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a cura di G.C. - 23 dicembre 2005


Via libera di Ciampi al proporzionale
Silvio Buzzanca su
la Repubblica

ROMA - Carlo Azeglio Ciampi ha firmato il testo della nuova legge elettorale proporzionale approvata in via definitiva lo scorso 14 dicembre dal Senato. Dunque il capo dello Stato non ha ritenuto che le norme siano in contrasto con la Costituzione. Neanche nelle parti più contestate: la distribuzione del premio di maggioranza regionale al Senato, lo status particolare della Valle d´Aosta, l´assenza di una norma sulle quote rosa. "Anche il presidente, lo dico con molta amarezza - commenta a questo proposito la senatrice verde Loredana De Petris - non è molto interessato alle donne e al rispetto dell´articolo 51. Questa non è una bella giornata".
L´atto formale del capo dello Stato dà comunque il definitivo via libera alle nuove norme provocando grande esultanza nel centrodestra. Soprattutto in Roberto Calderoli. Il ministro delle Riforme, appena appresa la notizia, ha subito informato il mondo che è tre volte felice. Una prima volta perché la firma del presidente della Repubblica, significa "scoprire, diciamo così, di non aver scritto un testo anticostituzionale". Una seconda perché "questa firma conferma come, riguardo alle reali volontà del Colle, spesso chi fa trapelare delle voci, sbaglia in modo netto". La terza felicità di Calderoli nasce dalla soddisfazione personale di "aver scritto in tre mesi la riforma della Costituzione e una nuova legge elettorale: è certamente un gran bel bilancio per un ministro delle Riforme".
Il resto del centrodestra si divide fra chi dice "ne ero certo" e chi tira invece un sospiro di sollievo. Sandro Bondi, per esempio, fa parte della seconda categoria. "Era una decisione attesa anche se non scontata", dice il coordinatore di Forza Italia. Al partito di chi non aveva mai avuto dubbi si iscrivono invece Ignazio La Russa e Nuccio Carrara. "Non ne ho mai dubitato", dice il capogruppo di An alla Camera. "Ce lo aspettavamo", aggiunge Nuccio Carrara, sottosegretario alle Riforme e deputato di An. "E´ un regalo di Natale per gli italiani da parte del presidente della Repubblica", commenta invece Luca Volontè, presidente dei deputati dell´Udc. Critico invece il giudizio di Domenico Fisichella. Secondo il vicepresidente del Senato adesso si riaprirà "una faticosa transizione con una fase di precarietà politica. Dunque non mi pare sia stato reso un buon servizio all´Italia".
Il centrosinistra, invece, prende atto, con rispetto delle decisioni di Ciampi. "Evidentemente ha ritenuto che andasse firmata. Non credo proprio che ci sia altro da dire", dice Luciano Violante. Ma l´Unione non sembra intenzionata a gettare la spugna. E rilancia. "Il fatto che, com´era ampiamente previsto, il presidente della Repubblica abbia controfirmato la legge elettorale voluta dalla destra nulla toglie né alle critiche né ai rilievi che il centrosinistra ha sollevato né alle critiche severe di metodo", commenta a caldo Vannino Chiti.
"La destra - spiega il coordinatore della segreteria Ds - calpestando ogni regola di rapporto con l´opposizione si è confezionata una legge non pensando all´Italia ma ai suoi ristretti interessi". Restano in piedi, aggiunge il capogruppo dei senatori diessini Gavino Angius, le "grandi preoccupazioni che noi abbiamo mostrato per la pratica attuazione di una legge che non garantisce né stabilità né governabilità perché non consente al Senato, per un perverso ed erroneo meccanismo, il formarsi di alcuna maggioranza possibile".
Dunque l´Unione non demorde e spera nella Consulta. Come spiega Dario Franceschini. "Rispetto assoluto per la decisione del Capo dello Stato. Restano i nostri rilievi di incostituzionalità", dice il coordinatore della Margherita.



