
sulla stampa
a cura di P.C. - 19 dicembre 2005
Sharon in ospedale, paura in Israele
Alberto Stabile su la Repubblica
GERUSALEMME - Paura per il primo ministro israeliano: Ariel Sharon, 77 anni, si è sentito male e ha perso conoscenza, vittima di un leggero ictus. È stato ricoverato nel reparto di rianimazione dell´ospedale Hadassah. La direzione sanitaria della clinica universitaria sostiene che la vita del primo ministro non è in pericolo e che l´anziano leader ha reagito bene alle cure. «Le condizioni del premier ha detto il vice direttore dell´ospedale sono stabili ed Ariel Sharon è cosciente». Nelle strade di Gaza miliziani palestinesi hanno esultato, sparando in aria raffiche di arma automatica. Sharon da appena un mese ha lasciato il Likud e guida un nuovo partito centrista, Kadima, in apparenza lanciato ad un vistoso successo alle prossime elezioni politiche.
Le ultime notizie sembrano particolarmente rassicuranti. «Ariel Sharon parla, scherza e può muovere ogni parte del corpo», ha riferito il primo canale della Tv in chiusura della sua edizione straordinaria. Ma per quasi un´ora, fra le otto e le nove della sera, tutto il paese è rimasto con il fiato sospeso.
Al di là dei sondaggi che da mesi, ormai, lo presentano come l´uomo politico più popolare d´Israele, nonché l´unico dotato di quella leadership nazionale che gli garantisce un consenso trasversale, il malanno di Ariel Sharon ha offerto un´ulteriore dimostrazione della sua statura internazionale.
Se non privo di sensi, Sharon, appariva, «confuso». Le sue condizioni venivano definite genericamente «stabili». Poi, durante le analisi, ha avuto un netto miglioramento. Un segnale d´allarme, più che una vera incrinatura, certamente collegabile ad un anno di grandi tensioni e di battaglie politicamente all´ultimo sangue: dallo scontro sul ritiro, al ribaltone, al divorzio dal Likud, alla nascita di Kadima, essendo ormai entrati in una campagna elettorale lunga quattro mesi. E tutto questo senza fermarsi mai.
Quello di possedere una salute di ferro è un aspetto non secondario del mito che circonda Sharon. Un mito che lo stesso premier ha avallato, rifiutandosi di rivelare anche il minimo dettaglio sulle sue condizioni. Gran mangiatore di carne, goloso di doppi e tripli hamburgher, fama di bon vivant mai sfiorato dalla tentazione di una dieta, Sharon ha liquidato ogni illazione sulla sua salute alla sua maniera. «Non sono mai stato così bene in vita mia».
Il Medio Oriente appeso a un uomo
Igor Man su La Stampa
Sharon in ospedale: la notizia fa effetto poiché il vecchio soldato a dispetto dell'epa pronunciata e dell'anagrafe sino a poche ore fa ha volteggiato sui marosi della permanente burrasca mediorientale con l'agilità intrepida d'un surfista. Che sia stato un «leggero ictus» o semplicemente un collasso da superlavoro, una cosa è certa: il roccioso «Arik», l'implacabile soldato che ha marciato sul periglioso sentiero della politica con la stessa speditezza da parà con cui ha affrontato la guerra avendo come road map il libro del Deuteronomio («... vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede»), il generale mai sconfitto che nella guerra del Kippur ha combattuto incurante delle ferite dovrà disertare. Non già il campo di battaglia ma l'altrettanto pericoloso arengo politico. Solo per qualche tempo, ma dovrà.
