L'Economist processa l'Italia: è in declino
Inchiesta del settimanale britannico: i poli incapaci di fare le riforme, così sarete solo un'attrazione turistica. Voti bassi al governo e bocciatura preventiva per l'Unione.
De Rosa Roncone sul Corriere della Sera
MILANO L'Italia resta in una fase di «lungo e lento declino». Le cose da fare sono ancora molte. In cinque anni per The Economist è cambiato poco. «Avevamo detto che Berlusconi era inadeguato per guidare il Paese, e oggi lo confermiamo. Le cose non sono molto diverse». Il giudizio del settimanale britannico sullo stato di salute dell'economia del Paese è impietoso, e non lascia spazio all'ottimismo. «Addio, Dolce Vita», così l'Economist ha titolato l'analisi sull'Italia, in cui mette in luce le troppe lacune del governo nella gestione della finanza pubblica, nelle riforme, nel processo di liberalizzazione del mercato. Ritardi che non hanno giustificazione: «Tremonti scrive l'Economist aveva dato la colpa della debolezza dell'economia all'11 settembre. Adesso che è tornato a guidare il ministero dell'Economia la colpa è dell'euro e della Cina».
Il settimanale non se la prende solo con il governo Berlusconi. Anche Romano Prodi potrebbe risultare «unfitted» per guidare l'Italia. «Se riuscirà a vincere spiega John Peet, responsabile delle analisi sull'Europa e autore del survey , Prodi troverà difficile introdurre riforme. La sua coalizione abbraccia nove partiti, alcuni dei quali ostacoleranno ogni cambiamento». La verità per Peet è che nessuno dei due grandi raggruppamenti della politica «offre molte speranze a quelli che credono che il Paese abbia bisogno di grandi e dolorose riforme». E allora l'Italia rischia di fare la fine di Venezia, «rimasta seduta troppo a lungo sui successi del passato, e oggi è poco più che un'attrazione turistica».
L'Economist riconosce tuttavia che alcune cose positive sono state fatte. Il governo, scrive, è stato «coraggioso» nella riforma delle pensioni e del mercato del lavoro. Anche università e ricerca hanno fatto passi avanti. In politica estera, aggiunge, l'opera del governo può essere considerata come un successo. Salva dunque Roberto Maroni (al quale però non risparmia critiche per aver proposto l'uscita dell'Italia dall'euro), Letizia Moratti e soprattutto Gianfranco Fini: «Un uomo da tenere d'occhio». Il ministro degli Esteri, per l'Economist, è il più probabile successore di Berlusconi se il centrodestra dovesse perdere le elezioni: «Casini è un candidato possibile ma per la leadership è più plausibile Fini». L'unico leader più popolare del presidente di An, riconosce Peet nella sua analisi, è Walter Veltroni, «figura di rilievo nazionale» e «sindaco di successo a Roma».
Credibilità che, tuttavia, secondo Peet ha avuto una decisa battuta d'arresto per le vicende delle Opa bancarie: «Fazio ha fatto a pezzi la credibilità di Bankitalia, una delle poche istituzioni affidabili del Paese».
Le Riforme postume del cavaliere
Massimo Riva su la Repubblica
E così anche il ministro Maroni sta imparando quanto è duro scendere e salire le berlusconiane scale. La "sua" riforma del Trattamento di fine rapporto (Tfr), sbandierata come pietra miliare sulla via della previdenza complementare, ha finalmente superato l´esame del Consiglio dei ministri, ma alla farisaica condizione di entrare in vigore soltanto nel 2008. Come faccia lo stesso Maroni a dichiararsi «soddisfatto» di questa decisione a futura memoria è davvero un mistero assai poco glorioso. Fino a ieri mattina il responsabile del Welfare minacciava sfracelli politici se il provvedimento non fosse stato approvato subito per far partire la riforma già dal primo gennaio 2006, data indicata come invalicabile dopo tanti sofferti rinvii. Ora ha incassato un impegno scritto sulla sabbia del tempo a venire e fa pure finta di avere vinto la partita.
Probabilmente il ministro leghista si era ringalluzzito per il successo ottenuto con il voto finale sulla devolution.
