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a cura di G.C. - 29 novembre 2005


Dopo la caduta
Furio Colombo su
l'Unità del 27.11.05

Il regime mediatico instaurato da Silvio Berlusconi un po' con la forza (carriere brutalmente stroncate, centinaia di querele miliardarie contro i pochi che hanno osato tenergli testa) e un po' con l'intimidazione, sta raggiungendo il suo risultato più pieno in queste ore. Un rapporto internazionale (The Economist, 26 novembre), duro e senza salvezza, contro il primo ministro italiano, nei media del nostro Paese si è trasformato come segue.
Primo. Non circola alcun testo tradotto, in modo che non si abbia notizia delle dieci accuse e della tabella riassuntiva di processi e reati di Berlusconi.
Secondo. Omissione completa dello screditamento e della confutazione di ciascuna delle mosse difensive tentate fino ad ora da Berlusconi, dall'avere accusato l'euro di essere causa della crisi economica all'avere messo preventivamente in pericolo la stabilità di futuri governi imponendo l'approvazione di una bizzarra legge elettorale.
Terzo. L'enormità delle accuse rivolte contro Berlusconi e l'elenco dei gravi danni arrecati dal suo governo all'Italia (elenco che nessuna fonte mediatica italiana ha pubblicato) fa comprensibilmente dubitare gli autori del rapporto-denuncia sulla situazione del nostro Paese che persino Prodi e un possibile nuovo diverso governo possano porvi rimedio. La notizia è diventata che, secondo l'allarmato rapporto internazionale di cui stiamo parlando, Berlusconi e Prodi sono alla pari, accomunati nello stesso giudizio negativo. Si tratta di un falso clamoroso, però accreditato o assecondato o implicato da riferimenti o commenti sempre privi del testo originale.
* * *
Basta leggere con pazienza, pena e attenzione le molte pagine e i molti argomenti dedicati da The Economist all'Italia di Berlusconi.
Basta leggerle per capire che l'immagine del nostro Paese non è mai stata tanto rovinata. Il settimanale finanziario inglese non si limita alle cifre e ai dati del disastro, che argomenta senza possibilità di contraddizione. Aggiunge due quadri. In uno si vede Berlusconi. Domina la domanda: la responsabilità è sua? Chi ha scritto gli articoli pazientemente registra attenuanti, gli accumuli di circostanze negative nel passato. Ma dal principio (l'Economist ricorda la sua copertina col titolo “Può Berlusconi governare l'Italia?”) alla conclusione rafforzata dalla tabella degli imbarazzanti processi subiti da Berlusconi e dalle condanne toccate ai suoi due amici e collaboratori più stretti di tutta una vita, Previti e Dell'Utri, tutto il testo dell'inchiesta è un clamoroso e incondizionato giudizio negativo. "Avevamo ragione - dice The Economist - Berlusconi non può governare l'Italia".

Nel secondo quadro si vede l'Italia. L'analisi che viene dedicata al nostro Paese è particolarmente umiliante perché concede al primo ministro, ritenuto primo responsabile di un governo rovinoso, tutte le ragioni che Berlusconi o un suo difensore (se ce ne fossero ancora) avrebbero potuto invocare. Riconosce che il debito italiano è enorme, che la storia della spesa pubblica italiana non è esemplare, accetta di considerare il problema del passaggio dalla lira all'euro come causa di temporaneo disordine dei prezzi. Ma anche perché, con l'ingresso dell'Italia nell'euro, la tradizionale scorciatoia di salvataggio che è stata tante volte usata, la svalutazione della lira, è venuta a mancare.
E giudica oggettivamente difficili le riforme in un Paese segnato da contrapposizioni dure, anche di natura corporativa e sindacale.
Il fatto è che la condanna di Berlusconi non viene da una visione sociale solidaristica e di sinistra, ma da un implacabile giudizio negativo del mondo a cui Berlusconi, e i suoi affiliati, sostengono di appartenere. Infatti il rapporto inglese sull'Italia smonta uno per uno ogni argomento “visto da destra”, che viene di solito usato dalle reti unificate della propaganda berlusconiana per dare la colpa ai comunisti. Dei comunisti non c'è traccia nel rapporto dell'Economist. Ci sono invece, ben chiare, le impronte dei processi, della illegalità, delle leggi ad personam, della cascata di condoni, delle assoluzioni per “prescrizione”, delle specifiche misure approvate per estrarre il primo ministro dai suoi personali guai giudiziari.
C'è anche un “profilo imprenditoriale” di Berlusconi che è tra i passaggi più duri della requisitoria: "un monopolista che si è sempre affermato al di fuori della concorrenza e all'interno di un sistema di protezioni" che, una volta passato dagli affari al governo, è stato un capo di governo a stretta immagine e somiglianza del capo di impresa: nessuna trasparenza e un cumulo di vantaggi e convenienze e protezioni speciali create solo per lui.

