Si allarga il terremoto che ha investito il sistema bancario italiano, scombussolando Piazza Affari e trascinando nel fango anche il governatore di Bankitalia Antonio Fazio. Il giorno dopo l'arresto per il caso Antonveneta di Giampiero Fiorani, che chiama in causa anche i vertici Unipol, cresce di livello l'inchiesta «banche pulite».
Affari e potere all´ombra di Bankitalia
editoriale di Ezio Mauro su la Repubblica
Ci sono due, tre cose di sistema da dire, nel momento in cui finisce all´inferno l´assalto al cielo che i "furbetti del quartierino" avevano tentato nella strana estate italiana del 2005.
Visti i personaggi, l´antropologia che disegnano nelle loro telefonate d´affari e di fratellanza, la curva breve della loro straordinaria avventura, ci si potrebbe fermare alla cronaca. Cronaca criminale italiana, girone di serie B, comunione e protezione. Ma gli affaristi, speculatori e profittatori di questa vicenda avevano un perno istituzionale come il Governatore della Banca d´Italia, hanno incontrato alleanze diffuse e sparpagliate strada facendo, e benevolenze inconcepibili su entrambe le sponde di una politica incapace di stare al suo posto. Il quartierino nascondeva dunque un progetto superbo, un piano di potere, un´ambizione di sovvertimento, un odore di P2, vent´anni dopo, insieme all´incenso costoso dei Legionari di Cristo. E´ di questo che bisogna parlare.
Come allora, "rubavano per comandare e comandavano per rubare". Scalavano senza i soldi, senza una biografia imprenditoriale o almeno finanziaria, senza la minima cultura del lavoro, senza un´idea del mondo della produzione. Rubavano prima di tutto per sé, se è vero che Fiorani si è intanto messo da parte 70 milioni di euro e ha finanziato senza garanzie prestiti-guadagni ai soci occulti. Rubavano ai morti sottraendo i soldi dai loro conti correnti, rubavano ai risparmiatori spalmando sui loro conti i debiti degli affari andati male. Rubavano per finanziare il "Partito" del Governatore, che abita in Parlamento dentro partiti diversi. E infine rubavano per finanziare "terzi" che nell´ombra compravano azioni fiancheggiatrici delle loro scalate, saltando così l´obbligo dell´Opa e ramificando ben oltre Lodi la ragnatela criminale.
La scalata come strumento di un sovvertimento di potere, di una sostituzione gerarchica, attraverso le banche e i giornali secondo la lezione piduista: prima l´Antonveneta, poi la fusione con la Bpi, quindi la Banca del Lavoro, infine la Rcs.
Pensando magari poi a Mediobanca e Generali, visto che tutto era partito dalla conquista di Telecom, dimostrando che se Gnutti era arrivato fin lì, allora gli Hyksos - profanatori e saccheggiatori, abitanti delle sabbie - potevano puntare davvero alla conquista dell´impero, ricco e fragile insieme.
Se il disegno è stato rivelato e rovesciato è solo grazie all´intervento - ex post, com´è naturale - di un potere della Repubblica totalmente esterno al perimetro del mercato, della politica, dell´establishment finanziario, economico e industriale, com´è il potere giudiziario. Dentro quel perimetro, non si è mosso nulla, o ben poco. Il mercato e i suoi strumenti di garanzia, le istituzioni e i loro organismi di controllo, che potevano e dovevano intervenire mentre gli scalatori dispiegavano i loro metodi e mezzi impropri, hanno lasciato che Fiorani arrivasse alle porte del quinto gruppo bancario nazionale, che Ricucci spendesse 800 milioni di euro in una scalata apparentemente senza senso alla Rcs, senza che nessuno gli chiedesse da dove quei soldi erano piovuti sul suo studio odontotecnico. L´establishment attaccato, poi, non ha fatto nulla se non fingersi forte, rivelarsi spaventato, scoprirsi infine fortunato.