Banche d'Affari
Corrado Stajano su
l'Unità

Storie italiane
La famosa coscienza di Fazio, così citata nei suoi sermoni, l'altra mattina deve avere battuto un colpo. Finalmente se n'è andato. Ha conservato l'avvocato - ne avrà bisogno - e l'auto blu della banca. Sarebbe stato davvero troppo portargliela via. "L'addio orgoglioso dell'ultimo monarca", ha titolato in prima pagina, tra altri articoli, Il Sole-24Ore. Se questo è orgoglio bisogna cancellare la parola dai vocabolari. Restano piccole curiosità tra quelle più grandi difficili da esaudire.
Quel San Sebastiano santo e martire appeso dietro la scrivania del suo studio, infilzato di frecce, l'aveva scelto il Governatore? Si sentiva una vittima sacrificale? Protetto com'era da cardinali, ministri, potenti della penisola, legionari di Cristo, guardie palatine, soldati del Papa? Un'altra curiosità. A proposito dei regali di Fiorani. Non tanto l'orologio Baume & Mercier, la collana e il bracciale Pomellato, la penna stilografica Cartier, le stampe antiche, le creme d'erbe e profumi che hanno scandalizzato, e un po' di più, il presidente della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, perché rappresentano una violazione del codice etico di condotta cui sono soggetti i componenti della Bce. È quella Tv Sony di 15 pollici che inquieta. Sarà stato un desiderio del Governatore realizzato da Fiorani? Una Tv da mettere in cucina? Nel bagno della signora? Nella stanze della servitù?
E poi, in questa storiaccia di una banca che ha truffato un milione di persone colpiscono le microstorie, come quella di un contadino di Credera Rubbiano, nel Cremasco, che aveva un conto segreto alla Banca di Lodi - 130mila euro - , dono destinato ai figli alla sua morte. Ma i soldi, invece, sono finiti sui conti dei complici di Fiorani: i figli sono stati tenuti all'oscuro. Scrive nella sua ordinanza il giudice Clementina Forleo: "Emergeva altresì che alla morte di alcuni clienti, quali Fusar Poli Felice, le somme giacenti sui relativi conti, venivano girate dapprima su conti intestati a "creditori diversi" e poi movimentate fino a pervenire su rapporti intestati a determinati clienti, da cui venivano effettuati prelievi dallo Spinelli". (Uno degli indagati).
In questa gran bagarre popolata di uomini prepotenti e protetti e di umili offesi e derubati, già tante volte vissuta - la banca di Sindona, l'Ambrosiano di Calvi - che sporca di nuovo l'immagine del Paese, spunta una ventata di preoccupazione tragica e comica insieme: "Non è Tangentopoli, non è Tangentopoli", "Il passato del '92-'93 non torna, non può tornare". Ha scritto il direttore del Corriere della Sera: "Tranquilli: quello a cui assistiamo non ha niente a che vedere con lo spettacolo dei primi anni Novanta. Non ci sono magistrati in ascesa che si sentono investiti di una missione purificatrice, non c'è classe politica soccombente che si autopercepisce come fosse in fin di vita, né ci sono folle plaudenti davanti ai Palazzi di Giustizia e da casa non si fa vivo nessuno di quello che fu definito il popolo dei fax". (...) "Nessuno, proprio nessuno vuole tornare indietro di dieci anni. Neanche coloro che allora giudicarono benvenuta la tempesta innescata da Antonio Di Pietro". (...) "La storia non si ripete: alle porte (ed è meglio che sia così) non c'è nessuna stagione delle manette".
Non ricorda Mieli che sembra voglia anche rassicurare timorosi latitanti, che cosa è successo allora? I politici, gli imprenditori e i manager di Stato e delle aziende private che rubavano a man salva. I rappresentanti dei partiti - tutti, con varianti - Dc e socialisti in testa, che sedevano intorno a un unico tavolo e dividevano, secondo il metodo proporzionale, i soldi delle mazzette, per se stessi o per il partito o per l'uno e per l'altro. Non ricorda, per esempio, che un chilometro di passante ferroviario a Milano veniva a costare, fino al '92, 80 miliardi di lire, e dopo il '92, 45 miliardi? Adesso quelle ruberie sembra che non siano mai esistite e i magistrati sono diventati dei carnefici. In dieci anni e più non è stata approvata una sola legge per contrastare la corruzione che oggi ha assunto forme diverse, com'è ovvio. Tutto è più sofisticato nel mondo della finanza globale, piena zeppa di paradisi fiscali, di Isole Vergini.
A Mieli, senza nominarlo o neppure, ha risposto Eugenio Scalfari su la Repubblica di domenica scorsa: "Io penso onestamente che i magistrati oggi all'opera sullo scandalo delle Opa non facciano altro che muoversi sul tracciato di Mani pulite, che poi non fu altro che un più incisivo funzionamento delle Procure e della magistratura giudicante dopo anni di fin troppo evidente sonnolenza della giurisdizione nei confronti dei reati contro la corruzione pubblica elevata a sistema di governo. Errori e forzature furono certo commessi nelle inchieste di tredici anni fa e potranno esser commessi anche nello scandalo che abbiamo ora sott'occhi. Ma non tali da inficiare il risultato complessivo e finale. La magistratura di allora bonificò un terreno che la politica aveva lasciato imputridire per tutto il decennio degli anni Ottanta. Così oggi, perché anche oggi dobbiamo ai procuratori di Milano e di Roma e non certo alle forze politiche e al governo, se lo scandalo è emerso in tutti i suoi connotati".
L'equazione che viene fatta tra Banca di Lodi e scalata all'Antonveneta e Unipol e scalata alla Bnl non sta in piedi. I guasti e le truffe riguardano il primo caso. L'Unipol attende da mesi l'autorizzazione o il rifiuto all'autorizzazione della Banca d'Italia e il ritardo le nuoce profondamente. L'Unipol - anche se la sua scelta è certamente discutibile - non ha danneggiato nessuno. L'unico neo sono le cattive compagnie di Consorte, i suoi rapporti ambigui, non paragonabili però all'intruglio di Lodi. Certo, farebbe bene a dimettersi o almeno ad autosospendersi, Consorte. Per non dare alibi a nessuno. Per difendersi meglio. In nome delle cooperative, per rispetto del milione di uomini e di donne che ci lavorano e dei milioni di soci. Un atto dovuto, di natura etico-civile.
Berlusconi vigila come può fare un ossesso caduto nella polvere. A "Porta a porta", lunedì scorso, sembrava un pugile suonato. Con gli occhi piccoli, sempre chiusi anche quando parlava, vociava, discettava, interrompeva i presenti.
La solita solfa dissennata: tutti comunisti, nei giornali, alla Rai, a Mediaset, nei tribunali, forse anche alle Poste e telegrafi, nelle caserme dei lagunari, al pronto soccorso, nei conventi, nelle scuole, nelle università, negli asili della Repubblica. (Come si può solo pensare di togliere a uno così anche Palazzo Chigi?)



