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a cura di G.C. - 30 novembre 2005
Ex Cirielli, sì del Senato
Redazione de la Repubblica
ROMA - Il Senato ha approvato la ex Cirielli, il disegno di legge che taglia i tempi di prescrizione dei reati e inasprisce le pene per i recidivi. L'aula di Palazzo Madama ha detto sì al provvedimento con 145 voti a favore, 104 contrari e un astenuto.
Non è stata una seduta lineare come ci si attendeva alla vigilia. Per sei volte è mancato il numero legale, tanto che l'approvazione prevista dal calendario d'Aula in mattinata, fra una sospensione e l'altra della seduta, è slittato al pomeriggio.
I lavori sono ripresi al rilento, con l'opposizione che ha chiesto di verificare il numero legale ad ogni nuova votazione sui diversi emendamenti. Ma la maggioranza si è ricompattata. Tutti gli emendamenti della minoranza sono stati bocciati e l'approvazione è andata avanti spedita fino al voto finale.
Restano le polemiche. L'opposizione accusa la Cdl di aver approvato una legge che, inasprendo le pene per i recidivi, contribuirà a rendere più affollate le già stremate carceri italiane mentre la maggiorazna difende l'impianto del provvedimento che renderà più scorrevole l'iter giudiziario.
"E' un provvedimento con vizi devastanti", dice il senatore del gruppo Verde Giampaolo Zancan, vicepresidente della commissione Giustizia. "E' la peggiore delle 'leggi vergogna', i cui vizi sono stati denunciati da avvocatura, magistratura e università, senza una sola voce di consenso. Un vera devastazione del diritto".
"La recidiva - continua ancora nella dichiarazione di voto - non sarà soltanto una circostanza aggravante, ma inciderà, contro ogni razionalità, nel calcolo della prescrizione e nell' esecuzione della pena, secondo una logica di diritto penale di 'tipo d'autore', cara al diritto nazista".
Per Luigi Bobbio, capogruppo di Alleanza Nazionale in commissione Giustizia, invece questa legge è "fatta nell'interesse di tutti i cittadini di avere più sicurezza e una giustizia rapida e certa. Infatti il provvedimento obbligherà certa magistratura a svegliarsi dal torpore e dalle sacche di inefficienza e impedirà di trascinare procedimenti per anni e anni".
Bocciatura su tutta la linea da parte dell'Associazione nazionale magistrati. "Una brutta legge. Si è cominciato non dalla testa, come sarebbe stato ovvio, ma dai piedi. Avrebbero dovuto prima pensare alla durata ragionevole dei processi e poi, semmai, agire sulla prescrizione. Invece si è fatto il contrario", dice il presidente Ciro Riviezzo. "Adesso - prosegue - vedremo le conseguenze, ci sarà sicuramente una maggiore ingestibilità dei processi e più difficoltà a portarli a termine in tempi utili".
Gli effetti della ex Cirielli: Mediaset e Parmalat, processi in bilico
Dino Martirano sul Corriere della Sera
ROMA - Colletti bianchi incensurati che vedranno dimezzare i tempi di prescrizione, per esempio per i delitti tributari, e recidivi per reati predatori di strada che resteranno in cella invece di essere affidati ai servizi sociali. Gli effetti della legge ex Cirielli si manifesteranno anche su migliaia di processi in corso, per i quali non è ancora stato dichiarato aperto il dibattimento. Ma l'impatto più importante ci sarà alla fine del 2006, quando si prevede un vero boom degli ingressi in carcere: il prossimo anno la popolazione detenuta passerebbe da 61 mila a 80 mila presenze a fronte di una capienza di 40 mila posti. In altre parole, piccoli e medi delinquenti che entrano ed escono dalle patrie galere non avranno più accesso alle misure alternative previste dalla Gozzini e quindi, in caso di recidiva, resteranno in carcere. E il ministro Roberto Castelli ha già messo le mani avanti: "Servono più fondi, altrimenti il sistema collasserà sotto il peso di 67 mila detenuti". Il ministro chiede "di non essere lasciato solo a gestire una situazione che potrebbe diventare problematica".
EFFETTI NEL 2006 - Secondo Patrizio Gonnella, di Antigone, "in un anno ci saranno 20 mila detenuti in più perché questa legge ammazza la Gozzini e ci si ostina contro i soliti noti: immigrati, tossicodipendenti, piccoli criminali".
Contro "questa legge involutiva che fa arretrare la civiltà giudiziaria", Ettore Randazzo, presidente delle Camere penali, annuncia che verrà sollevata una questione di legittimità costituzionale.
L'altra faccia della legge è il taglio della prescrizione per gli incensurati. La ex Cirielli senza la norma Salva Previti rischia di far saltare anche un procedimento per corruzione in atti giudiziari (perizia Imi-Sir) in cui la procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio proprio per l'onorevole Cesare Previti e per l'avvocato Attilio Pacifico: in questo caso la norma transitoria della legge farebbe scattare tempi dimezzati per la prescrizione.
PROCESSI IN BILICO - A Milano traballano il primo processo Parmalat per aggiotaggio contro Calisto Tanzi che interessa migliaia di risparmiatori truffati e quello sui bilanci Mediaset (appropriazione indebita, falso in bilancio, frode fiscale) che coinvolge Silvio Berlusconi e Fedele Confalonieri. Insomma, se il dibattimento non è ancora stato dichiarato aperto, l'imputato può usufruire di tempi ridotti di prescrizione. "Prescrizione certa" anche per i 14 imputati per il crollo della vecchia Bipop-Carire, commenta la procura di Brescia dopo che il giudice Anna Di Martino ha disposto il trasferimento del processo a Milano. La vicenda riguarda 70 mila piccoli risparmiatori, 1.700 dei quali si sono costituiti parte civile.