Qualcuno ha agito, ma contro i suoi doveri e gli obblighi del ruolo. Ciò che è avvenuto infatti è stato possibile perché il Governatore è venuto meno ai suoi compiti di vigilanza, ed è diventato parte di un progetto di potere, che puntava al sovvertimento della gerarchia economica costituita, ma non attraverso il mercato, bensì contro il mercato. Per un Governatore, un peccato capitale.
Come se Fazio si fosse messo in testa di essere insieme Governatore e Cuccia, regolatore dall´esterno e dall´interno di un mercato dove però il nuovo dominus doveva essere il ragioniere di Lodi che al telefono lo baciava in fronte e copriva la famiglia di regali, come si fa con un cliente importante qualunque.
In questo quadro devastante, si è aggiunta la politica. In un Paese normale, la politica deve star fuori dal mercato, badando a fissare le regole, fare le riforme, far crescere il Paese. Ma il piano di scalata del Governatore attraverso Fiorani, Gnutti e Ricucci sembrava fatto apposta per portare alla luce la visione distorta del mercato che una parte della politica nasconde. Fallita l´idea di far scalare Bnl dagli immobiliaristi, l´"italianità" di Fazio ha puntato sull´Unipol di Consorte, mentre Fiorani attaccava l´Antonveneta e Ricucci la Rcs. Il progetto complessivo poteva dunque blandire insieme tentazioni berlusconiane e velleità diessine, stranamente unite da un sentimento simmetrico ma in fondo molto simile di estraneità e diffidenza per i cosiddetti "poteri forti", per il vecchio "salotto buono", per le famiglie e le tradizioni del capitalismo.
Anche qui, è facile comprendere perché la benevola copertura politica data alla scalata dell´Unipol di Consorte (che non a caso Fiorani considerava un alleato «particolarmente fidato») abbia portato il principale partito della sinistra a parlare sottovoce del Governatore e delle sue gesta per tutta l´estate: anche quando tacere appariva con ogni chiarezza un errore, che in politica quand´è ripetuto diventa facilmente una colpa.
Ma soprattutto perché il potere capitalista (che certo esiste, eccome) non ha saputo crescere in responsabilità generale fino a diventare un establishment consapevole di sé, dei suoi diritti e dei suoi doveri, e soprattutto garante delle regole generali di sistema che pretende e a cui si sottomette per primo? Sapendo (come oggi sembra sapere finalmente Confindustria dopo anni di silenzio, e peggio) che sono quelle regole a definire il mercato e garantire i suoi protagonisti, oltre che i cittadini. Tutto questo è mancato, manca ancora e la fiammata estiva ha almeno l´utilità di averlo reso ben chiaro a tutti, salvo chi non vuol vedere.
Ecco perché il tentativo di prendere il Palazzo d´estate ha sconfitti sicuri, come Fazio e Fiorani, ma non ha un vincitore. Ed è facile prevedere, anche se è sgradevole dirlo, che se nulla cambia prima o poi gli Hyksos torneranno: magari armati meglio.
Non rassegnarsi all'Italia stantia
Scandali bancari e reputazione del Paese
Mario Monti sul Corriere della Sera
Sottolineo che il danno è compiuto. Gli episodi citati sono documentati e notori. Potranno costituire reati o meno, potranno esservi molti altri fatti o no, ad opera degli stessi o di altri protagonisti. Ma bastano questi. E soprattutto basta la circostanza che, pur essendo questi fatti sotto gli occhi di tutti da molti mesi, ci sia voluto tanto tempo perché esponenti del mondo bancario, economico, politico e della stampa trovassero il «coraggio» per prendere le distanze.
Bisogna poi fare attenzione. Quanti hanno preso le distanze da Antonio Fazio, Gianpiero Fiorani e da altri compartecipi a quella comunità di valori non sono necessariamente a favore di un'Italia diversa, nella quale la competizione sul mercato si sostituisca alla logica asfissiante dell'amicizia, dello schieramento, del clan. No, vi sono probabilmente tra essi molti esponenti di quella stessa identica logica, ma che mutate le circostanze hanno cambiato clan.
