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sulla stampa
a cura di G.C. - 22 dicembre 2005


Risparmio, fiducia sulla riforma
E.P. su
la Repubblica

ROMA - Il "caso" Banca d´Italia sarà discusso oggi al consiglio dei ministri. Il governo chiede un triplo voto di fiducia sul disegno di legge di riforma del risparmio che contiene gli emendamenti per la nomina del successore di Antonio Fazio, le norme sul falso in bilancio, rese meno severe e l´obbligo di un parere congiunto Bankitalia-Antitrust su fusioni e acquisizioni bancarie. Il voto alla Camera è atteso per il pomeriggio, venerdì toccherà al Senato. Sia il vicepremier Gianfranco Fini che il presidente del Senato, Marcello Pera, si dicono fiduciosi che il provvedimento sarà approvato definitivamente prima di Natale. Pera aggiunge anche che Fazio "è una persona più che rispettabile", rimasto però "vittima di rapporti personali e di indiscrezioni pubblicate sui giornali". In passato lo aveva criticato.
Tutti compatti, allora? Qualche crepa s´intravede se è vero che il parlamentare Maurizio Eufemi (Udc) dichiara di non capire "tutta questa fretta". Aggiunge il ministro leghista Roberto Maroni: "Siamo soddisfatti all´80% ma voteremo la fiducia". Al suo partito non piacciono le modifiche che riguardano la concorrenza bancaria. Com´è ovvio, l´Unione non ci sta perché contraria alle norme sul falso in bilancio. Ma il ministro dell´economia, Giulio Tremonti, rassicura tutti: "Avremo una buona legge e un buon governatore". Durissimo il suo giudizio su Fazio: "Troppo potere", troppo "misterioso". Era "un intoccabile".
In attesa del voto, il governo tratta sul nome del successore. Il sottosegretario alla presidenza Paolo Bonaiuti smentisce che Silvio Berlusconi sia alle prese col toto-nomine. Tremonti rifiuta di far nomi. Dice solo che sarà "una persona capace, onesta, perbene". L´Unione attende proposte che non arrivano. Fini promette che, sulle candidature, "l´opposizione sarà sentita" E il Quirinale scruta la situazione: si sa che Ciampi tiene moltissimo all´equilibrio della Banca d´Italia, dove ha lavorato una vita; sulla poltrona di governatore vorrebbe un fuoriclasse, preparato e rispettato, in Italia e in Europa. Secondo il nuovo meccanismo previsto dal ddl, la nomina del governatore spetta al presidente della Repubblica su proposta del governo. Il prescelto, dura in carica 6 anni e il suo mandato è rinnovabile.
Incertezza anche sui tempi della nomina, legati all´esito della fiducia e dunque al licenziamento definitivo del ddl risparmio che giace in Parlamento da un biennio. C´è chi dice entro l´anno, chi pronostica all´inizio del 2006. Ma "una nomina rapida è nelle cose", assicura il ministro Mario Baccini. Dopo il voto, il governo trasmetterà il testo della riforma alla Bce: sondata per tempo, la Banca centrale europea è orientata a dare il suo benestare.
A via Nazionale intanto debutta il "sostituto governatore" Vincenzo Desario, per anni direttore generale. Nel primo giorno vero senza Fazio, passato a palazzo Koch nel pomeriggio solo per raccogliere le sue carte, Desario ha cercato di sbrigare tutte le pratiche.



Candidati, il Cavaliere guarda a Monti
Francesco Verderami sul
Corriere della Sera