Secondo l'associazione processualpenalisti guidata da Giorgio Marinucci, "sono destinati a morte prematura per prescrizione i processi per furto in abitazione, furto aggravato, corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio". E i reati di favoreggiamento della prostituzione e i delitti tributari: "Dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o di altri documenti per operazioni inesistenti, emissione di fatture per operazioni inesistenti".
Un disastro annunciato
Giuseppe D´Avanzo su la Repubblica
Cesare Previti si salverà lo stesso uscendo dai suoi guai non dalla porta, come avrebbe voluto, ma dalla finestra. La "Cirielli" modifica le regole delle attenuanti. Previti ne potrà usufruire. La nuova disciplina rende obbligatorio concedergli, nell´interpretazione di molti addetti, le attenuanti generiche che già hanno salvato dalla condanna Silvio Berlusconi. Per farla breve, le attenuanti a favore del reo (buoni precedenti, buona condotta...) diminuiscono la pena. La pena ridotta modifica e riduce i tempi di prescrizione. Se gli si concedono le attenuanti generiche i reati, per i quali Cesare Previti è stato condannato, sono già prescritti da tempo. L´avvocato è salvo.
Tanto rumore per nulla. La "Cirielli", o come si chiamerà ora che è legge, salva Cesare Previti e condanna mezzo mondo perché le disgrazie che produrrà saranno pagate da migliaia di detenuti e centinaia di migliaia di cittadini. I primi, i poveri cristi, avranno, se recidivi, più carcere. Una detenzione senza speranza. Una pena senza riabilitazione in carceri sovraffollati. I secondi avranno più malfattori impuniti nelle vicinanze. Saranno malfattori furbi e "per bene" e soprattutto ricchi. Si pagheranno un buon avvocato e riusciranno a evitare processi e condanne tirando con accortezza il filo della prescrizione. Accadrà questo con una legge che avvocati, magistrati, penalprocessualisti hanno definito "criminogena". Inutilmente lo si ripete da mesi. Non scoraggia il delitto, lo istiga. Usurai, ladri, pirati della strada, lenoni, corrotti, contrabbandieri legati a mafie e camorre, millantatori, bancarottieri per dire di qualche categoria di malfattore beneficiata dal provvedimento avranno la rassicurante garanzia che, sorpresi con le mani nel sacco, potranno apprezzare la generosità di uno Stato che non si concede il tempo necessario per processarli. O, per dirla al contrario, concede a loro ai lestofanti il tempo di farla franca attraverso l´ uscio largo della prescrizione del reato.
La prescrizione è il tempo oltre il quale viene meno l´ interesse dello Stato ad accertare il reato e a infliggere la pena. E´ prederminato per legge e la "Cirielli" (o Cirielli-Vitali, o Cirielli-Vitali-Previti o legge-disastro) questo fa. Definisce il tempo della prescrizione. Lo dimezza. Quel reato che era cancellato (perché prescritto) in quindici anni, ora lo si butta via in sette anni e mezzo. Tutti i reati che oggi si puniscono con la pena massima di otto anni sono destinati così ad essere prescritti con le accorte mosse dell´ imputato. Se non si è usuraio, ladro, pirata della strada, lenone, corrotto eccetera eccetera non c´ è nulla di che essere soddisfatti. Si annunciano soltanto pericoli e frustrazioni (se vittime di quei reati). Non basta. Se malauguratamente un reato lo si è già commesso e si è in galera, si può dire addio a ogni speranza di vedere osservato il carattere rieducativo e non punitivo della legge (articolo 27 della Costituzione). La legge condanna quei dannati recidivi in semilibertà, agli arresti domiciliari, già ammessi al lavoro esterno a un carcere organizzato come discarica sociale di sconfitti che non meritano un´ altra opportunità, che non la meriteranno mai più. E´ il perverso risultato di una manovra che, nata intorno al destino di un uomo solo (Cesare Previti), rende liberi i delinquenti del futuro e schiaccia senza alternative i delinquenti del passato, qual che sia oggi lo stato della loro "rieducazione".
E´ difficile rintracciare nel lavoro del Parlamento italiano una legge che non risolve nessun problema collettivo, anzi ne crea di nuovi fallendo, in un colpo solo, tutti gli obiettivi, se si esclude il salvataggio dell´amico del Capo.
A questo punto, bisogna afferrare la sola speranza che fallisca del tutto anche la legge per i molti rilievi di incostituzionalità. Gli addetti ne ravvisano molti. Uno è chiaro anche ai non addetti. Chi sbaglia e delinque va giudicato per il reato che ha commesso. Condannato, espia la pena che deve essere, sì, afflittiva, ma "umana" e soprattutto finalizzata alla rieducazione. Così la Costituzione. La "Cirielli" cambia le carte in tavola. La valutazione della pena non è più coerente con il reato commesso, ma con la vita del reo. Il suo passato decide. Se ha già sbagliato, non avrà più un futuro. Quando sarà dinanzi alla Corte Costituzionale vedremo che ne sarà di questa legge-disastro. Per intanto, l´amico del Capo appare contento.
Uno sfregio inutile alla giustizia penale
Vittorio Grevi sul Corriere della Sera
Ieri è stata una giornata triste per il nostro ordinamento. Nonostante i dubbi e le riserve di molti suoi esponenti, infatti, una maggioranza parlamentare prona alla forza degli slogan politici, ma ignara delle conseguenze delle sue scelte (anche perché chi doveva illuminarla, cioè il ministro della Giustizia, non ha saputo farlo), ha approvato una legge che, per molti versi, rischia di vanificare del tutto quel poco di efficienza che finora era sopravvissuto nella nostra giustizia penale.