Questa fuga della fiducia nell'Italia, ancora più grave della fuga dei cervelli dall'Italia, sarà il «merito» più rilevante acquisito sul campo da coloro che si sono battuti per la «difesa dell'italianità» di alcune banche.
La magistratura giudicherà. Ma che un Governatore ostenti amicizia per alcuni banchieri, che riceva da loro doni se non baci, che certi parlamentari abbiano il ruolo di portavoce quasi ufficiali del Governatore (anche annunciando che una colazione tra questo e il presidente del Consiglio ha sancito la linea della difesa dell'italianità), che si registrino interventi che mischiano tali questioni con aspetti religiosi, tutti questi sono esattamente i connotati di quell' «italianità» spregiativa per superare la quale i nostri giovani italiani si battono. Ma adesso si sentono dire dai loro colleghi stranieri, con un sorriso ironico: «Visto?». Capisco la loro rabbia, la loro voglia di estraniarsi dal loro Paese.
Invece, sarà solo se i giovani sapranno mantenere lo sdegno, ma convincere se stessi e i loro interlocutori stranieri che questi sono riprovevoli episodi di un'Italia stantia, in corso di superamento, che avremo
Tangentopoli bancaria
Galapagos su il Manifestodel 14 dicembre
Giampiero Fiorani è stato arrestato su mandato della procura di Milano con l'accusa di associazione a delinquere. Sembra essere tornati ai tempi di tangentopoli. Ovviamente l'ex amministratore delegato della banca popolare di Lodi (ribattezzata alcuni mesi fa Banca popolare italiana) non è il solo nel mirino della procura milanese. Ma è lui il principale protagonista di questo nuovo scandalo che si abbatte come un ciclone anche sul governatore di Bankitalia Antonio Fazio. Sono mesi che i Pm di Milano frugano nel merdaio della ex Popolare di Lodi scoprendo cose che altri (Bankitalia e Consob) avrebbero dovuto scoprire da anni. La misteriosa crescita della banca per prima cosa. Da piccola banca locale a stella di prima grandezza con una serie di acquisizione spregiudicate. Seguite ogni volta da aumenti di capitale che a posteriori servivano a giustificare gli acquisti che nel giro di tre anni (dal 2000 al 2003) portarono nelle casse della banca circa 1,7 miliardi di denaro fresco. Tuttavia Piazzaffari fiutava che qualcosa non andava: la Lodi capitalizzava in borsa parecchio meno del proprio patrimonio netto. Un segnale che il mercato non credeva alle operazioni realizzate da Fiorani. Nell'autunno del 2004 il grande salto. Fiorani spinto da complici decide di mettere la mani su un boccone molto grande: l'Antonveneta, una banca padovana, tra le prime dieci istituti di credito italiani.
In Antonveneta c'era una bizzarra abitudine: il credito facile per i grandi soci azionisti. Come Emilio Gnutti, per citane solo uno. Dopo la morte di Pontello, il nuovo amministratore delegato Piero Montani cercò di fare un po' di pulizia nei conti e il bilancio del 2003 fu chiuso in rosso. Un banca che cercava di fare un po' meglio il suo mestiere non piaceva, però, a chi era abituato a farci i propri affari, più o meno puliti. Di qui il tentativo di scalata messo a punto da Fiorani. Inizia a questo punto il frenetico acquisto di azioni di Antonveneta, di nascosto alla Consob, da parte di una quarantina di soggetti (una associazione a delinquere?) con soldi ottenuti in prestito dalla Popolare di Lodi amministrata da Fiorani. In complesso oltre un miliardo di euro, ottenuti al di fuori di ogni controllo, a tassi di interesse bassissimi (3,5-4,0 per cento) e senza garanzie. Tranne quella data dal gran capo Fiorani al quale tutti gli impiegati della sua banca dovevano prostrarsi. Per fortuna c'è chi ha cominciato a ribellarsi: i telefoni sono stati messi sotto controllo evidenziando, purtroppo vista la carica istituzionale, che Fiorani aveva rapporti particolari anche con Fazio, il controllore del sistema bancario. A questo punto con Fiorani a San Vittore gli spazi per Fazio si restringono: probabilmente non sapeva di aver dato fiducia a una massa di mascalzoni. Ma, forse è peggio, non si è accorto che sotto i suoi occhi e con la sua benevolenza stava per compiersi una delle più grosse rapine del secolo.