ROMA — "Per la Banca d'Italia Berlusconi punterà su Monti". Due giorni fa, la confidenza di Lunardi era subito parsa al dirigente del centro-sinistra un'anticipazione più che un pronostico personale. E ieri, ripensandoci, l'esponente dell'Unione se n'è persuaso: il tono di voce e soprattutto il ragionamento svolto dal ministro a sostegno della tesi sono parsi indizi rilevanti. Il titolare delle Infrastrutture è stato generoso nei dettagli e all'interlocutore ha spiegato il motivo per cui il premier "è orientato" verso l'ex rettore della Bocconi: "In fondo, tra i tanti candidati, con lui ha mantenuto un legame.
Nel '94 lo scelse come commissario europeo e tempo fa lo voleva come ministro dell'Economia. In più, nominandolo successore di Fazio, eviterebbe il rischio di trovarselo contro in campagna elettorale. E poi magari anche al governo". Non è dato sapere se il rappresentante dell'opposizione abbia riferito quel colloquio ai suoi leader, è certo però che Prodi, Rutelli e Fassino sono convinti che il Cavaliere "non è intenzionato a coinvolgerci " nella trattativa sul Governatore. Al momento la partita ha come protagonisti solo Palazzo Chigi e Quirinale, ed è Letta che sta svolgendo la mediazione con il Colle. Se con il Professore il telefono tace, non è solo perché Berlusconi vuol mettere l'avversario dinanzi al fatto compiuto, riducendo il suo margine di azione.
Il fatto è — per usare le parole di un autorevole esponente azzurro—che "il premier è in imbarazzo, perché i nomi che gli vengono proposti non gli piacciono. Ma non sa come evitarli, visto che non ha un proprio candidato. C'era Siniscalco, ma appena Tremonti l'ha saputo ha fatto fuoco e fiamme". La rosa dei possibili successori a Fazio sarà pure "di alto livello", come lo stesso Berlusconi ha detto ieri, ma quella rosa non lo convince. A cominciare da Padoa-Schioppa, su cui punta Prodi, e che trova buoni uffici al Quirinale e dentro Bankitalia. Le quotazioni dell'ex vicedirettore dell'Istituto erano ieri talmente alte nei palazzi della politica che anche i bookmakers inglesi hanno iniziato ad accreditarlo come favorito. Il premier, però, non ha cambiato idea. Non solo.
Ha iniziato a far resistenza anche quando gli è stata prospettata l'alternativa di Draghi. L'ex direttore generale del Tesoro ai tempi di Ciampi è stato sondato da sherpa istituzionali, offrendo la propria disponibilità. Ma il Cavaliere nicchia, e per capire il suo umore basta ascoltare l'azzurro Denis Verdini, uno dei cavalieri alla corte del Cavaliere: "Draghi siede nel board di una banca internazionale, ed è l'autore della legge sull'Opa che venne criticata dall'Europa ". Più chiaro di così. "Ma non si può porre il veto a tutti", commenta l'udc Tabacci, e tanto basta per capire che una parte del Polo fa il tifo per Draghi. Anche nell'Unione c'è chi invita Prodi ad accogliere questa eventuale scelta, pur di evitare una "sorpresa" di Berlusconi.
Già, ma chi? Sul sito "Terzarepubblica", Enrico Cisnetto ha avanzato il nome di Martino, epperò il ministro della Difesa non sembra essere in corsa, lo s'intuisce da una delle sue solite battute, regalata ai collaboratori: "Ho fatto l'economista perché il mio sogno era diventare un giorno Governatore e firmare le banconote. Ma ormai il Governatore le banconote non le firma più". Come in un gioco dell'oca si ritorna a Monti, già sostenuto dalla Lega. E un indizio in tal senso potrebbe essere la smentita diramata ieri sera con inusuale tempestività da Palazzo Chigi, appena le agenzie hanno fatto trapelare l'orientamento di Berlusconi verso l'ex commissario europeo. È una mossa imposta dall'esigenza di non far irritare Ciampi, con il quale è in atto una trattativa complicata, che non riguarda solo il sostituto di Fazio ma anche una norma contenuta nella riforma del risparmio. Su questo punto si è soffermato Prodi al vertice dell'Unione.
Il Professore è contrario alla rinnovabilità del mandato per il Governatore, che a detta di Bertinotti sarebbe così "posto sotto ricatto". Prodi l'ha definita "una norma luciferina", e i suoi alleati gli hanno affidato "mandato pieno" perché manifesti le perplessità della coalizione a Ciampi. E Ciampi sarebbe assai sensibile all'argomento.