Con la sedicente riforma federalista, in fondo, si trattava soltanto di mettere a repentaglio l´unità sociale e amministrativa del paese, favorendo le regioni più ricche a scapito delle più povere. Quisquilie per la sensibilità politica e istituzionale di un premier come Silvio Berlusconi. Mentre con la riforma del Tfr, che tocca da vicino il mercato delle assicurazioni, entra in gioco il portafoglio del presidente del Consiglio e su questo - come ormai s´è visto ripetutamente - a Palazzo Chigi non si è disposti a mollare.
Tanto più perché, nel caso specifico, gli interessi di Silvio Berlusconi in materia sono corposi. Attraverso la sua Fininvest, infatti, egli è importante azionista della Mediolanum Assicurazioni. Una compagnia che più delle altre - perfino di un gigante come le Generali - si è data da fare con l´offerta di polizze per la previdenza complementare arrivando a controllare da sola quasi un quarto dell´intero mercato. E, quindi, una compagnia che sempre più delle altre avrebbe da temere seri contraccolpi dalla concorrenza dei fondi chiusi di natura contrattuale, come previsti dalla riforma concordata da Maroni con sindacati e imprenditori.
Certo, anche ieri mattina - come, del resto, all´atto della prima decisione di rinvio - Silvio Berlusconi è uscito dalla sala del Consiglio dei ministri, facendo un formale inchino alla labile norma sul conflitto d´interessi. Ma si è trattato di una recita penosamente ipocrita nella quale il Cavaliere ha fatto la classica parte del convitato di pietra. Primo, perché l´opposizione del premier al testo del decreto, predisposto dal ministro del Lavoro secondo l´indicazione del Parlamento, era stata già ripetutamente annunciata in pubblico e in privato. Secondo perché la trappola dilatoria contro il progetto Maroni era stata già accuratamente predisposta da un´intesa compromissoria dell´ultimo minuto fra il ministro Tremonti e il "lìder maximo" della Lega, Umberto Bossi, mentre sul suo puntuale funzionamento vigilavano comunque i fidati ministri di Forza Italia. Insomma, ancorché fuori della sala del Consiglio, Silvio Berlusconi era del tutto sicuro e tranquillo che il suo portafoglio non sarebbe stato toccato e così è stato. Alla faccia di una normativa sul conflitto d´interessi che rivela, una volta di più, la sua funzione di imbelle paravento per il tornaconto economico di un presidente del Consiglio cui è ignoto il confine fra politica e affari, fra bene pubblico e utilità privata o addirittura personale.
Se ne parlerà, invece, nel 2008. A chi o a che cosa servirà quest´ennesimo rinvio? Secondo uno spudorato ministro Tremonti, ai lavoratori che avranno così modo di studiare meglio la novità.
Parole davvero di cattivo gusto perché i lavoratori hanno già capito tutto quel che c´era da capire: l´ordine berlusconiano regna anche sul Tfr.
Così i giovani perdono altri tre anni
Tito Boeri su La Stampa
Il ministro Maroni ha due ragioni per essere soddisfatto dall'esito del Consiglio dei ministri di ieri. La prima è che è riuscito a sfuggire dall'angolo del ring: aveva minacciato di dimettersi nel caso in cui la riforma del Tfr non fosse stata approvata così com'era e, alla vigilia, pochi avrebbero scommesso sull'approvazione del suo decreto. Il compromesso raggiunto non tocca, in effetti, il testo, ma rinvia la sua entrata in vigore di due anni. La seconda ragione per cui il ministro sarà soddisfatto è che nessuno potrà valutare la bontà della sua riforma fino al 2008 perché, prima di allora, non se ne avrà traccia. E' una prassi consolidata ormai quella di esibire trofei in anticipo. Da mesi, il ministro Tremonti proclama in televisione che la sua è la riforma pensionistica più bella d'Europa. Peccato che anche di questa non sia data traccia. Si potrà cominciare a vederla operare a partire dal 2008. Se, nel caso della riforma delle pensioni pubbliche, il rinvio si può spiegare con questioni di consenso politico - non è facile per un governo tagliare le pensioni, meglio lasciare la patata bollente all'esecutivo che verrà -, nel caso del conferimento del Tfr ai fondi pensione non c'era ragione per aspettare così a lungo. Quella del Tfr è, in linea di principio, una riforma popolare. Questo rinvio, dunque, è solo dovuto alla difficoltà di trovare un accordo in seno alla maggioranza.