I punti fondamentali su cui l'analisi dell'Economist si fonda sono i seguenti. Il Paese Italia può precipitare in una recessione di tipo argentino. L'Italia compare nella classifica della competizione mondiale in un “quarantasettesimo” posto subito sopra il Botswana. Il costo della vita ha subìto impennate che non hanno nulla a che fare con l'euro ma piuttosto con la responsabilità di un governo che, mentre governava attentamente i propri interessi giudiziari o privati, non ha badato alla corsa libera e arbitraria dei prezzi. Le infrastrutture sono tra le più fragili e invecchiate d'Europa, anzi, senza dubbio, le peggiori dell'Unione europea. Le Università italiane sono in una condizione penosa e al di sotto di ogni confronto internazionale. L'evasione fiscale è alle stelle. Soltanto il 57 per cento degli italiani è al lavoro, contro il 70 per cento dell'Inghilterra.
La coalizione di governo, di cui viene spesso vantata la compattezza, è una rete di interessi divergenti che si compongono solo con compromessi pesanti a carico del Paese. L'Economist non manca di notare che l'Italia aveva trovato un punto di arresto del rischio di frammentazione politica e di ricatto dei piccoli partiti con il sistema semi-maggioritario voluto dai cittadini con il referendum Segni. Ma adesso una nuova legge elettorale nega anche i modesti progressi di stabilità ottenuti con una pur imperfetta legge maggioritaria e torna a spingere l'Italia verso un sistema destinato a produrre frammentazione e ingovernabilità.
Il senso dell'articolo si riassume in questa domanda fondamentale: è possibile che un solo governo nelle mani di un solo uomo che controlla un solo sistema di informazioni e domina un apparato legislativo che non ha fatto che servirlo, possa provocare, da solo, un simile danno? La risposta è sì, e al settimanale finanziario inglese non resta che ricordare (insieme con la tabella di tutti i processi subiti e in corso, di Silvio Berlusconi) le 23 domande proposte al premier italiano nel 2003 e restate sempre senza risposta.
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Come si vede, nulla, nell'esame sullo stato dell'Italia proposto dalla più autorevole pubblicazione economica del mondo, coincide con il sistema di notizie quotidianamente diffuso dalle reti mediatiche di Berlusconi. Non avete ascoltato una sola parola, nei media italiani, di ciò che gli economisti inglesi ci mandano a dire in questa documentatissima analisi. Ricorderete che quando Romano Prodi ha sollevato in passato questi argomenti e proposto le stesse accuse, e annunciato con allarme lo stesso rischio di esito disastroso, il sistema di regime mediatico ha sempre provveduto a mandare in onda e in pagina i volti o le voci di alcuni personaggi fissi il cui compito era di scuotere la testa con compatimento e di assicurare che, se c'era un problema, era quello di una deriva “zapaterista” di Prodi.
Potrà essere utile - per confermare che il nostro disastro economico si accompagna al disastro mediatico - che la maggior parte delle firme autorevoli del giornalismo italiano passa il tempo a interrogarsi con preoccupazione sul programma dell'Unione, l'armonia dei partiti di sinistra e la guida di Prodi, mentre gli analisti inglesi scrivono dell'Italia di Berlusconi quello che scrivono.
Mentre Berlusconi arruola il fascismo più schietto e privo di pentimenti per la sua prossima campagna elettorale, numerosi editorialisti continuano a chiedersi, ansiosi, se il pericolo comunista sia ancora in agguato. E discutono sul probabile “ricatto” di Bertinotti che, senza dubbio, tenterà di ridurre Prodi a una specie di Trotzkij. E ciò proprio nei giorni in cui Camera e Senato italiani, debitamente orchestrati, mandano alla firma del Presidente della Repubblica una squallida e pericolosa legge, frutto di un ricatto della parte inferiore della vita politica italiana (la Lega Nord) la legge detta “devolution” che spacca l'Italia, come ci ricorda il Presidente emerito della Repubblica Scalfaro.
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Ma attenzione. Questa inchiesta clamorosa che inchioda il Paese alla più grande umiliazione del dopoguerra e annuncia un pericolo grave ed imminente, viene volentieri rappresentata a rovescio. E' un trucco già messo in opera da giorni, da quando sono uscite le prime anticipazioni di questo pessimo ritratto internazionale dell'Italia governata da Silvio Berlusconi. The Economist propone il dubbio: in queste condizioni può farcela Romano Prodi, nel caso ormai probabile di una vittoria dell'Unione? La legittima perplessità del settimanale inglese è stata subito spiegata dai funzionari mediatici italiani in questo modo: il mondo economico anglosassone non vede alcuna differenza fra Prodi e Berlusconi. Non ha fiducia né nell'uno né nell'altro. Scorrete attentamente, argomento per argomento, le pagine da 13 a 15 del testo inglese e vi rendete conto che tale interpretazione è un falso. Un falso di regime, accreditato però in tanti modi, per esempio utilizzandolo per inquadrare i titoli, i commenti, le interviste.
Nella requisitoria davvero spietata contro Berlusconi e coloro che lo hanno servito, non c'è una frase, espressione o parola che esprima opinione negativa sulla persona di Romano Prodi o anche solo una sospensione di giudizio. I dubbi nei confronti dell'Unione e della sua eventuale vittoria (che lo stesso settimanale inglese sembra dare per scontata, dato che è difficile da immaginare un voto per Berlusconi) si dividono in due gruppi. Nel primo gruppo ci sono le tipiche riserve della visione rigorosamente di mercato dell'Economist.
La domanda è se la coalizione dell'Unione saprà essere liberista quanto basta per porre rimedio al disastro. Naturalmente - come dimostrano la situazione politica tedesca, quella francese e anche quella inglese (con il vivacissimo dibattito interno tra il laburismo storico del solidarismo sociale e il “nuovo laburismo” liberista di Tony Blair) - il rimedio esclusivo del mercato non è che una delle strade. E' naturale che stia a cuore all'Economist.
Ben più pesante è il secondo gruppo di dubbi. Indicano, senza mezzi termini, i pericoli italiani nella nuova legge elettorale fatta apposta per frantumare, nella totale mancanza di ricerca scientifica, nella difficoltà di fare accettare misure impopolari dopo il crollo di fiducia creato fra i cittadini dal governo delle leggi ad personam, dei condoni e degli omessi controlli fiscali. E' importante notare la seguente affermazione conclusiva, che purtroppo non è arrivata alla gran parte dei lettori e degli spettatori italiani: "Un'ultima eredità negativa del governo di Berlusconi è la svalutazione di ogni valore civico e morale. Quando un primo ministro attacca i magistrati del suo Paese come cospiratori comunisti, fa votare leggi a suo personale favore, e ignora ogni attività di controllo sulla situazione fiscale, manda un messaggio che dice: non ci sono regole, e non preoccupatevi di osservarle".