Fissato per sabato l'interrogatorio di Gianpiero Fiorani
C.B. su Il Sole 24 Ore
Sarà interrogato sabato mattina, 17 dicembre, dal gip Clementina Forleo l'ex amministratore delegato della Banca Popolare Italiana, Gianpiero Fiorani, arrestato martedì 14 dicembre nell'ambito dell'inchiesta per la scalata ad Antonveneta. L'interrogatorio si terrà nel carcere milanese di San Vittore. Domani, invece, si svolgerà invece l'interrogatorio di Fabio Massimo Conti, gestore del fondo Victoria Eagle, un altro degli arrestati nell'ambito dell'inchiesta.
Da Francoforte, intanto, dove oggi si riunisce il consiglio della Bce, il governatore di Bankitalia, Antonio Fazio, ha invitato i giornalisti a «non disturbarlo». Alla domanda se Fazio si debba dimettere perché sospettato di aver favorito Fiorani a scapito degli olandesi di Abn Amro nella battaglia per Antonveneta, il governatore della Banca Centrale olandese Nout Wellink ha risposto: «Ho le mie idee in proposito».
L'arresto di Fiorani. Dopo mesi di indagini, sono scattate per la prima volta le manette nell'inchiesta della Procura di Milano sugli illeciti finanziari legata alla scalata a Banca Antonveneta ed è partita un'ondata di perquisizioni, 37 in tutto nella giornata di mercoledì 14 dicembre, che ha coinvolto anche il presidente di Unipol, Giovanni Consorte e gli immobiliaristi Ricucci e Coppola. A finire in carcere, lo scorso martedì sera, sono stati l'ex amministratore delegato della Banca Popolare Italiana, Gianpiero Fiorani, e l'ex direttore finanziario Gianfranco Boni. Un altro dei fedelissimi di Fiorani, Silvano Spinelli, uomo di fiducia per le operazioni riservate che con le sue ammissioni ai magistrati ha scoperto le carte segrete dell'ex ad, è agli arresti domiciliari.
Le accuse. I protagonisti di questo terremoto giudiziario sono tutti accusati di associazione per delinquere finalizzata ad appropriazione indebita aggravata, aggiotaggio, insider trading: nel mirino dei magistrati plusvalenze per centinaia di milioni di euro (solo per la scalata ad Antonveneta sono stati contati finora guadagni per 82,6 milioni a fronte di affidamenti per 791 milioni a un gruppo di clienti più uguali degli altri, ndr). Nell'ordinanza firmata dal giudice per le indagini preliminari, Clementina Forleo, sono citati anche l'imprenditore agricolo Giuseppe Besozzi, , Fabio Massimo Conti e Paolo Marmont , gestori del fondo delle Cayman Victoria and Eagle, uno dei principali azionisti della Bpi in realtà controllato dallo stesso istituto. I due gestori sono accusati, in particolare, di associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio e nei loro confronti sono stati emessi due mandati di cattura: eseguito nel corso della notte solo quello relativo a Conti, sospeso dal cda di Reti Bancarie (gruppo Bpi), mentre Marmont risulta tuttora latitante in Svizzera. È indagato inoltre anche l'avvocato Ghioldi, fiduciario di una serie di società e conti occulti su cui, secondo la ricostruzione dell'accusa, venivano fatti confluire dai due gestori i proventi delle appropriazioni indebite.
