale". Non male, per il capo di un impero televisivo, industriale, finanziario, assicurativo, cinematografico, calcistico, che decide tutto, dai palinsesti Mediaset alla formazione del Milan.

Alla seconda categoria, le gag tragicomiche, appartengono battute come "che eleganza, signora, vuol dire proprio che in Italia il benessere c'è davvero", rivolto a Mariella Venditti, cronista del nemico Tg3. Non male, per uno "statista" condannato dalle disastrose cifre sulla crescita, e costretto a ricorrere alla lusinga da night club per cercare di convincere i poveri italiani che invece "l'Italia va". O come "la barca di D'Alema? A me basta che i suoi elettori considerino che un leader di un partito che si presenta come proletario dispone di una barca simile, questo mi rende felice".
Non male, per un magnate classificato tra i primi 50 uomini più ricchi del mondo, che ha fatto ricostruire un teatro greco nella sua villa in Sardegna e che viaggia su un panfilo di 59 metri.

Ma è sulla terza categoria, quella delle manipolazioni storiche, che stavolta conviene spendere qualche riflessione in più. Il Cavaliere è stato protagonista di un siparietto di pessimo gusto politico, e di puro livore ideologico, nei confronti di Marcella Ciarnelli, giornalista dell'Unità. Ha brandito una sbiadita prima pagina del quotidiano fondato da Gramsci, uscita il 6 marzo 1953, giorno della morte di Stalin, definito "l'uomo che più di tutti ha fatto per il progresso dell'umanità". "Dovreste vergognarvi" - ha tuonato il premier - lei si dichiara complice di 100 milioni di omicidi....". Non male, per l'Unto del Signore che ha sempre propalato la missione di guida del "partito dell'amore", Forza Italia.

Usare lo Stalin di allora per combattere il Fassino di oggi è operazione becera sul piano umano. Agitare l'Unità di allora per condannare la Quercia di oggi è distorsione miserabile sul piano culturale. Nello stesso giorno in cui "Baffone" morì, fatte le dovute proporzioni, anche i quotidiani "borghesi" furono altrettanto enfatici. Il Popolo riportava questa dichiarazione ufficiale: "... Con questa grave riflessione noi chiniamo la testa pensosi innanzi alla scomparsa di un uomo che senza dubbio lascia nel mondo un grande vuoto". A firmarla non era il trinariciuto Palmiro Togliatti, ma nientemeno che il democristiano Alcide De Gasperi. Il Nuovo Corriere della Sera usciva con un editoriale non firmato, in cui si poteva leggere: "Quando suonò l'ora della prova suprema, l'uomo si mostrò pari a se stesso e ai grandi compiti che aveva cercato e che la storia gli aveva assegnato... ". La Gazzetta del Popolo, nel fogliettone di prima pagina, riferiva: "Il Papa prega per Stalin". Pio XII simbolo del cattolicesimo occidentale, non un pope ortodosso di rito moscovita.

Ma c'è di peggio, in questa sortita berlusconiana che volutamente cancella il "contesto". Il Cavaliere che ieri ha denunciato gli orrori del comunismo è lo stesso che, appena tre giorni fa, si è lanciato in questa stupefacente apologia del Ventennio davanti agli attoniti corrispondenti della stampa estera: "Il fascismo in Italia non è mai stato una dottrina criminale. Ci furono le leggi razziali, orribili, ma perché si voleva vincere la guerra con Hitler. Il fascismo in Italia ha quella macchia, ma null'altro di paragonabile con il nazismo e il comunismo". Come se le leggi razziali non fossero già di per sé un vergognoso "crimine". Come se "vincere la guerra con Hitler", demonio incarnato cui si deve il secondo conflitto mondiale e la Shoah, fosse appunto solo una banalissima "macchia".

Se il Cavaliere pensa di rinnovare su queste basi il suo "contratto con gli italiani", farà meglio a chiudere subito la "ditta", e a passare la mano a un socio almeno un po' più rispettoso della biografia della nazione.


