
sulla stampa
a cura di P.C. - 20 dicembre 2005
Il confine tra affari e politica
Eugenio Scalfari su la Repubblica
Finalmente il Governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, ha rassegnato le dimissioni; ma scriviamo la parola "finalmente" non già con letizia ma con un sentimento di profonda tristezza e di non fugata preoccupazione. È infatti la prima volta nella storia dell'Italia repubblicana che il capo dell'Istituto preposto al governo del sistema bancario e alla vigilanza sulla corretta gestione del credito è costretto a cedere i suoi poteri di fronte all'evidenza di anomalie, illecite connivenze, ipotesi di reato indagate dalla magistratura, pressione pressoché unanime dell'opinione pubblica interna e internazionale.
Se si vuole cercare un precedente d'una situazione così eccezionale bisogna nientemeno risalire a oltre cent'anni fa, allo scandalo della Banca Romana e alle torbide connivenze che ne emersero con affaristi di dubbio conio, politici corrotti e addirittura legami con la Casa reale. Nacque proprio da quello scandalo la radicale riforma delle banche di emissione e la nascita di un unico Istituto con poteri esclusivi sulla moneta e sul credito.
Ora almeno Antonio Fazio potrà dedicarsi alla difesa del suo operato senza coinvolgere l'Istituto che ha fino a questo momento guidato. Difendersi e chiarire è un suo diritto. Lasciare la carica di fronte ai fatti emersi con incalzante evidenza era un suo dovere cui ha adempiuto tardivamente dopo aver tentato di opporvisi con testarda e improvvida resistenza.
Il governo nel suo complesso ha dato per sei lunghi mesi uno spettacolo d'incapacità decisionale inquietante, diviso fino a pochi giorni fa tra nemici e amici del governatore, con un presidente del Consiglio sostanzialmente latitante e la Lega arroccata fino all'ultimo nella difesa acritica di Fazio.
Va detto con franchezza che la spallata d'una situazione ormai insostenibile è stata data da Giulio Tremonti che ha costretto Berlusconi ad uscire dalla nebulosa in cui si era chiuso e in cui probabilmente intendeva restare fino alle elezioni della prossima primavera. Il ministro del Tesoro ha dovuto minacciare le sue dimissioni se il governo non l'avesse compattamente seguito revocando la fiducia al governatore e preparando nuove norme in proposito. Le avrebbe certamente date se il Consiglio dei ministri di oggi avesse ancora preso tempo o avesse scelto formule pasticciate e ulteriormente dilatorie.
La determinazione di Tremonti d'altra parte non sarebbe stata così ferma senza l'intervento della magistratura sulla scalata Antonveneta. Cominciò, ricordiamolo, con le intercettazioni telefoniche dell'estate scorsa, che pure avevano suscitato tante e spesso palesemente interessate polemiche. Poi è arrivato l'arresto di Fiorani, le sue dichiarazioni, la chiamata in correità del governatore e l'iscrizione di quest'ultimo nel registro degli indagati. Queste sono state le tappe di una vicenda tristissima dalla quale occorre oggi ricavare esperienza e insegnamento per il futuro.
Le dimissioni di Fazio liberano il campo e consentono di procedere con speditezza sulla via della riforma. È evidente che la nomina del successore dovrà essere rapidissima ma non potrà esser fatta fino a quando la struttura di governo della Banca non sarà stata riformata.
Il Consiglio dei ministri di oggi serve a questo, poi la nuova normativa a cominciare dal mandato a termine del governatore dovrà essere sottoposta al Parlamento e ottenere, come è auspicabile, anche l'approvazione dell'opposizione nei modi che saranno opportunamente trovati per non confondere la concordia su un tema che richiede massima convergenza, con una fiducia al governo che non può certo esser chiesta all'opposizione parlamentare.
È fin troppo ovvio dire che per quanto riguarda il successore di Fazio, serve un nome che ridia la massima credibilità nazionale e internazionale all'Istituto che è stato improvvidamente trascinato in questa vicenda.
Ma l'insegnamento capitale che deriva dallo svolgimento dei fatti riguarda la distinzione di fondo tra la politica e gli affari. Su questo punto c'è ancora, mi pare, molta confusione. I partiti possono ricevere con le modalità e la trasparenza richieste dalla legge che disciplina il loro finanziamento, aiuti e sostegno da soggetti privati, individui e imprese. Non c'è scandalo per questo, purché avvengano alla luce del sole.