Draghi in Bankitalia: i dubbi del Cavaliere
Francesco Verderami sul
Corriere della Sera

"Draghi" è il nome anticipato da Fazio ai collaboratori il giorno in cui ha lasciato Palazzo Koch, "Draghi" è il nome che Gianni Letta cita durante le trattative, "Draghi" è il nome che pronuncia Casini, "Draghi" è il nome che Berlusconi ripete ascoltandolo dai suoi interlocutori. Solo che ogni volta il premier lo fa seguire da un punto interrogativo. "Draghi?". Perciò sarà vero che l'ex direttore generale del Tesoro ai tempi di Ciampi è ormai da molti pronosticato come il futuro Governatore di Bankitalia, eppure c'è qualcosa che non torna nella vicenda.
E che qualcosa non torni nella trattativa su Bankitalia lo s'intuisce dalle remore del Cavaliere, dal fatto che non ha ancora capito se sono attendibili le voci che gli sono giunte all'orecchio: "Ma è vero che avrebbe collaborato alla stesura del programma di Prodi? È vero che avrebbe offerto la disponibilità a diventare suo ministro dell'Economia?". Draghi è il nome che sta sulla bocca di tutti. Ma più passa il tempo, più sembra avvicinarsi la decisione, più si accumulano tossine e riserve mentali. Così può accadere quanto capitato ieri. Al mattino, nel corso del Consiglio dei ministri, il premier spiega agli uomini del suo governo che "sul futuro Governatore non ho ancora le idee chiare". Qualche ora dopo il suo vice, Fini, annuncia che il nome c'è, "lo so e lo sa anche Berlusconi ".E poco importa il vespaio che provoca la sortita del capo di An, le repliche polemiche dell'Unione, l'affannoso tentativo serale del portavoce del premier di rimediare allo scivolone. Quella frase scatena nella maggioranza e nell'opposizione la corsa all'interpretazione autentica.
È vero — come sostiene un autorevole esponente della Cdl — che Fini avrebbe così voluto offrire una sponda al Quirinale per "bruciare Draghi" e tenere ancora in lizza "la candidatura di Padoa Schioppa"? Ed è vero — come sostiene un altrettanto autorevole esponente dell'Unione — che Prodi avrebbe avuto dei "colloqui preliminari " con la maggioranza sui possibili candidati a Bankitalia? Da Palazzo Chigi rivelano che questo passaggio ci sarebbe stato, e che al leader dell'opposizione avrebbero "annunciato" una rosa di quattro nomi: Draghi, Padoa Schioppa, Monti eGrilli. Solo un annuncio, insomma, giacché la scelta è prerogativa del governo in concorso con il Colle, che fin dall'inizio ha imposto "un ruolo attivo" nella decisione.
Draghi è il nome considerato vincente nel Palazzo e, come in ogni occasione importante, anche stavolta fioriscono leggende più o meno verosimili. C'è chi è pronto a giurare che ieri il candidato prescelto sarebbe salito al Quirinale per un incontro riservato, segno inequivocabile di un'imminente investitura. Ma al momento non è stata nemmeno avviata la procedura di ratifica delle dimissioni di Fazio e Tremonti vorrebbe avere il benestare della Banca centrale europea sulla riforma, prima di formalizzare il passaggio di testimone a Palazzo Koch. Vorrebbe dire che "almeno fino al 3 gennaio" rimarrebbe tutto fermo. Come in un processo senza prove certe, è necessario attenersi agli indizi: sono due, ma sono contrapposti. Da una parte c'è l'accelerazione su Draghi, dall'altra quel "non ho ancora le idee chiare" del premier, che secondo un influente ministro va decrittato così: "Gianni Letta gli avrà sussurrato un nome che a lui non garba tanto".
Nella maggioranza sono evidenti le frizioni tra An e Udc, tra Fini e Casini, con la Lega a fianco di un Cavaliere ancora incerto. E in questa fase ognuno racconta brandelli di verità diverse. Per esempio, il vicesegretario dell'Udc, Tassone, sostiene che "nei giorni scorsi sembrava fatta per Draghi, poi le lobby di una parte del mondo finanziario e cooperativo si sono messe a spingere per Padoa Schioppa. Ma siccome quel nome non aveva chance presso Berlusconi, per intralciare il passo a Draghi hanno tirato in ballo Monti".