Sia come sia, il malore del vecchio soldato complica maledettamente un quadro geopolitico a dir poco inquietante. Lo sgombero da Gaza ha provocato una pesante crisi politica, tanto pesante da costringere «Arik» a mollare il «suo» vecchio partito, il Likud, e fondarne un altro chiamato scaramanticamente Avanti. La mossa di Sharon ha preso in contropiede sia «Bibi», l'ex primo ministro tanto bravo in tv, ha messo in difficoltà l'eterno secondo vale a dire il grande visionario polacco Shimon Peres, l'uomo che diede forma documentale al programma elettorale di Rabin che nel '92 stravinse nel segno della pace. Rabin ci ha dimostrato che quando un soldato vuole la pace è perché è stanco della guerra di cui conosce la faccia segreta ma soprattutto è perché gli ripugna l'idea che i figli dei figli siano attesi da un futuro da ghetto armato. Dobbiamo dunque credere a Sharon-colomba?
E' un brutto momento: Hamas ha stravinto le elezioni locali in Cisgiordania mettendo in crisi un altro vecchio, il raìss palestinese Abu Mazen non eccessivamente stimato da Arafat. (Il vecchio fedayn lui è sul binario morto, in eterna attesa d'un Godot che risolva la difficile equazione mediorientale). A marzo, infine, il popolo israeliano andrà alle urne, nel segno dell'incertezza: il premier imprevedibile sarà forse a corto di audaci sorprese o «anitra zoppa» fuori combattimento. C'è infine il campionario di farneticazioni del nuovo presidente iraniano affamato di uranio e posseduto dall'odio per gli «infedeli». Tutto sembra appeso a un filo, più esattamente a un uomo. (Ma anche gli eroi, qualche volta, sono stanchi).
Se il tedesco torna di moda
Angelo Panebianco sul Corriere della Sera
È presto per affermare che l'Europa si è lasciata alle spalle la crisi che l'aveva portata sull'orlo della dissoluzione, con le divisioni sull'Iraq, con il rigetto del trattato costituzionale da parte degli elettori francesi e olandesi, con gli scontri fra le incompatibili visioni del futuro dell'Unione di Tony Blair e di Jacques Chirac. Ma un segnale, con il compromesso raggiunto
in extremis sul bilancio comunitario, è stato dato. Non solo perché i leader europei, come si dice retoricamente, hanno alla fine recuperato un po' di spirito comunitario arrivando a una soluzione rispettosa dei diversi interessi (e anche l'Italia ne esce assai bene). Non solo perché Blair, partito con una posizione negoziale rigida, conclude la sua presidenza europea con un successo, anche in virtù delle sue personali concessioni in materia di sconto sul contributo britannico. Ma soprattutto perché, con la sua decisiva mediazione e un accresciuto impegno finanziario senza immediate contropartite, il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, ha battuto un colpo, ha dato la sensazione che la Germania sia pronta, dopo anni di latitanza, a riprendere quel ruolo di leadership
in assenza del quale l'Europa non può andare da nessuna parte.
Anche se la posizione della Merkel è fragile a causa del fatto che ella si appoggia, in casa, a una grande coalizione potenzialmente instabile, è un fatto che c'è stato un segnale di cambiamento dell'atteggiamento tedesco. Solo la Germania potrà coordinare gli sforzi per il rilancio dell'Europa (dagli aspetti istituzionali ai rapporti con gli Usa). Solo la Germania avrà l'autorità per imporre alla Francia l'abbandono di quel protezionismo agricolo che danneggia l'Europa, ne indebolisce il prestigio e il potere contrattuale (come si è visto nel vertice del Wto a Hong Kong) nei negoziati per la liberalizzazione del commercio mondiale, avvelena i rapporti europei e brucia risorse destinabili allo sviluppo. La Germania vuole contare di nuovo in Europa e questa è, per gli europei, un'eccellente notizia.
Le accuse a Bush e lo spettro di Nixon
Vittorio Zucconi su la Repubblica
Puntualmente ogni quattro anni, il giorno 20 di gennaio, un nuovo presidente americano giura sulla Bibbia di «rispettare e difendere la Costituzione da ogni nemico interno o esterno». Non giura di proteggere la nazione, la gente, i bambini, le chiese, giura, esattamente come i soldati al momento di entrare in servizio, di difendere e servire la Costituzione. Ma che accade se il difensore diviene, egli stesso, colui che viola e minaccia la costituzione? Che cosa resta di una democrazia bisecolare fondata sulla fede nel verbo costituzionale, se il sommo pontefice si trasforma nell´eretico?
