prima pagina pagina precedente



sulla stampa
a cura di G.C. - 28 novembre 2005


Spalle robuste per il programma
Massimo Giannini su
la Repubblica

"Chiacchiera gigante" o "grande dibattito"? Tra le diverse sfumature semantiche di una formula modernista mutuata dall´inglese, la Big Talk organizzata dalla Margherita ci restituisce un´immagine prismatica del centrosinistra. Brillante e dinamico sui contenuti, ma ancora confuso e incerto sui contenitori. A Rutelli va riconosciuto il merito di aver messo molta carne, sul fuoco del programma. A Fassino va dato atto di aver partecipato all´iniziativa con sincero spirito di condivisione. Ma non può essere un caso se il messaggio più forte che arriva dalla due giorni di Milano è quello lanciato in chiusura da Romano Prodi. "Stiamo uniti, stiamo uniti, stiamo uniti". Scandito tre volte, con un tono accorato che ricorda il famoso "Resistere, resistere, resistere" di Francesco Saverio Borrelli.
Al fondo, c´è una sfumatura "resistenziale" anche nelle parole del Professore. E´ confortante l´entusiasmo col quale è stato accolto, da un "popolo" che finalmente lo riconosce e in cui lui evidentemente si riconosce. Ma fino a ieri l´impressione è stata un´altra. Il tonificante "effetto primarie" del 9 ottobre è sfumato troppo in fretta. La forza centripeta di quell´imprevisto "plebiscito" si è consumata troppo presto. Polemiche sugli uomini: le candidature in Sicilia, le primarie a Milano, la resa dei conti a Venezia. Polemiche sulle formule: partito democratico, partito riformista, nessun partito. Come è evidente, a dispetto della pretestuosa disputa sul "programmismo", l´anima riformista del centrosinistra non si divide poi così tanto sulle cose da fare. Il fervore propositivo di questi giorni è indice di ricchezza progettuale e di freschezza culturale, molto più che di antagonismo infra-coalizionale. D´altra parte, è da mesi che si sente muovere proprio questa critica all´opposizione: non ha idee.
Adesso che comincia a tirarle fuori, gli si muove la contestazione contraria. Viene da dare ragione a D´Alema, quando dice che il programma è quella cosa di cui tutti lamentano sempre l´assenza, ma che poi quando viene fuori nessuno si prende la briga di andare a leggere.
C´è davvero qualcuno, tra i Ds e la Margherita, che possa sensatamente litigare sui "sei punti" fondamentali indicati l´altro ieri da Rutelli? Che possa realisticamente contestare la necessità di un piano di governo dei primi 100 giorni imperniato sulle liberalizzazioni, sulla semplificazione dell´Amministrazione pubblica, sul sostegno dell´innovazione, sulla fiscalità di vantaggio per le imprese nel Sud, sull´aumento degli asili nido e sull´imposta unica del 10% sugli affitti? La prova diretta sta nelle parole rassicuranti di Fassino, che dice "condivido il programma al 100%": è probabile che alla fine della prossima settimana, quando anche la Quercia farà la sua brava Big Talk, le proposte diessine ricalcheranno fedelmente quelle dielline.

E allora, dov´è il problema? Ancora una volta, sembra annidato nella scarsa generosità dei gruppi dirigenti. Nella miopia autoconservativa degli apparati. Il problema sta negli "irriducibili" dei due schieramenti, che trasformano la custodia dell´identità in un alibi per salvare poteri centrali e rendite locali. Il problema diventano i parisiani, ai quali il vertice della Margherita vuole "tagliare la testa", o i diessini che fondano un´altra corrente interna per salvare le radici "socialiste" di ieri dalla minaccia del partito democratico di domani. Le due formazioni principali del centrosinistra rischiano di commettere lo stesso, autolesionistico errore in cui è già caduto il Polo, per effetto della sciaguratissima riforma elettorale voluta dal Cavaliere: tornare già a ragionare in una logica proporzionale. Valorizzare la distinzione, anziché la coesione. Scommettere sulla visibilità, anziché sull´unità.

