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sulla stampa
a cura di G.C. - 21 dicembre 2005


Il venditore di ansia
Curzio Maltese su
la Repubblica

Tre milioni di spettatori hanno seguito a Porta a Porta l´ultima, strana e a tratti preoccupante esibizione del presidente del Consiglio. Il tema del programma era nel titolo: "Contratto rispettato?". Domanda retorica come poche altre. La risposta avrebbe potuto occupare alcuni minuti, forse uno solo: "No". Il premier ha tuttavia impiegato un paio d´ore (ma sembravano venti) per reperire nel brogliaccio di fogli che aveva portato con sé la cifra in grado di salvarlo, la statistica capace di mettere a tacere per sempre i delusi. Due italiani su tre, secondo i sondaggi. Era la parodia del Benigni visto da Celentano, alla disperata ricerca di una cosa buona fatta dal governo. Fra le tante, si capisce, ma almeno una. Non s´è trovata.
Col passare del tempo, nel consueto mutismo dei giornalisti d´arredo studio, lo sproloquio del premier si gonfiava di angoscia. Voleva comunicare ottimismo, come ai bei tempi, e trasmetteva piuttosto un´ansia sconfinata. Quando ha esaurito i foglietti, il premier ha estratto dal cilindro magico la cartina dell´Italia che aveva abbandonato cinque anni fa negli studi di Porta a Porta. Una matita colorata aveva aggiunto nel frattempo tutte le grandi opere portate a termine: porti, trafori, ponti, forse anche piramidi egizie, nuove torri gemelle. Gli italiani hanno così saputo dove rintracciare le meraviglie promesse: nel cassetto della scrivania di Vespa. Fallito il secondo numero, Berlusconi ha riposto la mappa e ha preso a fantasticare di un corridoio che, mi pare, dovrebbe collegare Novara con l´Oceano Pacifico, passando per la Transiberiana e per la sua amicizia personale con Putin. Qui, confesso, non l´ho seguito più. Ma l´impressione è che perfino lui stesse realizzando di non andare troppo bene. Dotato di un repertorio sconfinato, il premier è ripartito con un altro classico: il complotto della stampa di sinistra. Ovvero il novanta per cento dei giornalisti, anzi la totalità. Come si sa, la stampa di sinistra, non solo italiana ma addirittura mondiale, attacca di continuo Berlusconi con le scuse più improbabili, dal conflitto d´interessi ai legami con Previti e Dell´Utri, dalle condanne scampate soltanto grazie alla prescrizione alle leggi ad personam fino al fallimento economico del suo governo. Per fortuna, i giornalisti invitati da Vespa appartenevano alla piccola ma intrepida minoranza anticonformista che per dieci anni non gli ha rivolto una domanda, una sola, in centinaia di apparizioni televisive.