La rivelazione diffusa dal New York Times, con malizioso tempismo per rovinare alla Casa Bianca la festa della vittoria in Iraq che ieri sera Bush ha voluto celebrare in un discorso alla nazione, secondo la quale il Presidente ha ordinato di ignorare una legge sul controspionaggio vecchia di 25 anni e autorizzare a proprio arbitrio intercettazioni elettroniche senza mandato giudiziario ha riesumato lo spettro di Richard Nixon e del suo uso spregiudicato della Cia per condurre operazioni contro i «nemici interni».
Certamente, la necessita di trovare strumenti nuovi per rintuzzare un nemico nuovo è una necessità reale. Lo stesso Parlamento americano riconobbe a Bush una più ampia latitudine di azione, dopo il panico dell´11 settembre, ma non una licenza per origliare tutti e ovunque e per sempre. Il problema posto da questo atteggiamento di superiorità imperiale dell´esecutivo su ogni altro potere, lo «stato sono io» proclamato da Bush, preoccupa perché questa contro il «Terrore» è una guerra infinita e prolungabile da qualsiasi azione terroristica, ovunque accade, che non avrà trattati di pace né rese né fine certa. Dunque la sofferenza della legalità che ogni guerra comporta rischia di farsi malattia cronica, capace di consumare l´organismo costituzionale che il Presidente giura di difendere. E di infettare anche quelle democrazie minori che all´America sempre si ispirano e che scimmiottano.
Si apre una spirale discendente di «quasi legalità» e di scorciatoie progressive, inutili, come quella che Vladimir Bukovski, il dissidente russo autore del magnifico «Il Vento va e poi ritorna», ha descritto ieri con l´aneddoto della «pipa di Stalin». «Un giorno Stalin scoprì che la sua pipa preferita era scomparsa e ordinò a Beria, l´aguzzino capo della Nkvd, di trovare il ladro a ogni costo. Più tardi, Stalin ritrovò la pipa caduta e disse a Beria di sospendere le indagini. Ma, compagno, balbettò Beria, io avevo già trovato cinque persone che ci avevano confessato di averla rubata».
La crisi non si spegne a chiacchiere
Editoriale sul Corriere della Sera
La necessità di rimuovere Antonio Fazio era già evidente dallo scorso luglio. Il governo non volle ascoltare, preferì passare l'estate cincischiando. Perché se è vero che le norme vigenti in materia di destituzione di un governatore non sono né chiare né univoche, una strada da battere c'era: una mozione parlamentare bipartisan che facesse da preludio a una severa e incisiva azione del governo. Il ministro Domenico Siniscalco si dimise proprio perché dall'esecutivo quel gesto risolutore non era mai venuto e si era, invece, messa in scena una mediocre commedia degli equivoci fatta di mezze dichiarazioni, flebili iniziative e clamorosi dietrofront.
La sostituzione di Siniscalco con Giulio Tremonti, l'esponente della maggioranza più critico verso la gestione Fazio, insieme alle prime dichiarazioni che accompagnarono il cambio, fecero sperare per il meglio. Da allora di mesi però ne sono passati altri tre. Si è fatto ridere il mondo intero inviando ai summit internazionali due rappresentanti del Paese, Fazio e Tremonti, che nemmeno si rivolgevano la parola. Si è lasciato alla magistratura l'onere di difendere le istituzioni. Il Corriere della Sera e in particolare Francesco Giavazzi hanno avuto il solo torto di non demordere nel segnalare questo disordine settimana dopo settimana, mese dopo mese. Ora il ministro dell'Economia assicura che il tempo degli indugi è finito. Lo si assecondi e non si perda tempo stilando goffi comunicati. In fondo in materia di leggi ad personam questo governo una certa esperienza ce l'ha.