Il pericolo è grande, al punto da far dubitare seri osservatori internazionali che la situazione, anche nelle mani di persone perbene, possa ritornare ad un livello normale di civiltà. Tocca ai cittadini, agli elettori italiani dare la risposta con il voto. Sarà anche una risposta di orgoglio nazionale. E' da quel momento che - per usare la frase preferita di Prodi - "potrà ripartire l'Italia".


La concretezza fa bene all'Ulivo
Dario Di Vico sul
Corriere della Sera

E' proprio vero che si nuoce alla sinistra se le si chiede, come ha fatto su questo giornale Francesco Giavazzi, di indicare le priorità dell'azione di governo? Il centrosinistra ha la convinzione di rappresentare la maggioranza del Paese, di avere con sé le élite deluse dal berlusconismo e di aver guadagnato ampi consensi anche tra i ceti medi. E' il risultato (anche) di una politica d'opposizione che è riuscita nel capolavoro di presentare l'Unione in doppia veste: la coalizione capace di far ripartire le liberalizzazioni ma anche lo schieramento che saprà riformulare un quadro efficace di tutele e protezioni sociali. Dall'Economist ai co.co.co.
Il punto è che, avvicinandosi le elezioni, lo stato di grazia comincia a venir meno. Le cronache segnalano come gli osservatori stranieri comincino a nutrir dubbi e come i cittadini della Val di Susa, governati da amministrazioni di centrosinistra, insorgano contro la Tav infischiandosene dei leader piemontesi dell'Ulivo. L'opinione pubblica interna ed estera è diventata più esigente, non si accontenta più della satira anti- Cavaliere e preme. Di fronte a questi sintomi febbrili i medici pietosi (e interessati) invitano il paziente a far finta di nulla, a stringere i denti perché le elezioni sono vicine. Guai a produrre indicazioni precise di governo per i primi cento giorni, guai a fare i conti con le contraddizioni in seno al popolo. E' farina del diavolo.
E' questo il motivo per cui un pezzo consistente del centrosinistra finisce per indulgere al programmismo. Il programma per loro è la sommatoria delle domande sociali e la forma lessicale che prende è l'ossimoro. Due anni fa Franco Debenedetti a un convegno orvietano dell' associazione "Libertà eguale" segnalò l'abuso di formule come modernità e diritti, solidarietà e mercato, sviluppo sostenibile, in sostanza il tentativo di conciliare l'inconciliabile. Da allora la situazione non è migliorata e nei documenti programmatici si trova di tutto. Dalla "riqualificazione del waterfront " delle città di mare fino a "una moderna politica del catasto" passando per "il welfare promozionale " e "il riassetto della governance multilivello disegnata dalla Nuova Programmazione ". Quando una scelta è spinosa — metti la Bolkestein—si ricorre alla più lunga delle perifrasi e si finisce per proporre di "affidare agli ordini professionali le funzioni di formazione dei loro associati".

Giavazzi ha indicato un metodo opposto. Individuare cinque provvedimenti- simbolo che il governo dell'Unione si impegna a realizzare una volta scalato Palazzo Chigi. Romano Prodi ha raccolto l'invito dicendo di "apprezzare " le proposte di Giavazzi sull'introduzione di maggiore concorrenza nel sistema universitario, l'eliminazione degli Ordini professionali, la rimozione del Governatore della Banca d'Italia, la soppressione della Cassa Depositi e Prestiti e l'adozione del modello danese nel mercato del lavoro. Cose analoghe ha detto anche Francesco Rutelli in apertura del Big Talk milanese.Ma su Liberazione Giorgio Cremaschi ha subito obiettato che se "solo alcuni dei punti suggeriti dal Corriere fossero accolti dal governo sarebbe necessario uno sciopero generale a settimana". Tocca ora ai Ds, che organizzano a partire da giovedì la Conferenza di programma, dire la loro. Nell' attesa si può osservare che la provocazione di Giavazzi ha animato il dibattito, mentre le bozze programmatiche fin qui uscite non hanno acceso alcuna passione. Curioso, no?


Assolti i tre islamici sospettati di terrorismo
Redazione del
Corriere della Sera