Una rapsodia, due nemici: i comunisti e i giornali
Aldo Cazzullo sul
Corriere della Sera

Silviolandia, il paese del Cavaliere, ricorda la descrizione che Stefano Benni dava del mondo di Francesco De Gregori. Conigli volanti, gatti saggi e adolescenti che guardano trasognate dalla finestra il sole far l'amore con la luna. Analogamente, nel rito di fine anno il premier racconta l'Italia e il resto del pianeta come un gigantesco presepe, dove non solo il governo ha mantenuto tutte le promesse, ma Putin è sempre stato anticomunista anche quand'era al Kgb avendo avuto la famiglia decimata nell'assedio di Leningrado (quelli erano i nazisti, ma pazienza); lo scandalo che ha costretto alle dimissioni il governatore della Banca d'Italia è un episodio minore, "in ogni Paese esiste qualche mela marcia", e poi il dimissionario è "uomo probo, rispettoso delle leggi e dotato di grande senso di responsabilità". E se nel mondo di De Gregori si affacciava anche un mendicante arabo purtroppo malato, in quello di Berlusconi arabi e israeliani si incontreranno presto "nella nostra città di Erice da noi messa a disposizione compresi i costi di soggiorno" con qualche ristrettezza per il solo Sharon ("deve dimagrire, gli ho consigliato la dieta mediterranea"), e faranno finalmente la pace; lui stesso era andato vicino a convincere Bush a non fare la guerra, di concerto con un collega dalla riconosciuta credibilità internazionale, "il colonnello Gheddafi", che sfortunatamente non ha convinto Saddam a trasferirsi in Libia dove gli era stato predisposto "un esilio dorato".
C'è una sola zona d'ombra in questo mondo meraviglioso: comunisti e giornalisti, "i signori dell'opposizione e i politologi dei quotidiani", avviluppati in un torbido intreccio teso a "seminare odio, invidia sociale, pessimismo, disfattismo". Si era anche preparato per affrontare la domanda dell'inviata dell' Unità Marcella Ciarnelli, definita "corresponsabile di cento milioni di omicidi" e accolta con la riproduzione della prima pagina del 6 marzo 1953 (listata a lutto per annunciare la morte di Stalin) e delle caricature del "povero De Gasperi", che con la cosiddetta legge truffa aveva avuto il solo torto di anticipare la riforma elettorale berlusconiana. Il presidente editore ha molto apprezzato anche la prima pagina e il timone del Corriere di ieri ("titolo di apertura, più le prime due pagine: è una vergogna!") con la notizia del procedimento avviato dall'Antitrust. Se poi gli accade di incontrare per strada un gruppo di ragazze, "i giornali capovolgono l'episodio: hanno scritto che le avrei ingiuriate chiamandole ignoranti; invece stavo scherzando. Abbiamo anche giocato, a una ho tirato giù il cappello e ci siamo lasciati baciandoci e abbracciandoci". Non tutti i giornalisti sono cattivi, alcuni sono soltanto "birichini", altri "eleganti, intelligenti e simpatici" come l'inviata del Tg3 Mariella Venditti, purtroppo anche lei irrecuperabile: "Non cambierete mai!".
Neppure lui. Le citazioni sono sempre quelle. Contro l'aumento dei prezzi il premier consiglia ancora di "muovere le gambe e andare a controllare nel negozio o nel mercato vicino, come diceva Einaudi"; due Natali fa era mamma Rosa, ma che importa. E' la sua sicurezza personale, a essere più salda. Ancora l'anno scorso Berlusconi era un uomo assediato dentro il suo stesso schieramento. Oggi, domato Fini, ammansito Casini, cacciato Follini, in attesa di sfidare Prodi il capo è lui. La sua signoria è tale che nel solo mese che resta alle Camere tenterà di imporre l'abolizione della par condicio . A chi ricorda che l'altra volta aveva giudicato impossibile una riforma proporzionalista, sorride: "È che non pensavo di convincere gli alleati". Si sono convinti. Questo l'ha rafforzato nell'autostima: gli altri leader del G-8, fa sapere, lo considerano "il loro fratello maggiore"; i suoi veri punti di riferimento sono Reagan, Kohl, Aznar e la signora Thatcher, statisti che come lui "hanno avuto bisogno del secondo e talora del terzo mandato per completare il loro ampio piano". E poi via con la consueta vertigine di numeri: 30 le riforme fatte "più di tutti gli altri esecutivi del dopoguerra messi assieme", 40 le conquiste da comunicare meglio nel mese di gennaio, 100 le aziende sottratte al fallimento "alla luce della mia esperienza imprenditoriale", 150 gli euro donati a chi compra un motorino ecologico, 200 a chi compra un computer, 300 i militari da ritirare dall'Iraq, 700 i provvedimenti del governo, 1700 i suoi interventi e 13 mila gli obiettivi sensibili controllati dalle forze dell'ordine tra cui i suoi comizi e le partite del Milan.