Il governo non deve mescolarsi alle iniziative delle singole imprese e alle loro operazioni sul mercato. Se lo fa e quando lo fa rompe una regola fondamentale della democrazia e di questo gli elettori debbono tener conto quando decidono il loro voto.
Il governo fa le regole. Le istituzioni vegliano sul loro rispetto. Quando la loro violazione configura un reato interviene la magistratura. Così funzionano i regimi democratici e così vogliamo sia per noi.
Considerazioni finali (e amare)
Dario Di Vico sul Corriere della Sera
Se nell'ultima settimana di luglio Antonio Fazio avesse compiuto il gesto di responsabilità che gli era stato suggerito e si fosse fatto tempestivamente da parte, avrebbe risparmiato a sé una lunga Via Crucis e alla Banca d'Italia un'umiliazione senza precedenti. Il contenuto delle telefonate intercorse con il banchiere Gianpiero Fiorani e i primi accertamenti della Consob sull'esistenza della rete dei «furbetti del quartierino» erano già ampiamente sufficienti per minare la credibilità del banchiere centrale di uno dei Paesi del G7 e giustificarne le dimissioni.
Fazio non ha avuto la necessaria comprensione degli avvenimenti e ha pagato da allora un prezzo enorme. Ma se da luglio a ieri non ha voluto separare il suo destino da quello dell'istituzione che dirigeva, forse il suo principale errore di questi anni, e non solo degli ultimi mesi, è stato di non aver coltivato un rapporto di consuetudine e di rispetto con il predecessore Carlo Azeglio Ciampi. E' sempre stata buona norma da parte dei governatori che si sono succeduti al comando di palazzo Koch tenere aperto il dialogo e il confronto con chi aveva occupato quella poltrona immediatamente prima di loro. E' stato così tra Donato Menichella e Luigi Einaudi, tra Guido Carli e lo stesso Menichella, tra Paolo Baffi e Carli e infine tra Ciampi e Baffi.
Fazio, invece di accettare qualche buon consiglio dall'attuale presidente della Repubblica, ha fatto il contrario. Pressoché nello stesso modo il governatore si è comportato con altre personalità del mondo bancario che pure gli sarebbero potute essere di aiuto. Con molta ingenuità Fazio si è circondato di cattivi consiglieri (con l'eccezione, forse, di Angelo De Mattia) che non lo hanno aiutato a uscire dal suo isolamento, anzi vi hanno eretto attorno le mura di una prigione. Pensare che praticare la politica dello scambio con la Lega, strizzare l'occhio a una parte dei Ds, bere qualche bicchierino di sciacchetrà con Silvio Berlusconi, mettere su un piccolo gruppo parlamentare di fazisti duri e puri potesse essere una strategia vincente si è rivelato un errore imperdonabile, una sciagura. La condotta scriteriata di questi mesi, l'aver proiettato un'immagine di sé come regista occulto di un gruppo di potere trasversale, compromette la valutazione complessiva dei suoi dodici anni di mandato.
Eppure nella prima parte del governatorato, almeno fino al '97, aveva accumulato meriti. La sua interpretazione della politica monetaria aveva permesso di evitare la ripresa dell'inflazione e di arginare le pressioni del potere politico. Nella dozzina di Considerazioni Finali, curate fino all'ultima virgola, si possono leggere analisi brillanti degne di un economista di rango, e in fondo dobbiamo a lui il contributo più chiaro e tempestivo alla diagnosi del declino italiano. Quando però, una volta entrata l'Italia nell'euro, il governatore si è voluto ergere a deus ex machina delle trasformazioni del mercato è stato l'inizio della catastrofe. La parola concorrenza non è mai entrata nel suo dizionario e Fazio ha finito per imporre una sorta di «protettorato bancario ».
Ha pensato di poter congelare il sistema creditizio e rinviare sine die l'apertura agli stranieri. Da keynesiano vecchio stampo che aveva frequentato il Mit degli anni '60, il governatore è stato il più pervicace degli interventisti. Ed è caduto perché alla fine ha creduto che si potesse fermare il vento della globalizzazione con le mani di Gianpiero Fiorani.