Ricucci, il finto ingenuo del quartierino
Giuseppe Turani su
la Repubblica

L'attrice Anna Falchi, che lo ha sposato, con un certo coraggio, in comunione dei beni, sostiene che Stefano è un bravo ragazzo, molto onesto, e soltanto un po' ingenuo. Questa della Rcs, aggiunge poi la signora è stata la sua prima operazione nel mondo dell'alta finanza, e qualcosa è andato storto. Adesso, conclude, lui vorrebbe vendere le azioni Rcs, ma perché nessuno gliele compra? Insomma, ingenuo lui, e ingenua anche lei.

In verità Stefano Ricucci è tutto meno che un ingenuo. Nel giro di pochissimi anni, partendo da un pezzo di terreno che gli avevano lasciato i genitori in un paesino fuori Roma, ha messo insieme un patrimonio di varie centinaia di milioni di euro.
O, forse, un patrimonio di alcuni miliardi di euro (a sentire lui, quando era sulla cresta dell'onda). Come questi soldi sono stati fatti non è mai stato chiarito fino in fondo.
Si sa che il grosso viene fuori da operazioni immobiliari, cioè dalla compravendita di immobili. Operazioni che, si sa, sono per la loro stessa natura sempre un po' misteriose e un po' discrezionali. E infatti abbiamo appena visto che una di queste operazioni ha creato un terremoto dentro la Confcommercio di proporzioni quasi bibliche, con un presidente, il Sergio Billè, indagato e perquisito come un malfattore qualsiasi, e con tutta l'organizzazione confusa e incerta.

Ma Ricucci, affari immobiliari a parte, tanto ingenuo non era. I suoi affari con il duo Fiorani-Gnutti risalgono a molto tempo fa e hanno i contorni, se non della truffa, certamente dell'ingegnosità. Con azioni e immobili che girano fra i tre come una trottola, e con i soldi che alla fine saltano fuori dall'unico posto possibile: e cioè dalla casse dell'allora Banca Popolare di Lodi, cioè dalle tasche dei correntisti della Lodi.
Poi c'è quel suo abilissimo infilarsi dentro la scalata alla Bnl, un'operazione dalla quale esce con vari milioni di euro di plusvalenza. E' vero che in quella stessa occasione Francesco Caltagirone (costruttore e padrone del Messaggero) non vuole avere niente da fare con lui e contesta persino che abbia diritto al titolo di immobiliarista.

Insomma, il Ricucci mostra già nei suoi esordi due abilità:
1) Si muove con grande disinvoltura nel mondo degli immobiliaristi, un mondo di furbi e molto scivoloso. Per lungo tempo in questo mondo, dove tanti sono crollati dopo due operazioni, lui sta a galla e fa moltissimi milioni (tanti da ordinare un jet privato, poi restituito perché gli affari sono andati male, dopo la prima rata).

2) Ha un talento particolare nell'individuare quelli che poi lui stesso chiamerà "i furbetti del quartierino", cioè Fiorani e Gnutti. E da loro si fa subito accettare. Si fa accettare talmente bene da Fiorani che, alla fine, salterà fuori che a finanziare l'insensata scalata alla Rcs è stato proprio il banchiere di Lodi, con diverse centinaia di milioni di euro.

Ma sarà proprio per eccesso di furbizia che Ricucci troverà la sua fine. Sarà la scalata alla Rcs. Nessuno ha ancora capito bene che cosa contava di fare. Probabilmente qualcuno gli aveva detto (Gnutti? Fiorani?) che il patto di sindacato della Rcs era vicino alla fine, che l'establishment era diviso e pronto a gettare la spugna. E lui aveva voluto prenotarsi un posto in prima fila per il day-after del "Corriere", con l'idea magari di rivendersene un po' dopo, con qualche lauto guadagno. Oppure, si era convinto che tutto il vecchio capitalismo italiano stava franando e che il futuro sarebbe stato appunto dei furbetti. Quando avessero avuto in mano la Bnl, la Popolare di Lodi (già loro) e l'Antonveneta, con in più la protezione totale del Governatore Fazio (e l'amicizia della potente Unipol), chi avrebbe osato negare loro le chiavi di via Solferino?