MILANO - I giudici della terza Corte d'Assise d'Appello di Milano hanno confermato la sentenza di Clementina Forleo: Mohamed Daki, Alì Toumi Ben Sassi e Bouyahia Maher sono stati quindi assolti dall'accusa di associazione eversiva finalizzata al terrorismo internazionale.
I tre si trovarono al centro di un "caso" giudiziario il 24 gennaio quando, in primo grado, vennero assolti dal gup Forleo che li condannò solo per alcuni reati satellite (documenti falsi e favoreggiamento dell'immigrazione clandestina), ma li scagionò dalla ben più grave accusa di terrorismo internazionale. Suscitò aspre polemiche la decisione della Forleo di assolvere i tre sulla base della distinzione tra "guerriglieri" e "terroristi". Il sostituto procuratore generale Laura Bertolè Viale aveva chiesto che venissero inflitti per il 270 bis dieci anni a Bouyahia e a Toumi Ben Sassi e sei anni a Daki.
DAKI ASSOLTO ORA ACCUSA- Mentre Daki è stato assolto completamente, i giudici hanno condannato a tre anni gli altri due tunisini imputati, derubricando il reato di terrorismo internazionale in associazione per delinquere semplice. La sentenza d'assoluzione nei confronti di Mohamed Daki supera quella di primo grado del gup Clementina Forleo, che assolse il marocchino dall'accusa di terrorismo internazionale, ma lo condannò a 2 anni e 10 mesi per ricettazione di documenti falsi. I giudici di secondo grado hanno assolto Daki anche da quest'ultima imputazione. E il marocchino ora accusa: "Sono stato interrogato per due volte nell'ufficio del pm Stefano Dambruoso da agenti americani senza la possibilità di avere vicino il mio difensore, senza un verbale alla fine". A denunciare un episodio analogo è stato anche il difensore di Toumi Alì Ben Sassi che, dopo la sentenza, è esploso: "Adesso posso raccontare tutto".

In aula i tre imputati hanno urlato "Allah è grande" e "Viva l'Italia".
DAKI: "GRAZIE AI GIUDICI" - "Sono contento e devo ringraziare il gup Clementina Forleo e questi giudici d'appello. Resterò in Italia, voglio continuare a studiare e spero di trovare un lavoro. Non ho mai avuto dubbi sulla sentenza perché io sono innocente". Sono le prime parole di Mohamed Daki, uno dei tre nordafricani assolti dalla Corte d'Appello di Milano. Daki dice di essere particolarmente contento perché è stato assolto anche dall'accusa di ricettazione oltre che da quella di terrorismo internazionale.
FORLEO: "VITTORIA DEL DIRITTO" - Soddisfatta anche la Forleo. "La considero un'importante sentenza, una vittoria dello Stato di diritto e del principio dell'uguaglianza di tutti di fronte alla legge" è stato il commento a caldo del gup, che il 29 gennaio, assolvendo i tre islamici dall'accusa di terrorismo, sollevò forti polemiche. Il gup ha specificato di considerare importante la sentenza "soprattutto alla luce dei vergognosi attacchi alla mia persona e alla mia sentenza, in quanto essa è stata la prima ad aver affermato principi di diritto, anche internazionale, evidentemente sconosciuti da persone che si presume debbano avere esperienza in materia".


Il diritto penale secondo le spie
Giuseppe D´Avanzo su
la Repubblica

Poi affiorano i fatti duri, ostinati, inevitabili e la retorica politica di Berlusconi ("Abbiamo arrestato duecento terroristi") mostra, una volta di più, la nervatura della favola propagandistica. Non tutti gli arresti trovano una ragione nel terrorismo, e spesso non trovano nemmeno una ragione legittima o accettabile in quanto, anche in Italia, si è fatta strada una dottrina che riconosce una natura preventiva alla difesa sociale dal terrorismo islamico. Declinata nella prospettiva amico/nemico, ha aperto l´uscio a comportamenti fondati sul sospetto e sul pregiudizio. Come accade a Mohammed Daki assolto ieri in appello a Milano. Il suo processo - lo si ricorderà - è stato trasformato dalla maggioranza in uno "scandalo".
Nel condannare Daki a due anni e dieci mesi per ricettazione di documenti falsi (pena ora cancellata), il giudice Clementina Forleo osa distinguere il terrorismo dalla "guerriglia urbana" contro una forza occupante. Ne ricava insulti, calunnie, il consueto tentativo di distruzione personale. Il "rumore" mette la sordina a un altro rilevante aspetto di quel processo: l´utilizzo, nel formulare l´accusa, di deduzioni, voci correnti, fonti anonime, "segnalazioni da parte di organismi americani", "acquisizioni informative" senza padre, "investigative" senza madre, naturalmente nulle e inutilizzabili in un processo equo, corretto, degno di uno stato di diritto. Nella raccolta delle fonti di prova, il primo processo a Mohammed Daki già racconta il metodo di lavoro scelto dalla procura di Milano, e in particolare da Stefano Dambruoso (oggi esperto giuridico presso la rappresentanza italiana alle Nazioni Unite di Vienna). L´appello lo mette ancora di più a nudo. Mohammed Daki confessa di essere stato interrogato incappucciato in questura; svela di essere stato sentito il 6 e il 7 ottobre del 2003 al sesto piano del Palazzo di Giustizia di Milano da "gente americana". Chiede la presenza dell´avvocato. Gli rispondono che "non ce n´è bisogno". Gli dicono che "deve parlare, se non vuole finire per venti anni a Guantanamo". Ci si augura che la procura di Brescia si occupi dell´affare per accertare se Daki mente o se Dambruoso ha stravolto ogni diritto e garanzia dell´imputato lasciando campo libero agli agenti della Cia o dell´Fbi.
Quale che sia la verità, l´invasiva, determinante, inquinante presenza dell´intelligence, fino al 2004, è ormai un fatto per le indagini antiterrorismo di Milano anche prima che 22 agenti della Cia, violando la nostra sovranità nazionale, sequestrassero Abu Omar, un cittadino egiziano ospitato in Italia con lo status di "rifugiato politico". Per lunghi anni la procura milanese ha inseguito (addirittura ipotizzando che avesse ereditato da Al Qaeda il ruolo di "cinghia di trasmissione") un piccolo gruppo curdo islamico, Ansar Al Islami. Insignificante sul piano internazionale, strategico nell´ "operazione di influenza" pianificata dalla comunità dell´intelligence americana. Come sostengono nell´estate del 2002 Bush, Blair, i falchi della Casa Bianca, Ansar Al Islami deve dimostrare gli "ampi legami" tra Bin Laden e Saddam Hussein. In quella stessa estate, Washington studia la possibilità di lanciare un attacco contro "un impianto di armi chimiche gestito dal gruppo radicale Ansar Al Islami installatosi nell´Iraq settentrionale. Per l´amministrazione americana lo stabilimento è legato ad Al Qaeda". La notizia dell´esistenza del laboratorio di ricina, rilanciata da Abc e Cnn, mette presto in imbarazzo il Pentagono perché i leader dei movimenti curdi che controllano quell´area fanno subito sapere che, "è vero, in quella zona ci sono gruppi islamici, ma raccolgono non più di 100/150 elementi e non sono legati a Bin Laden". Gli stessi oppositori iracheni escludono, a loro volta, che "gli uomini di Ansar Al Islami abbiano rapporti con il rais di Bagdad". Chi crede ostinatamente, al di là di ogni evidenza, a quel "legame" è il pubblico ministero Stefano Dambruoso. Che inaugura un nuovo paradigma penale.