A quel punto l´Italia era scivolata dietro l´Uganda nella classifica della libera informazione e io stavo per cambiare canale o inserire una cassetta dell´ultimo match di Blair con i giornalisti inglesi che ho registrato in ricordo della democrazia, quando s´è sentita una voce: "Dài, piantala Silvio, metti via quei foglietti…". Un´allucinazione? Interferenza di TeleKabul? Un attentato audio di Al Zarqawi? Ma no, soltanto Diego Della Valle che s´era stufato: "Dài, Silvio, ho visto che hai tirato fuori quel disegnino, fra l´altro non è la prima volta che circola, e mi sono cadute le braccia. Chiudi gli occhi, pensa a una famiglia normale, gente che lavora. Non possiamo offenderli con quella roba, dirgli che tutto va bene". Qui è cominciata l´anabasi televisiva di Berlusconi, una ritirata rovinosa. Il premier quasi balbettante ha provato subito a rispondere con un "signor Della Valle" al confidenziale "tu", per mantenere la finzione dello statista. "Suvvia Silvio, ammetti che hai fatto qualche errore…". "Nessuno, nessuno, nessuno…". È arrivato a diciotto "nessuno". Ormai all´angolo, è stato salvato da Vespa che ha tolto la parola a Della Valle ed è passato ad altro. Ma alla ripresa, il padrone della Tod´s ha ricominciato: "Silvio, hai perfino ringraziato Fazio. Ma di che cosa debbono essergli grati gli italiani?". In termini calcistici, ogni frase di Della Valle era un contropiede vincente. Sul 4 a 0 per il presidente della Fiorentina, Berlusconi ha tentato la strategia del "ti spiezzo in due" e ha detto: "Se il signor Della Valle volesse fare uno scontro con me ne uscirebbe con le ossa rotte". Fra le cantonate della serata, la più notevole. Della Valle aveva già sostenuto un combattimento con lui ed era il premier a uscirne a pezzi. "Silvio, stai prendendo in giro gli italiani, guarda che non sono analfabeti".
È rimasto appena il tempo (mezz´ora comunque) per la tirata finale sui crimini del comunismo e quindi, per la proprietà transitiva di Arcore, di Prodi e alleati. "Quando sono stati al governo hanno portato soltanto morte e miseria". Sarà, ma con l´Ulivo il Pil cresceva al 3 per cento e ora è sotto zero. Dopo aver incitato all´odio per il nemico, Berlusconi ha omaggiato di un panettone Vespa perché "soltanto se ci vogliamo bene si possono risolvere i problemi". A tempo scaduto, s´è ricordato all´improvviso una cosa, ha afferrato la giacca di Vespa e ha urlato sulla sigla d´aver donato cinque milioni di euro in beneficenza agli orfani dello tsunami. Che serataccia, povero Silvio. Nei prossimi mesi la Mondadori forse pubblicherà un libro nero della scarpa italiana.


Ci hanno salvato Consob e magistratura
Salvatore Bragantini sul
Corriere della Sera

Fazio ha lasciato: lo avesse fatto a luglio, quando la sua posizione s'è fatta insostenibile, sarebbe stato meglio per tutti. Aveva ricevuto un avviso prezioso dai suoi dirigenti con la schiena dritta, non autorizzare l'operazione: era mezzo salvato. Ha voluto invece autorizzarla, munito del conforto familiare e della fragile scialuppa di pareri giuridici avulsi dalla sostanza del problema; è affondato. Cosa è andato storto? Non diamo tutte le colpe a chi esce di scena, e cominciamo dove i problemi nascono: ancora una volta i controlli interni di una grande impresa quotata si sono rivelati di cartapesta. Dobbiamo pur cominciare a domandarci a cosa sia dovuta questa omertà a prova di bomba: da Cirio, a Parmalat, a Lodi, la costante è il fallimento dei controlli interni. La convinzione della copertura di personaggi altolocati, vera o meno, ha da noi una forza dirompente. Quanto ai controlli esterni, dalle colpe del principale controllore ci han salvato solo Consob e magistratura. Certo, questa interviene tardi, perché i padroni dormono mentre la casa brucia; come i pompieri, non si preoccupa se l'idrante sciupa il mobilio di pregio e frantuma i soprammobili. Fosse per Fazio, avremmo oggi a capo di uno dei principali gruppi bancari una banda di malfattori. Il livello di morale civile cui, in capo a cinque anni di eccezionale malgoverno, è precipitato il Paese, ci ha reso ridicoli al mondo.
C'è un male profondo - forse l'eclisse della politica vera - che spiega l'incapacità di far tesoro degli errori, da Parmalat giù fino a Tangentopoli. Molti si augurano che non si torni a quei tempi "bui", ma buio è solo quando non c'è speranza; se alcuni, Pera in testa, sognavano la ghigliottina, tanti cittadini onesti speravano solo un Paese migliore. Il malaffare emerso nel 2005 nasce dalla discrezionalità che Fazio ha preteso di continuare a esercitare anche quando, dalla fine degli anni '90, il mondo era cambiato. Essa crea figli (non c'era solo Fiorani), e figliastri; pochissimi hanno avuto l'ardire di parlarne pubblicamente, fra questi, nel proprio ruolo, il commissario Monti.