Qualche giornalista buono, a saperlo trovare, c'è. Molto apprezzato l'assist della giornalista croata, "signora Sania corrispondente della metà dei giornali di ex Jugoslavia", che rivendica al suo Paese di aver "completamente sconfitto il comunismo". Quando poi Francesco Pionati lo chiude nell'angolo infilzandolo con una domanda affilata come un rasoio ("Signor Presidente, come pensa di convincere gli indecisi?"), parte una rapsodia di 17 minuti senza interruzioni, che sospinge la conferenza-stampa oltre il muro delle due ore e il Tg1 alle 14 e 30. E se perdesse le elezioni? "La storia caro mio non si fa con i se e con i ma". "La storia siamo noi" avrebbe detto De Gregori. Lui, invece: "La storia la lasci fare a me, a modo mio".


Il destino finanziario della Lega nelle mani della BPI
Marco Mensurati e Ferruccio Sansa su
la Repubblica

MILANO - La scuola leghista di Varese. Il prato di Pontida, proprio quello che si riempie di bandiere verdi per i discorsi del Senatur. I simboli della Lega sono stati comprati con soldi della Banca Popolare di Lodi. Denaro che il Carroccio ha ricevuto a cominciare dagli anni Novanta: un totale, tra fidi e finanziamenti, di 10 milioni di euro, cui va aggiunto circa un altro milione proveniente dalla Banca Popolare di Crema (controllata da Lodi). Il tutto ottenuto offrendo come pegno la storica sede del Carroccio, il Palazzo di via Bellerio.
Niente di illecito, ma ad analizzare i conti bancari della Lega (13, tutti aperti presso la filiale milanese di Bpl) si capisce che a unire il Carroccio e l´istituto di Fiorani non era un semplice legame d´affari: l´esistenza stessa della Lega dipendeva dalla volontà di Lodi che da un momento all´altro avrebbe potuto chiudere i cordoni della borsa. Basterebbe questo per spiegare la difesa a oltranza che i Lumbard hanno fatto di Fiorani e compagnia.
La Lega comincia ad appoggiarsi a Lodi alla metà degli anni Novanta. Lo fa direttamente oppure attraverso società che fanno riferimento al Carroccio. Una in particolare, una finanziaria il cui nome lascia pochi dubbi: Pontida Fin srl. Tra i soci, con lo 0,01%, c´è Umberto Bossi. Amministratore unico è il commercialista Ugo Zanello. E proprio la Pontida Fin (anche attraverso la controllata Target srl) è destinataria di finanziamenti consistenti, il primo di 3,6 miliardi di lire è del 1995.
La Lega paga il debito affannosamente. A ogni scadenza viene richiesta "la proroga dell´affidamento". Si va avanti così, sempre sull´orlo del baratro finanziario. Poi la svolta, nel 1999. Ma per i maligni la data non sarebbe casuale. Due avvenimenti si verificano in quel periodo. Primo, l´arrivo di Gianpiero Fiorani al timone dell´istituto lodigiano. Secondo, il riavvicinarsi della Lega al Polo e il profilarsi dell´accordo per le elezioni regionali in Lombardia. Ipotesi, ma si racconta di accordi al ragù, siglati nella casa romana dell´onorevole Brancher, dove un gruppo di futuri ministri, Calderoli, Maroni e Tremonti si cimentava in gare culinarie. Di sicuro in quei mesi i Lumbard tirano un sospiro di sollievo. I segnali, come accade spesso in questi casi, si avvertono dai dettagli: in via Bellerio, si racconta, riaprì la mensa. Passano pochi mesi ed ecco un´altra domanda di finanziamento: "Presentiamo richiesta per la concessione di un finanziamento di 3 miliardi... per l´acquisto di due appezzamenti di terreno ubicati a Pontida e utilizzati per i meeting e le manifestazioni politiche di partito". Infine nel 2004 c´è la scuola di via Stadio a Varese, un immobile acquistato per 2,5 milioni di euro grazie a un altro fido. La Lega paga le rate del mutuo. Offre in ipoteca la sede di via Bellerio. Tutto regolare. Resta, però, il fatto che Fiorani ha in mano il destino del partito.
In mezzo a tutto questo c´è la grande ombra di Credieuronord, il sogno della banca Padana nato nel 2000, grazie a una campagna a tappeto nelle sezioni della Lega. Ma il bilancio del 2003 si chiude con 8 milioni di euro di perdite, 12 di sofferenze su 47 di impieghi. La tecnica creditizia pare, però, singolare: la metà delle sofferenze fanno capo a cinque soggetti, tra cui la società Bingo.net che ha tra i soci l´attuale sottosegretario all´Interno, Maurizio Balocchi. Lo stesso Balocchi che insieme con l´altro sottosegretario all´ambiente Stefano Stefani è amministratore della banca. Il crollo della banca avrebbe coinvolto una mezza dozzina di deputati del Carroccio. Poi ecco che arriva il salvatore: Fiorani. Certo, Lodi ha rilevato molte banche popolari, resta però difficile capire quali ragioni possano aver indotto Bpl a prendere in carico un istituto con solo due sportelli e tanti debiti.