Quel che accade a Milano è la riproposizione modernizzata del "diritto penale e processuale di polizia" con cui il nostro Paese ha fronteggiato il terrorismo autoctono. La polizia chiese mani libere. Leggi e ordinamenti ne estesero e rafforzarono i poteri aggirando le prerogative dei giudici. Si produsse una "duplicazione" dei poteri istruttori di competenza della magistratura. Sommarie indagini, perquisizioni, interrogatorio entrarono nella "disponibilità" della polizia giudiziaria. La trovata astuta, e sbalorditiva, dell´ufficio giudiziario meneghino è di adeguare quel "diritto di polizia" ai tempi, proponendolo nelle forme di un "diritto speciale dello spionaggio". Perché il nemico è "globalizzato", le polizie non lo sono. Solo l´intelligence community può raccogliere informazioni in ogni angolo del mondo, selezionarle, organizzarle in un "prodotto", utile all´istruttoria. Come accade per Ansar Al Islami, però, il pubblico ministero non è in grado di verificare l´attendibilità e la fondatezza o addirittura la ragionevole congruenza delle notizie, ma è consapevole che quelle informazioni, con i nessi che svelano, sono manna per la sua indagine che, a sua volta, offre lavoro comodo all´intelligence in una circolarità che finisce per trasformare la funzione giudiziaria in un segmento della funzione spionistica.
Dall´innovazione del paradigma emerge un altro sorprendente mutamento. Il "diritto penale di polizia" trovava la fonte della sua legittimazione al di fuori dello stato di diritto, ma ancora dentro la nazionale ragion di stato, nei dintorni del criterio pragmatico di proteggere la sicurezza della nostra collettività. Il "diritto penale dello spionaggio", al contrario, rintraccia la sua legittimità in un oscuro altrove; in un territorio sconosciuto a chi lo deve interpretare. Sempre, infatti, l´intelligence tratta il "sapere" come una proprietà. Il pubblico ministero, quindi, non è in grado di conoscere perché i curdi di Ansar Al Islami - proprio loro - debbano conquistare una priorità nella sua investigazione. Aggirata ogni regola dello stato di diritto intorno ai mezzi e ai vincoli garantistici, l´iniziativa penale diventa così pura giustizia politica che ha la sua ratio nelle decisioni di un altro Stato, in una dottrina – quella americana post 11 settembre – che si fonda su una concezione della legittima difesa così speciale da legittimare la forcible abduction ("prelevamento forzato") di Abu Omar. E´ il coerente esito del "diritto speciale dello spionaggio".

E´ una concezione, priva di alcun fondamento giuridico, che precipita ogni mossa in un baratro pre-giuridico dove anche il più flessibile concetto di legalità perde di senso. L´intelligence che Dambruoso ospita nei suoi uffici, e che riceve Dambruoso nei propri, ha soltanto la necessità politica e militare di colmare il profondissimo "buco" informativo. Ha bisogno di "confessanti" che sappiano offrire risposte (inevitabilmente c´è chi se le inventa). Chi sono davvero i nostri nemici? Come sono organizzati? Chi li comanda? Dove e come reclutano i combattenti? Come vengono trasmessi gli ordini? Che cosa preparano? Gli spioni non hanno bisogno di imputati. Vogliono informazioni. Ogni confessante è "una risorsa". E´ questo l´obiettivo del loro lavoro. Come può esserlo anche per un magistrato? Come è possibile che la magistratura non voglia guardare in faccia questa degradazione che l´ha afflitta? Come è possibile che, mentre il commissario europeo alla Giustizia, Franco Frattini, minaccia sanzioni contro i Paesi che ospitano le prigioni segrete della Cia, il presidente del Consiglio si vanti di arresti mai fatti e, se fatti, organizzati nella logica dell´illiberale "diritto speciale dello spionaggio"?