Riaffiora così l'eterno problema di Forza Italia, la mancanza di personalità da valorizzare nelle scelte di potere. Due giorni fa Saponara, sottosegretario azzurro, amico e avvocato del Cavaliere, ha offerto un'interpretazione buonista delle difficoltà di Berlusconi a muoversi in certe trattative: "Lui lo spoil system non l'ha mai applicato perché non ha mai saputo dire "quel posto è mio e dunque tocca a uno dei miei". E comunque per Bankitalia un nome suo non ce l'ha. Ecco perché continua a temporeggiare".


D´Alema e il conto per il leasing alla Bpi
Massimo Giannini intervista D'Alema su
la Repubblica

ROMA - Presidente D´Alema, prima di parlare di politica parliamo un po´ di barche.
"Una vicenda umiliante. Non trovo altre parole...".
L´aiuto io. Perché un conto proprio alla Bpi di Fiorani?
"Insomma. C´è una banca presso la quale un bel po´ di gente aveva rapporti privilegiati, affidamenti facili, plusvalenze di cui non si conosce la provenienza, e non si trova di meglio da fare che puntare il dito contro il presidente del primo partito italiano che ha un conto su quella stessa banca (suggerita per altro dal cantiere presso la quale è stata comprata la barca) sul quale transita esclusivamente la rata di un contratto di leasing assolutamente regolare, acceso a tassi di mercato. Sa qual è la vera notizia, in tutto questo?".
Qual è?
"Guarda caso, in mezzo al malaffare diffuso ci sono anche cittadini che hanno un rapporto normale e regolare con una banca. E invece questa verità viene rovesciata, e sono qui a dovermi difendere da un´accusa che non esiste. C´è in giro una banda di mascalzoni che intende colpire il più grande partito del Paese e la sua credibilità. Io lo sospettavo dall´inizio, ma a questo punto devo dire grazie. Perché come dicevano i latini, ex malo bonum. L´opinione pubblica ha finalmente aperto gli occhi. Ho ricevuto una gran quantità di messaggi di solidarietà. Da altri leader politici, ma anche da persone comuni. La preoccupazione di molti italiani, oltre tutto, è che ti possano venire a spulciare gli estratti del conto corrente non su ordine della magistratura, ma su indicazione di un partito politico e di un direttore di giornale. È una cosa da terzo mondo".
Prima le scarpe, poi la barca. Possibile che lei non ne azzecchi una?
"Il problema non sono le scarpe, su cui a suo tempo fu montata una falsità gigantesca. E non è nemmeno la barca, che non è affatto la "più bella del Mediterraneo", come ho letto su un giornale, ma una normale barca da regata. Il problema sono io...".
Cioè? C´è una persecuzione contro di lei "a prescindere"?
"C´è che ce l´hanno con me perché, come mi disse una volta l´Avvocato Agnelli, io risulto "indigesto", per la semplice ragione che, al contrario di molti altri leader politici, sono poco disponibile ad assecondare l´establishment".
Questo sarà anche vero, ma non ci sarà anche un problema di stili di vita, per un leader di sinistra come lei?
"Ma quale stili di vita! Non vivo nei lussi, campo del mio stipendio, dei proventi di qualche libro di successo, e di cause che vinco in tribunale".
Ma una rata mensile da 8.068 euro non è uno scherzo per un italiano normale.
"Infatti io non me la potrei permettere. La divido con i miei due soci. Ma vede, anche questo era noto. Era tutto noto. La stessa barca, gli stessi soci, la stessa storia. La domanda è: perché riviene tutto fuori adesso?".
Mi pare che la sua teoria sia il "complotto".
"No, il termine complotto viene usato per prendere in giro l´interlocutore. Ma è vero che siamo sotto attacco politico. E questo attacco ha ragioni molto profonde. Anche a sinistra, devo dire".
Si spieghi meglio.
"Sulla strada del partito democratico c´è una preoccupazione legittima. I Ds sono la prima forza del Paese. Questo può spaventare quanti temono la costruzione di una formazione che nasce sotto il segno della nostra egemonia. Ne dobbiamo tener conto. Ma poi c´è un altro ostacolo, più insidioso. È il permanere dell´anticomunismo. È l´odio verso il Pci e verso tutto quello che ha rappresentato nella storia di questo Paese. L´attacco sulla questione Unipol è il segno tangibile di questo pregiudizio, che incrocia itinerari umani e culturali del nostro passato. L´estremismo degli anni ´70, il rampantismo degli anni ´80, l´antipolitica degli anni ´90. Sono tre filoni politico-culturali che, guarda caso, hanno avuto sempre noi come bersaglio privilegiato, e quasi sempre gli stessi protagonisti. Ovviamente, sono il primo a distinguere questa tendenza da quella di chi, come per esempio Eugenio Scalfari, è stato anticomunista per tutto ciò che di negativo il comunismo ha rappresentato nella storia del mondo, la dittatura sovietica e il terrore staliniano, ma non per questo disconosce il contributo che il Pci ha dato alla democrazia italiana".
Lei allarga il discorso, ma il nocciolo della questione è un altro. Attraverso l´Unipol, voi avete orchestrato una scalata bancaria. È così o no? E perché siete stati timidi nel prendere le distanze da un´operazione sospetta?
"Non diciamo fesserie. Noi siamo stati i primi a chiedere le dimissioni di Fazio, e a invocare una riforma seria della Banca d´Italia. La nostra presunta "ambiguità" è un falso storico. Circola un teorema, e cioè che ci sarebbe un accordo politico spartitorio dietro le scalate, l´Antonveneta alla destra, la Bnl ai Ds e la Rcs a Berlusconi, e che noi quindi saremmo parte di questo maxi-inciucio. È una sciocchezza. Da qui nasce quella fitta trama di menzogne, e una campagna di discredito contro di noi. Io non conosco Fiorani, non ho mai visto Ricucci".
Giusto. Ma conosce fin troppo bene Consorte. Perché non prende una volta per tutte le distanze dal manager dell´Unipol? L´inchiesta, se non dimostra ancora il reato penale, conferma l´esistenza di una questione etico-morale, che non è più sostenibile. Come non lo era per Fazio, non dovrebbe esserlo per Consorte.
"Certamente sono tra quanti non apprezzano l´arricchimento facile e operazioni di tipo speculativo. Ma sarebbe ridicolo sostenere che, nel quadro dei manager italiani, questo problema riguardi solo Consorte, e bollare oggi come illecito ciò su cui la magistratura deve indagare e fare chiarezza. Ma detto questo, io voglio precisare una volta per tutte che Consorte è il manager di una grande società quotata in Borsa. Non è il braccio secolare del nostro partito, né una sezione di lavoro dei Ds. Non prende ordine né da me, né da Fassino. È chiaro?".