Subito il successore
Giulio Anselmi su La Stampa
Fazio si è dimesso, poche ore prima di essere cacciato. La sua uscita di scena, resa obbligata dalla tardiva decisione del Consiglio superiore della Banca d'Italia di rinunciare a sostenere un Governatore impresentabile, è priva di ogni pur cupa grandezza: appare l'atto finale di una vicenda meschina, un ininterrotto scivolone nel corso del quale il partito trasversale che faceva da puntello in Parlamento, magari in cambio dei favori della banca di Fiorani, è stato scoperto e disperso, le alleanze finanziarie si sono squagliate, e perfino le benedizioni della Chiesa hanno preferito più presentabili destinazioni.
Come in ogni fine di regime, i crolli si accompagnano ai crolli: mentre a Milano proseguono gli interrogatori dell'amatissimo banchiere di Lodi, ben deciso a parlare pur di non fare la parte del capro espiatorio, a Roma divampa lo scandalo Confcommercio, che collega Billè a Ricucci. Sempre i soliti nomi, quelli dei protagonisti dei tre tentativi di scalata della scorsa estate, ad Antonveneta, Bnl, Rcs. Vicende nelle quali il ruolo di Fazio è ancora da chiarire: in relazione all'Opa su Antonveneta è stato iscritto nel registro degli indagati dalla procura di Milano per insider trading e da quella di Roma per abuso d'ufficio, mentre il gip Forleo lo descrive come un «complice» del sodalizio criminoso messo in piedi da Fiorani.
Data l'urgenza di trovare un successore a Fazio (e all'intero Direttorio screditato dalla acquiescenza ai diktat e agli errori del capo) è opportuno individuare, con la massima fretta, un successore che risulti accettabile al governo e all'opposizione: badando che sia competente in economia monetaria, che conosca i mercati finanziari, che non ignori i meccanismi della vigilanza bancaria e che goda di considerazione internazionale. Il ben noto provincialismo del banchiere di Alvito è stato una delle cause che ne hanno determinato l'inadeguatezza.
Finalmente Fazio è stato consegnato al passato. Ieri sera molti protagonisti della vita economica confessavano di aver tirato un sospiro di sollievo. E' comprensibile: il bilancio dell'era che si chiude, al netto delle benemerenze acquisite in tempi ormai lontani a difesa della lira, termina con due risultati: 1) una credibilità internazionale gravemente compromessa; 2) una ridotta affidabilità delle banche, con la gente che guarda gli istituti di credito con crescente perplessità. Ma tutto ciò è potuto accadere perché buona parte del sistema di potere italiano è stato complice. La politica, sempre pronta a strumentalizzare ai suoi fini i segnali, magari impropri, del Gran Banchiere, cercando di interpretarne e canalizzarne le eventuali ambizioni. E il mondo bancario, fino all'altro ieri prono, preoccupato soltanto di interpretare l'aggrottar di ciglia del Governatore.
La sfida del successore
Antonio Padellaro su l'Unità
È fuor di dubbio che le dimissioni, dovute, inevitabili, di Antonio Fazio sono giunte con almeno sei mesi di ritardo. Meglio tardi che mai, hanno commentato in molti. No, meglio mai che tardi, nel senso che meglio sarebbe stato che il governatore mai avesse imboccato la strada, scoscesa e oscura sulla quale ha trascinato la Banca d'Italia. Infatti, l'uomo esce di scena mettendo la parola fine a una situazione insostenibile anche sotto l'aspetto personale; ma lascia, comunque, l'istituzione nel punto più basso della sua lunga e prestigiosa storia. Adesso, se il vero problema è quello di risollevare la banca centrale restituendole tutta la credibilità indispensabile al funzionamento del suo delicatissimo ruolo, non si può pensare di risolverlo con piccoli compromessi o soluzioni di basso profilo. Perché il successore di Fazio non potrà più sbagliare; e per farlo dovrà capire, innanzitutto, dove è stato commesso l'errore.
Sulla vicenda che da questa estate preoccupa e indigna i mercati finanziari e la stampa di tutto il mondo esistono due scuole di pensiero. La prima accredita l'esistenza di un gigantesco complotto, organizzato da una pericolosissima lobbie. Si tratta di un gruppo di abilissimi affaristi, speculatori e profittatori che si mettono insieme per scalare banche strategiche e importanti giornali. L'idea è quella di sostituirsi ai tradizionali poteri forti che da sempre dominano l'economia, l'industria e i grandi gruppi editoriali. Una scalata al cielo, come la chiama qualcuno, mai tentata prima in Italia. Riescono, infatti, a raccogliere gli enormi capitali necessari attingendo a misteriosi forzieri internazionali.