Ma niente è andato come pensava Ricucci. La scalata alla Rcs si è rivelata quasi subito come una stupidaggine (che alla fine costerà all'ex odontoiatra almeno 200 milioni di euro). Il patto di sindacato Rcs ha tenuto. I furbetti hanno fatto una seri di passi falsi e sono arrivati i magistrati e le guardie di finanza, con le loro micidiali microspie e le loro intercettazioni.

Da quel momento il mondo dei furbetti e di Ricucci ha cominciato a rotolare verso l'abisso.

Ricucci, per la verità, lo aveva capito già da qualche settimana, quando, una mattina, si era presentato nello studio dell'avvocato Vittorio Ripa di Meana, dicendogli: "Faccia lei quello che può". Il più sorpreso, quella mattina, era proprio l'avvocato. Ripa di Meana non è una persona qualsiasi, non è un avvocato pronto a nascondere, a omettere, a fare confusione per il suo cliente. In più è anche un personaggio con buoni agganci con tutto l'establishment italiano. Spiega a Ricucci che non ci saranno sconti. E Ricucci accetta. Perché? Perché al punto in cui sono arrivate le cose, l'unica strada è quella di presentarsi davanti ai magistrati e all'opinione pubblica con una faccia presentabile (quella di Meana) e con un'aria assolutamente dimessa, senza più nessuna arroganza.

E infatti Meana manda tutti a casa, Ricucci e i suoi tirapiedi. E mette gente nuova al comando dell'impero un po' confuso di Ricucci. Chiama i revisori dei conti.
Insomma, mette il suo assistito sulla strada della verità o, almeno, della trasparenza dei conti e delle operazioni. E lascia anche capire che il patto di sindacato, per ora, ha assai poca intenzione di tirarlo fuori dai guai comprandogli le famose azioni Rcs rastrellate con i soldi di Fiorani in vista di chissà quale cataclisma capitalistico.
Ricucci accetta tutto e accetta, soprattutto, di sparire dalla circolazione. Non rilascia più interviste, non dice più che arriverà al 30 per cento di Rcs, non dice più che lancerà un'Opa sul Corriere. La carriera di Ricucci, a essere sinceri, finisce proprio quella mattina, nello studio di Vittorio Ripa di Meana. Quella è la resa del più furbo dei furbetti.

Poi, due giorni fa, l'ex odontoiatra comincia a sentire un tintinnio di manette. Lo sente lui perché lo sentono tutti. Dopo Fiorani e soci, a chi può toccare se non a lui? Il ragazzo, benché ingenuo (come sostiene la moglie) ne ha combinate tante e per tanto tempo.
Ecco, allora, una replica della scena già fatta nello studio dell'avvocato Meana. Solo che quella l'ha già fatta. Adesso ci vuole una scena madre: e quindi si precipita dai magistrati. E dice: voglio parlare. E anche lui comincia a parlare, a parlare, a parlare. Probabilmente cercherà di mettere nei guai qualche altro furbetto, per allontanare qualche responsabilità da se stesso.