I lavoratori, soprattutto quelli più giovani, hanno una ragione in più oggi per essere delusi. La riforma per loro, che operano per lo più nell'impresa minore, entrerà in vigore solo nel 2009. Ci vorranno poi dieci anni per creare, con il flusso di Tfr, un secondo pilastro pari almeno a quello del Portogallo, in coda ai paesi europei in quanto a capitalizzazione dei fondi pensione sul Pil. Bene ricordare che questa è una riforma promessa agli italiani fin dal 1993, quando entrò in vigore la riforma delle pensioni del governo Amato. Da quando si è cominciato a ridurre la generosità delle prestazioni pubbliche, era necessario dare spazio a pensioni integrative che permettessero ai lavoratori di compensare pensioni pubbliche più basse con prestazioni integrative. Ma questo non è avvenuto. E il mancato dirottamento del Tfr dalle imprese ai fondi pensione in questi anni è costato ai lavoratori italiani più di 200 miliardi di euro.
Stato, Chiesa e la spirito perduto del Concordato
Gustavo Zagrebelsky su la Repubblica
Vorrei riuscire a esprimere nel modo più chiaro un discorso complesso che potrebbe sintetizzarsi nelle proposizioni seguenti: il Concordato presuppone una doppia convergente "disposizione costituzionale" delle due parti contraenti, lo Stato e la Chiesa; questa disposizione consiste, per lo Stato, nel principio di laicità contenuto nella sua Costituzione e, per la Chiesa, nella distinzione tra religione e politica proclamata dal Concilio Vaticano II; questo duplice presupposto si sta dissolvendo e, con esso, sta franando la base di legittimità del Concordato stesso. Onde, il pericolo di rinnovate storiche divisioni e di grave nocumento per tutti.
Sebbene si presenti come semplice modificazione, il "nuovo concordato" tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica del 1984 ha basi completamente diverse da quelle del "vecchio concordato" del 1929. Lo Stato era allora lo stato fascista e la Chiesa era ancora la chiesa tridentina (ritorneremo sul punto). Ora, invece, il nuovo concordato è stato stipulato, come è detto solennemente nel preambolo, «avendo presenti, da parte della Repubblica italiana, i principi sanciti dalla sua Costituzione, e, da parte della Santa Sede, le dichiarazioni del Concilio Ecumenico Vaticano II circa la libertà religiosa e i rapporti fra la Chiesa e la comunità politica». Questi documenti non fanno solo da sfondo al nuovo accordo, ma ne sono anche le premesse e, al tempo stesso, le condizioni che l´hanno reso possibile e ne sostengono la validità. Un mutamento d´identità dell´uno o dell´altro contraente, contro la Costituzione e contro la dottrina del Concilio, travolgerebbe il Concordato, corrodendone le basi di legittimità.
Il Concilio fu salutato come un segno provvidenziale che riconduceva la Chiesa alla sua funzione evangelizzatrice e l´alleggeriva delle compromissioni col potere politico che, per non dire di più, l´hanno appesantita e intorpidita nel corso dei duemila anni della sua storia. Chiunque abbia anche solo una vaga idea di questa storia non fatica a comprendere le novità di questo ritorno alle ragioni originarie. Se le reazioni della Chiesa del potere furono, e continuano a essere, di sorda resistenza, la Chiesa della profezia vide rispecchiate in quelle proposizioni le sue più vive speranze.
La Chiesa finiva così per incontrare lo Stato nella medesima concezione del reciproco rapporto. Il primo comma dell´art. 7 della Costituzione: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani», si trova ripetuto, quasi alla lettera, nella formula della Gaudium et spes: indipendenza e autonomia, nel proprio campo, della comunità politica e della Chiesa.