Non ha torto Tremonti, a dire che nel centrosinistra allargato regna l´hegeliana dialettica degli opposti: Blair e Zapatero, l´America e i no-global, le privatizzazioni e la patrimoniale, il nucleare e i mulini a vento. Ma se Ds e Margherita fossero davvero coesi (sulle poltrone degli organigrammi e sugli assetti dell´organizzazione) non avrebbero difficoltà a dettare l´agenda a Bertinotti, a Diliberto e a Pecoraro Scanio. Tra tesi forti e credibili, e antitesi deboli e radicali, la sintesi sarebbe più facile da trovare. Come ha detto Prodi, servono "spalle robuste", perché il governo che verrà sarà chiamato ad assumere "decisioni difficili".
E´ ora che, nell´orto ulivista, se ne rendano conto tutti.

Se è vero, come dice l´Economist, che per l´Italia la "Dolce vita" è finita per sempre, i leader del centrosinistra non possono affrontare la dura stagione del neo-realismo consumandosi tra personalismi accidiosi e rancorosi. Neanche fossero "i vitelloni" di un altro capolavoro di Fellini.


Prodi: riforme radicali per salvare l'Italia
Federica Fantozzi su
l'Unità

"L'Italia non può avere una risposta dorotea ai suoi problemi". Nell'aria sfumano le note della "Canzone popolare" sostituite dalla voce vellutata di Caterina Caselli. Romano Prodi ha appena concluso il Big Talk della "nostra" Margherita (applausone) dopo essersi descritto legato a due marchi "in politica più importanti che in economia": l'Ulivo e l'Unione, e dopo aver proferito la sua alienità dalla "politica anti-partito".
Il Professore arriva presto negli studi televisivi trasformati in set del convegno economico, siede tra Francesco Rutelli e il suo ex ministro Lamberto Dini, stringe la mano all'ex prefetto Ferrante candidato sindaco della città, corregge gli appunti. Ma sulla pedana girevole andrà a braccio: "Per salvare il Paese serve un programma radicale e non edulcorato, riforme forti e profonde che coinvolgano tutti". Il declino "maliziosamente" descritto dall'Economist c'è ma "possiamo invertirlo". Come Berlusconi "avrebbe potuto cambiare il Paese, ma ha conformato la sua azione agli interessi personali". E sull'euro poteva attuare le misure preparate da Prodi e Ciampi anziché usarlo "deliberatamente come leva per ridisegnare il panorama sociale".

A Palazzo Chigi: "Il governo deve poter fare delle scelte, non è la composizione di equilibri preesistenti ma una squadra. Altrimenti ci ritroveremo come il premier..".
E come non è stato casuale il riferimento affettuoso alla Margherita - per "recuperare un clima di unità e dialogo oltre il gioco delle personalità", per troncare ogni polemica sulle dinamiche interne tra ulivisti e "partitisti" - neppure è casuale il soffermarsi sul concetto di squadra: "Persone che si intendono tra loro". Rutelli apprezza: "I partiti sono importanti, dal Big Talk emerge la voglia di cambiare il Paese stanco".
Prodi vuole marcare le distanze con il quinquennio berlusconiano di "inattività" e miracoli rimasti sulla carta. Mette le mani avanti: "In queste tavole rotonde ho sentito tante proposte. Attenzione, poi dovremo realizzarle". La consapevolezza è che oltre "competenza, equità, etica", fondamentale sarà la credibilità. Le riforme non saranno a costo zero: "Siamo disposti a questi cambiamenti?".
Modernizzare l'università, riformare mercato del lavoro e sistema fiscale, abbandonare le sanatorie, "scontenterà tanti". Da sapere subito: "I nostri elettori ci seguiranno? Credo siano pronti. La loro paura anzi è che siamo come gli altri (la Cdl, ndr)". Applaudono Giovanna Melandri, Livia Turco, Rosa Russo Jervolino, Enrico Letta. Antonio Di Pietro siede accanto a Enzo Carra.
Nel futuro c'è sì la crescita, previo rimbocco di maniche. Nel Sud - che senza criminalità sarebbe "il giardino d'Europa" - dovrà tornare la legalità. Mai più il dolore di Locri: "Intollerabili zone grigie, voti equivoci". Ovazione.
Prodi declina il patto di governo del centrosinistra come "un patto di mutuo rispetto tra Stato e cittadini". A partire dall'equità fiscale che lasci progressività d'imposta: "La flat tax non è il nostro disegno". La devolution "senza interlocutori" sarà fermata dal referendum. E l'Ulivo risponderà alla riforma elettorale "voluta contro di noi, contro di me". Quell'albero "robusto consentirà scelte difficili e unità".
Ulivo o partito democratico? Il Prof dribbla "definizioni teologiche", lavora per i gruppi comuni in Parlamento.