In difesa di D'Alema
Pierluigi Battista sul
Corriere della Sera

Il rischio è che la semplice intestazione di un conto presso la filiale romana della Banca Popolare Italiana possa diventare il pretesto per una gogna mediatica ai danni di Massimo D'Alema. Il pericolo è che da una rata mensile di 8.068 euro per il leasing di una barca si tragga alimento per una campagna di crocifissione politica del presidente dei Ds. Certo, in omaggio alla trasparenza e per diradare preventivamente ogni nebbia malevola sul suo nome, D'Alema avrebbe potuto seguire l'esempio di Luciano Violante il quale, prima che la vicenda finisse sui giornali, ha voluto dar pubblicità a un suo abboccamento con Gianpiero Fiorani.
Ma si tratta solo di sensibilità istituzionale dell'ex presidente della Camera, di uno scrupolo forse eccessivo, e però lodevole. Ciò che non è concepibile è che, ricavando conclusioni affrettate dall'esistenza di un conto bancario (in cui, come ha scoperto Repubblica, approdavano le somme per il bonifico attinte da un altro conto aperto presso la Unipol), venga strumentalmente messa sul banco degli accusati nientemeno che un'umanissima (sia pur elitaria) passione nautica di Massimo D'Alema per imbastire un'offensiva dalle tinte sgradevolmente moralisti- co-pauperistiche e addirittura per insinuare implicazioni giudiziarie a carico di un esponente di punta dei Democratici di sinistra.
Il polverone mediatico sul "leasing di D'Alema", del resto, è destinato a produrre l'effetto opposto, impedendo una disamina serena del vero (dal nostro punto di vista) "errore" concettuale e politico che ha impedito al presidente dei Ds di cogliere i contorni autentici del terremoto bancario e finanziario di questi mesi. Nell'agosto scorso D'Alema, in una oramai celebre intervista al Sole 24 Ore, per sostenere le gesta di una nuova e spregiudicata leva di "capitani coraggiosi", decise di ergersi a difesa non solo di Giovanni Consorte (accreditando i pregiudizi più triti sulle finalità della cosiddetta "finanza rossa"), ma di tutti indiscriminatamente i protagonisti (compreso chi, come Emilio Gnutti, era stato già condannato per insider trading) di scalate turbolente e assalti avventurosi. Però, nella foga di quell'arringa difensiva tanto appassionata quanto generosa nei confronti di chi, sempre a nostro parere, non meritava un simile autorevole scudo, forse non ebbe il tempo di capire che in questo modo non si faceva altro che esulcerare il già acuto disagio del suo stesso partito. Parve ai più che D'Alema cercasse di trascinare i Democratici di sinistra in un'azione di sostegno acritico nei confronti dell'Opa Unipol sulla Banca Nazionale del Lavoro, anche se l'affiorare di una vasta e qualificata area di recalcitranti, di critici e di aperti oppositori sotto e nei dintorni della Quercia ha messo in luce in quel partito una vena di robusta dialettica democratica.

Questa è la sostanza della critica politica all'atteggiamento tenuto da D'Alema nella vicenda. Da qui alla pratica dei processi sommari e senza fondamento ce ne corre. Per non parlare delle inquisizioni predisposte per condannare senza appello lo stile di vita di un personaggio politico e persino le sue predilezioni che si esprimono nell'insindacabile gestione del tempo libero. Uno spirito inquisitorio che appare il sintomo di uno scadimento della lotta politica di cui non si sentiva il bisogno. Il polverone impedisce l'esame sereno del vero "errore" Nella condanna dello stile di vita sta lo scadimento della lotta politica


Banche, sulla concorrenza poteri all'Antitrust
Mario Sensini sul
Corriere della Sera