La rete delle alleanze intessute da Consorte è quanto meno discutibile.
"Senta, se i soci delle coop verificheranno che nel comportamento dei singoli ci sono errori o addirittura illeciti, ne trarranno le loro conclusioni, e prenderanno le loro decisioni. Io non mi sento di farlo ora. Aspetto di vedere come finisce questa storia".
C´è o non c´è una "questione morale" che vi riguarda?
"Non scherziamo. Nessuno deve permettersi di sollevare dubbi sul nostro partito. Quando Rutelli dice che dobbiamo liberare la politica dai collateralismi io sono perfettamente d´accordo. Anche per questo è importante la nascita del partito democratico. In una società complessa gli interessi in campo premono sulla politica, che deve essere forte per respingere tutti i condizionamenti, e sottolineo "tutti". Voglio rassicurare i nostri alleati: i Ds sono già ora una forza libera da condizionamenti. Ho apprezzato molto l´editoriale di Europa di ieri: siamo tutti, davvero, sulla stessa barca. E quella che ci vede insieme, noi e la Margherita, è infinitamente più grande e importante della mia. Semmai questa storia, quando sarà finita, dovrebbe essere l´occasione per una riflessione più generale".
Facciamola subito, questa riflessione.
"È chiaro che questo scandalo fa emergere il nodo di fondo del Paese, che è anche la fragilità e la trasparenza del nostro sistema finanziario. Questo è un problema, anche perché per rilanciare l´economia italiana avremo bisogno di un sistema industriale e creditizio solido. La riorganizzazione del sistema bancario si è bloccata, non è all´altezza delle sfide che ci aspettano. Si è dimostrato condizionato da logiche di potere molto forti, da cui lo dobbiamo liberare. Anche per questo, credo che prima o poi si dovrà introdurre il divieto per le banche di possedere giornali".

Senta un po´: ma perché non la vende, questa barca? Aiuterebbe a risolvere qualche problema, no?
"Non ci penso per niente. Io non ho nulla da rimproverarmi, e nulla di cui mi debba vergognare, tanto meno la mia passione per la vela e per il mare. Preferisco fare sacrifici per avere una mia barca, piuttosto che farmi portare su quelle dei signori".