Ieri sera Prodi in una manifestazione elettorale ha ribadito il suo sforzo per un Ulivo "forte" dentro una coalizione unita. Martedì il vertice con i tesorieri chiuderà la querelle finanziamenti. Un pre-accordo già al Big Talk dove il Dl Lusi e il prodiano Rovati hanno concordato di chiudere in fretta: "Vediamoci con i leader - esortava il primo - Senza retropensieri".


Nicola Rossi: più mercato e più rigore, la via liberale è questa
Antonella Baccaro sul
Corriere della Sera

ROMA - Per Nicola Rossi, economista diessino riformista, indicare sinteticamente le priorità del prossimo governo, come ha proposto Francesco Giavazzi sul Corriere , si può. Anzi è doveroso. Eugenio Scalfari nell'editoriale su Repubblica lo ritiene inutile. Anche Pierluigi Bersani, responsabile del programma dei Ds, è scettico.
"Perché? È un metodo valido. Ma di priorità, a me ne basta una: crescere".
Tutto qui? Si può farlo in tanti modi.
"Certo, ma il modo è soltanto uno se il nostro schieramento accetta di riconoscersi nell'ideologia liberale".
È quanto ha proposto ieri dalle pagine di Europa : sostituire al termine "riformista" quello "liberale"?
"Ormai i programmi di Ds e Margherita convergono su questa linea".
Ma la coalizione è più ampia di così.
"Intanto abbiamo questi due partiti che magari saranno divisi sulla bioetica ma non sulle ricette economiche".
Quali ricette?
"Più mercato, più rigore e disciplina nella finanza pubblica, ma senza "lacrime e sangue". Adottata l'ideologia liberale, le scelte di governo sono necessitate".
Anche l'attuale governo si dice liberale. Lo è?
"Come può esserlo, quando l'uomo che lo guida, di mercato non ha mai fatto esperienza?".
E perché il centrosinistra dovrebbe essere più in grado di realizzare un programma liberale? Pensa che Bertinotti ne sarebbe entusiasta?
"Paradossalmente sì: l'attuale governo ha pensato di recuperare competitività agendo su un'unica voce di costo, il lavoro. Noi agiremo su altri fattori".
Cioè?
"L'energia, i servizi, la pubblica amministrazione che a volte potrebbe fare meglio, a volte meno...".
Fare meglio e meno non vuol dire licenziare?
"Vuol dire fare le cose che servono davvero rinnovando il sapere. Per questo è inaccettabile il blocco del turn over ".
Sul fronte delle professioni, abbatterebbe gli albi?
"Salverei quelli di chi svolge una funzione pubblica, come il notaio".

Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, ha detto al Corriere che ha in programma di privatizzare. Condivide?
"Abbiamo imparato che prima si liberalizza, poi si privatizza".
Tremonti pensa che, tranne l'euro, abbiate fatto solo riforme sbagliate.
"Almeno ci ha concesso l'euro...".
E le riforme del centrodestra? Sono state liberali? Lo è la legge Biagi?
"Rispondo con Einaudi: spesso le tutele nei confronti dei lavoratori sono una delle maniere per alzare la produttività. La Biagi va ripulita dall'ideologia".
Quindi, niente licenziamento libero?
"No senza ammortizzatori sociali".
La riforma delle pensioni è liberale?
"No, perché ha ridotto la libertà di scelta del lavoratore".
Quella del diritto fallimentare?
"Nemmeno. Del resto è stata fatta da chi quelle procedure le pratica...".
Sarebbe liberale pretendere le dimissioni del governatore di Bankitalia?
"Non si può. Al posto di Berlusconi però noi avremmo messo per iscritto la presa di distanza che ha espresso a parole".
Bersani ha detto al Corriere che questo è il momento della "serietà". Cosa è serio per lei?
"Non fare i condoni. O restituire alle imprese il credito Iva per tempo".