Tenersi buona la banca centrale era divenuto il modo più sicuro per conservare il posto se si era disposti alla genuflessione. Come ha scritto Gustavo Minervini, si è trasformato quello che era, per la direttiva bancaria Ue, un potere di opposizione alle concentrazioni pericolose per la stabilità del sistema, in un potere di autorizzazione preventiva, cui ogni operazione doveva essere sottoposta. È la prima cosa da cambiare. La discrezionalità toglie ogni garanzia a chi ne è vittima. Sia chiaro, la sorveglianza bancaria non è fatta solo di coefficienti: serve anche la capacità di valutare le persone, ma è proprio lì che Fazio ha fallito platealmente.

La legge è scattata anche per la Banca d'Italia, che rischia di scontare a lungo le colpe di chi l'ha governata. Se domani arriva un'Opa, Banca d'Italia si muoverà in mezzo alla cristalleria. Ogni mossa può mandare in frantumi tutto, e la difesa della "italianità" del sistema bancario è stata screditata anche dove poteva aver senso. Fazio aveva la coscienza tranquilla, ne avrà parlato al confessore; sarebbe giusto dire una parola di verità, oltre che al prevosto, anche agli italiani, dei quali era un dipendente. Diceva di volere una banca autonoma dalla politica, e l'ha invece trascinata nella contesa. Avrebbe dovuto vigilare per difendere la stabilità e la reputazione del sistema; ha gravemente nuociuto ad ambedue. Come epitaffio, non c'è male.



Un'ombra sulla riforma
Massimo Riva su
la Repubblica

Doveva essere il gran giorno della riforma della Banca d´Italia e, invece, è diventato quello del ritorno alla depenalizzazione del falso in bilancio. Il presidente del Consiglio non ce l´ha proprio fatta a desistere dalla riesumazione di uno dei più discutibili provvedimenti assunti nei primi cento giorni del suo governo. Alla luce dei gravi episodi di malversazione finanziaria di nuovo emersi in questi mesi, il Senato della Repubblica aveva avuto un soprassalto di resipiscenza nell´esame del disegno di legge sul risparmio ed era tornato, seppur senza calcare la mano, ad inasprire le sanzioni per uno dei reati che più danneggiano la credibilità del sistema finanziario e del mercato dei capitali.
Ma Silvio Berlusconi, su questo tema che ha sfiorato da vicino anche le sue aziende, non ha sentito ragioni.
Sulla materia "si torna al testo della Camera", ha detto il ministro Tremonti. Ma così si cancella l´atto di coraggio del Senato e si torna al punto di partenza. Per colmo di sicurezza, blindando la tenuta della maggioranza in Parlamento attraverso il ricorso al voto di fiducia. Scelta che spazza via ogni spazio di dialogo con l´opposizione e mette il governo al riparo da una trattativa dall´esito di sicuro infausto perché la pur conclamata ricerca di un consenso bipartisan sulla Banca d´Italia sarebbe andata a schiantarsi platealmente contro la secca impuntatura berlusconiana sulla depenalizzazione del falso in bilancio. Così mettendo ancora più a nudo l´incongruenza di un governo che, unico nel mondo occidentale, ritiene di poter affrontare la stagione degli scandali finanziari strizzando l´occhio ai manipolatori dei bilanci, dietro la maschera di maggiori pene per il nuovo reato di attentato al risparmio dall´impalpabile, forse impossibile, dimostrazione.
Insomma, le appassionate aperture al dialogo con l´opposizione proclamate anche dalle voci più rappresentative della maggioranza, come quella del presidente della Camera, si sono sciolte come neve al sole d´agosto in poche ore. Su tutto e su tutti - perfino sulla saggia opportunità di offrire alle cancellerie e ai mercati del resto del mondo l´immagine di un paese unito e compatto nel ripristino della credibilità della sua massima istituzione finanziaria - ha prevalso il calcolo strumentale di Silvio Berlusconi, che ha approfittato dell´urgenza di sciogliere il nodo Bankitalia per imporre alla sua stessa maggioranza un inchino obbligato ai suoi voleri meno virtuosi in materia di falso in bilancio.
In queste condizioni, quella uscita ieri dal Consiglio dei ministri è una riforma della Banca d´Italia che riflette unicamente la volontà del governo Berlusconi e diverrà legge dello Stato solo attraverso la procedura di un voto di fiducia che, dietro la giustificazione dell´urgenza, cela un´evidente volontà di sequestro della libertà di voto dei parlamentari della maggioranza.
Chiarito questo sul metodo, per quanto riguarda il merito le cose vanno un po´ meno peggio, anche se sono mancati il coraggio o la volontà di fare una riforma a tutto tondo.
Intanto, si è stabilito un termine temporale al mandato del governatore e dei membri del direttorio della Banca, che diventa finalmente sede di scelte collegiali. La drammatica esperienza recente aveva reso indispensabile questo adeguamento a quanto accade in tutti i maggiori paesi. Che poi si sia deciso per un limite di sei anni più altri sei eventuali, anziché per cinque o sette, è un particolare di scarsa rilevanza. Quanto alla procedura di nomina si è invertito l´ordine dell´attuale schema triangolare che vede protagonisti il Consiglio superiore della Banca, il governo e il presidente della Repubblica, attribuendo al Quirinale un ruolo ancora più rilevante nella scelta del governatore.
Si è persa per strada l´ipotesi di un ruolo del Parlamento attraverso un voto a maggioranza qualificata. Forse non è stata una cattiva idea: nelle commissioni parlamentari la tentazione dei patti spartitori trova sempre terreno fertile.