ROMA - Una rivoluzione. Quasi nascosta, negli emendamenti al disegno di legge sul risparmio, tra i criteri di nomina del Governatore e il falso in bilancio. Il vero colpo di Giulio Tremonti è il passaggio di quasi tutte le competenze sulle concentrazioni bancarie dalla Banca d'Italia all'Antitrust. Rovesciando, di fatto, il regime attuale, che affida all'Autorità garante della concorrenza solo un parere sulle concentrazioni bancarie, peraltro non vincolante. E' la norma che rischia di avere le maggiori conseguenze pratiche per il sistema bancario. E per capire perché bastano due numeri: i 10 dipendenti che in Bankitalia oggi si occupano delle fusioni bancarie, delle intese restrittive della concorrenza, dell'abuso di posizione dominante, i 180 che lavorano all'Antitrust. Che in fin dei conti non sono neanche tanti, visto che l'autorità ha sulle spalle, oltre alla vigilanza sulle concentrazioni tra le imprese (e ora le banche), anche quella sul conflitto di interessi dei membri di governo e sulla pubblicità ingannevole. Compiti che per giunta assorbono risorse finanziarie (l'Antitrust chiedeva 36 milioni per il 2006 ma ne ha avuti 22), anche se l'Authority potrà finanziarsi anche con una tariffa commisurata al valore delle transazioni esaminate, che nel caso delle banche si prevede molto alto.
Con la nuova legge, l'Antitrust avrà competenza esclusiva sulle intese restrittive della concorrenza, le relative deroghe e l'abuso di posizione dominante. La guerra ai cartelli bancari, insomma, la farà Antonio Catricalà e non il nuovo Governatore. Sulle operazioni di acquisizione e di concentrazione tra le aziende di credito Antitrust e Bankitalia avranno un potere congiunto. A Via Nazionale spetteranno "le valutazioni sulla sana e prudente gestione", attinenti alla stabilità del sistema, che può essere messa a rischio da operazioni azzardate. L'Antitrust avrà competenza sull'assetto concorrenziale del mercato, ad esempio, in caso di fusione, gli effetti della sovrapposizione degli sportelli in una determinata area geografica.
Le due autorità saranno chiamate a prendere le decisioni su queste operazioni con un "atto congiunto". Che vuole dire che se uno dei due non è d'accordo l'atto non viene emanato. Mentre oggi, come detto, la competenza principale è di Bankitalia, che può anche non tenere in alcun conto un eventuale parere negativo dell'Antitrust.



L'Italia isterica e il destino dei suoi talenti
Francesco Merlo su
la Repubblica

Per non scomparire ha fatto scomparire le sue foto. Con un movimento legale, con una nota d´avvocato, Riccardo Muti, cittadino del mondo e musicista con il diavolo in corpo, per salvare il proprio passato lo ha reso invisibile. Ha infatti richiamato a sé l´immagine di sé che stava scolpita negli annali della Scala, l´ha eliminata dagli albi d´oro, dalla pubblicità, dal sito Internet e dal bookstore del teatro. Così ora il bianco sporco dell´assenza si nota più di qualsiasi presenza. La bacchetta che dirigeva Mozart è diventata il suo fantasma, c´è un vuoto al posto del primo piano delle mani fotografate durante il "Va pensiero". Insomma, per inseguire la tipica isteria dell´artista ferito, il ritratto è fuggito dalla cornice, e negli album della Scala le sole foto che si vedono sono ormai proprio queste che mancano. Ed è l´epilogo comico di una lunga e triste vicenda, ancora incomprensibile, che ha rischiato di ridurre la Scala a un teatro di provincia e a un carrozzone di sottogoverno come la Rai. Un tormentone che fa somigliare un grande maestro a un piccolo travet sconfitto, nientemeno, dal mobbing dei sindacati, dei loggionisti, degli orchestrali assemblearisti, dei politici…
Ebbene, questa "Scalata" isterica, coeva alla "cascata" della Banca d´Italia, è più inquietante della stessa nostra retrocessione, dopo la Cina, nella classifica delle potenze economiche. Chi va in cerca di segnali di declino sfogli dunque l´album deserto del maestro Muti: diciannove anni di foto sottratte. Più della crisi della Fiat, più della devolution, più di Celentano elevato a maître a penser, più dell´afflosciamento dei motori Ferrari nella Formula uno, questa nevrotica e vanitosa autoiconoclastia di Muti incarna il senso di smarrimento dell´Italia di inizio secolo, esprime la decadenza di un Paese che aveva il primato nell´estetica, nella moda, nel design e soprattutto nella grande musica, che era appunto la Scala. Purtroppo oggi, ad effetti contrari, la Scala somiglia alla Banca d´Italia. Fazio è un Muti capovolto. Il maestro infatti è talento oltraggiato, mentre il governatore è un talento che oltraggia. Ma la musica finale è la stessa: dall´estate scorsa, Scala e Banca d´Italia non sono più le nostre eccellenze, hanno cessato di rappresentare i soli, sicuri luoghi d´approdo nel mare irrequieto di un´Italia a perenne rischio di naufragio. Questa infatti è la Scala isterica che non ha saputo gestire la più banale e tipica complessità del gioco del teatro, con le relazioni sempre tormentate dei suoi protagonisti, perché quel sipario che si alza ogni sera è pur sempre un miracolo. In una sola estate, mentre Fazio si barricava con la moglie nel quartierino, la Scala perdeva il suo storico direttore d´orchestra, il sovrintendente Fontana, il sovrintendente bis Meli, mezzo consiglio di amministrazione… Fu una crisi epocale, uno di quei momenti fatali che possono distruggere un intero mondo. Infatti la decadenza prese il ritmo di un coro, con le solite, mai provate risonanze politiche. E sullo sfondo, mai chiarito, incomprensibilmente l´Italia della musica, invece di andar fiera dei suoi due grandissimi direttori d´orchestra, Riccardo Muti e Claudio Abbado, di nuovo si divideva in mutiani e abbadiani, facendo partiti del talento che non ha partito. Così, faticosamente, si è arrivati all´esordio della nuova stagione, con l´Idomeneo di Mozart, affidato al giovane direttore inglese Daniel Harding. E tutti ricordano che la "prima", il 7 dicembre scorso, giorno di sant´Ambrogio, è stata celebrata in Italia a trombe aperte, ma pochi sanno che i più autorevoli giornali stranieri, vale a dire Le Monde, The Guardian, El Pais, hanno stroncato lo spettacolo, il direttore, la nuova dirigenza, la politica milanese, le scene, i costumi, la regia…: tutto. E noi siamo qui a chiederci se l´esaltazione italiana volesse coprire il vuoto delle foto in fuga, o se la stroncatura straniera fosse il solito, presunto complotto contro l´Italia, di quelli denunziati, per altre faccende, da Berlusconi. E perché mai con un sovrintendente francese, Stephan Lissner, e con un direttore d´orchestra inglese, Daniel Harding, la nuova Scala doveva trovare una preconcetta ostilità proprio nei francesi e negli inglesi? E perché la nuova dirigenza non ha avuto neppure una parola di ricordo per Muti?