In TV la politica del cuore
Sebastiano Messina su
la Repubblica

Peccato che ieri il presidente del Consiglio fosse a Barcellona. Se non fosse partito, avrebbe visto in diretta il primo effetto visibile, tangibile e concreto del ritorno alla proporzionale, ovvero l´invasione di Casini nella vera roccaforte politica berlusconiana: la televisione. Visto che ognuno adesso deve pensare soprattutto all´acqua (e ai voti) del proprio mulino, il presidente della Camera ha inaugurato la propria campagna elettorale mollando un doppio schiaffo al suo principale alleato, e dunque suo principale concorrente: il capo del governo.
Non solo gli ha dato dell´illusionista, ma ha risposto col sarcasmo all´accusa berlusconiana di non aver difeso le riforme del centro-destra: "Non ho detto che al governo io avrei fatto di più e meglio. Al massimo l´ho pensato...". Poi, già che c´era, ha battuto sul tempo Forza Italia e ha consacrato tra gli applausi dei suoi la candidatura di un ministro dell´Udc, Baccini, a sindaco di Roma. Una scena memorabile - anche perché non capita tutti i giorni di vedere un presidente della Camera che "scende in campo" con tanta foga - che i telegiornali hanno ospitato senza badare al tempo (a cominciare dal Tg1 che ha mandato in onda un servizio-fiume come quelli che una volta erano riservati solo alla Dc).
Ma se il Cavaliere fosse rimasto a Roma, e avesse acceso la tv, avrebbe potuto vedere - dopo le immagini dello straripamento dell´Arno e del Tevere - anche quelle dello straripamento del presidente della Camera. Perché, tra i telegiornali dell´ora di pranzo e quelli della sera, Casini è apparso a sorpresa su RaiUno, nel momento in cui la Domenica in di Pippo Baudo tocca di solito il picco dell´audience (tra le 19 e le 20). Per attaccare Berlusconi? Macchè. Per sponsorizzare Baccini? Figuriamoci. Per difendere l´Udc? Nossignore. Per raccontarci papa Wojtyla.
Il furore freddo del comiziante, l´ironia caustica del polemista, la spavalda sicurezza del leader politico erano improvvisamente scomparse, per lasciare il posto alla commozione del devoto, alla mitezza del credente, alla modestia dell´uomo di fede. Al posto del fiero combattente del telegiornale c´era un umile servitore della vigna del Signore. Che ci ha ricordato di aver invitato personalmente Giovanni Paolo II a Montecitorio, ci ha confessato di aver tremato ogni volta che se lo trovava davanti e ci ha lasciato a bocca aperta baciando sulla guancia la bambina che aveva appena letto il suo pensierino sul Papa. In quell´atmosfera così commovente, così ispirata, così toccante, nessuno si sarebbe davvero meravigliato se Casini avesse detto alla bambina: "Adesso, quando tornerai a casa, dai un bacio ai tuoi fratelli e dì loro che questo è il bacio del presidente della Camera".
Certo, non c´è un solco che separi il Casini monsignore che va da Pippo Baudo dal Prodi che va da Fabio Fazio per raccontarci la sua stupefacente abilità nel montare i porta-cd dell´Ikea o dal Fassino che va da Maria De Filippi per riabbracciare la vecchia tata. Invece di puntare alla testa degli elettori, i politici hanno cominciato a mirare al cuore dei telespettatori. Piuttosto che apparire convincenti, vogliono risultare simpatici. E Casini, ieri, s´è giocato le sue carte.