Ci si riferisce, ovviamente, al testo noto come ex Cirielli, che (accanto ad una serie di norme penali e penitenziarie eccessivamente repressive nei confronti dei condannati recidivi, al punto da mettere in pericolo i già precari equilibri esistenti nell'universo carcerario) introduce nel sistema una serie di nuovi meccanismi per il calcolo dei termini di prescrizione dei reati, tali da abbattere drasticamente i medesimi termini, in molti casi addirittura sino alla metà.
Che cosa possa avere ispirato una scelta politico- legislativa così insensata rispetto agli odierni tempi di concreta durata dei processi penali che non accennano a ridursi (anche perché nulla è stato fatto per ridurli), ed anzi semmai tendono ad allungarsi, a seguito delle più recenti riforme collegate al "giusto processo ", è quesito al quale davvero non si saprebbe cosa rispondere. Anche perché, come si diceva a testimonianza della approssimazione con cui si approvano anche leggi tanto delicate nessun serio monitoraggio sui suoi effetti è stato predisposto dal ministero della Giustizia.
Si tratta, dunque, di una legge approvata al buio, ad opera di parlamentari che, nella migliore delle ipotesi, letteralmente "non sanno quello che fanno ". Una valutazione così severa ed allarmata non viene meno per il fatto che sia stata modificata la poco decorosa disposizione transitoria, che avrebbe voluto applicare i nuovi e più brevi termini di prescrizione a tutti i processi già in corso, con l'evidente risultato di "salvare" molti imputati, magari già condannati in primo o perfino in secondo grado. Senza dubbio in questo modo è stata rimossa (o, meglio, è stata circoscritta a vantaggio dei soli imputati per i quali non si sia ancora pervenuti al dibattimento) una delle previsioni più aberranti della nuova legge.
Ma ciò non toglie che quest'ultima rimanga inficiata da un gravissimo vizio di intrinseca irragionevolezza, destinato a minarne l'intero impianto anche "a regime". Date queste premesse, è facile immaginare le ricadute dirompenti delle leggi in questione, anche sulla giustizia penale dei prossimi anni. Se i tempi di durata dei processi continueranno ad essere (come è inevitabile, in assenza di interventi legislativi) quelli di oggi, il sistema processuale non riuscirà a "reggere" i nuovi più angusti termini di prescrizione, e dovrà fatalmente registrare la anticipata estinzione di quei processi.
Ciò significa, in sostanza, che per molti reati anche gravi sarà di fatto garantita l'impunità ai loro autori, nella impossibilità di concludere i relativi giudizi entro i suddetti termini così abbreviati.
E' questo quello che si voleva ottenere? E' tollerabile che la nostra giustizia penale debba subire uno sfregio così inutile, ma nel contempo anche così devastante?
Politica e schieramenti: il centrosinistra
Monica Guerzoni sul Corriere della Sera
ROMA - Romano Prodi non sarà il capolista dell'Ulivo in tutta Italia, ma in cambio di un sacrificio per lui non piccolo ottiene un risarcimento prezioso: un drappello di candidati "suoi" e i gruppi unici alla Camera e al Senato, passo importante verso il partito democratico. È il nocciolo politico del primo vertice tra Margherita, Ds e Prodi, poco più di due ore per puntellare l'alleanza, aprire il dialogo con "interlocutori" esterni come Di Pietro e Luciana Sbarbati, costituire una cabina di regia che dovrà risolvere la querelle finanziamenti e indire la convention di lancio. Clima "costruttivo", accredita la nota ufficiale. Ma se per redigere la medesima ci son volute sei ore, tanto lisce le cose non sono andate. Prodi sognava di candidarsi ovunque, però la pressione di Margherita e Ds, decisi a schierare i propri leader in cima al listone, lo ha costretto ad arretrare. Così, davanti a Fassino, Rutelli, Parisi, Franceschini, Marini, D'Alema, Chiti, Migliavacca, Marina Sereni e Richi Levi, il Professore cede: "Sono disposto a discutere la questione dei capilista, purché in un quadro complessivo".
FASSINO MEDIA - Se dopo gran travaglio l'accordo salta fuori è anche grazie alla mediazione di Fassino. I segni della battaglia sono in quattro righe a fine comunicato, dove si riconosce la leadership di Prodi "legittimata dalle primarie" e si promette di "lavorare affinché i capilista siano l'espressione di un impegno di squadra, capace di valorizzare in modo visibile il ruolo di Prodi e delle maggiori personalità dell'Ulivo". Un trattato di diplomazia. Fassino sarà capolista in Piemonte, D'Alema in Puglia, Rutelli nel Lazio e Parisi in Sardegna (anche se sul nome del presidente federale gli uomini di Marini già minacciano guerra). E non è proprio detto che ci si fermi qui: potrebbero essere otto le circoscrizioni capitanate dai leader dei due partiti, come De Mita in Campania o Chiti in Toscana.
A Prodi, "fondatore e federatore dell'Ulivo", il privilegio di proporre un non quantificato numero di candidati esterni, scelti dalla società civile ma soprattutto dalla sua cerchia ristretta.
Rutelli parla di "ottimo risultato" e Fassino loda l'"unità d'intenti", però sul simbolo si litiga. Il Professore vuole l'Ulivo e basta, Rutelli gradirebbe affiancare all'alberello le insegne di Margherita e Ds. Altro piccolo incidente sulla prospettiva dell'Ulivo, non un mero cartello elettorale ma "un soggetto politico democratico e riformista, capace di offrire un punto di riferimento forte per lo sviluppo degli interessi del popolo italiano". La bozza del comunicato parlava di "partito democratico" ma poi, per non urtare la minoranza Ds alla vigilia della conferenza di Firenze, si è preferito smussare.