Cento no al proporzionale
Lorenzo Salvia sul
Corriere della Sera

ROMA - Ci sono due ex presidenti della Consulta: Riccardo Chieppa e Leopoldo Elia. Ci sono costituzionalisti di chiara fama e considerati vicini al centrosinistra come Augusto Barbera. Ci sono professori di diritto di quasi tutte le università italiane, da Milano a Bari, da Roma a Torino. Ma nell'elenco dei 100 giuristi che hanno firmato l'appello ai senatori per cambiare la legge elettorale proprio in questi giorni all'esame di Palazzo Madama, compaiono anche tecnici considerati vicini al centrodestra, come Stelio Mangiameli, professore all'Università di Teramo e consulente di diverse amministrazioni della Cdl, e Tommaso Frosini, che invece insegna a Sassari e fa parte di Magna Carta, la Fondazione di cui è presidente Marcello Pera. Una piccola sfumatura bipartisan. Quattro i motivi di incostituzionalità indicati nell'appello sostenuto anche da Mario Segni nella doppia veste di professore di diritto e alfiere del maggioritario. L'assenza delle quote rosa, o comunque di uno strumento che promuova la parità fra uomini e donne in Parlamento. La soglia di sbarramento per le coalizioni che, una volta superato l'ostacolo, potrebbero subito sciogliersi senza correre alcun rischio. Il premio di maggioranza al Senato che, applicato in ogni singola regione, porterebbe ad aggregazioni "instabili e disomogenee". Ma anche, ed è qui la vera novità, il premio di maggioranza alla Camera: sarebbe calcolato sì su base nazionale ma senza prevedere sanzioni per la maggioranza che, vinte le elezioni ed intascato il bonus di deputati, dovesse poi sciogliersi per lasciar andare ogni partito per la sua strada.
Sulla riforma elettorale ieri al Senato è cominciata la discussione in Aula, il voto finale arriverà tra dieci giorni. Tra gli emendamenti dell'opposizione anche quello dei Ds Franco Bassanini e Andrea Manzella che introduce il referendum, di fatto come per le leggi costituzionali.

Mentre Enrico Boselli la considera un trucco contro la Rosa nel pugno, la nuova formazione creata da Sdi e Radicali che presentandosi per la prima volta alle elezioni dovrà raccogliere le firme. Un compito che non potrà essere svolto da sindaci e consiglieri comunali, in questo campo praticamente insostituibili.


Hollywood contro la ex Cirielli
Aldo Fontanarosa su
la Repubblica

ROMA - Hollywood demolisce la ex Cirielli, la legge italiana sulla prescrizione dei processi, che proprio stamattina rischia di tagliare il traguardo al Senato. La Mpaa, che è la più potente associazione del cinema americano, scrive a Giovanni Castellaneta, ambasciatore italiano negli Usa, per protestare contro il varo del provvedimento. Si associano alla lettera, il 22 novembre, gli industriali della musica, i proprietari di software per computer e gli stessi editori di libri.
La lettera dipinge la ex Cirielli come un "colossale errore" perché affonderà - c´è scritto - la "maggioranza dei procedimenti pendenti" contro i criminali dello spettacolo. Che sono poi i falsificatori di film e di compact disc, di software e dei libri. La lettera non fa cifre, né cita i miglioramenti che la Camera dei deputati ha apportato al testo il 10 novembre (dalla prescrizione accelerata sono ora esclusi i processi in primo grado, quando è stato aperto il dibattimento, oltre ai processi già pendenti in appello e in Cassazione). Si limita a denunciare, questa missiva, che i delinquenti goderanno di una "immunità totale" e saranno incoraggiati a delinquere, organizzati in vere e proprie associazioni del crimine.
La missiva ricorda all´ambasciatore italiano, perché riferisca al governo, che una Nazione è "davvero competitiva" se mantiene alto il "livello di protezione" del diritto d´autore. Quindi cita le molte ferite che la pirateria procura all´economia italiana. La sola industria del software accusa perdite annue per un miliardo e mezzo. Il settore audiovisivo deve rinunciare al 20% delle sue entrate, 180 milioni. La musica perde altri 150 milioni. Alla fine della lista, l´Italia accusa un buco di 4 miliardi, di cui uno e mezzo per l´evasione dell´Iva. Gli americani ricavano queste stime da uno studio della Kpmg del 2003.
La forza della lettera è anche nel peso politico dei mittenti. La firma, come detto, Dan Glickman, presidente di Mpaa. Alla potente associazione californiana aderiscono sette tra i maggiori produttori e distributori di film e programmi televisivi degli Usa. Aziende come la Walt Disney (attraverso la controllata Buena Vista), la Sony, la Metro-Goldwyn-Mayer (quella del leone che ruggisce prima della pellicola). E ancora: la Paramount, la Twentieth Century Fox di Murdoch, la stessa Warner Bros.
Firma la lettera David Israelite, numero uno della Nmpa. E´ l´associazione che raccoglie 800 editori musicali, a partire dal colosso Emi. La Nmpa rivendica tra i suoi successi l´affondamento di Napster, uno dei primi siti a permettere lo scambio gratuito di brani musicali via Internet.



Frattini: "Puniamo chi ha ospitato le prigioni Cia"
Giuseppe Sarcina sul
Corriere della Sera