Ma soprattutto sanno di poter contare sulla complicità o sull'acquiescenza del governatore della Banca d'Italia, personaggio dalle ambizioni sconfinate, con cui si scambiano messaggi d'intesa. Il piano salta quando la magistratura penetra i segreti dell'organizzazione e la sgomina
L'altra versione, molto meno suggestiva, parla di alcuni «furbetti del quartierino» che truffando i risparmiatori e rubando ai morti tentano di scalare imprese più grandi delle loro pur notevoli megalomanie. Trovano una sponda nel governatore della Banca d'Italia che, per debolezza o ingenuità, presta loro attenzione, e con il quale si scambiano comunicazioni affettuose. Il piano salta quando la magistratura, insospettita dal frastuono provocato da questi finanzieri allo sbaraglio, li arresta. In entrambi i casi il governatore viene meno ai compiti di vigilanza e a quei criteri di elementare prudenza che consigliano di non fidarsi troppo di chi, in attesa di un favore, inonda di regali la famiglia del potenziale benefattore.
Bankitalia, due gli scenari possibili
Massimo Franco sul Corriere della Sera
Non si è soltanto dimesso il Governatore della Banca d'Italia: l'uscita di scena di Antonio Fazio toglie anche un alibi alla politica. E ne mostra tutti i limiti, i ritardi e le pavidità di fronte a decisioni che sono state, se non provocate, catalizzate dalle inchieste giudiziarie. Come rimbalzando nel passato, partiti di governo e di opposizione si ritrovano scavalcati dagli eventi; e sono costretti a inseguirli per arginare l'immagine della propria impotenza. La voglia di far presto, di approvare la legge sul risparmio entro venerdì nasce dal peso di esitazioni durate mesi. E l'imperativo del dialogo in Parlamento risponde all'esigenza di recuperare credibilità.
Il cosiddetto «spirito bipartisan» viene evocato come un sentimento condiviso, adesso, sia da Silvio Berlusconi che da Romano Prodi. La loro disponibilità a collaborare reciprocamente viene considerata una conseguenza inevitabile, dopo il passo indietro di Fazio. Eppure, si tratta di un'inevitabilità ancora da verificare. Non è chiaro se il successore verrà nominato con le norme esistenti; o aspettando prima che venga approvata la riforma con la novità del mandato a termine. E le due ipotesi prefigurano scenari molto diversi.
Lo stesso presidente del Consiglio ieri ha giustificato il ritardo della riforma del risparmio, ammettendo che in passato ci sono stati contrasti nel centrodestra. Ma l'altra ragione, mai ammessa, è che palazzo Chigi e l'Unione erano e sono divisi dal profilo «credibile e autorevolissimo» del nuovo Governatore. Lo scontro è felpato. E tuttavia si intravede dietro la girandola dei pochi nomi sussurrati per la carica; dietro gli avvertimenti che un pezzo della maggioranza spedisce al vincitore governativo di questo braccio di ferro: il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti. Sono significativi gli attestati di benemerenza rivolti a Fazio dallo stesso premier e dai ministri dell'Udc; e le critiche a chi ha voluto «forzature» nel Consiglio dei ministri.
Si tratta di altrettanti frammenti di un braccio di ferro iniziatosi non appena è finito quello sulla sorte del Governatore indagato. Se quanto è avvenuto nasce non dall'onnipotenza ma dall'impotenza del sistema dei partiti, si spiega l'apprensione diffusa. Lo conferma il ministro leghista Roberto Castelli quando dice con candore: «In un Paese normale queste partite non dovrebbe giocarle la magistratura: toccherebbero al mercato o al potere politico». Si tratta di capire «chi in Italia prende le grandi decisioni». La curiosità è destinata a ricevere una parziale risposta dalla forma che prenderà il dopo Fazio. Il solo fatto che non si sappia bene chi decide, tuttavia, fornisce già indizi su cui riflettere.
Il giorno più lungo di Palazzo Koch
Elena Polidori su la Repubblica
Dopo la più ostinata resistenza che si ricordi, Antonio Fazio getta la spugna. Lascia la guida della Banca d´Italia per «riportare serenità nel superiore interesse del Paese e dell´Istituto». Le sue funzioni passano al direttore generale, Vincenzo Desario. Finisce un´epoca durata dodici anni, gli ultimi drammatici. La notizia arriva alle 16.22; in un secondo si diffonde dentro e fuori palazzo Koch. E subito suscita un turbinio di reazioni nel cuore pulsante della banca, tra gli economisti, i funzionari, ma anche le segretarie, i fattorini. C´è chi brinda, chi è sgomento, ma c´è anche chi piange.