Unipol si difende. Nell'ordinanza del gip Forleo viene tirato in ballo anche il presidente di Unipol Giovanni Consorte che avrebbe partecipato alla scalata di Antonveneta, acquisendo ulteriori azioni, oltre a quelle possedute, fino ad arrivare a raggiungere il 3,4-3,5%.
L'addio alla famiglia. L'ex numero uno della Bpi è stato bloccato poco dopo le 9 di martedì sera nella sua villa di Lodi, nuovamente perquisita dalle Fiamme Gialle, e, dopo avere salutato familiari e amici, portato nel carcere di S.Vittore a Milano (mercoledì mattina ha incontrato l'avvocato Francesco Mucciarelli) assieme a Boni. L'ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Forleo disegna un sistema di collaudate spartizioni di denaro tra Fiorani e i suoi due uomini di fiducia, Boni e Spinelli. Si parla inoltre di denaro versato a politici e perdite che venivano scaricate e spalmate sui conti correnti di piccoli e medi risparmiatori (anche deceduti), del tutto ignari delle ragioni del carico di commissioni e addebiti che si ritrovavano sui conti.
Soldi a politici nazionali. Secondo l'accusa, inoltre, una parte consistente del denaro diviso fra i tre principali indagati andava a finire a esponenti politici nazionali. I magistrati hanno coperto con un omissis il nome del personaggio che da Roma indicava quali erano i politici da finanziare. Dagli ultimi atti degli ispettori di Bankitalia, dalle denunce fatte dai nuovi vertici della Bpi oltre che dalle intercettazioni telefoniche è emersa infatti l'esistenza, secondo gli investigatori, di «una rete di complicità interna ed esterna anche istituzionale». Dalla somma degli elementi raccolti, secondo l'ordinanza, esisteva una rete di complicità che «non era tesa a proteggere l'italianità tout court del sistema bancario, ma chi dall'italianità avrebbe continuato a trarre illeciti profitti». Oltre che essere versato ai politici, il denaro veniva depositato, secondo la ricostruzione degli inquirenti, sui conti esteri di Fiorani e di altri indagati, dapprima in Lussemburgo e Svizzera per essere spostato in un secondo momento nei paradisi fiscali.
Nella serata di mercoledì l'agenzia Apcom ha diffuso un elenco dettagliato delle persone destinatarie del procedimento di perquisizione locale e personale emesso dalla Procura della Repubblica di Milano. Fra queste anche gli immobiliaristi romani Stefano Ricucci e Danilo Coppola e il presidente di Unipol Giovanni Consorte. Ecco l'elenco completo: Fiorani, Benevento, Zoncada, Savarè, Lucchini, Rovelli, Vismara, Spinelli, Scalfi, Gnutti, Consorte, Sacchetti, Ricucci, Colnago, Zunino, Bellavista Caltagirone, Coppola, Bonsignore (europarlamentare Udc indagato per Antonveneta), Lonati, Moreschi, Marinelli, Marniga, Pasotti, Bossini, Palazzani, Bertoli, Consoli, Roveda, Conca, Corrada, Dora, Dordoni, Ferrari Aggradi, Gallotta, Orsini, Pacchiarini, Tamagni.
«Bpl da 10 anni centro d'illegalità»
Le accuse: appropriazioni indebite per 100 milioni. Un ex dipendente: soldi a politici e complici Fiorani: anche Consorte nella scalata Antonveneta. Unipol: lecite le nostre azioni. Fassino difende le Coop Chiamato in causa Fazio.
Sommari de Il Messaggero
MILANO Non solo la scalata ad Antonveneta, alla quale avrebbe partecipato anche il presidente di Unipol, Consorte. Ma una serie di acquisizioni occulte gestite da Fiorani e avvenute negli ultimi 10 anni grazie a coperture e complicità di politici e istituzioni. Milioni di euro in nero portati all'estero e divisi tra coloro che prendevano parte alle operazioni. Per il gip milanese, Forleo, che ha arrestato Fiorani e altre quattro persone, le manovre finanziarie avrebbero condizionato il mercato. Chiamato in causa anche il governatore di Bankitalia. Rutelli: Fazio si dimetta. Berlusconi: non ho poteri per intervenire. Fassino difende le Coop.