Alla caccia dei voti del centrodestra
Massimo Franco sul
Corriere della Sera

C'è una differenza vistosa nel modo in cui prendono forma le campagne elettorali dei due schieramenti. Nell'opposizione esiste un leader unico e incontestato: Romano Prodi. Nel centrodestra, sebbene formalmente corra un solo candidato a palazzo Chigi, si sta accentuando la "fuga da Berlusconi" dell'Udc di Pier Ferdinando Casini. Ieri, alla manifestazione della Margherita a Milano, Prodi ha gridato per tre volte "Stiamo uniti"; e tuttavia, l'investitura delle primarie è un vincolo che lo aiuta almeno fino al voto di primavera. Il vertice di domani fra lui, il segretario ds Piero Fassino e il presidente della Margherita, Francesco Rutelli, significa che anche i contrasti sulla spartizione dei finanziamenti sono superati. Nella coalizione di governo, invece, la riforma elettorale in senso proporzionale sta esasperando il protagonismo dei partiti. E accentua la sensazione di un Silvio Berlusconi marcato dagli alleati in vista di una successione quasi automatica in caso di sconfitta. Si sente parlare di "attacco a tre punte", ma non significa un premier affiancato da Casini e dal capo di An, Gianfranco Fini. Spuntano invece tre concorrenti, ognuno dei quali gioca per sé. D'altronde, sabato il presidente del Consiglio aveva detto ai suoi che FI deve arrivare al 30%. E ieri è arrivata la risposta a brutto muso di Casini.
Smessi di fatto gli abiti istituzionali, il presidente della Camera ha sferrato un attacco frontale contro palazzo Chigi. Dire che gli italiani "sono stanchi di illusioni e illusionismi", equivale a delegittimare il premier. Sembra quasi che Casini voglia offrire all'elettorato di centrodestra una sorta di referendum fra l'Udc e il resto della coalizione, nella speranza di toccare il 10% dei voti. Anche la sua insistenza a porsi come difensore delle ragioni della Chiesa cattolica va letta in termini di competizione con FI, oltre che con un Fini fuori gioco dopo le sue posizioni referendarie sulla fecondazione assistita.
Gli uomini di Berlusconi intravedono dietro lo smarcamento di Casini il tentativo di convogliare voti moderati in uscita da FI e magari anche da An. La stessa candidatura del ministro Mario Baccini a sindaco di Roma non è tanto una sfida al sindaco diessino, Walter Veltroni, considerato imbattibile. I veri destinatari della scelta unilaterale dell'Udc sono FI e An. Il partito di Casini sta tentando di imporre un proprio esponente al partito di Berlusconi e alla destra di Fini nella città che ne rappresenta la roccaforte. Le reazioni gelide degli alleati danno la misura della resa dei conti interna.
Per questo, è difficile dar torto a Marco Follini, quando dice che nelle parole di Casini "c'erano molte delle mie idee". I leghisti sono preoccupati.

Ma è il paradosso di un centrodestra che ha voluto una riforma elettorale per rendere instabile qualsiasi maggioranza guidata da Prodi; e adesso si accorge che sta terremotando in primo luogo la maggioranza berlusconiana.


Attualità di Galileo e della sua condanna
Mario Pirani su
la Repubblica

Anche un opuscolo promozionale può essere affascinante.
E affascinato sono rimasto sfogliando l´opuscolo scritto dall´illustre astrofisico Franco Pacini dell´osservatorio di Arcetri e dalla sua collaboratrice, Lara Albanese, per proporre la creazione di un centro dedicato alla astronomia contemporanea. Il progetto, corredato già da uno studio di fattibilità, dovrebbe dar vita a uno spazio integrato, intitolato "la Città di Galileo", nello splendido parco della Torre del Gallo, un castello poco lontano dalla casa, denominata "Il Gioiello", dove il grande scienziato, condannato per eresia e confinato, trascorse gli ultimi anni della sua esistenza. Il centro sede di ricerca e diffusione della cultura scientifica comprenderebbe inoltre l´osservatorio, un planetario modernissimo, un parco scientifico, un museo innovativo sul modello dell´Exploratorium di San Francisco dove gli strumenti messi in mostra possono essere toccati e utilizzati, una "torre delle stelle". Da qui, con Firenze per sfondo, i visitatori potranno, attraverso un computer, collegarsi a un telescopio gigante, il Grande Binocolo costruito in Arizona dagli astronomi di Arcetri, e osservare gli anelli di Saturno o lontane galassie.
Un´iniziativa che rientra appieno in quella trasformazione del paradigma orientativo dell´economia italiana di cui altre volte abbiamo parlato e che dovrebbe incentrarsi sulla valorizzazione del patrimonio più competitivo di cui disponiamo, il nostro territorio.