Fazio se ne sta chiuso nel suo ufficio, che una volta era stato di Guido Carli e di Paolo Baffi. Saluta solo i collaboratori più stretti. Gli uscieri l´attendono ritti in fila per la rituale stretta di mano. Ma è il suo giorno più lungo e si vede: ha l´aria stanca, provata di chi ha preso una decisione sofferta ma ormai inevitabile. Si dice "sereno", ripete che ha «la coscienza tranquilla». Accenna alla sua rinuncia come «un estremo atto di responsabilità». In privato, agli amici, spiega che così «non si poteva più andare avanti». Perché è due volte indagato, è "pluri-intercettato", è a rischio censura della Bce, è sotto schiaffo dalla Ue, è contestato dai sindacati. I giornalisti gli stanno addosso, giorno e notte. Patisce da mesi assalti e tapiri: esistono innumerevoli vignette, parodie, canzoncine, affollatissimi blog che lo mettono alla berlina. E soprattutto, il governo vuole liberarsi di lui.
Ma nel complesso, la pancia dell´istituto tira un sospiro di sollievo: forse adesso la banca potrà ricominciare a respirare, forse adesso si tornerà a «levarsi il cappello» quando si parla di via Nazionale. E soprattutto, forse non bisognerà più aver paura di comunicare con l´esterno: Fazio aveva intimato la riservatezza a tutti. Per parlare con qualcuno, anche solo per farsi spiegare qualche problema tecnico, bisognava agire di nascosto. E dunque rintracciare casa o sul telefonino funzionari, dirigenti o semplici impiegati che mai avrebbero voluto essere scoperti.
Disagio e frustrazioni si colgono senza fatica tra il personale che giusto pochi giorni fa è entrato in sciopero. Non uno sciopero qualsiasi, ma una quasi serrata, che ha coinvolto per la prima volta anche gli esperti del mitico ufficio studi e quelli della Vigilanza, compresi i due capi Castaldi e Clemente, i «ribelli» che a luglio avevano detto no all´Opa su Antonveneta, poi autorizzata dalla Banca d´Italia. Da mesi i rapporti con le organizzazioni sindacali vanno avanti a suon di carte da bollo e di ricorsi. «Che se ne vada ed esca pure dalla porta di dietro», tuona Luigi Leone della Falbi, il sindacato interno più potente, ricordando la famosa telefonata a Fiorani. «Le dimissioni sono un atto dovuto, inevitabile», insiste Omero Papi, della Cida dirigenti. E Massimo Darì, della Sibc: «Se fossero arrivate prima...».
Già. Ma Fazio è un testardo, è convinto di aver bene agito nel rispetto delle leggi e per questo ha resistito, fino all´ultimo momento possibile. Fino al temuto, atteso, scongiurato redde rationem. Così adesso, si tirano le somme di un potere che sembrava arrivato da tempo al capolinea. Tanto più dopo che le intercettazioni avevano messo a nudo una gestione in cui il provincialismo e il familismo facevano cortocircuito con le grandi scelte sull´economia e sul sistema bancario.
Alle 7 di sera i corridoi di palazzo Koch sono deserti. Risuonano solo i passi dei commessi che hanno avuto ordine di far sloggiare gli estranei. Pochi istanti, ed ecco Fazio uscire dal suo studio. Ha l´aria seria, il capo chino. S´infila il cappotto, s´accomoda in macchina. Poi la sua berlina blindata sgomma e vola via, verso casa. Le troupe televisive lo riprendono mentre esce da via Nazionale. I fotografi cercano l´ultimo scatto. Stamani sarà di nuovo in banca, per la riunione del consiglio superiore: le dimissioni devono formalmente essere consegnate al consigliere anziano Ferreri. Poi forse, nel week-end, potrà andarsene in pace ad Alvito, l´amato borgo natìo,
Retropensieri sul partito democratico
Paolo Franchi sul Corriere della Sera
Dice al Giornale Cesare Salvi, vicepresidente del Senato ed esponente di spicco della sinistra diessina, che il Partito democratico è come il Ponte di Messina: «Se ne parla da 15 anni, ma non si farà mai». E chiede non solo a chi nel suo partito la pensa come lui, ma anche, e soprattutto, a Piero Fassino di smetterla di porgere l'altra guancia e di reagire, finalmente, a un'offensiva politico- mediatica che, sostiene, punta a svellere le radici stesse della Quercia.