BARCELLONA - Via i diritti di voto nel Consiglio Ue a quei Paesi che avessero "ospitato" le piccole "Guantanamo" d'Europa. Il Commissario alla Giustizia, Libertà e Sicurezza, Franco Frattini lo considera un passo inevitabile, previsto dall'articolo 7 del Trattato, lo stesso che fu chiamato in causa, ma non applicato, contro l'Austria, all'epoca del "caso Haider". A Berlino, a margine del IV congresso della Difesa europea, Frattini ha messo a fuoco quella che, per il momento, considera "solo un'ipotesi": "Qualora si scoprisse che Stati della Ue avessero ospitato strutture detentive segrete mi troverei obbligato a proporre al Consiglio dei ministri Ue misure molto serie, come la sospensione del diritto di voto in Consiglio".
Le indiscrezioni, pubblicate qualche settimana fa dal Washington Post e le denunce di associazioni come Human Rights Watch , portano, soprattutto verso due "siti sospetti": l'aeroporto Szymany in Polonia e la base militare Michail Kogalniceanu in Romania. Il diritto di voto nei Consigli della Ue, quindi, eventualmente verrebbe tolto alla Polonia, già partner dell'Unione, mentre per la Romania la questione potrebbe compromettere la programmata adesione al club dei 25, prevista per il 1° gennaio 2007. I governi dei due Paesi, comunque, smentiscono con forza in ogni possibile occasione. Ancora ieri il presidente polacco ha ripetuto: "Queste prigioni non esistono sul nostro territorio... e non sono mai esistite". In realtà gli accertamenti toccano uno spettro più ampio di Paesi. Gli inquirenti stanno verificando destinazioni e transiti di velivoli sospetti, con a bordo presunti terroristi presi in custodia dalla Cia. La magistratura, o altre attività inquirenti, stanno lavorando in Spagna (scalo a Palma di Maiorca), Irlanda (aeroporto di Shannon), Cipro (Larnaca), Austria, Danimarca, Norvegia e Svezia. In parallelo il Consiglio d'Europa, organismo che raggruppa 45 Stati europei, ha aperto un'inchiesta formale sulla base dei poteri conferiti dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo.

Nelle istituzioni europee l'attenzione è massima, anche se prevale la cautela, come testimoniano le reazioni raccolte ieri a Barcellona, a margine del vertice Euromediterraneo. Javier Solana, Alto Rappresentante per la Politica estera e la Sicurezza comune, osserva che "sulla base delle informazioni raccolte finora nessuno stato membro risulta implicato nella gestione di prigioni per conto della Cia. O peggio di aver cooperato a una pratica infame come quella della tortura. Occorrono le informazioni giuste: mi risulta difficile, a questo stadio, ragionare sulle ipotesi". Più propositivo il capogruppo del Ppe all'Europarlamento, il tedesco Hans Gert Pöttering: "Questo è un problema molto serio. Noi, come parlamentari, insisteremo per sapere se le accuse sono vere oppure no. E se qualcuno ha ospitato campi di detenzione, andrà incontro a conseguenze pesantissime".

Che cosa si prepara? È giusto chiederlo a Frattini, raggiunto in serata al telefono, mentre rientra a Bruxelles. "Io non ho poteri diretti di inchiesta - riprende il vicepresidente della Commissione - tuttavia, la settimana scorsa, abbiamo sollevato il problema con l'amministrazione degli Stati Uniti. Stiamo aspettando la risposta. Intanto registro la smentita totale della Polonia. La Repubblica Ceca ha reso noto che sì avevano ricevuto una richiesta, da una non ben precisata autorità americana, per un "alloggiamento temporaneo" di un detenuto. Ma il governo di Praga ha rifiutato. Noi stiamo conducendo degli approfondimenti. Io stesso, poi, ho chiesto notizie al ministro degli Interni rumeno. Mi ha risposto che chiunque può andare a vedere la base "sospetta": scoprirebbe solo un piccolo aeroporto per il rifornimento. Infine la magistratura spagnola ritiene che nelle Baleari non ci siano stati problemi e il Consiglio d'Europa ha verificato che anche la Bulgaria è a posto". Conclusione? "Ci guida il Trattato: garantismo, ma grande rigore, in presenza di prove certe".


Il vuoto europeo
Andrea Bonanni su
la Repubblica

L´Europa continua a pagare in termini di irrilevanza politica quel catastrofico errore che fu la divisione sulla guerra in Iraq, resa visibile nella primavera 2003 dalla "Lettera degli Otto" di supporto agli Stati Uniti firmata da Blair e Berlusconi. Ieri se ne sono avuti ancora due esempi. Il vertice euromediterraneo di Barcellona, disertato dai leader arabi e dal presidente israeliano, si è chiuso senza una dichiarazione comune su terrorismo e crisi mediorientale. Intanto, da Berlino, il commissario europeo alla Giustizia, Franco Frattini, ha ammesso di non avere ancora ricevuto risposta da Washington alla sua richiesta di informazioni circa l´esistenza di centri di tortura della Cia in Europa. E ha dovuto minacciare gli stati membri dell´Unione che avessero ospitato le "Guantanamo europee" di gravi sanzioni fino alla sospensione del voto al Consiglio Ue.
La dichiarazione di Frattini, di per sé coraggiosa e condivisibile, maschera in realtà una triplice debolezza europea. In primo luogo, che il commissario abbia dovuto mandare il suo direttore generale a Washington per chiedere informazioni sui centri di tortura sottolinea la voluta latitanza della presidenza britannica dell´Ue, cui sarebbe toccato questo compito. In secondo luogo, la mancata risposta degli americani, che lasciano tuttora inevasa la richiesta di Bruxelles, dimostra quanto poco tengano in conto le preoccupazioni europee. In terzo luogo, il fatto che Frattini sia stato costretto a ventilare sacrosante sanzioni contro i gli stati membri eventualmente complici dell´operazione, suona come una ammissione di impotenza nel sanzionare il comportamento degli Stati Uniti, che sarebbero comunque i primi responsabili di una grave violazione dei diritti umani sul suolo europeo.
In questa vicenda, mentre il Consiglio d´Europa indaga, e mentre il nuovo ministro degli Esteri tedesco in visita a Washington si appresta a chiedere spiegazioni al Dipartimento di Stato, spicca il silenzio della presidenza britannica dell´Unione. Sull´agenda di Bush per la lotta al terrorismo Londra si allinea acriticamente oggi come si allineò due anni e mezzo fa alla vigilia dell´invasione dell´Iraq.
Anche il fallimento del vertice euromediterrano, in cui i venticinque capi di governo europei sono stati platealmente snobbati dai leader arabi, è imputabile in larga misura alle incoerenze della presidenza britannica, cui toccava il lavoro di preparazione del summit.
L´insistenza di Londra nell´invitare al vertice il ministro degli Esteri iracheno, il cui paese comunque non partecipa al dialogo euromediterraneo, ha irritato numerosi leader arabi riportando sul tavolo negoziale le incomprensioni e le ferite suscitate dall´invasione angloamericana dell´Iraq.
Ma soprattutto gli europei non sono riusciti a chiudere il compromesso con cui cercavano di ottenere una definizione di terrorismo comune e condivisa da inserire nella dichiarazione finale. Gli arabi avrebbero voluto che, pur condannando il terrorismo, si riconoscesse il diritto alla resistenza armata nei territori occupati militarmente. Ma su questo punto, oltre alle ovvie resistenze di Israele che vi legge una legittimazione della guerriglia palestinese, si sono scontrati con il timore di molti europei che questo potesse suonare come una giustificazione degli attentati in Iraq. Risultato: il codice di condotta contro il terrorismo prescinde da una definizione condivisa del fenomeno che dice di voler combattere.