Restauri urgenti per palazzo Koch
Francesco Giavazzi sul
Corriere della Sera

Da dove cominciare per ricostruire la reputazione della Banca d'Italia? Innanzitutto dalla figura del nuovo Governatore, ma non voglio neppure pensare che egli non sarà una persona che molti Paesi ci invidieranno. Poi dalle nuove norme approvate ieri dal Parlamento che sono un passo importante, ma da sole non bastano. Molto dipenderà da come il nuovo Governatore deciderà di riorganizzare il modo in cui la Banca d'Italia lavora. A mio parere vi sono cinque aspetti essenziali. Il servizio studi. La prima cosa è riacquistare prestigio a Francoforte. Nel consiglio della Banca centrale europea (Bce) i governatori contano per la forza delle loro argomentazioni. La qualità dei servizi studi delle banche centrali è quindi diventata decisiva: sono le loro analisi a determinare l'influenza delle tesi esposte a Francoforte dal Governatore. Le banche centrali di molti Paesi europei l'hanno capito da tempo. La Banca d'Inghilterra ha affidato l'analisi economica prima a Mervyn King (lui stesso in seguito nominato Governatore), poi a John Vickers e Charlie Bean, alcuni tra i migliori economisti europei. Le banche centrali spagnola e svedese partecipano regolarmente al grande "mercato" internazionale degli economisti e lì assumono i giovani per i loro servizi studi. Lo stesso fanno la Fed e la Bce. Grazie all'intuizione di Guido Carli e alla raffinatezza intellettuale di Paolo Baffi e Carlo Azeglio Ciampi, la Banca d'Italia aveva compreso l'importanza dell'analisi economica sin dagli anni '60, molto prima di altre banche centrali. Per anni i migliori economisti italiani hanno sognato un posto al servizio studi di via Nazionale. Oggi non più, anzi alcuni tra i migliori lasciano, segno evidente del disagio che vive un'istituzione dove la tensione intellettuale è meno viva di un tempo. Il Governatore dovrà rapidamente porvi rimedio.
Il direttorio. La riforma introduce il principio della collegialità, cancellando il potere autocratico di cui sinora godeva il Governatore. La composizione del nuovo direttorio (l'attuale scade per effetto della nuova legge) diventa quindi cruciale. Purtroppo il governo non ha avuto il coraggio di cancellare il Consiglio superiore della Banca. Rifiutandosi di assumersi le proprie responsabilità e chieder conto a Fazio del suo operare, i suoi componenti hanno perduto ogni credibilità, ma saranno ancora loro a designare i nuovi membri del direttorio. Al Governatore serviranno fermezza e diplomazia: se si trovasse accerchiato da un direttorio ostile o anche solo poco collaborativo non gli rimarrebbe che lasciare.
Le istruzioni di vigilanza. La Banca, come ha osservato Luigi Spaventa, dispone di un potere regolamentare atipico, che esercita tramite le istruzioni di vigilanza in modo del tutto libero, privo delle garanzie che circondano l'esercizio del potere regolamentare da parte delle altre autorità di vigilanza. La nuova legge non corregge l'anomalia: sarà anche questo compito del Governatore.
Compensi e trasparenza. La Banca d'Italia, diversamente da altre banche centrali, non rende pubblico il compenso del Governatore. Si sa tuttavia che è uno dei più elevati al mondo, più di quello del presidente della Bce, circa 4 volte il compenso di Alan Greenspan. Anomalie che vanno corrette.