Così Fiorani pagava i politici
E Bankitalia entra nel mirino dei giudici: Fazio lo copriva.
Luca Fazzo e Marco Censurati su la Repubblica
MILANO - Una rete tentacolare di finanziamenti sottobanco alla politica per garantire l´assalto e il saccheggio di pezzi importanti del sistema bancario italiano: e, a garantire questi rapporti e questo assalto, la figura di colui che sulla trasparenza del sistema avrebbe dovuto vigilare, il governatore della Banca d´Italia Antonio Fazio. Perché «la rete di complicità» citata dal Gip Clementina Forleo - e l´allusione sembra esplicita - riguarda anche «soggetti esterni e anche istituzionali». E il riferimento è «a chi per anni, nonostante numerosi e dettagliati esposti provenienti da qualificate associazioni di consumatori e privati cittadini, è rimasto inerte».
È questo il quadro che emerge dagli atti depositati in queste ore dalla Procura di Milano a corredo del mandato di cattura eseguito martedì sera contro Gianpiero Fiorani, l´uomo forte della Lodi, e quattro complici accusati insieme a lui di associazione a delinquere. Per la prima volta viene messo nero su bianco da un giudice quanto, l´estate scorsa, faceva parte della polemica giornalistica e politica: era Antonio Fazio a coprire Fiorani. Fin dalla scalata alla Popolare di Crema, «sicura e garantita - sono parole dello stesso Fiorani - in quanto coperta e voluta dalla Banca d´Italia» fino all´operazione Antonveneta quando col pretesto della «tutela dell´italianità» la Banca d´Italia protesse «per evidenti e necessitate alleanze politiche chi solo dalla "italianità" del sistema bancario avrebbe potuto continuare a fruire di tangenti ed illeciti profitti».
Se la figura di Antonio Fazio - la cui iscrizione nel registro degli indagati potrebbe diventare un atto inevitabile anche a Milano - nella ricostruzione del gip Forleo sembra sovrastare l´intera ascesa di Fiorani e della sua organizzazione criminale, il punto d´attacco più immediato per la magistratura milanese appare quello dei finanziamenti distribuiti da Fiorani ai politici. Qui la testimonianza di Donato Patrini, il dirigente di Bpi che fungeva da braccio operativo di Fiorani nel mondo della politica, ha trovato numerosi riscontri. Sono riscontri che portano in due luoghi chiave della politica: da una parte gli uomini di Antonio Fazio a Montecitorio e a Palazzo Madama, come Ivo Tarolli e Luigi Grillo (entrambi di Forza Italia), dall´altra il cuore economico di Forza Italia: con i soldi destinati a due pasdaran di Silvio Berlusconi come Aldo Brancher e Paolo Romani, a lungo plenipotenziario in Lombardia del presidente del Consiglio. Accanto al nome di Romani compare nei verbali quello di un big della maggioranza di governo: Roberto Calderoli, ministro delle Riforme. Soldi sottobanco per Romani e Calderoli vennero stanziati da Fiorani per addomesticare la corsa interna alla Casa delle libertà per la conquista del sindaco di Lodi.