Si tratti del processo di pace in Medio Oriente o della lotta al terrorismo, due temi di interesse vitale per tutti gli europei, il ruolo dell´Unione resta marginale. E le leve del comando rimangono saldamente nelle mani dell´amministrazione americana. Che questo poi, al di là delle dichiarazioni di principio e delle proteste formali, non dispiaccia affatto ad alcuni governi dell´Unione che a suo tempo firmarono la "Lettera degli Otto" è il vero nodo che spiega l´eterna irrilevanza europea.


Peres verso Sharon, l'ultima spiaggia di un perdente di successo
Maurizio Debanne su
l'Unità

Da qualche settimana la politica israeliana non finisce di stupire. Dopo aver guidato la settimana scorsa una scissione dal Likud creando una nuova lista centrista chiamata Kadimà (Avanti), il premier Ariel Sharon sembra disposto a tutto pur di avere al suo fianco l'ex premier laburista Shimon Peres, rimasto amareggiato per aver perso sul filo di lana la sfida con Amir Peretz nelle elezioni primarie all'interno del suo partito. Lunedì la stampa israeliana riporta che Peres ha incontrato venerdì scorso due emissari di Sharon: l'ex dirigente del Likud Uri Shani e l'ex ministro laburista Haim Ramon, già passato a Kadimà. Sharon e Peres per ora tacciono. A quanto pare Peres non sarà incluso nella lista dei candidati di Kadimà, ma potrebbe ricevere fin d'ora l'impegno di Sharon di ricevere un incarico di grande responsabilità in un futuro governo guidato dal premier uscente. Secondo altre voci Sharon avrebbe assicurato a Peres un portafoglio ministeriale chiave o comunque un ruolo compatibile con le sue qualità e il suo prestigio. Finora Peres, che ha ridotto al minimo le sue pubbliche apparizioni e ha disertato la riunione del comitato centrale laburista, si è trincerato dietro una linea di ostentato riserbo, che fomenta ancora di più le congetture. Non è dunque ancora chiaro quanto di vero vi sia e quanto sia invece disinformazione ma di certo Peres vuole togliersi di dosso l'etichetta di "eterno perdente". Resta solo da capire come.
Nella politica israeliana non è mai consigliabile lanciare nell'aria domande retoriche perché talvolta si ricevono indietro come un boomerang risposte inattese, e sgradevoli. Questa lezione è rimasta impressa a Shimon Peres che anni fa, in un acceso confronto nel comitato centrale del partito, chiese ai compagni: "Sono forse un looser, un perdente nato?". "Sì", gli risposero in coro i compagni …

Di Peres si dice velenosamente in Israele che "vince in tutti i sondaggi di opinione, e poi perde in tutte le elezioni". La serie nera è cominciata nel 1977 quando - a un mese dalle elezioni politiche - Yitzhak Rabin rassegnò le dimissioni (per via di un conto bancario illecito tenuto dalla moglie in Usa) e consegnò il partito a Peres, che fu sconfitto a sua volta dal leader del Likud Menachem Begin. Una sconfitta storica, tanto più bruciante in quanto in quelle settimane Begin era infermo, costretto in una stanza di ospedale, su una seggiola a rotelle. Da allora Peres avrebbe perduto una raffica di elezioni di fronte a candidati vari del Likud: dopo Begin, Shamir (con cui in realtà realizzò anche un pareggio) e poi la sconfitta bruciante nel 1996 di fronte a Benyamin Netanyahu, a pochi mesi dalla traumatica uccisione di Rabin. "Looser, looser", gli mandò a dire il partito.
Ma la serie nera non era finita. Nel 2000, nuova umiliazione per Peres che - ormai statista di grande fama mondiale - desiderava coprire la carica di capo di stato. Tutto, fra i 120 deputati della Knesset, sembrava predisposto: ma a sorpresa un candidato considerato universalmente grigio, certo non carismatico Moshe Katsav (Likud) þ si aggiudicò il confronto, con 63 voti contro 57. Alcune settimane fa la maledizione di Peres si è manifestata di nuovo. Ancora una volta i sondaggi lo davano vincente sicuro, e così pure anche uno degli exit-polls delle radio israeliane. Ma a spuntarla è stato Peretz che lo ha sopravanzato di 1500 voti.


  29 novembre 2005