Allarmi son fascisti
Vittorio Emiliani su
l'Unità

Sta montando una nuova mussolineide, con l'avallo del Cavaliere che, dopo una dittatura fascista "bonaria", ce ne segnala una senza "disegno criminoso": non bastano i 28.000 anni di carcere e di confino irrogati dai Tribunali Speciali, gli assassinii mirati ed eccellenti, le decine di migliaia di perseguitati e di esuli, l'estinzione di ogni libertà, i morti della guerra, ecc. Dopo i reiterati saluti romani del calciatore Paolo Di Canio (difeso o giustificato da tanti giornalisti sportivi, anche della Rai) davanti ad una curva di tifosi con simboli celtici e altri armamentari, punibili ai sensi di una legge che vieta l'apologia del fascismo, ci si mette la nipote Alessandra in cerca di nuova/vecchia notorietà politica.
E tira di mezzo Bruno Vespa nei panni di un possibile "zio". Intanto, Predappio, paese natale del duce, rischia di diventare un supermercato per i nostalgici del ventennio: ricordi, gagliardetti, divise, immagini del duce, manganelli, cartoline con Benito in mille pose, shampoo "Menefrego" e altre lugubri scemenze. Che tali sarebbero se la "bonaria" dittatura fascista (Pansa ci perdoni) non avesse seminato di lutti l'Italia e se i pellegrinaggi cimiteriali predappiesi non finissero con cori, grida, saluti romani, slogan deliranti.

In anni ormai lontani il locale Comune, governato dalle sinistre fin dal '46, era stato ben più restrittivo in proposito e con esso la Prefettura.
Fra l'altro, di Predappio è pure la famiglia degli Zoli, cattolici popolari e antifascisti, il cui esponente più in vista, il presidente del Consiglio, Adone, è sepolto con grande sobrietà nello stesso cimitero di San Cassiano. Fu lui a rendere la salma alla vedova Rachele verso la quale il paese mantenne un rispetto esemplare. Soltanto quando le venne l'idea di aprire un ristorante alla Rocca della Caminate, volò qualche sassata contro i vetri e la Rachele ebbe il buon senso di chiudere l'impresa.
La Rocca torna ora d'attualità per l'ennesimo progetto di riuso, promosso stavolta dall'Amministrazione Provinciale. La casa natale del duce è stata anni fa opportunamente riscattata dal Comune, restaurata ed adibita a mostre periodiche di storia e di costume. Per la Rocca - "liberata" dai partigiani e dalle truppe alleate il 28 ottobre 1944 (ricorrenza fatidica) con l'attiva partecipazione dell'ufficiale Giorgio Spini, lo storiografo fiorentino - la Provincia avanza una ipotesi che ha destato critiche assai forti fra gli intellettuali forlivesi.
Vi dovrebbe infatti trovare spazio un Museo dell'Idea di Romagna, tutto virtuale, dove rivivrebbero i personaggi più famosi di questa area storica, da Artusi a Pascoli, a Fellini, passando naturalmente per Mussolini ma pure per Secondo Casadei.
Il kitsch sembra garantito. Posso immaginare l'orrore che ne proverebbe, se potesse, il nostro povero amico Federico Fellini (e tanti altri con lui). Lo dico da romagnolo che ama la Romagna: se questa nostra area storica, distinta certamente dall'Emilia con cui peraltro è integrata da secoli, ha un nemico è il romagnolismo.