Il Vaticano II non esclude affatto il diritto, anzi il dovere della Chiesa di pronunciarsi su qualunque materia, anche rientrante nella giurisdizione dello Stato, per enunciare i principi cristiani pertinenti. Ma queste pronunce sono destinate alla coscienza dei credenti e, in genere, a coloro che liberamente riconoscono alla Chiesa un´autorità morale. Data l´autonomia delle cose temporali, poi, l´articolazione pratica delle scelte contingenti è rimessa all´autonomia dei laici, credenti e non, sotto la loro responsabilità. Solo così la Chiesa può svolgere la sua missione senza confondersi con lo Stato. La dottrina che dal Bellarmino, tramite Leone XIII, arriva fino alle soglie del Concilio, teorizza invece la commistione, attribuendo alla Chiesa poteri di comando e giudizio sulle autorità statali. Mentre il Vaticano II presuppone una società politica autonoma, nella quale la Chiesa, come ogni altra autorità morale, può far sentire la sua voce nella libera e paritaria discussione, con la potestas indirecta essa si autoattribuisce il diritto di rivolgersi a chi dispone di poteri nel mondo per dettare legge vincolante per tutti.
Nella realtà degli odierni rapporti tra Stato e Chiesa, riconosciamo più facilmente la dottrina del Concilio o quella di Bellarmino? La questione non riguarda la definizione dei temi su cui la Chiesa intende impegnarsi. Non è questo il punto: qualsiasi materia può coinvolgere la morale cristiana. Riguarda invece gli interlocutori che essa si sceglie, le coscienze individuali o i poteri costituiti. Questa è la verifica decisiva e la risposta è evidente: la Chiesa parlo delle sue attuali espressioni gerarchiche sta ritornando a essere, o forse non ha mai smesso d´essere, la potestas indirecta d´un tempo. Essa, per affermare i suoi principi morali, privilegia e perfino ostenta il rapporto che detiene con capi politici o dirigenti di gruppi, associazioni, movimenti che organizzano il consenso da cui, in democrazia, alla fine, anche le fortune dei capi politici dipendono. Li convoca, li raduna, vi si mescola, li seduce e, dove occorre, li ammonisce; ed essi si fanno convocare, radunare, mescolare, sedurre e ammonire, non mancando ragioni di convenienza per farlo. La commistione e la collusione non sono forse mai state, negli ultimi tempi, tanto evidenti. La Chiesa del Vaticano II pensava principalmente ad altri interlocutori per trasformare la società: le coscienze individuali, non i poteri mondani. Il preambolo del Concordato, per questa parte, sta cadendo in macerie.
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E dall´altra parte, come si presenta lo Stato all´incontro concordatario? La Costituzione italiana proclama la pari dignità sociale di tutti i cittadini e l´uguaglianza davanti alla legge, senza distinzione di religione (art. 3), il diritto di tutti di professare liberamente la propria fede religiosa (art. 19) e l´uguale libertà di tutte le confessioni religiose (art. 8): principi che non varrebbero nulla se non si tenesse ferma la distinzione tra gli "ordini" propri, dello Stato e della Chiesa cattolica, secondo il già citato articolo 7. Nella celebre e più volte ribadita sentenza n. 203 del 1989 della Corte costituzionale, tutte queste proposizioni sono state riassunte nell´idea di laicità, alla quale si è attribuito il valore di "principio supremo" della forma del nostro Stato. Questa, secondo la Costituzione cui si richiama il preambolo del Concordato, è l´identità dell´altro contraente il patto concordatario, lo Stato italiano.
Ma rivolgiamoci alla realtà. Il cattolicesimo è oggi in auge forse più che come religione delle persone, come (surrogato di una) religione civile. Con molta leggerezza, si parla di supplenza della religione rispetto al difetto di idealità che si vede nella politica attuale.
Da qui al riconoscimento, forse non teorico ma almeno pratico, che la legge civile deve basare la sua forza sulla coincidenza con la morale cattolica e che la legittimità dei governanti non può prescindere dal consenso e dalla benevolenza dell´autorità ecclesiastica, il passo è breve.