MODELLO DANESE - Attriti anche sul programma. Fausto Bertinotti scherza su Prodi: "In questi giorni è come l'oracolo di Delfi... Va interpretato, finché non ci sono le tavole". E il portavoce di Santi Apostoli, Silvio Sircana, spiega la linea del Professore sul mercato del lavoro. È vero che l'ex premier "ha aderito allo spirito invocato dall'economista Giavazzi" sul Corriere , mentre è "falso" che Prodi avrebbe "aderito entusiasta" al cosiddetto modello danese, come invece sostenuto dal Giornale .
Se la città non vede niente
Maria Pace Ottieri su l'Unità
Venerdì scorso, alle 20 e 30, alla periferia di Bologna, un giovane uomo ha inseguito, picchiato e violentato una studentessa friulana nel giardino di un palazzo condominiale dove lei abitava, dopo averla trascinata per un tratto di strada. Era straniero, marocchino, e la ragazza era italiana. Nel caso opposto forse la violenza sarebbe stata inferta in modi tali da non produrre notizia, al riparo di una casa, di un vincolo, incastonata nel sordo ricatto di un rapporto asimmetrico.
Lo stupro è sempre un atto brutale e irresponsabile di qualcuno che crede che una donna sia un oggetto di piacere da prendersi a qualunque costo, qualcuno che ha col corpo non solo della donna, ma il proprio, e il sesso, un rapporto di pura violenza e non ne ha probabilmente mai conosciuto un altro. Esclusione sociale e a maggior ragione sessuale? Razzismo vendicativo-reattivo? Retaggio di una cultura, ma quale, se nella notte di domenica, a Roma, un altro giovane straniero, questa volta rumeno, ha violentato una sua connazionale, picchiandola a sangue?
La cultura dello straniero, naturalmente predisposto al rischio e alla devianza, se non già deviante nel paese d'origine? Non caschiamo nella trappola, lasciamo alla Lega l'invocare la taglia (forse è il taglio il reale desiderio di Calderoli) e la castrazione chimica e sottraiamoci anche alla facile tentazione di allarmare su un'emergenza che non sembra confermata da alcuna statistica, mettendo insieme, solo per fare volume, i fatti di Bologna, Roma e ieri Milano ad altri due episodi di violenza sessuale avvenuti a Genova e a La Spezia in questi giorni, quando ancora non si sa se gli autori fossero italiani o stranieri.
C'è una curiosa, e amara, coincidenza: il giorno della violenza sulla studentessa di Bologna, il 25 novembre, si celebrava la giornata mondiale contro la violenza sulle donne, una campagna di mobilitazione internazionale dal titolo "Mai più violenza sulle donne", provocata da un rapporto di Amnesty International. Ma il dato più terribile del rapporto e così più difficile da spiegare, è che il 21, 2% del totale degli stupri rilevati dall'indagine e il 5,9% dei tentati stupri avviene in famiglia, da parte di padri, mariti, fidanzati, parenti.
Torniamo all'orribile violenza di Bologna. La scena è stata filmata da una telecamera appostata presso un distributore di benzina, si vede la ragazza che urla, cerca di richiamare invano l'attenzione degli automobilisti. Nessuno ha sentito niente, nessuno è sceso, nessuno l'ha aiutata, nemmeno dopo, nel condominio.
Era l'ora dei telegiornali, l'ora in cui si affonda la forchetta nelle violenze del mondo, l'ora del volume alto che evita alle famiglie la fatica della conversazione, se la telecamera fosse stata collegata con una televisione, i vicini della ragazza avrebbero visto la scena mentre avveniva, avrebbero (avremmo) alzato la testa, rossi di furore e indignazione, ma tutto era al di là dello schermo, e quindi in un altro mondo. Forse qualcuno in quel condominio di Via Corticella ha sentito, ma non è sceso. Tra le due notizie, la prima, nel suo orrore, resta notizia d'eccezione, la seconda descrive la natura sempre più diffusa dei rapporti tra le persone nelle nostre città.
Il diniego può essere individuale, personale, psicologico, privato, oppure comune, sociale, collettivo e politico e tra un piano e l'altro ci sono delle equivalenze o addirittura si può capire l'uno nei termini dell'altro.
Ci sono circostanze storiche in cui addirittura intere culture scivolano in stati di diniego e la litania di chi osserva atrocità è familiare: "non abbiamo visto niente", "nessuno ci ha detto niente", "ci sembrava diverso allora".
Confalonieri: "Mai sottovalutare Berlusconi
Dario Cresto-Dina su la Repubblica
MILANO - Il centrosinistra non ha ancora vinto le elezioni e Berlusconi farà politica fino a 80 anni, con buona pace dei suoi delfini. Fedele Confalonieri ci crede. E per la prima volta parla da politico, come se si preparasse a un avvenire. "In questi giorni sto facendo un trasloco. Rovistando qua e là ho scoperto cose interessanti", dice il presidente di Mediaset. "Ho recuperato con emozione vecchi libri che credevo di non avere più, come Ma vie di Trotsky e Stato e rivoluzione di Lenin. E altri ancora. Pensi un po´, cinquant´anni fa leggevo queste cose...Mi fa sorridere vedere che mezzo secolo dopo si fa un "processo" a Cossutta perché propone di eliminare la falce e il martello dal simbolo dei comunisti italiani. Non è proprio cambiato nulla".
Forse a non farla dormire sono le preoccupazioni dei prossimi mesi. Gli ascolti delle tv Mediaset sono in calo, nella Cdl vogliono fare le scarpe a Berlusconi e il centrosinistra si prepara ad andare al governo.
"Piano. Andiamo con ordine".
Va bene. Chi vincerà le prossime elezioni?