I Ds e le Coop. Fine di un'era
Sergio Romano sul
Corriere della Sera

L'imbarazzo dei Ds è comprensibile. Dopo avere agitato la "questione morale" e proclamato con una certa arroganza le loro superiori virtù civili, sono costretti a leggere nei giornali che anche il loro partito, come quello di Bettino Craxi negli anni Ottanta, ha subito una specie di "mutazione genetica".
Qualcuno si ribella e denuncia l'esistenza di un complotto. Altri respingono le accuse e rifiutano qualsiasi confronto con gli avversari. Altri ancora accennano a un "mea culpa", ma per ragioni soprattutto di stile, e credono che per uscire da questo brutto sogno basti tornare all'austerità di un tempo.
So che i consigli provenienti dall'esterno non sono generalmente graditi. Ma proverò a dire le ragioni per cui queste reazioni mi sembrano sbagliate e controproducenti.
Credo che i Ds farebbero bene, anzitutto, a sbarazzarsi dell'idea di un complotto. All'epoca di Tangentopoli molti procuratori avevano forti ambizioni e speravano di costituire una specie di Collegio dei censori al servizio della pubblica moralità. Oggi non danno interviste, non partecipano a dibattiti, non si vestono e si svestono di fronte alle telecamere. Può darsi che pecchino ogni tanto di troppo zelo, ma fanno le loro indagini con il piglio e lo stile dei loro colleghi americani, inglesi, francesi o spagnoli.
Piaccia o no, questa è la democrazia moderna. Ne sanno qualcosa Giulio Andreotti, Bill Clinton, François Mitterrand, Helmut Kohl, Gerhard Schröder e persino Tony Blair. Non vedo perché iDs dovrebbero considerarsi al di sopra di ogni sospetto e trattare ogni indagine alla stregua di un delitto di lesa maestà.
In secondo luogo dovrebbero rendersi conto che certe abitudini del passato sono diventate oggi inaccettabili e pericolose. L'osservazione è diretta in particolare a Piero Fassino e per certi aspetti a Massimo D'Alema. Quando i lettori appresero, nel corso dell'estate, che Giuseppe Consorte, presidente di Unipol, informava per telefono il segretario dei Ds sullo sviluppo dell'operazione per l'acquisto di Bnl, Fassino, risentito, ricordò i rapporti di solidarietà e vicinanza che legavano il suo partito al grande movimento cooperativo.
Commise un errore e ne intuisco le ragioni. Sapeva che i grandi partiti operai europei, a cominciare dalla socialdemocrazia tedesca, avevano incoraggiato fin dall' Ottocento la nascita nella loro società nazionale delle istituzioni tipiche di una futura economia socialista: cooperative, banche, case editrici, edilizia popolare. Ma nel momento in cui rivendicava il diritto di avere con il presidente di Unipol un rapporto organico, Fassino non sembrava rendersi conto che il quadro, nell'Europa del mercato unico, era ormai profondamente cambiato.

Fassino avrebbe dovuto comprendere che Consorte non era più l'uomo delle cooperative: era un banchiere come gli altri, inevitabilmente destinato a trattare i suoi affari con la stessa libertà a tutto campo di molti dei suoi colleghi. E in tal modo avrebbe risparmiato a se stesso l'imbarazzo di questi giorni.


Decoder, Berlusconi sotto accusa
Natalia Lombardo su
l'Unità

Conflitto d'interessi. Sotto l'albero di Natale Silvio Berlusconi si ritrova un'indagine dell'Antitrust sui fondi previsti nella Finanziaria come sostegno all'acquisto dei decoder per il digitale terrestre. E sul mercato ci sono i decoder prodotti dalla società di Paolo Berlusconi, fratello del presidente del Consiglio.
Il conflitto d'interessi salta agli occhi per l'aver posto la fiducia sulla Finanziaria 2006: il capo del governo non poteva non sapere che nella "manovra" era contenuto anche il sostegno ai decoder, fondi che arriveranno anche alla società Solari.com, controllata al 51% da Paolo e Alessia Berlusconi, attraverso la società finanziaria Pbf srl.
Sul conflitto d'interessi a sollecitare l'Antitrust è stata prima un'interrogazione del senatore Dl, Luigi Zanda sul sostegno ai decoder prodotti da Paolo Berlusconi (come rivelato dall'Unità), e poi un esposto dei capigruppo dell'Unione sulla fiducia alla Finanziaria. Presentato il 20 dicembre scorso, dopo il voto sul maxiemendamento che conteneva anche i 10 milioni di euro per i decoder: "Con la fiducia sulla legge finanziaria, l'on. Berlusconi si è assunto la responsabilità di atti governativi a favore anche del fratello", è la denuncia dei capigruppo, in primis il ds Luciano Violante. Per la legge il presidente del Consiglio è responsabile di un "atto governativo" e non può non sapere cosa contiene la "manovra". Violante chiese conto in aula al ministro Giovanardi, ma il fatto che Berlusconi fosse assente nel consiglio dei ministri in cui venne decisa la fiducia, per la legge è "ininfluente".
L'interrogazione di Zanda del 7 novembre partiva dal caso Sardegna e Val D'Aosta: grazie ai ripetuti sostegni, 110 milioni di euro, "da gennaio a luglio 2005 i decoder digitali Amstrad hanno conquistato la sesta posizione su 22 nel mercato e il fatturato della Solari.com è improvvisamente raddoppiato (141 milioni di euro). Fatalità, dal gennaio 2005 la Solari. com produce decoder e Mediaset lancia la pay per view .
L'indagine è una tegola che piomba su Berlusconi alla semi vigilia di Natale, quando al Senato è passata la Finanziaria con altri due voti di fiducia. Il procedimento è stato aperto ieri dal collegio dell'Autorità che vigila sulla concorrenza e il mercato, presieduta da Antonio Catricalà, ex segretario generale di Palazzo Chigi ma anche magistrato amministrativo che ha lavorato come tecnico con vari governi. Il procedimento, di fatto, è un atto dovuto.
È la prima volta che l'Antitrust apre un'indagine sul conflitto di interessi di Berlusconi, nonostante nella legge annacquata votata dalla Cdl sia una delle Autorità preposte a vigilare sul conflitto stesso. L'indagine potrebbe durare uno o due mesi, certo il rilievo è più politico che altro: l'Autorità, se accerta il conflitto d'interessi deve solo presentare una relazione al Parlamento; sono previste sanzioni, semmai, per "l'impresa facente capo al titolare di cariche di governo, al coniuge o ai parenti entro il secondo grado" o da questi controllate, quando si accertano "comportamenti diretti" da cui hanno tratto vantaggio.
Già ieri sera parte la controffensiva di famiglia (e di Palazzo): Paolo Bonaiuti, portavoce del premier, è categorico: "Siamo sicuri che sarà dimostrata tutta l'inesistenza del conflitto d'interessi e tutta l'inconsistenza dell'addebito". Segue poi Paolo Berlusconi: "È una questione ridicola, si spiega solo con la malafede di chi vuole strumentalizzare dati inoppugnabili". I decoder, afferma, rappresentano solo "il 3%" della produzione Solari.com "e meno del 2% del fatturato globale del mercato dei decoder".