La spallata
Massimo Giannini su la Repubblica
«La maggioranza è coesa e determinata. Un accordo bipartisan con l´opposizione è possibile. Questa legge di riforma del risparmio sancirà la vittoria della politica». Chi gli ha parlato in queste ore, descrive un Giulio Tremonti più che soddisfatto. Domani, al Consiglio dei ministri straordinario convocato per esaminare il caso Banca d´Italia, il ministro dell´Economia porterà il testo di un emendamento a quel disegno di legge che, nella convinzione del governo, risolverà una volta per tutte quello che ormai si può considerare lo «scandalo Fazio». Ci sono voluti tanti, troppi mesi. Ci sono volute le dimissioni di due ministri. Ma alla fine, sia pure sul filo di lana e al prezzo di un enorme discredito per l´immagine nazionale, Tremonti sembra riuscito a trovare la «quadra».
La nuova legge sul risparmio, integrata con la modifica che sarà approvata domani dal governo, prevederà per il futuro il mandato a termine di 5 anni per il governatore, e un nuovo criterio di nomina e di revoca, che sarà affidato direttamente al governo, salvo ratifica parlamentare sul nome del futuro governatore raggiunto con la maggioranza dei due terzi. Quanto al presente, il superministro aveva parlato di «una soluzione giuridica» che avrebbe aggirato l´ostacolo del cosiddetto «regime transitorio» nei confronti di Fazio. Ora, in realtà, si scopre che quella soluzione, più che giuridica, è appunto politica.
«Approvata definitivamente la nuova legge, con le modifiche che riguardano Bankitalia, il governo procede il giorno dopo alla nomina del nuovo governatore». Questa è la mossa che l´esecutivo ha in serbo.
Viene definita «l´uovo di colombo».
Comunque, l´impressione è che per Fazio non ci sia più via d´uscita. Tra Palazzo Chigi e Via XX Settembre non si vuole neanche sentir parlare di «atterraggi morbidi». La stessa ipotesi di concedere all´uomo di Alvito l´onore delle ultime «Considerazioni Finali», lasciando che si dimetta dopo l´assemblea del 31 maggio 2006, viene considerata «inaccettabile». Ormai se n´è convinto anche Bossi, che in queste ore l´ha ripetuto ancora una volta a Berlusconi: «Fazio non c´è più. Non può restare al suo posto un altro minuto». C´è sempre la possibilità che il cocciuto frusinate dia ancora battaglia. Ma Tremonti non ci crede. Lo ha detto chiaro al premier: «Lui continua a difendersi con il codice e la legge. Ma ormai è chiaro a tutti che il problema vero è di ordine etico-morale, non più penale. Di fronte al quadro che emerge sulle Opa, è persino irrilevante che abbia commesso un reato oppure no. Lui non è più adeguato a guidare la Banca d´Italia, e questo sarà il vero motivo che giustificherà la revoca del mandato, quando avremo approvato la legge sul risparmio». E´ la stessa logica che ormai ha riconosciuto anche Bossi: «Se ha ricevuto regali, e ne ha fatti a chi spazzola i conti correnti, come fa a restare lì? E come facciamo noi a difenderlo?».
Impossibile, anche per il Senatur. Al Tesoro c´è chi si spinge anche più in là, fino a ribaltare l´ordine delle procedure: «Uno così sarebbe stato nominato governatore? Mai. E questo è anche il motivo per cui, entrata in vigore la nuova legge, non può essere confermato».
Su questa linea, al Consiglio dei ministri di domani, si cercherà di cementare un patto di ferro, coinvolgendo il centrosinistra.
«In nome della politica, e della democrazia», come ha detto Tremonti a Prodi. Anche perché, in questi ultimi giorni, nel governo c´è chi sostiene che i Poteri Forti avevano avviato un´offensiva sotterranea, per imporre a una maggioranza sempre più caotica un proprio «tecnico di riferimento» al vertice della Banca d´Italia. Proprio quel Francesco Giavazzi, di cui il «Foglio» ha tracciato un profilo da candidato in pectore e a cui ieri Palazzo Chigi ha risposto con un comunicato ufficiale. «Il "partito della Bocconi" voleva farci fuori - è il teorema che circola nei corridoi azzurri - ma la tecnocrazia che è uscita sconfitta in Europa non può vincere in Italia. E un consiglio di facoltà non può sostituire la politica».