Il capitalismo si libera di Fiorani, ma non della propria malattia
Salvatore Cannavò su Liberazione
Probabilmente Giampiero Fiorani e i suoi amici pagheranno per tutti e pagheranno caro. Le accuse sono esplicite e dirette: i finanzieri lodigiani si sono arricchiti creando una banca nella banca con la quale truffavano la clientela per creare fondi neri da impiegare nelle loro ardite speculazioni finanziarie con sogni da grande finanza seppelliti dalle indagini della magistratura. C'è qualcosa che ricorda Tangentopoli in questa vicenda e non solo perché gli arresti dell'altra sera si annunciano come la prima tappa di un'inchiesta che può fare vittime eccellenti (oltre al ministro Calderoli, che compare nell'ordinanza del Gip Forleo, nei corridoi di Montecitorio già circola il nome di plenipotenziari dalemiani, ma sono voci che non ottengono conferme). In realtà a ritornare è un'analogia: così come allora, sulla base di una corruzione accertata e conclamata, il sistema italiano si liberò di una classe politica vetusta e inadatta alle necessarie modernizzazioni imposte dall'unificazione europea, oggi dal capitalismo italiano viene espunto un settore di outsiders che ha cercato di mettere le mani sulla cassaforte utilizzando metodi criminali e che è stato sempre mal sopportato dal cosiddetto salotto buono.
Le colpe di Fiorani e soci sono indiscutibili - per lo meno lo sono se l'indagine porterà a una condanna - ma quello che è altrettanto indiscutibile è che nei suoi confronti e in quelli di altri personaggi come Ricucci o come lo stesso Consorte, è stato sferrato un attacco di inaudita violenza fino alla conseguenza dell'arresto.
Servirà questa iniziativa a eliminare la mela marcia dal cesto del capitalismo italiano, a rimuovere il bubbone e a far filare tutto liscio? Questo è senz'altro l'auspicio di Luca Cordero di Montezemolo, il presidente di Confindustria, che ieri ricordava, commentando il caso, quanto ormai siano poco etici i rapporti tra politica e affari, alludendo alla necessità di una bonifica generale. In realtà le parole di Montezemolo possono essere lette come l'ammissione che è il sistema complessivo a soffrire di una carenza strutturale di etica. E del resto come non stupirsi della rapida ascesa compiuta da Fiorani e dalla sua Popolare - si guardi solo all'immenso edificio realizzato da Renzo Piano che campeggia nel centro di Lodi? Come non meravigliarsi del ruolo occulto giocato dal governatore Fazio che rappresenta forse l'apice di questa vicenda?
Probabilmente anche per Fazio è suonata la campana dell'ultimo giro, troppe sono le sue manchevolezze e i favori dispensati agli amici.
Anni fa il sistema bancario fu privatizzato grazie alla legge Amato con la tesi che il sistema pubblico produceva inefficienza e corruzione. Qual è oggi il bilancio di quella privatizzazione? E' sufficiente guardare ai casi Cirio, Parmalat e oggi Antonveneta per rispondere alla domanda.
Ma il problema è più ampio. E' evidente come ormai il sistema bancario sia decisivo nello sviluppo del capitalismo italiano e nella sua possibilità di rimanere agganciato ai processi di globalizzazione. L'infezione allo sportello si estende a tutto il sistema e lo rende sempre più esposto. Basti pensare che una delle imprese italiane più importanti, la Telecom posseduta oggi dal gruppo Pirelli, naviga su oltre 44 miliardi di euro di debiti, pari al 67% del capitale e che un'altra azienda di spicco del sistema italiano, Benetton, soffre un debito del 71% sul proprio capitale.
Sono segnali di una fragilità eccessiva che riguardano anche altre aziende a cominciare dalla Fiat. E quale livello di etica è rintracciabile in una vicenda come quella di Olivetti, massacrata da Carlo De Benedetti con la chiusura degli stabilimenti e la perdita di occupazione ma con la contestuale valorizzazione di Omnitel che oggi ha finito per beneficiare gli inglesi di Vodafone?
In realtà il sistema italiano si regge ancora su imprese che o sono pubbliche o sono state privatizzate recentemente - spesso dal centrosinistra - e che, grazie a una condizione di monopolio o quasi, rendono utili sicuri. I due terzi dei profitti delle prime venti società italiane provengono da petrolio e gas (Eni), energia elettrica (Enel), ristorazione stradale (Autogrill), telefonia, televisione, etc.