Rimane ora da sciogliere il nodo più rilevante con la nomina del nuovo governatore. La speranza è che, almeno su questo, prevalga l´esigenza di un´indicazione non partigiana, di sicura eccellenza e mirata anzitutto al recupero di prestigio nelle sedi internazionali. Ma, alla luce di quanto precede, va anche detto che tale speranza riposa essenzialmente nel ruolo assegnato in proposito all´attuale capo dello Stato. Ancora una volta, dunque: Sant´Azeglio pensaci tu.


Banca della Lega, rinviato il salvataggio
Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera

Sarà stato "un affare", come scrive "La Padania", ma la Bpi (già "Lodi") avrebbe deciso di non portare a compimento il salvataggio di Credieuronord, la banca della Lega, voluto da Gianpiero Fiorani. Caduto Antonio Fazio, meglio un rinvio. Per ora. In attesa di capire come andranno le inchieste giudiziarie. E magari anche le elezioni. Certo è che per i vertici dell'istituto di credito padano naufragato dopo una manciata di anni di gestione disastrosa, la fine dell'incubo torna ad allontanarsi.
Pareva quasi fatta, pareva. Al perfezionamento della operazione organizzata dall'ex condottiero lodigiano mancava soltanto l'ultima ratifica, fissata entro il 31 dicembre. A mezzanotte il tappo d'una bottiglia di spumante avrebbe potuto infine segnare l'uscita da un tunnel di sospetti, ricorsi, denunce, polemiche. Macché: tra le clausole dei patti c'era quella che l'accordo per la fusione tra la defunta banca leghista e la fioraniana "Reti bancarie Holding" poteva essere annullato in caso di nuove bacchettate degli ispettori di Bankitalia o di sopraggiunte grane giudiziarie. L'arresto dell'ex astro nascente della finanza e l'uscita di scena del Governatore hanno fatto precipitare la situazione. Risultato: piuttosto che rischiare una bocciatura del salvataggio, evento catastrofico, gli stessi ambasciatori leghisti avrebbero chiesto un po' di tempo. Tempo che la BPI, retta da un CdA che deve essere rinnovato entro il 28 gennaio prossimo e non ha oggi né la forza né la voglia di fare passi traumatici, sarebbe stata ben lieta di concedere. Mediazione: né l'annullamento delle intese, né la loro accettazione definitiva.
Solo un rinvio al 30 giugno prossimo.