L'«Opus Dei» prende le distanze
Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera
ROMA - «Sembra di essere in una storia di Dan Brown. Appena si parla di denaro e di cattolici, subito scatta il riflesso pavloviano, riprende vigore la leggenda nera: "C'è di mezzo l'Opus Dei". E' successo e succede pure nella vicenda Fazio: "Lo protegge l'Opus Dei". Quest' estate un importante giornale laico scrisse addirittura che l'Opera aveva organizzato una novena di preghiere per Antonio Fazio. Mi sono vergognato di smentire; ho preferito fare una telefonata al direttore e finirla lì. Un altro importante giornale laico ha interpretato alcune mie considerazioni quasi banali sul giornalismo, che per il nostro fondatore sant'Escrivà da Balaguer dove rispettare l'etica dei fatti e delle persone, come un'entrata a gamba tesa in difesa di Fazio. Ebbene: Fazio non fa parte dell'Opus Dei».
Dell'Opus Dei Pippo Corigliano, marchese e ingegnere, è portavoce per l'Italia (ma essendo l'unico e lavorando a Roma nella sede della prelatura è la voce dell'Opera nel mondo). Nelle ore in cui si decide il destino di Fazio, gli ambienti cattolici (in particolare quelli cui sono attribuite sensibilità e attitudini conservatrici) sono chiamati in causa come difensori del numero uno di Bankitalia. Ora: sarebbe superficiale dedurre che il mondo cattolico stia «abbandonando» Fazio. Resta il fatto che l'abate di Montecassino, Fabio Bernardo D'Onorio, si dice «sorpreso» dei regali natalizi di Fiorani. Al cardinale Giovanni Battista Re, amico personale del governatore, indiscrezioni non smentite attribuiscono una mediazione per far giungere il caso al suo sbocco naturale. Il vescovo di Sora Luca Brandolini, che esercita la sua giurisdizione anche su Alvito borgo del governatore, si chiama fuori: «Se la veda lui con la sua coscienza». Soprattutto, dai vescovi italiani non si è levata una sola voce contraria ai due editoriali con cui «Avvenire» ha consigliato a Fazio di dimettersi.
La linea del quotidiano della Cei, conferma il direttore Dino Boffo nelle conversazioni private, è quella di un «sacrificio intelligente. Anche perché in questi casi non hanno più senso le distinzioni tra cattolici e no: un cattolico semmai ha qualche dovere in più». I frati del sacro convento di Assisi, che hanno con Fazio un'antica consuetudine, sono sì indaffarati, ma per il concerto Rai di Natale: «Quest'anno abbiamo il presidente della Consulta, e poi Petruccioli e Meocci insieme - spiega padre Enzo Fortunato, portavoce del sacro convento - . Fazio? Di queste cose non ci occupiamo». Conversando poi informalmente con i frati, ci si sente rispondere: «Difenderlo? Ma che resta da difendere?».
«Il punto è che i cattolici non sono abituati a considerare un potente come "uno dei nostri" solo perché va a messa la domenica alle 7 del mattino - aiuta a capire Vittorio Messori - . Sia Fiorani sia Fazio hanno l'etichetta di cattolici. Ma Fazio, più che un cattolico, mi è sempre sembrato un baciapile; non è la stessa cosa. E poi un conto è la devozione, un altro l'etica. Il governatore ha le sue ragioni, ma credo che i personaggi più autorevoli del mondo cattolico, per quanto saggiamente diffidenti degli eccessi della magistratura, abbiano presenti anche le sue responsabilità: chi occupa posti nelle istituzioni deve accettarne le leggi; essere anche solo sfiorato dal sospetto implica le dimissioni. In questi casi l'Opus Dei è tirato in causa a sproposito. Oltretutto mi risulta, avendo dedicato un libro-inchiesta all'Opera, che Fazio non ne faccia parte in nessuna veste: né come numerario, né come soprannumerario, né come aggregato. Sua figlia è divenuta invece suora laica dei legionari di Cristo, un'organizzazione di origina messicana il cui fondatore, Marcel Macial, è sotto inchiesta da parte del Vaticano per pedofilia, pur se difeso con molta convinzione dai suoi».