Il cattolicesimo-religione civile sembra essere assai gradito, per i vantaggi materiali immediati che ne possono derivare, sia gli uomini di chiesa che quelli di stato. Questa idea politica della religione cristiana, pur ben radicata nella storia e nella dottrina già dei Padri della Chiesa fin dal IV secolo, sembrerebbe essere una bestemmia dal punto di vista del messaggio di Gesù di Nazareth, ridotto a strumento di governo o a ideologia. In ogni caso, è un´aberrazione dal punto di vista di quel supremo principio di laicità che sta scritto nella Costituzione. La distinzione e l´autonomia dei due "ordini" ha statuito ancora la Corte costituzionale nella sentenza n. 334 del 1996 - esclude che si possa fondare l´autorità delle leggi civili su obbligazioni religiose. Il che precisamente contraddice, anche dal punto di vista dello Stato, la tentazione di usare il cattolicesimo, o qualunque altra religione, come religione civile.
Anche sul versante statale, dunque, quell´«aver presenti i principi costituzionali» che apre il preambolo del Concordato pare assai svuotato. Ma questo svuotamento cospira con quello dei principi conciliari che riguarda la Chiesa. Vanno nella stessa direzione, non si creano frizioni. Ognuno ci trova un proprio misero vantaggio. Così si spiega perché nessuna delle due parti ha mai posto problemi di rispetto del Concordato. Anzi, più ci si allontana dallo spirito, più si fa a gara nel lodare la propria e l´altrui fedeltà concordataria, la propria e altrui "sana" concezione della laicità. Con quest´aggettivazione (la "sana" laicità, la "vera" libertà, la "autentica" democrazia, ecc.), non si contribuisce al dialogo e alla comprensione, poiché ci si fa giudici in causa propria e si squalifica l´interlocutore, come portatore d´idee "insane", "false", "contraffatte". Ma le difficoltà si imporranno da sé e non sarà con gli aggettivi che le si risolverà. Non è facile dire quanto questa sospetta concordia potrà durare indisturbata; fino a quando si potranno alzare le spalle dicendo: sono polemiche d´altri tempi, "ottocentesche". Tra molti credenti e molti non credenti, per ragioni sia di fede sia di democrazia, cresce l´insofferenza, nella stessa misura in cui crescono i privilegi della Chiesa cattolica quei privilegi cui essa si è dichiarata disposta a rinunciare quando facessero scandalo (e sarebbe il caso di riconoscere che effettivamente fanno scandalo) e cresce la corsa all´investitura ecclesiastica del nostro ceto politico. Non fosse altro che per prudenza, sarebbe un errore non tenerne conto.
Un buon vento tra Israele e Palestina
Adriano Sofri su la Repubblica
Succede d´un tratto che i frantumi di un paesaggio desolato si ricompongano in una figura nuova e promettente. Forse è un miracolo, forse un´illusione ottica. Chi può dire di che tempra umana e di che intelligenza politica sia fatto Amir Peretz? Intanto, quello che se ne sa. Ha 52 anni, è di origine marocchina, sua madre era una domestica. Ha un´esperienza di sindaco di una cittadina e di segretario dell´Histadruth, la centrale sindacale. E´ sefardita, che oggi in Israele vuol dire proveniente dall´Africa del nord, il Marocco soprattutto, o dalla Mesopotamia, l´Iraq soprattutto. Sefardita è ormai la maggioranza del paese, la più povera, le banlieues israeliane. Spesso, del tutto ignara dell´Europa. É, finora, la base elettorale e la clientela sociale della destra nazionalista e ultraortodossa, come il partito Shass. Se l´avvento di Peretz portasse con sé un´adesione consistente di sefarditi al partito laburista, segnerebbe una rivoluzione nel sistema politico israeliano. Peretz è socialista e pacifista. E´ andato nel luogo dell´assassinio di Rabin, nel decimo anniversario, e se ne è proclamato continuatore, come se quei dieci anni valessero una sola notte. I suoi discorsi che hanno, può darsi, un colore populista non pagano nessun conto al retaggio sionista. Israele, dice, è uno Stato per gli ebrei e per i musulmani e per le altre origini e religioni. I cittadini arabi di Israele devono avere gli stessi diritti. I palestinesi devono avere un loro Stato, perché è giusto che sia così. Israele non può affidare la propria sicurezza al primato militare, ma alla convivenza con uno Stato palestinese e, attraverso esso, con il Vicino Oriente arabo.