La forza della Romagna è invece il rigore praticato nell'affrontare la propria storia. Con musei, come quello (ma quando sarà ordinato in modo degno?), di Pergoli e Spallicci a Forlì, forse la più grande raccolta etnografica d'Italia, o come il recentissimo Museo della Marineria di Cesenatico.
Con Fondazioni e Società di studi, con Biblioteche secolari attorno alle quali - si pensi soltanto alla Classense di Ravenna o alla Malatestiana di Cesena - è ruotata la cultura locale (e nazionale) . La stessa gastronomia ha avuto specialisti e storici del livello di Pellegrino Artusi e di Piero Camporesi troppo presto scomparso.
Anche per la Rocca delle Caminate - la cui foresteria e il cui parco sono ben gestiti dagli scout dell'Agesci - pareva fattibile a breve uno splendido e rigoroso (insisto) progetto: riportare in Romagna le straordinarie collezioni naturalistiche di Pietro Zangheri, specialista noto in tutto il mondo (gli telefonavano da Berkeley per avere notizie sullo stato di salute delle pinete ravennati). Scomparso nel 1983, finì per lasciare tutto alla città di Verona non trovando risposte affidabili in loco.
Il ritorno di quei 150 mila reperti sarebbe possibile e si sposerebbe magnificamente con la dolce collina della Rocca e con la cultura dell'ambiente che già l'Agesci vi coltiva. Una soluzione alta, educativa, ricca di futuro e di pubblico potenziale, giovanile.

Lo studio preliminare parla un linguaggio ambiguo e sottolinea, ad esempio, come la Rocca venne donata nel 1927 "al capo del governo Benito Mussolini in seguito ad una sottoscrizione che ha raccolto ben 70.000 adesioni" e che essa "pare destinata a riassumere il destino fascista dell'intera area forlivese", ecc. "Se questo è il risveglio della Rocca delle Caminate, molto meglio l'oblio", ha commentato Carlo Giunchi, uno degli intellettuali protestari.
Nei sotterranei della Rocca delle Caminate venne ucciso il partigiano Antonio Carini (Orsi). A Predappio è trascorso invano l'80° anniversario della morte, avvenuta nel '25 a seguito delle ripetute percosse squadriste, dell'ultimo sindaco prefascista, il socialista Ciro Farneti.
Intanto il supermercato della nostalgia prospera e monta una grottesca mussolineide. Di Canio assicura che ci riproverà, Alessandra Mussolini pure, Bruno Vespa si limita, per ora, a parlare di Resistenza, di guerra civile e del suo ultimo libro, mentre fa la pasta con Antonella Clerici su Raiuno. Servizio pubblico, tv di qualità.


Caso Calipari, marine Usa indagato per omicidio volontario
Maria Zegarelli su
l'Unità del 22.12.05