Scrisse allora il direttore del quotidiano leghista Gianluigi Paragone: "Certo, Fiorani non è un pisquano e sapeva che il risvolto politico sarebbe venuto da sé. Fiorani s'è costruito una cambiale politica". E questo è il punto. Tanto più che, per quanto ha potuto ricostruire il "Corriere", la cronistoria del salvataggio di Credieuronord contiene diversi elementi che andrebbero approfonditi.
Primo fra tutti il ruolo della Popolare di Milano. Prima della Bpl, infatti, una richiesta di aiuto per evitare il tracollo della banca del Carroccio, la cui raccolta del capitale era stata promossa da una lettera firmata Bossi ("la banca deve essere solo nostra", "avrà sportelli in tutta la Padania", "il minimo di acquisto è di 20 azioni cioè di un milione per studenti, casalinghe e pensionati... ") era stata rivolta all'istituto di credito milanese presieduto da Roberto Mazzotta. Il quale, all'appello di una delegazione "mista" politico-societaria, aveva risposto installando un suo uomo di fiducia a verificare i conti. Verifica conclusa con questa risposta: bruciato il patrimonio di partenza con quattro o cinque prestiti scriteriati dati "in famiglia", serviva un robusto aumento di capitale. Primo, per tornare al minimo di contanti richiesti dalla legge per tenere una banca sia pur minuscola. Secondo, per ripianare i debiti. Terzo, per ripartire. Dopo di che la BPM avrebbe assorbito i due sportelli, a Milano e Treviso, che costituivano coi loro clienti e le tesorerie di un po' di comuni guidati dalla Lega, l'unica vera ricchezza non ancora dilapidata. Una soluzione prudente, che avrebbe però accollato tutta la disfatta finanziaria sulle spalle dei politici, dei gestori e degli azionisti leghisti. Ogni passaggio, ha scritto "la Padania", venne "eseguito sotto la regia di Consob. Bankitalia diede parere positivo all'accordo con la Bpm; anche l'assemblea dei soci ratificò quell'intesa di massima. L'operazione sembrava volgere verso l'esito positivo ma — magia — Bpm si dileguò. Perché? Non bastavano le valutazioni positive di Consob e Bankitalia? Ci fu un input politico di non salvar la banca vicina alla Lega?" In realtà, ha rivelato Bruno Tabacci a un convegno Cisl senza essere mai smentito dall'interessato che sedeva in prima fila, "Mazzotta fu raggiunto da una telefonata della vigilanza di Bankitalia che gli disse di lasciar perdere, ché al salvataggio di Credieuronord ci avrebbe pensato qualcun altro".
E chi era questo misterioso cavaliere su un bianco cavallo padano? Gianpiero Fiorani. Che dopo essersi fatto carico di un accordo che con Stefano Stefani e Giancarlo Giorgetti e Maurizio Balocchi e tutti gli altri leghisti di spicco coinvolti nella sventurata gestione era assai più "generoso" di quello prospettato dalla Popolare di Milano, si presentò a Tabacci, racconta il deputato udc, invitandolo a essere "meno spigoloso" con il Governatore. Come assai meno spigoloso, da quel momento, diventò il Carroccio. Che dopo aver bollato Fazio come "dottore in Teologia mortale" e aver addirittura organizzato fiaccolate per invitarlo a dimettersi in seguito ai crac della Cirio e della Parmalat, diventò il suo più appassionato guardiano.


Partiam partiam
L'AGIS chiede le dimissioni del ministro Buttiglione
Su
Musica classica Biblio.net del 18.12.05