Anche il vecchio Ariel Sharon è rimasto in fondo il laburista conservatore, e il generale, che fu. Ha mostrato una risolutezza che ha lasciato sbalorditi i suoi concittadini e il resto del mondo. Adesso ha licenziato il Likud e i suoi notabili meschini e invidiosi, a cominciare da Netanyahu, ha fondato un nuovo partito che si chiamerà addirittura "Avanti" già sentito, no? ha raccolto personaggi prestigiosi del Likud e dello stesso partito socialista. I sondaggi lo danno per vincitore alle elezioni anticipate del 28 marzo prossimo. Si può immaginare un´alleanza fra lui e Peretz. Avvenga o no, c´è una forte differenza fra i due. Sharon conduce una sua corsa col tempo. Teme il sorpasso demografico che renda lo Stato ebraico un guscio vuoto. Il suo credo coerente è quello dei fatti compiuti, il khoma VeMigdal, torre e recinto, delle antiche immigrazioni. Pensa che lo Stato palestinese sia affar loro, e per parte sua si propone, coraggiosamente, di cavare il risultato massimo da una congiuntura irripetibile di consenso fra l´Amministrazione americana e il suo governo, e anche dal rimescolamento, ancora incontrollato, messo in moto dal cambio di regime in Iraq. Ha 78 anni, e sa che la libertà di manovra di Bush durerà ancora un anno o poco più, prima di entrare nella stagione morta della fine di presidenza. Ha fatto ripetute concessioni retoriche, ma non ha ancora incontrato Abu Mazen. E´ disposto a qualche misura di sgombero anche in Cisgiordania. Sa che bisogna finirla con l´occupazione, e pensa che oggi lo si può fare al costo più basso. E´ tentato soprattutto di fissare unilateralmente il confine di Israele. Lo Stato palestinese che ne venisse, col Muro com´è oggi, sarebbe una quinta di teatro. Il suo decisionismo breve può combinarsi con lo sguardo lungo di Peretz, o entrare in urto con lui. Peretz non ha l´ossessione della demografia. La sua idea della sicurezza conta sul riconoscimento reciproco. L´Israele conciliato cui crede, e domani forse la confederazione con la Palestina e la convivenza con i vicini arabi, gli fanno immaginare uno sfebbramento del problema etnico. Il suo Israele non cesserebbe, credo, di essere uno Stato ebraico, ma lo sarebbe, per così dire, molto meno. Se un´alleanza fra i due verrà, sarà fra l´ultimo leader sionista e il primo post-sionista.
La questione della Cisgiordania? Probabilmente nessuno più crede che si arrivi a un ripristino tal quale dei confini del 1967, in luoghi popolati e storicamente cruciali come Gush Etzion. Ma già nei negoziati trascorsi si previdero misure simbolicamente efficaci, o scambi non iniqui di territori. E c´è Gerusalemme.
La precipitazione spettacolare di questi giorni commentata qui da Sandro Viola è stata preparata. Più da vicino, dallo sgombero di Gaza: Sharon ha mostrato come l´azione che sembrava impossibile poteva farsi in fretta, e senza sangue versato. Prima, dalla morte di Arafat. Senza cinismo, è stata anche quella uno sgombero. Ma nella responsabilità enorme degli ultimi anni di Arafat, entra quella dei governi europei, e non solo dei governi. La prima Intifada aveva dato orgoglio e onore alla società civile palestinese, e ne aveva fatto sentire e soffrire la dignità alla società civile israeliana. Mentre cadeva il muro a Berlino, anche quei due popoli, dopo tante guerre, si stettero di fronte alla pari, e poterono specchiarsi l´uno nell´altro. La seconda Intifada cinque terribili anni è stata disastrosa: facile da dire, ormai, dopo che l´ha detto limpidamente Abu Mazen, e ripudiando la violenza che l´ha divorata.