C´è poi il caso di Di Canio, il quale trova nell´isteria del saluto romano un surrogato alle capacità tecniche ed agonistiche ormai infiacchite. In Italia c´è anche, come abbiamo visto, l´isteria catatonica di Fazio che, invece di assumere le ragioni della competenza e della irreprensibilità, dimettendosi l´estate scorsa, ha navigato sotto traccia per più di sei mesi fremendo di isteria religiosa e scaricando su san Tommaso e sul presunto latinorum tomista la propria inadeguatezza. C´è ancora l´isteria dell´Italia che non vuole economizzare sui tempi, si batte contro i treni, rinuncia alla velocità del mondo moderno. C´è l´isteria ambientalista contro il ponte di Messina, e quell´altra che non vuole gli inceneritori della spazzatura. C´è l´isteria "ruinosa" dei teocon che usano Dio contro i gay, l´embrione contro le donne, la croce contro la mezzaluna. C´è l´isteria dei picchiatori di Borghezio, e mai avremmo pensato di dover difendere dalla volgarità e dalla violenza un istigatore di violenza e di volgarità. Ecco: l´Italia isterica trova nel Muti che rivuole indietro le sue cose la spia significativa di un malessere che pure potrebbe dirsi nobile. Difendere l´italianità delle banche poteva infatti essere un buon proposito se non fosse stato realizzato con infimo materiale. Allo stesso modo, la difesa dell´arte musicale della Scala aggredita da ragioni esterne alla musica, poteva diventare un ispirato obiettivo se non fosse stato perseguito comicamente.

E contestare Borghezio è un dovere elementare, da scuola dell´obbligo, ma picchiarlo significa diventare peggio di lui. Davvero è l´isteria italiana che si manifesta nel maestro che manda l´avvocato a prendere lo scatolone dei ricordi, delle cianfrusaglie, delle foto, degli antichi pegni d´amore e della vecchia roba da traslocare,…quell´isteria che è il caglio dell´intelligenza, la nota musicale che va in distorsione, la voce in falsetto, il collasso dell´orchestra temuto e profetizzato da Fellini.


  22 dicembre 2005