Tutti i giornali, ieri, riportavano in prima pagina, con grande risalto, notizia che la Nestlè è sotto accusa per aver confezionato del latte per bambini in pacchi poco igienici. Sembra che l'inchiostro dell'etichetta abbia contaminato il prodotto, e forse questo prodotto è diventato tossico. Nessun giornale ieri (tranne il nostro e l'Unità) ha riportato in prima pagina la notizia relativa a un rapporto Fao che fissa in sei milioni il numero dei bambini morti negli ultimi dodici mesi per colpa della fame. Diversi giornali non hanno trattato questa notizia in prima né in nessun'altra pagina.
Naturalmente la notizia sulla Nestlé era importante. E se esistesse un metro per distinguere le notizie di destra da quelle di sinistra (ma per fortuna questo metro non esiste...) sarebbe anche una notizia di sinistra. Perché ad essere nei guai è una delle multinazionali più potenti del mondo. E ben gli sta. Però io mi faccio questa semplicissima domanda: è più drammatico il rischio, per alcune decine di migliaia di bambini occidentali, di essere colpiti da dolori di stomaco, oppure è più importante la certezza, per sei milioni di bambini - in larghissima parte africani - di una morte atroce e dolorosa?
Questa domanda può essere liquidata come demagogica. Oppure si può contestare la tesi che è sottesa alla domanda - e cioè che il nostro giornalismo è fazioso, incompleto, censorio - usando i classici manuali del giornalismo, i quali spiegano come la notizia più importante sia sempre quella più vicina (i nostri bambini, più dei loro bambini...) e come la notizia più fresca prevalga sempre su quella meno nuova (che alcuni milioni di bambini muoiono di fame si sa tempo, che la Nestlè ha impasticciato tutto il latte per l'infanzia si poteva sospettare ma non c'erano riscontri).
Capisco le obiezioni ma non mi convincono. Se davvero tutti già sapevamo che ogni anno muoiono 6 milioni di bambini, ogni mese ne muoiono 500 mila, ogni giorno più di quindicimila, ogni ora quasi settecento, se sapevamo questo, e se sapevamo che il problema si potrebbe risolvere soltanto abbattendo le spese sostenute dalle famiglie dell'occidente per l'acquisto di prodotti cosmetici un po' meno lacca per capelli, dopobarba, ombretto, balsamo, profumo...) come mai allora non passiamo molto del nostro tempo, non spendiamo la maggior parte del nostro impegno politico o intellettuale, non dedichiamo una porzione cospicua dei nostri discorsi quotidiani, a questo problema così terribile e gigantesco? Per indifferenza, è la risposta usuale. Lo ha scritto molto bene anche ieri, sull'Unità, in un bellissimo articolo, il sindaco di Roma Walter Veltroni. Però non sono sicuro che sia vero.
E' del tutto evidente che oggi il problema della fame nel mondo (che riguarda un paio di miliardi
di persone) è il problema dei problemi per chiunque si ponga l'obiettivo di esercitare una funzione di governo e di costruire una politica internazionale. Solo che, al momento, il problema è risolto in
questo modo: teniamoci la fame nel mondo. Non per indifferenza, non per distrazione o superficialità. Per il semplice motivo che la fame nel mondo è del tutto funzionale al mantenimento dello status quo, cioè di questa globalizzazione liberale che prevede che l'ottanta per cento delle ricchezze del pianeta siano espropriate e blindate in Occidente, messe a disposizione delle multinazionali delle esigenze del mercato, consumate da una fetta molto piccola della popolazione
mondiale. Questa globalizzazione - che è innaturale e provoca squilibri disastrosi nelle relazioni umane e nello sviluppo della civiltà - può resistere solo con due strumenti: la guerra (preventiva), e il mantenimento della povertà e della fame. La povertà e la fame - la fame nera - non sono solo risultati del governo del mondo: sono strumenti del liberismo.
Permettetemi, di fronte tutto questo, di fare una cosa politicamente scorretta: conti. Voglio affrontare politica con il più prosaico spirito da ragioniere. Quante vittime semina, in un anno, il
terrorismo - cioè quello che è considerato dall'opinione pubblica americana, italiana, europea, eccetera - la questione fondamentale del nostro tempo?
Forse tre o quattromila, forse un po' meno, forse qualcuna di più. Diciamo anche 10 mila. Da freddi
ragionieri ci si chiede: cosa sono 10 mila vittime di fronte a quei sei milioni di bambini? Poco, niente. Lasciateci, per una volta, essere cinici. Non c'è altra strada, forse, che il cinismo: finché l'Occidente non rinuncia alla strage dei bambini, e dei poveri, è quasi impossibile appassionarsi alla questione del terrorismo.