L'assemblea generale dell'Agis, “preso atto con indignazione della conferma della drammatica decurtazione del Fus (Fondo unico dello spettacolo), ridotto a meno di 380 milioni di euro con la Finanziaria 2006, cui si aggiungono i tagli dei fondi pubblici dell'Istituto per il credito sportivo, di cui di recente erano state ampliate le competenze anche ai beni ed alle attività culturali”, chiede che il ministro Buttiglione “adempia, con la necessaria immediatezza, all'inequivocabile impegno assunto qualche tempo fa, di rimettere il proprio mandato”.
L'assemblea dell'Agis chiede inoltre:
- alla Presidenza del Consiglio di dichiarare “lo stato di crisi del settore”, concordando “con le parti sociali l'adozione delle indispensabili ed urgenti misure connesse”;
- al governo di impegnarsi ad “intervenire con provvedimenti urgenti” per lo svolgimento della normale attività nel 2006;
- al dipartimento dello Spettacolo di attivare “immediatamente i contatti con le categorie per integrare, in maniera chiara e adeguata” gli imminenti decreti ministeriali “nel senso richiesto dall'acuito stato di crisi”;
- alla Conferenza delle Regioni, all'Anci e all'Upi, di attivare “consultazioni permanenti delle categorie per assicurare a tutti i cittadini pari opportunità di fruizione dello Spettacolo”;
- al governo “che scaturirà dalle prossime elezioni” di impegnarsi “entro il 2006 per il ripristino integrale del Fus ai livelli raggiunti nel 2001”.
L'assemblea dell'Agis “stigmatizza” altresì “l'ottusa insensibilità dimostrata in questa circostanza dal ministro dell'Economia, Tremonti, così come l'inattendibilità dei titolari del potere decisionale, a conferma di quella negativa visione ideologica che il governo ha dimostrato di avere nei confronti della cultura, così come testimoniato anche dalla reintroduzione di vincoli e balzelli che di fatto concretano una nuova forma di censura nello spettacolo”.
In questo comportamento l'Agis ravvisa “una colpevole sottovalutazione, oltre che della importanza sociale della cultura dello spettacolo, anche degli esiziali riflessi occupazionali di una categoria che annovera circa duecentomila addetti”.
L'assemblea dell'Agis auspica che dal mondo sindacale “giunga un convinto, esplicito ed incisivo apporto all'azione di denuncia, di proposta e di lotta che l'Associazione intende rilanciare” e annuncia, conclusivamente, di “trasformare l'attuale Comitato di crisi in Comitato di Emergenza” dandogli mandato di “individuare e di organizzare, con ogni possibile energica tempestività, le più adeguate forme di lotta


Corte Usa: "Insegnare il creazionismo è anti costituzionale"
Redazione de
l'Unità

Insegnare il creazionismo a scuola è incostituzionale. Almeno negli Stati Uniti. Così ha stabilito una corte federale di Harrisburg, capitale della Pennsylvania, che si è pronunciata sulla valenza scientifica del cosiddetto "disegno intelligente", ovvero dell'esistenza di un progetto di origine divina inscritto nella storia naturale. Il risultato: è incostituzionale insegnare questa materia nelle scuole.
La decisione è stata presa dopo un processo durato sei settimane, nato dalla denuncia di 11 genitori che sono ricorsi in tribunale dopo che nelle scuole del distretto di Dover gli insegnanti avevano iniziato a insegnare il creazionismo al posto di Darwin e delle teorie scientifiche della biologia evoluzionistica. Secondo il consiglio scolastico dei Dover la teoria di Darwin non era infatti del tutto provata ("non è un fatto") e aveva "vuoti" non ancora spiegati. E quindi al suo posto poteva essere insegnato il creazionismo.
A porre la parole fine alla disposta il giudice della Pennsylvania: la teoria del disegno intelligente non è una vera e propria teoria scientifica, ma piuttosto un travestimento del creazionismo biblico che, quindi, viola la separazione costituzionale tra Chiesa e Stato.
La scienza ha vinto, il creazionismo ha perso. Almeno per il momento. Intanto il dibattito continua. Negli Stati Uniti, dove fra gli strenui difensori del creazionismo c'è il presidente, il fenomeno ha raggiunto dimensioni così preoccupanti da indurre la prestigiosa rivista Nature a dedicare all'Intelligent Design la copertina del 28 aprile scorso. "Piuttosto che ignorarlo gli scienziati dovrebbero comprenderne l'attrattiva e aiutare gli studenti a riconoscerne le alternative" si leggeva nell'editoriale.