"Stessi nel centrosinistra non sarei troppo ottimista. Prodi e Rutelli annunciano cambiamenti radicali ben sapendo che non li potranno fare. Prima di tutto glielo impediranno gli alleati. Non dimentichi ciò che le ho raccontato parlando del mio trasloco. Li voglio vedere presentare a Bertinotti, a Diliberto e ai Verdi una riforma del paese in senso liberista. Penso alle pensioni, al lavoro, al Tfr, al taglio delle tasse, alle nuove infrastrutture. Guardi che cosa sta succedendo con la Tav in val di Susa, dove c´è una opposizione retriva a un´opera fondamentale per il progresso del paese. Mi creda, sui cambiamenti radicali non li seguirà nessuno, ma proprio nessuno".
Eppure lei al Big Talk della Margherita a Milano c´è andato e ha detto di essere d´accordo al 20 per cento sul discorso di Rutelli. Che cosa, invece, non lo ha convinto?
"Prima ho detto 20, poi mi sono corretto: del programma di Rutelli approvo il 5 per cento. Non ci credo quando dice che un italiano su quattro è povero, il y a quelque chose qui cloche, dicono i francesi. Io non vedo in giro tutta questa povertà. L´Outlook semestrale dell´Ocse ha appena affermato che siamo fuori dalla recessione e ha rivisto in rialzo la stima sul Pil del 2005 portandola da meno 0,6 per cento a un più 0,2. Credo che gli elettori nei prossimi mesi si faranno questa domanda: ma che cosa può darmi di più la sinistra di quanto mi abbia dato Berlusconi? Vedrà che sarà così".
Capisco che lei ci speri, ma l´Ocse, per la verità, denuncia anche un aumento clamoroso del debito pubblico. Nel 2006 sfiorerà il 110 per cento del prodotto interno lordo, non capitava da dieci anni. Non crede che anche su questo gli italiani si faranno qualche domanda?
"Ha ragione, ma anche Berlusconi ha dovuto misurarsi con il debito. Quello del disavanzo pubblico è l´altra ragione per la quale consiglierei a Prodi di fare bene i suoi conti. Senza risorse le riforme non si fanno, non si aprono cantieri, non si fa ripartire l´economia. Con l´Europa non si può più sgarrare".
E infatti l´Europa negli ultimi cinque anni ha bastonato molte volte il governo di centrodestra. Abbiamo fatto figuracce, paesi come la Spagna ci hanno sorpassati sul piano politico e economico. E lei dice che Berlusconi può ancora vincere?
"Io dico: mai sottovalutare il Cavaliere. E lei non mi dica che Berlusconi non ha saputo governare. Ha fatto la riforma della scuola, del lavoro e del fisco; con Bossi ha disegnato la devolution; ha avviato un piano di infrastrutture come non si vedeva da decenni, rispettando tutti i vincoli finanziari imposti dall´Europa e in politica estera ha tenuto il Nord con gli Stati Uniti, che non è cosa da poco. Può non aver mantenute tutte le sue promesse, ma non si dica che non ha governato. Credo che Berlusconi abbia ancora molte chance di rimanere a Palazzo Chigi. Tra l´altro lo vedo bello tonico".
Peccato che i suoi alleati pensino diversamente. Gli hanno dato persino dell´illusionista. Nonostante smentite e dietrofront, la sua leadership traballa.
"La gara nel centrodestra fa bene a tutti. Sono tre che tirano nella stessa direzione".
Berlusconi, Fini e Casini? Su, non faccia l´ingenuo.
"Il futuro è ancora del Cavaliere. Fini e Casini sono well looking, una bella gioventù per la successione. Oggi a 50 anni si è giovanotti e a 80 si è ancora in forma, Berlusconi ne ha davanti almeno altri dodici. Pensi che io, che ho un anno meno di lui, spero che mi confermino almeno per altri tre alla guida di Mediaset".
E vero che Berlusconi ha intenzione di vendere la sua quota di Mediaset prima delle elezioni per scrollarsi di dosso il peso del conflitto di interessi ma che deciderà solo all´ultimo momento utile? Ed è vero che lei, Confalonieri, spinge proprio per la vendita?
"No, io lo sconsiglio, come lo scoraggiano i suoi figli Marina e Piersilvio. Berlusconi ha un terzo di Mediaset, ma nella società i piccoli investitori sono 400mila e il 50 per cento del capitale è in mani straniere. Io credo che anche i ricchi abbiano diritto di fare politica, la storia è piena di esempi, dai Kennedy fino ai Bush. Berlusconi è il presidente del Consiglio, ma è anche un genitore che deve tutelare la sua famiglia, vendere Mediaset contrasterebbe con il suo passato di imprenditore, con la sua generosità e i suoi doveri di buon padre".
È generoso, soprattutto con se stesso. Da capo del governo tutela le sue attività imprenditoriali e le sue vicende giudiziarie. Vogliamo parlare delle leggi ad personam, buon´ultima la ex Cirielli appena approvata?
"Non mi faccia arrabbiare. Se ci sono leggi ad personam è perché ci sono sentenze ad personam. Come è possibile che si possa indagare su una persona per anni e anni senza trovare magari nulla? Eppure il Cavaliere sbaglia quando parla di toghe rosse".
Perché?
"Perché la magistratura è malata in profondità. Non ci sono soltanto giudici di sinistra che vedono in Berlusconi un usurpatore del potere, uno che ha usato le televisioni come Pinochet ha usato i carri armati".
E chi c´è anche?
"Ci sono i magistrati classisti, quelli che dimenticano i principi di equità. Quelli che mettono in galera i manager sospettati di falso in bilancio e mandano liberi assassini e violentatori, come è accaduto con lo stupratore della ragazza di Bologna".
Ha letto l´ultimo rapporto dell´Economist sull´Italia?
"Sì, e sono contento che abbia criticato anche il centrosinistra così d´ora in poi i giornali italiani non lo citeranno più come se fosse la Bibbia. Il settimanale inglese tornerà a essere ciò che è sempre stato, grigio e noioso anche nelle vignette satiriche. Seppure autorevole".