Non c'è dubbio: Salvi, nei Ds, è un uomo di minoranza, che prende spesso posizioni controcorrente. Ma è certo pure che non è il solo, tra i diessini, a sospettare che Francesco Rutelli e i suoi numerosi amici, così ansiosi di lasciarsi alle spalle il Novecento, le sue ideologie e le sue famiglie politiche, abbiano in mente un Partito democratico, sì, e però alquanto sui generis. Un Margheritone, diciamo così, destinato a soppiantare la sinistra dopo aver utilizzato in suo danno armi convenzionali e non. Compresa, si capisce, quell'arma impropria, forse, ma potenzialmente letale, specie per chi ha nella sua storia anche relativamente recente un'orgogliosa rivendicazione di diversità, che va sotto il nome di questione morale.
A sospettare si fa peccato, ma, in politica, spesso ci si azzecca, recita uno dei più celebri aforismi di Giulio Andreotti.
Può darsi che a questo motto andreottiano si ispiri chi tra i Ds la vede, magari pure con qualche ragione, così, e si predispone, piuttosto che a una battaglia, a una sorta di resistenza passiva, di modo che la prospettiva del Partito democratico resti al centro di convegni, dibattiti e interviste, ci mancherebbe, ma venga pure regolarmente rinviata a un momento migliore, o a data da destinarsi. Può darsi. Ma, se davvero ci fosse un simile retropensiero, il pericolo non sarebbe solo quello di riservare al soggetto politico prossimo venturo la sorte, direbbe Salvi, del Ponte di Messina. Ancora peggiore sarebbe il rischio di andare avanti, sì, ma per inerzia, portandosi appresso tutti i sospetti (quelli diessini sulla Margherita, ma anche quelli della Margherita sui Ds, si capisce) e rinunciando così in partenza a evocare quella fiducia, quella passione e quelle speranze senza le quali un partito magari nasce, ma nasce morto. Persino se, in Parlamento, i deputati eletti in una lista comune danno vita a un gruppo unico.
Si è perso colpevolmente, in questi anni, tempo prezioso, per ingenuità, per calcolo, per mediocri realismi di parte: e non soltanto per responsabilità dei Ds. Non ce n'è molto altro a disposizione. Se c'è da discutere, da litigare, da fare i conti con la storia politica recente, magari da contarsi, sarebbe il caso di farlo senza infingimenti e senza timore di affrontare apertamente anche le questioni più spinose. Mai un partito è nato senza discussioni, litigi e conte, affidandosi solo ai rapporti di forza dei suoi gruppi dirigenti, alle loro alchimie, ai loro veti incrociati: perché una simile novità assoluta dovrebbe manifestarsi in un'occasione come questa, quando (leggiamo) si tratterebbe addirittura di sciogliere in un unico crogiuolo storie politiche, appartenenze, identità, radicamenti sociali tanto diversi? Urgerebbero risposte, possibilmente chiare, a questa semplicissima domanda. Adesso. Non dopo le elezioni.
Il premier finisce nell´angolo
Alessandra Longo su la Repubblica
ROMA - Gli occhi a fessura, la mascella che pulsa, una massa di capelli neri in crescita sotto il riflettore che non perdona. Per Silvio Berlusconi la serata a «Porta a Porta» gira male. Parla in collegamento Diego Della Valle, non un pericoloso comunista: «Silvio, ho visto che hai tirato fuori quel disegnino che tra l´altro non è la prima volta che circola. Vedi, mi cadono le braccia! Non abbiamo bisogno di qualcuno che gira con dei foglietti e pensa che gli italiani siano tutti analfabeti. Chiudi gli occhi, pensa ad una famiglia normale, gente che lavora in fabbrica, un figlio che studia. Non gli possiamo presentare quella roba offensiva, dirgli che domani tutto andrà bene...».