C'è un colpevole, con nome e cognome, Mario Lozano, origini ispaniche, professione marine presso l'esercito Usa. C'è un'accusa, omicidio volontario e tentato omicidio, per la morte di Nicola Calipari, il funzionario del Sismi ucciso mentre portava in salvo la giornalista del Manifesto, Giuliana Sgrena, liberata dagli iracheni e ferita dal soldato. La giustizia italiana ha fatto il suo corso "mostrando la sua autonomia e indipendenza", come ha detto il pm titolare dell'inchiesta Franco Ionta. Il Pentagono ha fatto sapere di ritenere valide le conclusioni dell'inchiesta congiunta, mai sottoscritta dall'Italia, con la quale si scagionavano i militari Usa presenti al posto di blocco il 4 marzo del 2005, quando il "fuoco amico" colpì a morte Calipari e ferì seriamente Sgrena. Il comandante di marina Joe Carpenter è stato chiaro ieri: "Non commentiamo un'indagine in corso da parte di organismi di un altro governo, ma gli Stati Uniti si rifanno all'indagine già svolta".
Che vuol dire: se il soldato inquisito non si costituirà di propria iniziativa, il processo non inizierà mai perché non può essere giudicato in contumacia in quanto non imputabile di un reato contro un corpo dello Stato. L'inchiesta romana è dunque destinata all'archiviazione. Eppure resta importantissima, anche politicamente, la svolta della procura di Roma. I magistrati Ionta, Saviotti e Amelio, hanno valutato a lungo l'ipotesi di reato da contestare al militare Usa. Alla luce delle conclusioni della consulenza tecnica e delle dichiarazioni testimoniali raccolte da chi quel giorno ha visto, c'erano tutti i presupposti per l'omicidio volontario e non per quello colposo, né tantomeno per il reato di uso illegittimo delle armi (che pure è stato a lungo valutato).
I cinque periti incaricati dalla Procura hanno consegnato la relazione il 25 ottobre scorso: la Toyota Corolla su cui viaggiavano Calipari e Sgrena è stata raggiunta da sette proiettili provenienti da destra, dall'avanti e dall'alto. I primi esplosi a non più di 100-130 metri, i secondi tra i 45 e i 63 metri. L'automobile, come ha sempre sostenuto la giornalista del Manifesto, viaggiava non oltre i 65 km orari, poi, dopo la prima raffica di proiettili, a non più di 54 km. Gli ultimi colpi l'hanno raggiunta quando era praticamente ferma. Secondo i tecnici i colpi (ne furono sparati 58) erano partiti da un mitragliatore calibro 7.62mm M420, arma nelle mani del sergente Lozano, appostato su una torretta. Al nome si è arrivati soltanto grazie ad un errore nel sistema di decriptazione, perché gli americani avevano pensato bene di coprire i nomi della squadra in servizio a quell'ora nel posto di blocco con degli omissis. Ionta aveva avanzato richiesta di rogatoria agli Usa per ben due volte. Silenzio in entrambi i casi. Poi, la decisione di iscrivere il sergente sul registro degli indagati.
La notizia è stata divulgata proprio quando l'ambasciatore americano in Italia, Ronald Spogli, è stato ricevuto a Palazzo Chigi, da Silvio Berlusconi. Gianfranco Fini, ha subito precisato che con l'ambasciatore "assolutamente non si è parlato del caso Calipari. Si è fatto l'esame della situazione internazionale, dall'Iraq all'Afghanistan a altro ancora, ma non è stato assolutamente affrontato il caso Calipari". Ha anche precisato che l'esito dell'inchiesta non influirà sui rapporti tra Italia e Usa, perché qui da noi, "è la magistratura che individua le responsabilità". "L'iscrizione sul registro degli indagati del marine Mario Lozano è un primo passo, ma serve anche altro", ha invece commentato l'avvocato di Sgrena, Alessandro Gamberini. "Continueremo i nostri accertamenti per verificare se a sparare è stata più di una persona: vogliamo sapere la verità".
In base alla ricostruzione che fa il penalista la Toyota al momento della tragedia procedeva ad una velocità massima di 60-70 chilometri orari e comunque era in azione frenante, si stava fermando. Sgrena, invece, si augura che questo sia soltanto "il primo passo per verificare quello che è successo quella notte a Baghdad, è un primo passo che però potrebbe servire per cominciare a chiarire molte cose rimaste senza risposte. Non mi accontento di un capro espiatorio voglio sapere cosa è successo, chi ha dato l'ordine di sparare o come è potuta accadere una sparatoria contro una macchina su cui viaggiavano agenti dell'intelligence italiana e una giornalista italiana".



  24 dicembre 2005