La Cina "sorpassa" l´Italia
Federico Rampini su
la Repubblica

PECHINO - E´ un sorpasso che segna un´epoca. La Cina ha ufficialmente scavalcato l´Italia nella classifica delle nazioni industrializzate, relegandoci al settimo posto. L´exploit cinese è avvenuto un anno fa ma è stato rivelato solo ieri dalla revisione delle statistiche sul Prodotto interno lordo: l´equivalente dell´Istat di Pechino ha ritoccato a 1.930 miliardi di dollari il Pil cinese del 2004, contro i 1.670 miliardi dell´Italia. La Cina più di noi, quindi, dovrebbe avere voce nel G-7, il Gruppo dei sette grandi, di cui invece ancora non fa parte. Lo scossone nella classifica delle potenze industriali è il risultato di due fattori. Il primo è il divario tra una Cina in irresistibile ascesa e un´Italia inchiodata al suo declino: è da un decennio che Pechino mette a segno regolarmente una crescita del Pil del 9% all´anno, mentre nello stesso periodo l´Italia è affondata nella stagnazione. L´altra novità è la revisione delle statistiche di contabilità nazionale, con cui la Cina ha misurato più accuratamente le dimensioni della sua economia: in un colpo solo il suo Pil è cresciuto di 300 miliardi di dollari, +17%, grazie all´ultimo censimento economico nazionale che ha rilevato un´ampiezza inattesa del settore dei servizi. Si è anche scoperto che la crescita cinese non è solo trainata dalle esportazioni, perché i consumi interni sono più alti di quanto si credeva: un segnale positivo anche per chi guarda al gigante di 1,3 miliardi di abitanti come a un mercato.
In realtà il ritocco al rialzo del Pil di Pechino dovrebbe essere molto superiore. Il peso reale dell´economia cinese è ancora più elevato di quanto non dica il sorpasso sull´Italia. Il valore di 1.930 miliardi di dollari infatti utilizza i prezzi correnti, e li converte usando la parità fra la moneta locale (renminbi o yuan) e il dollaro. E´ quindi un valore ancora inesatto per due ragioni: da un lato perché la moneta cinese è sottovalutata (gli americani sostengono che dovrebbe valere un 20-25% in più), d´altro lato perché il Pil nominale non tiene conto che il livello dei prezzi in Cina è molto inferiore. A parità di reddito il potere d´acquisto è molto più alto a Shanghai e Canton che a Roma e Milano (o New York). Il vero Pil è quello che viene misurato dalla Banca mondiale applicando il metodo della "parità di potere d´acquisto": la ricchezza reale di ogni paese viene calcolata in proporzione al costo della vita locale. Secondo quel metodo la Cina non ha sorpassato solo l´Italia ma anche la Francia, l´Inghilterra e la Germania, e insidia il Giappone nel ruolo di seconda economia mondiale dietro gli Stati Uniti. E´ usando quello stesso metodo che la Cia, la centrale di intelligence di Washington, prevede che entro quarant´anni avverrà il sorpasso dei sorpassi: quello della Cina sugli Stati Uniti. Già la settimana scorsa gli americani hanno avuto un assaggio della sfida in atto.
L´Ocse ha rivelato che il made in China ha rubato agli Stati Uniti il ruolo di leader nelle esportazioni di prodotti hi-tech. Dopo un decennio di crescita-record della sua industria elettronica la Cina ha superato per la prima volta l´America come maggiore fornitore mondiale di tutti i prodotti dell´Information Technology: l´insieme delle sue vendite di personal computer, laptop, telefonini e videocamere digitali ha raggiunto i 180 miliardi di dollari contro i 149 miliardi delle esportazioni americane.

L´Italia è il paese che soffre di più per l´irruzione del made in China sui mercati mondiali, perché il nostro modello di sviluppo è il più vulnerabile a questo tipo di sfida. Abbiamo coltivato specializzazioni in settori come il tessile-abbigliamento e il calzaturiero, dove la disponibilità di un immenso bacino di manodopera a buon mercato dà alla Cina un vantaggio competitivo inesauribile. Abbiamo tentato di spostarci su fasce a più alto valore aggiunto - puntando sulla qualità e il lusso - ma rapidamente si affacciano sulla scena dei designer asiatici che hanno l´ambizione di gareggiare anche a quei livelli. Si prepara lo sbarco delle auto cinesi in Europa, un altro choc nel settore delle utilitarie come lo fu l´arrivo delle giapponesi e poi delle coreane. Altri paesi industrializzati riescono a compensare almeno in parte gli squilibri commerciali grazie alle multinazionali e alla ricerca scientifica: i francesi vendono alla Cina centrali nucleari, i tedeschi treni ad alta velocità, gli americani i Boeing. Sono tutti settori dai quali l´industria italiana si è ritirata ormai da tempo.


  21 dicembre 2005