Al più alto grado della qualità si collocano iniziative come quella di Arcetri. Un Paese che torni a credere in sé dovrebbe assumerla come obbiettivo nazionale.
A meno che le elezioni non siano inaspettatamente vinte (lo dico per scaramanzia) dai neo-convertiti della CdL che nei loro elaborati ideologici sono giunti persino a rivalutare l´Inquisizione e che farebbero probabilmente pagare al professor Pacini il peccato di aver ripubblicato, nell´opuscolo di cui sopra, la sentenza del Tribunale del Sant´Uffizio e sottolineato come l´iniziativa sia stata prevista per il 400° anniversario della scoperta che la Terra non è l´unico mondo dell´Universo. Mi affretto, quindi, a riprodurre anche per i lettori di questa rubrica che non l´avessero sottomano, il celebre documento di condanna. Eccolo:
"Diciamo, pronuntiamo, sententiamo e dichiariamo che tu, Galileo suddetto, per le cose dedotte in processo e a te confessate come sopra, ti sei reso a questo S. Off.o vehementemente sospetto d´heresia, cioè d´haver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e divine Scritture, ch´il sole sia centro della terra e che non si muova da oriente a occidente, e che la terra si muova e non sia al centro del mondo, e che si possa tener e difendere per probabile un´opinione dopo esser stata dichiarata e diffinita per contraria alla Sacra Scrittura; e conseguentemente sei incorso in tutte le censure e pene dai sacri canoni et altre costituzioni generali e particolari contro simili delinquenti imposte e promulgate. Dalle quali siamo contenti sii assoluto, purché prima, con cuor sincero e fede non finta, avanti di noi abiuri, maledichi e detesti li suddetti errori et heresie et qualunque altro errore et heresia contraria alla Cattolica et Apostolica Chiesa, nel modo e forma che da noi ti sarà data. Et acciocché questo tuo grave e pernicioso errore e trasgressione non resti del tutto impunito, et sii più cauto nell´avvenire et essempio all´altri che si astenghino da simili delitti, ordiniamo che per pubblico editto sia prohibito il libro de´ Dialoghi di Galileo Galilei". La ben nota abiura permise a Galileo di evitare un destino peggiore e di ritornare in esilio nella casa sul colle di Arcetri, dove morì l´8 gennaio 1642, quando le sue opere erano ormai conosciute in Europa ma restavano vietate in Italia. Il Dialogo sui Massimi Sistemi – ricorda sempre l´opuscolo – fu cancellato dall´Indice dei libri proibiti solo nel 1835.
Successivamente, nel 1992, la conclusione di un nuovo processo ecclesiastico ha portato alla riabilitazione completa di Galileo (circa un quarto di secolo dopo la discesa dell´uomo sulla Luna).
Chissà quanti anni dovremo attendere perché la ricerca sulle staminali, l´utilizzazione degli embrioni, la libera procreazione assistita, l´uso degli anti concezionali non siano più considerati eresie. La differenza sta nel fatto che i divieti non vengono più emanati dal Sant´Uffizio ma "suggeriti" dal Papa o dal cardinal Ruini agli organi dello Stato repubblicano.


Vertice Barcellona, il terrorismo divide Ue e partner arabi
Mino Vignolo sul
Corriere della Sera

BARCELLONA - E' dominato dalla questione mediorientale e dalla mancanza di una intesa sul codice di "condotta comune" nella lotta al terrorismo il primo vertice euromediterraneo segnato dall'assenza di quasi tutti i leader non europei (fra i dieci partner della Ue solo Turchia e Autorità palestinese sono state rappresentate da un capo di Stato o di governo) e del premier israeliano Sharon. Il problema è l'eterna questione della definizione del terrorismo. Per i Paesi arabi non è terrorismo combattere contro forze straniere presenti sul proprio territorio. Per gli europei non si possono fare distinzioni. Un'autobomba che uccide vittime innocenti non è mai giustificabile.
Il Codice di Condotta sul Terrorismo è un documento in cui tutti i Paesi dell'area euromediterranea, inclusi Israele e i suoi vicini arabi, si impegnano a condannare questo fenomeno e a combatterlo. Le difficoltà nascono dalla opposizione di alcuni Paesi arabi che insistono sulla differenza fra terroristi e combattenti che commettono questo tipo di atti in "legittima difesa per la liberazione nazionale contro una forza occupante".
Esiste forse già un'intesa sulla gestione congiunta dei flussi migratori. Il vertice (per l'Italia, Berlusconi e Fini), che si conclude oggi, non sembra avere destato l'interesse dei Paesi arabi fruitori di oltre 11 miliardi di euro che la Ue ha speso per il Processo di Barcellona avviato dieci anni fa. Il bilancio non è positivo. Sul piano economico l'aiuto europeo non ha permesso il decollo dei Paesi del sud e sul piano politico la democrazia non ha conosciuto molti progressi.


  28 novembre 2005