Senza curarsi del fatto che questa linea è stata massicciamente applicata negli ultimi venti anni con i risultati che vediamo: aziende deboli, indebitate, incagliate in un sistema complessivamente malato che grazie alla torsione operata sul lavoro dipendente hanno conseguito profitti elevati.
I dati sono espliciti: nel 1994 l'utile complessivo delle prime venti aziende (a valori attuali) era di 5,5 miliardi di euro su 214 di fatturato. Oggi il fatturato è salito lievemente (273 miliardi di euro) mentre l'utile complessivo è aumentato di tre volte e mezzo arrivando a 18 miliardi. Come è stato possibile? Semplice: nello stesso arco di tempo la quota di valore aggiunto assegnato alle retribuzioni è sceso dal 46 al 29% mentre quello incamerato dagli azionisti ha seguito il cammino inverso, dal 29% è passato al 46% del totale. Una gigantesca redistribuzione di reddito con uno spiccato segno di classe che ci dice dell'immoralità intrinseca del capitalismo. Roba che nemmeno Fiorani può eguagliare.
La lettura dell'ordinanza del giudice Forleo, le possibili rivelazioni di Fiorani, i probabili coinvolgimenti di banchieri, imprenditori, politici e dello stesso governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, nella ragnatela di interessi, amicizie, complicità, protezioni, intessuta dall'ex amministratore delegato della Banca popolare italiana provocano nell'opinione pubblica una domanda immediata e drammatica: siamo alla vigilia di una nuova Tangentopoli nella storia della Repubblica italiana?
Le analogie con il clima degli anni che portarono alla dissoluzione del sistema politico formatosi nella Resistenza e nei primi anni della democrazia, e dissoltosi sotto i colpi della magistratura, sono parecchie e inquietanti. Il ruolo di Gianpiero Fiorani, per certi versi, potrebbe assomigliare a quello del «mariuolo» Mario Chiesa come detonatore di uno scandalo difficilmente sterilizzabile in un ambito ristretto. La gravità delle accuse al clan capitanato dal ragioniere lodigiano sollevano sentimenti di sdegno collettivo che ricordano le emozioni pubbliche di quei tempi. La girandola di voci, indiscrezioni, insinuazioni su nomi di politici prossimi all'arresto, o all'avviso, con l'accusa di complicità e di connivenza con le imprese di Fiorani e dei suoi soci in affari criminosi, fa rammentare l'epoca di quei provvedimenti annunciati, prima di essere eseguiti, tipica della cosiddetta Tangentopoli di fine secolo scorso.
Anche in campo politico, però, le diversità con la situazione di Tangentopoli sono notevoli. Lo scandalo Fiorani, prima di tutto, non sembra risparmiare una sola parte dello schieramento parlamentare, ma pare toccare settori sia della maggioranza sia dell'opposizione. L'esigenza di formare coalizioni, sia pure in un ritrovato sistema elettorale proporzionale, suggerisce inoltre di evitare la tentazione di infierire sull'alleato più in difficoltà. La voglia di primeggiare, all'interno delle singole formazioni, potrebbe portare al suicidio collettivo di una sconfitta nei confronti dell'avversario.
C'è, invece, un'unica forte e vera analogia che accomuna lo scandalo di oggi a quello di ieri: la debolezza della politica. E' inutile gridare all'esorbitanza del potere della magistratura, come ritornano a fare in molti, in questi giorni, nelle aule parlamentari. Giusto ricordare che i giudici non possono decidere gli assetti di controllo delle banche, né stabilire le linee guida della finanza italiana rispetto alle incursioni di quella europea nel nostro territorio. Ma se i politici italiani sono incapaci, di fronte agli scandali Cirio, Parmalat e, oggi, Fiorani, di approvare, in quasi tre anni, una legge sul risparmio che tuteli il cittadino italiano dalle ruberie di imprenditori e banchieri corrotti, non possono gridare all'usurpazione di un ruolo che spetterebbe, in prima istanza, proprio a loro e agli organismi di controllo e di vigilanza nominati da loro.