Zanda apprezza il lavoro dell'Antitrust e si chiede: "Basta uscire dieci minuti dal consiglio dei ministri e sparisce il conflitto d'interessi?". Il caso più clamoroso quello sulle assicurazioni e il Tfr.
Il ds Violante apprezza l'apertura dell'indagine Antitrust, seguita all'esposto: "Il groviglio d'interessi economici" del premier "è diventato un peso insostenibile per la credibilità del paese" e ricorda l'istruttoria della Comissione europea sugli aiuti di Stato al digitale terrestre nelle Finanziarie 2004- 2005.



Il peccato originale del Cavaliere
Giovanni Valentini su
la Repubblica

Corre sul binario Roma-Bruxelles, come un treno ad altissima velocità, il conflitto di interessi del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Se la Commissione europea ha avviato un´indagine sugli incentivi pubblici per i decoder della tv digitale terrestre, sospettando che questi siano "aiuti di Stato" in grado di falsare la concorrenza, anche l´Antitrust italiana ha deciso opportunamente di aprire un procedimento sulla stessa materia in forza della legge Frattini. E così il "peccato originale" del nostro premier diventa un caso internazionale che certamente non rafforza il prestigio dell´Italia in Europa e nel mondo, al contrario di quanto vagheggiano i cartelloni elettorali del Cavaliere sorridente.
Per la prima volta, dunque, il conflitto di interessi che fa capo a Berlusconi viene messo allo scoperto, denunciato, contestato, come una vergogna nazionale che macchia il governo in carica. Una buona parte degli italiani, compresi tanti che alle ultime elezioni avevano votato per il centrodestra, si sono resi conto in questi ultimi anni che gli affari del presidente del Consiglio – televisivi e giudiziari - hanno avuto il sopravvento su tutto il resto. Adesso arriva anche la convalida da Bruxelles, con un´iniziativa formale che – comunque si risolva – implica già una censura sul piano politico.
Di fatto, la Commissione europea accusa il governo italiano di aver favorito e accelerato l´introduzione del sistema digitale con finanziamenti pubblici che, sebbene previsti dalla stessa Ue, nel nostro caso distorcono il mercato e danneggiano di conseguenza le altre piattaforme televisive. Una violazione, insomma, di quella "neutralità tecnologica" che deve salvaguardare la concorrenza con la tv via satellite e via cavo. Basterà ricordare che giusto due anni fa, il 23 dicembre 2003, palazzo Chigi emanò in tutta fretta un decreto-legge "ad aziendam" per salvare Retequattro ed evitare all´emittente "eccedente" di Mediaset l´abbandono delle frequenze terrestri imposto dalla normativa antitrust.
In parallelo con l´iniziativa di Bruxelles, e forse in qualche misura stimolata da questa, a Roma l´Autorità garante per la concorrenza e per il mercato apre contro Berlusconi un procedimento che riguarda un aspetto per così dire più "familiare" della stessa vicenda. Tra le aziende che commercializzano e distribuiscono i "decoder di Stato", c´è infatti anche la Solari.com, una società controllata dal fratello Paolo. Un doppio affare, quindi, per tutta la famiglia: il "grande fratello" eroga (a spese nostre) gli incentivi e incamera (a vantaggio suo) il passaggio al digitale che chissà quando avverrà completamente; il "piccolo fratello" nel frattempo vende i decoder con il marchio Amstrad e incassa i soldi, nostri e dello Stato.
Hanno un bel dire i portavoce di Mediaset che le aziende autorizzate a distribuire questi apparecchi sono una quarantina e che la Solari di Paolo Berlusconi ha una quota di mercato intorno al due per cento. La verità è che l´affare di famiglia realizza un palese conflitto di interessi, anche indipendentemente dal suo valore economico e commerciale. A maggior ragione se risultasse vero che in alcune regioni, come per esempio la Sardegna, i decoder Amstrad (di Paolo) sono offerti a pacchetto insieme alla carta prepagata per vedere i programmi digitali trasmessi da Mediaset (di Silvio & PierSilvio).
Alla presidenza del Consiglio non è bastato sostenere che il maxi-emendamento alla finanziaria 2006, in cui sono compresi anche gli incentivi per i decoder, è stato "istruito e presentato" dal ministro dell´Economia, Giulio Tremonti. Su insistenza del senatore della Margherita, Luigi Zanda, l´Antitrust ha dovuto riconoscere che il presidente Berlusconi aveva fatto proprio il provvedimento con la decisione di chiedere il voto di fiducia a palazzo Madama. E la stessa Autorità non ha potuto ignorare la convergenza unanime dei capigruppo parlamentari dell´opposizione, pronti eventualmente a contestare una omissione di atti d´ufficio.