Dopo la bancarotta degli accordi, di cui Arafat e Barak si dividono la responsabilità, per malafede, ambiguità o insipienza, la seconda Intifada si è tramutata nella culla della mutazione terrorista-suicida. Lungo questa parabola, l´Europa è stata colpevole non tanto di gettare denaro dentro quella fornace micidiale, quanto di non saper additare ed esigere una scelta non violenta che avrebbe, lei sì, maturato il valore della prima Intifada, e puntato sulla condizione d´eccezione del nemico prossimo israeliano, arrogante della propria superiorità militare, ma anche capace di una sensibilità civile e di un pluralismo politico. L´occupazione israeliana si è macchiata di delitti tremendi, e del più cieco, l´umiliazione del nemico. Ma la dirigenza palestinese con eccezioni preziose, e lasciate sole ha coltivato la convinzione che i kamikaze avrebbero piegato Israele. Occorre aggiungere che se quel calcolo infame si è rivelato sbagliato, l´Europa governi e movimenti e Ong non può vantarne un grammo di merito. E´ tempo per ripensare a tutto, e per fare una parte: minore, ma, se Dio vuole, migliore. Tira un buon vento. Lasciate che ricordi quell´episodio di cronaca di pochi giorni fa, che non ce l´ha fatta a prendersi i titoli di testa, chissà perché. Ahmed, il bambino di Jenin, dodici anni, giocava nella festa della fine del Ramadan con un mitra giocattolo in mano, è stato colpito alla testa da una pattuglia israeliana, è morto in un ospedale israeliano, e i suoi hanno donato gli organi non importa a chi, hanno detto, i bambini sono bambini. Vivono coi suoi organi due bambini ebrei israeliani e una drusa. I genitori dei bambini che li hanno ricevuti hanno chiesto ai genitori di Ahmed di considerarli come figli loro. I bambini sono bambini.
Leonardo fuori dal caveau
Godiamocelo in digitale
Milano, in mostra fino all'8 gennaio il Codice Atlantico, una preziosa collezione di 1750 disegni. E ci sono anche due modelli a grandezza naturale: la Bombarda e l'Automobile. Schermi al plasma e videoproiezioni
Gaia Giuliani su la Repubblica
MILANO - Inaccessibile, ma non per questione di genio. Il Codice Atlantico di Leonardo, una collezione preziosissima di 1750 disegni su 1119 fogli manoscritti del grande maestro toscano, dal 1637 è custodita nel caveau della Pinacoteca Ambrosiana di Milano. Inaccessibile al pubblico, almeno fino ad ora. Fino a quando non è stata realizzata una versione digitale di questa sterminata produzione in mostra fino all'8 gennaio nella sala del cartone di Raffaello della Pinacoteca.
Una selezione di 100 pagine del Codice Atlantico è stata infatti riprodotta in una versione tridimensionale che il pubblico può consultare tramite schermi al plasma e video proiezioni. Per curiosare anche nei più intimi dettagli di tutti gli schizzi di Leonardo che, nei quarant'anni di lavoro compendiati nella raccolta (1478-1519), si misurò con l'ingegneria, l'architettura, la matematica, la geometria, l'astronomia, la botanica, le arti militari e la fisica. Spesso a margine dei suoi fogli si trovano minuscole caricature, appunti veloci, scarabocchi rivelatori che con la computer grafica adesso si possono ingrandire a piacimento, diventando tridimensionali. La risoluzione è altissima, e l'evento è di portata mondiale come assicurano i curatori che hanno già avuto richieste da Giappone, Svezia, Gran Bretagna e Stati Uniti, probabili prossime tappe della mostra.
Edoardo Zanon, direttore artistico e scientifico del progetto battezzato Leonardo3, ha voluto fare anche un passo in più, realizzando due modelli a grandezza naturale di due progetti leonardeschi: la Bombarda e l'Automobile. "Abbiamo scelto come primo soggetto la Bombarda perché è il primo disegno del Codice, e ne rappresenta l'icona. Nessuno, prima d'ora, l'aveva mai costruita". Anche perché nessuno aveva mai interpretato bene i suoi disegni. "Per anni gli studiosi hanno creduto che fosse destinata ad essere issata in cima a delle torri, ma secondo noi è un mezzo navale", continua Zanon. E anche l'automobile disegnata dal maestro rinascimentale aveva messo alla prova la pazienza di tanti volonterosi, che in più di cento anni avevano tentato, senza successo, di darle vita. Ora è lì, con le sue due ruote e il suo complesso meccanismo di leve e pulegge.