Scacciato il "superiority complex" britannico, ci piomba addosso quello cinese. Un incubo o un´opportunità?
"Io qui sto con Tremonti quando suggerisce maggiore cautela nel commercio con la Cina, soprattutto per non danneggiare i nostri distretti industriali e manifatturieri. Gli stessi Stati Uniti, campioni di liberismo, appena si toccano i loro interessi nazionali alzano le barricate. Ecco perché dico a Prodi di stare attento alla Cina, che tra l´altro incarna il volto peggiore del comunismo e del capitalismo assieme. Dai gulag all´inquinamento".
Ancora una domanda. Chi sarà il prossimo sindaco di Milano: Letizia Moratti o Bruno Ferrante? O Fedele Confalonieri?
"Non parlo di Milano. No, anzi, una cosa voglio dirla: pensi al casino che si sarebbe scatenato se il prefetto si fosse candidato per il centrodestra. E invece...omnia munda mundis. Siete proprio la sinistra di padre Cristoforo".
L´avvocato della Cia: "Il governo italiano sapeva dell´imam"
Carlo Bonini su la Repubblica
Il governo italiano era a conoscenza e autorizzò il sequestro di Abu Omar. Consentì che l´imam egiziano venisse "rimosso" da agenti Cia il 17 febbraio 2003 in via Guerzoni, a Milano, fosse picchiato e interrogato nella base di Aviano e quindi venisse consegnato alle torture delle galere egiziane dove è tuttora detenuto. Fu una "operazione di contrasto al terrorismo internazionale" nell´interesse dei due Paesi, Italia e Stati Uniti, per la quale, ora, il Presidente del consiglio Silvio Berlusconi deve decidere se opporre o meno il segreto di Stato.
Dalla sua latitanza, dopo cinque mesi di silenzio, l´ex capo della stazione Cia di Milano, Robert Seldon Lady, fa una prima mossa. Ed è una mossa rumorosa. Accusato dalla Procura di Milano, che ne ha chiesto in giugno la cattura insieme ad altri 21 agenti americani per aver pianificato e coordinato il sequestro, Lady affida a una memoria di 57 pagine del suo avvocato milanese, Daria Pesce, argomenti utili a far saltare, con le accuse nei suoi confronti, il coperchio con cui Palazzo Chigi ha sin qui tentato di sigillare l´affare. Lady nega di avere a che fare con il sequestro, ma osserva che nulla la Cia muove in Italia che palazzo Chigi non autorizzi e che il caso Abu Omar non fa eccezione. La "rimozione" dell´imam fu il lavoro di "una missione diplomatica speciale inviata dagli Usa con l´indispensabile placet italiano". E´ un ragionamento semplice. Che suona così.
Primo: nel febbraio 2003, Lady non era un clandestino a Milano. Lavorava al consolato americano con un incarico che non era sconosciuto né al governo italiano, né alla magistratura milanese, né alle autorità di polizia italiane. "La Digos di Milano - si legge nella memoria dell´avvocato Pesce - era perfettamente a conoscenza, per i pregressi rapporti di natura lavorativa, delle funzioni a cui era preposto in Italia". Lady era l´occhio e l´orecchio di Langley nella città fulcro delle attività di indagine su Al Qaeda e i centri islamici di viale Jenner e via Quaranta.
Secondo: Abu Omar era indagato dalla Procura di Milano perché sospetto appartenente ad una cellula di Al Qaeda.
Terzo: nel sequestro di Abu Omar, "ammesso e non concesso vi abbia partecipato", "Lady non ha agito per finalità private, ma per ragioni connesse all´esercizio delle funzioni ricoperte", quelle di capo della stazione Cia.
Conclusione: "Il signor Lady, nell´espletamento delle sue funzioni, godeva indubbiamente dell´autorizzazione del governo Usa, di concerto con le autorità politiche italiane". Quel che ha combinato, sempre che lo abbia combinato (e su questo la memoria è attenta nell´escludere ogni responsabilità nel sequestro) - ha ricevuto "una esplicita o quantomeno implicita autorizzazione dal governo italiano".
Lady va dunque liberato da ogni accusa, argomenta la memoria difensiva, e l´ordinanza di cattura nei suoi confronti è nulla. Perché godeva di immunità diplomatica, perché ogni sua mossa in Italia è stata sempre autorizzata dal suo governo e dal governo di Roma. Di più, gli indizi a suo carico nella partecipazione al sequestro sono comunque "esili" ("tre sole telefonate da uno dei cellulari coinvolti nel traffico telefonico che precede il sequestro. Telefono per altro non di sua proprietà") e la prova principe nei suoi confronti è da gettare in un cestino. Si tratta di una foto in bianco e nero che ritrae Abu Omar in strada, scattata un mese prima del sequestro in via Guerzoni e recuperata dal disco fisso del personal computer di Lady durante la perquisizione della sua villa nell´astigiano. "E´ materiale connesso al sua attività consolare - scrive l´avvocato Pesce - Come tale non utilizzabile". E, in ogni caso, a scattarla non è detto sia stata la Cia. "Si tratta - si legge nella memoria - di un elemento acquisito dai servizi segreti nella loro attività di prevenzione". Quali? "Statunitensi o italiani".