Rapporto dal Kosovo
Sommario sul
Corriere della Sera

Sono passati quasi sette anni dalla crisi del Kosovo.

Pochi sanno che da allora il Kosovo è diventato una polveriera pronta a riesplodere, e che in queste settimane prende il via una trattativa patrocinata dall'Onu sul tema dell'indipendenza kosovara. Pochi si accorgeranno, temiamo, del viaggio che il ministro degli Esteri Fini compirà tra Natale e Capodanno a Belgrado, Pristina e Tirana. Peccato. Perché è gran tempo che l'Italia definisca una sua linea operativa nella vicenda del Kosovo. E anche perché nessun periodo festivo e nessun clima politico da campagna elettorale dovrebbero indurci a trascurare il fondamentale interesse strategico che l'Italia porta all'affermazione di una pacifica stabilità sull'altra riva dell'Adriatico.
Il Kosovo è virtualmente ostaggio della risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza, adottata nel giugno del 1999 dopo undici settimane di bombardamenti Nato sulla Serbia e sullo stesso Kosovo. Si tratta di un capolavoro di ambiguità diplomatica: il Kosovo fa ancora parte della sfera della sovranità serba, ma dispone di una "autonomia sostanziale" e vedrà stabilito, un giorno, il suo status definitivo. Quel giorno è ora arrivato, e l'ex presidente finlandese Ahtisaari agisce già da rappresentante speciale di Kofi Annan.
Negli anni trascorsi dalla fine della guerra, però, le condizioni sul terreno sono cambiate. Il Kosovo si è dato una moneta (l'euro) diversa da quella serba, ha creato un sistema penale separato, ha dato ai suoi cittadini di origine albanese propri documenti di identità, ha organizzato elezioni municipali con l'assistenza dell'Onu. L'indipendenza ormai più che chiesta viene pretesa, Rugova si comporta da presidente eletto di uno Stato come gli altri, e la riconciliazione con la minoranza serba (in diverse zone protetta dai nostri soldati) appare lontanissima. Dopo la guerra 150 mila serbi sono fuggiti, i circa 90 mila rimasti hanno dovuto talvolta sperimentare una "pulizia etnica" a parti rovesciate e i monasteri ortodossi, culla storica della religione di tutti i serbi, devono essere presidiati militarmente per non finire in fumo.
Sul fronte opposto, quello di Belgrado, la radicalizzazione non è minore. In disaccordo su quasi tutto, il presidente Tadic e il premier Kostunica difendono la stessa posizione quando si parla di Kosovo: l'indipendenza sarebbe illegale e anche pericolosa perché innescherebbe una micidiale reazione a catena in tutti i Balcani, la Serbia può accettare "qualcosa di più dell'autonomia e qualcosa di meno dell'indipendenza" (formula che non è mai stata riempita di contenuti), l'Occidente sbaglierebbe a sottovalutare i focolai di criminalità organizzata esistenti in Kosovo e via di questo passo.
Dove può portare, allora, una trattativa volta a sbloccare sei anni di pace fredda che minacciano di sfociare in nuovi conflitti? Gli Stati Uniti non rinunciano a una certa prudenza di linguaggio ma sono favorevoli all'indipendenza. Anche perché il Kosovo viene visto come trampolino strategico verso le zone calde del Medio Oriente e dell'Asia Centrale. Più possibilisti sono gli europei, e anche più interessati ad evitare che mosse sbagliate o intempestive possano riaccendere un focolaio che poi toccherebbe soprattutto a loro di spegnere. Ma il tempo delle prudenze generiche è ormai esaurito.
La via maestra consiste in una "indipendenza di serie B" del Kosovo (per dirne una, niente seggio all'Onu), con una forte garanzia internazionale sulla tutela della minoranza serba, sulla protezione dei monasteri ortodossi e sull'accesso ai luoghi di culto. I kosovari albanesi protesteranno che questa non è piena indipendenza e dunque non basta. I governanti serbi rifiuteranno di avallare una "indipendenza condizionata" che sarebbe comunque difficile da vendere ai propri nazionalisti. Ma ad entrambi gli europei, e Fini in particolare a nome dell'Italia, dovrebbero spiegare che senza un minimo di compromessi nessun accordo potrà essere patrocinato dalla comunità internazionale e nessuna prospettiva di adesione alla Ue resterà valida. Al punto in cui siamo occorre parlare chiaro e farsi ascoltare, nella speranza che gli americani non facciano un discorso diverso.


  23 dicembre 2005