Il Nobel Stiglitz attacca le politiche del Fondo monetario: «I suoi "consigli" hanno impoverito sempre più il Terzo mondo»
Global, vincitori e vinti. «Oggi anche la conoscenza si è mondializzata Però non avrei mai pensato di vedere un'America intimorita da India e Cina»
Luigi Dell'Aglio su Avvenire del 22 novembre
«È meglio nascere mucca in Europa che uomo in Africa. Per ogni mucca che nasce entro i confini della Ue vengono stanziati due dollari al giorno. Questa cifra, i più poveri del pianeta possono solo sognarsela». Joseph Stiglitz, americano, Nobel per l'economia, è noto per le sue caustiche prese di posizione in difesa del Sud del mondo. Ma sorprende sentirgli dire che i Paesi più disgraziati del globo sono finiti dalla padella nella brace per colpa delle terapie economiche sbagliate "imposte" dalla Banca mondiale e dal Fondo monetario internazionale. Stiglitz, economista della Columbia University, è stato capo dei consulenti economici di Clinton e, soprattutto, ha occupato, proprio alla Banca mondiale, la carica di Senior Vice-President e di Chief Economist. Le sue roventi critiche alla globalizzazione (di cui riconosce però alcuni meriti) gli hanno procurato vaste simpatie: è «l'economista che piace ai no-global».
Il Nobel disapprova la politica della Casa Bianca che mira a privatizzare i fondi di previdenza e attacca George W. Bush su tutto il fronte dell'economia: «Condivido la meraviglia espressa da John Kenneth Galbraith: "Non avrei mai pensato di assistere a un'America intimorita da Cina e India"».
Professor Stiglitz, lei ha analizzato a lungo gli effetti della globalizzazione. Ha elementi per dire a chi questo processo epocale ha giovato e a chi no?
«La globalizzazione è l'assetto mondiale che si è creato quando tutti i mercati sono stati standardizzati secondo un unico modello. I capitali circolano liberamente e i loro movimenti sono indipendenti dai governi dei singoli Paesi. Sulla globalizzazione si sentono opinioni contrastanti. Per alcuni garantirà una prosperità senza precedenti, per altri una miseria senza fine. La verità è che la globalizzazione può portare maggiore crescita o maggiore povertà. In parecchi Paesi ha recato grandi vantaggi a pochi, e pochi vantaggi a molti.
«I paesi che sono riusciti a gestire in proprio la globalizzazione ne hanno tratto beneficio. Quelli che si sono lasciati guidare dal Fondo monetario e dalle altre istituzioni economiche internazionali, non si sono trovati bene».
Di certo la globalizzazione è stata nociva ai Paesi in via di sviluppo, specie ai più poveri. Ma il problema non è la globalizzazione in sé. E' il modo in cui viene gestita».
Quali misure sono state rovinose?
«Gli effetti perversi si sono avuti quando ai Paesi da aiutare è stata imposta la liberalizzazione del mercato dei capitali, senza contrappesi. Un Paese diventa preda dei movimenti speculativi; a questi segue un disastroso esodo di capitali: gli investimenti sono ritirati in fretta. La crisi si diffonde da Paese a Paese, e anche quelli che avevano avuto dal Fondo monetario i voti migliori si ritrovano come una città dopo un saccheggio. Penso alla crisi degli anni Novanta nel Sud-est asiatico, ma anche alla preoccupante instabilità in cui sono venuti a trovarsi la Russia e molti altri Paesi».
Un vantaggio la globalizzazione lo ha prodotto?
«C'è stata la globalizzazione della conoscenza. Si è ridotto il divario tecnologico rispetto ai Paesi ad alto livello di sviluppo. Corea e Taiwan, per esempio, invece di affidarsi alle multinazionali, hanno creato un proprio tessuto imprenditoriale. Cioè hanno fatto in modo che la globalizzazione lavorasse per loro. Con il diffondersi della conoscenza, sono migliorate le condizioni sanitarie, la vita media ha cominciato a crescere rapidamente».