La memoria di Lady è una pessima notizia per Palazzo Chigi. Per almeno tre buone ragioni. Perché trasforma in una menzogna le parole consegnate dal governo al Parlamento alla fine del giugno scorso, quando l´ignaro ministro Carlo Giovanardi fu mandato alla Camera e al Senato a ripetere che "del sequestro Abu Omar il governo nulla ha saputo, né prima, né dopo". Perché svela le ragioni politiche della recente mossa del ministro della giustizia Castelli che, di ritorno da colloqui a Washington con il dipartimento di giustizia americano, ha messo in mora l´inchiesta della Procura di Milano, denunciando un fantomatico pregiudizio che animerebbe l´istruttoria del pm Armando Spataro per non inoltrare alle autorità americane la richiesta di consegnare alla giustizia italiana i 22 ricercati di Langley. Perché, qualora la sollecitazione dell´avvocato Pesce dovesse essere accolta dal gip di Milano, Silvio Berlusconi potrebbe presto essere costretto a una scelta diabolica. Mettere il segreto di stato sull´intera vicenda ammettendo in questo modo che Palazzo Chigi sapeva. O, al contrario, consegnare alla Procura di Milano i nomi di chi autorizzò o accompagnò con i suoi silenzi il sequestro di Abu Omar.
La storia, insomma, è tutt´altro che finita. Anzi, sembra solo all´inizio del suo capitolo più importante. Quello che deve rispondere con certezza alla domanda chiave sin qui inevasa (nonché prossimo passaggio dell´inchiesta di Spataro): chi sapeva di Abu Omar?
Una Repubblica fondata sul silenzio
Maurizio Chierici su l'Unità del 27.11.05
È imbarazzante prendere lezioni di trasparenza dal Brasile, è un problema che si aggiunge ai problemi: il presidente Lula ha annullato il segreto di Stato sugli anni del regime militare. Fra qualche settimana, dall'altra parte del mare, tutti sapranno tutto di tutti. Non solo delitti, rapimenti, torture, anche le informazioni nascoste su chi appoggiava o faceva affari coi notabili in divisa. Giri di banche, capitali che apparivano e sparivano, operazioni segrete, concessioni Tv. L'impero Marinho - Rede Globo- comincia a preoccuparsi. Parliamo del Brasile, non della Danimarca. È il Paese che raccontiamo con calcio, bossa nova e carnevale. Forse è il momento di ripensare ai nostri silenzi, altrimenti calcio e carnevale siamo noi. Noi, Paese delle ombre. Più o meno 500 miliardi di euro ombra nascosti da mani ombra in affettuose banche straniere.
Analisi 2001 appena corretta dal lasciapassare berlusconiano che permette il rientro di capitali furtivi. Senza chiedere: ma dove vi siete nascosti? Qualche euro di multa, nessuna domanda. Ma i capitali non si fidano. Rientrano col contagocce, soldi dei palazzinari che fanno impazzire il mercato di chi cerca casa. Ecco la risposta italiana alla chiarezza brasiliana.
Non basta per David Lane dell'Economist. Al Cavaliere ha dedicato un libro inutilmente querelato: "L'ombra del potere", appunto. Antologia dei conti ombra degli amici del Cavaliere che i magistrati inseguono con la pazienza di chi deve aprire una galassia di scatole cinesi, eppure non si arrende, e il Cavaliere va sulle furie. In questi giorni qualche Tg dovrebbe fare il ripasso. Numeri che scorrono come epigrafi sulle facce degli scioperanti la cui paga non basta alla fine del mese. Ma le ombre non fanno girare soltanto capitali. Gli orribili protagonisti del terrorismo maneggiano strumenti più devastanti del portare fuori il malloppo ed obbligare all'emigrazione, o all'amarezza della protesta, milioni di tasche vuote. Per fortuna a Palazzo Chigi c'è il Presidente Sceriffo. Il suo nome spaventa i fuorilegge da quando ha catturato 200 ricercati da ogni le polizia del mondo ma con la riservatezza di chi custodisce i segreti di stato, non fa sapere dove li ha messi sotto chiave. Forse nel sacrario sotterraneo della villa di Arcore, opera monumentale di Pietro Cascella, scultore che ha ammobiliato l'eternità del primo ministro. Se sono lì, fa bene a tacere.
Ultimi misteri della settimana, gli altri restano sepolti nel silenzio prediletto dalle famiglie mediterranee: non detti di stato, nascosti nei sussurri dell'alta burocrazia politica. Parla per non dire; tranquillizza per nascondere, indaga per non cercare.. Soprattutto fa capire che è meglio non sapere. Perché - perché, davvero - il ministro Castelli si arruola come gregario fra le ombre Usa per fermare l'inchiesta sull'iman rapito a casa nostra e portato come un pacco ad Aviano dove comincia il girotondo degli aerei senza nome che lo trascinano nel lager prestato dall' Egitto agli americani così bravi nel fare domande con mano robusta ?
Il "no" supponente di Castelli somiglia al "no" del lontano ministro degli esteri Martino (padre) nei primi anni del dopoguerra. Consigliava di nascondere negli armadi dell'ospedale militare Celio, documenti con nomi e imprese di nazisti responsabili dei massacri. Dalla piazza Loreto degli ostaggi incolpevoli appesi dieci mesi prima allo stesso gancio di Mussolini, a Sant'Anna di Stazzema e a una catena di delitti ordinati da ufficiali ignoti ma che era facile smascherare aprendo carte a portata di mano. Solo adesso, per caso, sappiamo nomi e gradi quando ormai morte e vecchiaia annacquano le responsabilità. Cinquant'anni fa Martino (padre) si preoccupava di non infangare il buon nome della Germania nel momento in cui stava per aderire alla Nato: sacrifica alle convenienze internazionali la giustizia invocata dai sopravissuti. Era un signore affabile. È bene che il suo sorriso venga ricordato alla storia anche per questo silenzio. Nuovi misteri continuano le tradizioni di famiglia: Antonio Martino (figlio) ministro della difesa, non se l'è sentita di andare in Parlamento a spiegare cosa sapeva e quale tipo di indagini aveva ordinato sul fosforo bianco di Falluja.