Ecco il calvario non annunciato, la piega crudele che nemmeno Vespa riesce a raddrizzare: il premier attaccato a «Porta a Porta», in quella sede definita «equilibrata e auspicabile» per il suo futuro confronto con Prodi, ma anche poco "comoda" (e al conduttore infatti dice: «Vorrei darle un suggerimento istituzionale, cioè ritornare alla situazione quo ante, quando uno non si doveva continuamente voltare da un lato all´altro»). Attaccato, poi, sulla cosa che gli è più cara: i foglietti, le mappe, i depliant del governo, la cartelletta zeppa di cifre e sondaggi che dicono quanto sia stato bravo. Il patron della Tod´s, serenamente perfido, lo apostrofa con un tu amicale al quale invano il Cavaliere tenta di sottrarsi. L´enorme spottone sul bilancio del governo va in fumo: «Silvio, sarei più contento, come cittadino, se tu venissi a dire che alcune cose le hai potuto fare, altre no. Se tu dici che non hai sbagliato niente, in 50 milioni di case sorridono, perché ti assicuro che la vita è dura e in ogni casa almeno una cosa l´hai sbagliata». Berlusconi sfiora la crisi di nervi: «Non ho sbagliato nessuna, nessuna, nessuna cosa! Tutto è perfettibile ma c´è stato il cambio sfavorevole dell´euro, il rincaro del petrolio. Sono davvero imbarazzato, non credevo che un imprenditore potesse scendere a questo livello di demagogia». L´occhio è ormai chiuso alla telecamera, la bocca piegata in una smorfia: «Se il signor Della Valle volesse fare uno scontro con me ne uscirebbe con le ossa rotte». Mentre lui perde le staffe, l´altro però sorride: «Dai, stiamo parlando...». «No, qui si stanno dicendo sciocchezze, e non le dico io!».
Della Valle è nella lista nera, chiaramente un fiancheggiatore della sinistra. Pesantissimo su Fazio, difende «Il Corriere», di cui è azionista: «Avete attaccato un giornale che decide in piena libertà (il riferimento è al fastidio governativo per un editoriale sulla questione Bankitalia, ndr). Vedi, Silvio, non si deve criminalizzare chi fa il suo dovere, senza pressioni della proprietà. Capisco che tu, avendo altre abitudini in casa tua...». Berlusconi si guarda intorno, furente: non uno sguardo amico. Ci sarebbe Vittorio Feltri, direttore di "Libero" ma con lui va quasi peggio che con Della Valle. Pensate: non crede che il famoso "Contratto con gli italiani", firmato nel 2001, sia stato rispettato: «Non ho visto in giro nemmeno un poliziotto di quartiere». «Lei è un caso di disinformazione su ciò che ha fatto il governo, dottor Feltri!». Frenetico, cerca nella cartella il dato: i vigili di quartiere sono 3701. Sullo schermo, passa un servizio finalmente amico. Si vede un poliziotto che stringe le mani al gestore di un bar e poi ispeziona una piazza deserta. Berlusconi coglie la palla al balzo per spiegare che la criminalità è alle corde, le rapine dimezzate, il terrorismo «sgominato».
E c´è Luigi Angeletti, il sindacalista Uil, che gli parla dei pensionati «impoveriti mentre un terzo degli italiani si è arricchito». Finisce in rissa: questi signori hanno fatto ventimila scioperi negli ultimi anni. Perché non li facevate con la sinistra al governo? E Angeletti: «Il premier si informi, li abbiamo fatti anche con la sinistra. Certe scelte non sono di destra o di sinistra, ma solo di buon senso».
Incompreso. Lui fa il bene del Paese, porterà, giura, «le pensioni minime a 800 euro», senza contare le Grandi Opere che rimarranno nella storia (anche qui tira fuori una cartina sugli «interventi cantierati», subito gelato da Feltri: «Presidente non si capisce niente») e, invece di ringraziarlo, lo contestano. Tutta colpa dei media in mano alla sinistra: «L´informazione in Italia è un disastro! Mi sono stancato di leggere i giornali, siete pronti solo agli scandali, siete disfattisti». Voi chi? In rappresentanza della categoria dei giornalisti, ci sono due «moderati», come li definisce Vespa. Marcello Sorgi, editorialista de «La Stampa», e Antonio Polito, direttore de «Il Riformista», riescono a fatica a prendere la parola: «La dimostrazione di quanto tiene in conto l´informazione - dice Sorgi, insolitamente polemico - sta nello spazio che ci ha riservato questa sera». Polito tenta inutilmente di farsi rispondere: «Presidente, mi spiega perché lei nega l´evidenza della situazione italiana?». Che serata. La fronte è lucida, il finale surreale, a suo modo disperato. Berlusconi regala a Vespa un panettone: «Soltanto volendoci bene, si risolvono i problemi».
20 dicembre 2005