La voce dell'appartenenza del governatore all'Opus Dei è antica, e nel '93 fu accreditata con un giornalista dal fratello Mariano, storico sindaco di Alvito. «Io ricordo però che Antonio Fazio smentì. E disse la verità - riprende Corigliano - . La sua famiglia semmai è in contatto con i legionari di Cristo. E' vero che con noi ha sempre avuto un buon rapporto: venne nella nostra residenza universitaria a tenere lezioni di economia; ma saranno passati venti, forse trent'anni. Da governatore è stato da noi una sola volta, sette anni fa, per partecipare all' inaugurazione dell'anno accademico dell'Elis, un centro di formazione tecnica. Purtroppo è stata inventata questa voce del gran lavorio dell'Opus Dei in sua difesa. Che sarebbe falsa anche se Fazio fosse uno dei nostri: l'Opera non entra nell'attività professionale dei suoi membri». La sua opinione sul caso Fazio? «Non ne esprimo - risponde il portavoce dell'Opus Dei - . Dico solo che questa idea della finanza bianca o cattolica mi pare uno schema superato. In ogni caso, noi insegniamo a usare il denaro in maniera retta; il resto non è affar nostro».
La fatica di risanare
Pier Carlo Padoan su l'Unità
Archiviata una finanziaria di fine di una legislatura da dimenticare occorre pensare ai compiti che attendono il governo che uscirà dalle prossime urne. Gli obiettivi sono sotto gli occhi di tutti: risanare una finanza pubblica disastrata e rimettere il paese su un sentiero di crescita non dico eccezionale ma quantomeno accettabile. È possibile e realistico un obiettivo del genere? Per mettere dei numeri sul tavolo, cosa è possibile fare nell'arco di un quinquennio?
È pensabile che l'indebitamento scenda sotto il 3 per cento, che il rapporto debito pil abbia di nuovo un andamento discendente e che la crescita potenziale ed effettiva sia, diciamo, piu alta di mezzo punto percentuale?
Sono obiettivi apparentemente non proibitivi ma certo neanche scontati. E sopratutto, cosa servirebbe per raggiungerli? È la domanda che si pone il CER (Centro Europa Ricerche) nel suo ultimo rapporto, con una serie di simulazioni effettuate con un modello di lungo periodo che ha il pregio di tenere conto sia degli aspetti di domanda che di offerta dell'economia Italiana. Il CER esamina due scenari, aggiustamento graduale e strategia «complessiva». Il primo scenario prevede che l'obiettivo di risanamento di finanza pubblica sia raggiunto gradualmente (tramite maggiori entrate e/o minori uscite) entro il quinquennio. L'obiettivo viene raggiunto, ma a costo di una minore crescita, colpita dal lato della minore domanda che si ripercuoterebbe anche sull'offerta.
Sarebbe un obiettivo irrinuciabile di un nuovo governo mettere in campo un programma che sia credibile e creduto dai cittadini e questo richiede di nuovo, un forte impegno politico e di governo.
Infine tutto ciò richiede forte credibilità in Europa e, in generale, sui mercati internazionali (infatti si assume che non ci siano aumenti del premio di riuschio sul debito italiano). L'indebitamento, infatti, potrebbe dover rimanere al di sopra dei limiti stabiliti in sede comunitaria e quindi il nuovo governo dovrebbe rinegoziare la sua posizione con Bruxelles. E l'Europa sarebbe diposta a chiudere un occhio sui numeri solo se si trovasse di fronte un governo credibile, sul piano tecnico e, sopratutto, sul piano politico.
19 dicembre 2005