Segreti in coda alla catena interminabile dei segreti protetti da segreti di stato. Elenco che non rassicura... Altro esempio: se a poco a poco lo scavo di familiari e giornalisti - come Andrea Purgatori - hanno ricostruito le tessere nascoste del mosaico, nessuna autorità fa sapere quale bandiera sventolava l'aereo che ha sparato il missile contro il volo passeggeri abbattuto a Ustica. Da venticinque anni le bocche ufficiali continuano a non dire verità che conosco bene, verità raccolte da radar i cui tracciati sono svaniti e da operatori militari che hanno stranamente scelto il suicidio mentre le alte uniformi giuravano il falso in Tv e davanti alle commissioni d'inchiesta, seppellendo nella fatalità i passeggeri morti e il fallimento della povera Itavia, compagnia alla cui incuria si è attribuita la tragedia.
Nei paesi normali il soldato che tradisce viene degradato sul campo, ma quando generali e colonnelli italiani imbrogliano per coprire il censo di colpevoli speciali, non succede niente. Nessuno li degrada. Non tornano soldati semplici: vanno in pensioni con l'assegno rotondo di chi ha compiuto fino in fondo il proprio dovere. Riaffiora la strategia del lasciare invecchiare i crimini sperando che la gente cominci a dimenticare. Cinquant'anni dopo i nazisti, ne godiamo anche noi.
Che malinconia sfogliare il passato nella speranza di trovare risposte trasparenti. Tanto per dire: Giovanni Ventura è scappato in Bolivia col passaporto regalato dai servizi segreti malgrado l'accusa d'essere uno degli autori della strage di piazza Fontana.
Perché? Per quale ragione i militari che indagavano sulla strage di Bologna hanno deviato le indagini e nessuno li ha degradati? Come mai proprio adesso, Carlos, terrorista doc in prigione a Parigi, rompe anni di mutismo e si rimette a parlare fingendo discordia, ma in realtà dando fiato, alla diversione macroscopica della commissione Mitrokhin nella quale il presidente azzurro Paolo Guzzanti riversa le abitudini di cronista ricordato per imbrogli imbarazzanti? Sullo scandalo dei segreti di stato non solo difesi, ma allungati all'infinito per permettere ai colpevoli di chiudere gli occhi nel letto dei giusti, dovremmo prendere esempio da paesi insospettati. Lula e il Brasile sono la sorpresa, ma la civiltà anglosassone ne riserva altre.
Prima di lasciare la poltrona a Bush, Clinton ha liberato dal segreto le carte che raccontano la regia di Washington nel colpo di stato di Pinochet. Subito in galera, Manuel Contreras, comandante della Dina, polizia senza pietà del presidente-generale. Ma l'insidia delle verità rivelate aprono tracce imbarazzanti. I conti all'estero del dittatore immacolato, ma anche la mano sinistra di Kinssinger, segretario di stato e premio Nobel della Pace, direttamente coinvolto nei massacri che hanno accompagnato "la difesa della libertà dal comunismo di Allende". mondo occidentale e cristiano riconoscenti. Il giudice spagnolo Garzon ha provato a convocare Kissinger raggiungendolo al Maxim di Parigi, ma Kissinger se ne è andato sotto protezione diplomatica.
Prima di lui voleva parlargli Juan Guzman, giudice cileno la cui convocazione non ha ricevuto risposta né dal Dipartimento di Stato, né dall'ambasciata Usa a Santiago. È andato in pensione scrivendo un libro presentato l'altro ieri a Madrid: "Alla fine del mondo, memoria del magistrato che ha processato Pinochet". Kissinger? Un dubbio al quale le memorie rispondono. "Andrebbe processato assieme a Pinochet". Tra l'America di Bush e l'America di Clinton, l'Italia di Berlusconi non ha dubbi: il silenzio aiuta a nascondere le magagne. Allora perché non prendere esempio dalla Svizzera nei giorni in cui la finanziaria non sa dove trovare i soldi? Fino al 1995 gli emigranti italiani erano sorvegliati speciali nella patria di Guglielmo Tell. Alla fine sono diventati "brava gente" e nell'aprile del '96 Leonardo Zanier, uno dei 300 mila italiani spiati, sospettati, tenuti d'occhio con attenzione esasperata, riceve una lettera che lo sbalordisce. Coordinatore dell'Ecap, ente che aiutava i nostri emigranti ad integrarsi imparando il tedesco e che adesso si prende cura di turchi e magrebini, leader delle Colonie Libere e poeta friulano, Zanier viene informato che per 30 anni ogni suo passo era finito nei verbali della polizia. Telefonate, due bocconi all'osteria, chi ha visto, con chi ha litigato, libri comprati e vita sentimentalei nero su bianco nei rapporti delle forze di sicurezza. Dieci anni fa a Berna si sono convinti che erano spese inutili, carta da bruciare. Perché bruciarla?
Gli svizzeri sanno fare i conti: "Gentile signor Zanier, se le interessa, possiamo venderle i verbali dei nostri pedinamenti". Un pacco di 400 pagine e Zanier compra e sfoglia con nostalgia. "Ma guarda un po' dov'ero alle 19 e 35 di giovedì 5 marzo '71. A Zurigo, cafeteria del Sant Gottardo, con la ragazza che doveva diventare mia moglie".
Quasi una collezione di vecchie emozioni che sgonfiavano la rabbia del sapersi spiato intenerendo ricordi i congelati dalla polizia. Prezzo caro, ma l'osservato speciale lo ha pagato volentieri perché la fine di un segreto di stato è sempre una festa per tutti. Anche il governo del Berlusconi squattrinato da grandi opere e tornaconti personali potrebbe far cassa così. Ma dar aria ai segreti - dalla P2 alle amicizie siciliane - può diventare imbarazzante. Meglio tacere e che Lula si arrangi.
30 novembre 2005