I limiti al diritto di morire
Risposta a Veronesi
Carlo Federico Grosso su La Stampa
Qualche giorno fa, parlando del suo libro «Il diritto di morire», Umberto Veronesi non ha esitato a gettare un sasso nello stagno. L'illustre oncologo ha affrontato con forza il tema della eutanasia, sul quale si era già chiaramente pronunciato nel luglio del 2000 quando era ministro della Sanità. I concetti enunciati nella intervista sono netti. Il diritto di morire fa parte del corpo fondamentale dei diritti individuali: il diritto di formare o meno una famiglia, il diritto alle cure mediche, all'istruzione, al lavoro, all'esercizio del voto. La natura non ha previsto la immortalità, anzi la morte costituisce una delle sue regole; non si può pertanto essere costretti a rimanere in vita quando la vita non è più vita. La medicina sovente espropria il diritto alla morte, macchine complesse tengono in vita persone senza coscienza per settimane: tutto ciò è violenza alla natura. Chi sta in trincea, come i medici, sa quante volte un paziente chiede di essere aiutato a morire. D'altronde, nessuno lo confesserà mai, ma negli ospedali la eutanasia clandestina viene praticata: si allontana la infermiera con una scusa, si aumenta un po' la dose di morfina. Questo non è omicidio, ma raccogliere un appello alla pietà. Si tratta di parole pesanti, sulle quali occorre ragionare con pacatezza. Vi sono innanzitutto profili sui quali si è raggiunta una opinione ampiamente condivisa fra cattolici e laici. Nel caso di malati terminali irreversibili straziati da sofferenze fisiche o psichiche insopportabili, è vietato l'accanimento terapeutico, è consentito interrompere le terapie principali anche a costo di abbreviare la durata della agonia, è permesso impiegare terapie antidolore anche se dalla loro utilizzazione deriva un accorciamento della vita. A stretto rigore, queste condotte potrebbero essere considerate omicidio punibile, in quanto producono consapevolmente l'anticipazione del momento della morte, e quindi la cagionano. Poiché la finalità del medico non è provocare la morte, ma affidare alla natura la scansione delle ultime ore della vita, o attenuare il dolore rendendo le ultime ore sopportabili, si sostiene che difetta una condotta omicidiaria, o che la condotta è comunque «socialmente adeguata», e quindi non punibile. Tanto che il mancato accanimento terapeutico costituisce da tempo principio di deontologia medica, e sugli interventi antidolore esistono regole. Le divergenze nascono quando dalla valutazione di queste situazioni, tutte sostanzialmente «omissive» e non specificamente dirette a cagionare la morte del paziente, si passi a considerare i casi, dei quali Veronesi ha parlato nell'ultima parte della sua intervista, di eutanasia cosiddetta «attiva»: la iniezione di una overdose di morfina diretta a procurare la morte del malato, lo stacco della spina che alimenta la macchina che tiene in vita una persona senza coscienza da mesi o anni. Queste condotte sul piano morale possono anche essere considerate atti di pietà e non fatti di omicidio. Giuridicamente, tuttavia, oggi costituiscono sicuramente delitto. Si tratta pertanto di decidere se cambiare la legge e legittimare, a determinate condizioni, l'intervento che tronca la vita, come è accaduto con diverse modalità in Olanda, Belgio, Germania e Svizzera, o continuare a considerare tale intervento grave reato contro la persona. La decisione non è facile. La Chiesa, nel nome della tutela della vita come valore assoluto, rifiuta su base morale anche soltanto l'apertura di un dialogo. Vi sono d'altronde alcune ragioni di preoccupazione che lo stesso Veronesi ha evidenziato nella sua intervista. Scorrendo il testo dei disegni di legge presentati al Parlamento, mi ha colpito che uno di essi, favorevole alla eutanasia, sia intitolato «Disposizioni in materia di interruzione volontaria della sopravvivenza». Si è così posto l'accento sul nodo di fondo della questione: esiste, o non esiste, il diritto di non sopravvivere, in una vita che a cagione delle condizioni di salute, e della insopportabile sofferenza, non possiede più dignità di vita umana? La risposta, con Veronesi, è probabilmente affermativa. Purché l'eventuale riconoscimento giuridico del «diritto di morire» in determinate situazioni di sofferenza terminale non si trasformi mai, nei fatti, in un «dovere di morire». Sul punto le garanzie devono essere totali.
Disastro ambientale in Cina, ora la marea di benzene minaccia la Russia
sommari de l'Unità
Una marea mortale lunga 80 km che avanza lentamente e inesorabilmente lungo il fiume Songhua dove si è riversata a causa di un incidente in una fabbrica chimica il 13 novembre scorso. Una marea che sta colpendo milioni di persone nella città di Harbin, una delle più popolate della Cina, dove è stata sospesa l'erogazione di acqua per 4 giorni. E che, attraverso il fiume, sconfina anche in Russia.
La lezione del Quirinale
Massimo Giannini su la Repubblica
Con la forza morale e la fermezza istituzionale che ha dimostrato sul campo in questo difficile settennato, Ciampi ha dato un´altra lezione al centrodestra. Con poche parole, che stavolta non si prestano a manipolazioni o a strumentalizzazioni di parte, ha stroncato sul nascere il toto-Quirinale. Ha chiuso il sipario sull´ennesima, meschina sceneggiata che il teatrino della politica ha provato a inscenare intorno al suo nome. Nella maggioranza, adesso, c´è chi dice che il discorso pronunciato in Turchia dal presidente della Repubblica non è una risposta alla sortita di Fini di sabato scorso. E´ vero l´esatto contrario.
Quell´uscita del leader di An sull´opportunità di un reincarico è stata indebita e intempestiva. Forse lo è stata anche al di là delle intenzioni e delle interpretazioni. Ma sta di fatto che si è rivelata per quello che era: una «pillola avvelenata», inaccettabile per un capo dello Stato dello spessore umano e politico di Ciampi.
Ciampi ha risposto con nettezza. «L´unica mia aspirazione è portare a termine con dignità il mandato che mi è stato affidato nel maggio ´99». In questa frase c´è riassunto tutto il prezioso lavoro di pedagogia istituzionale che ha svolto in questi anni. E la rituale «esegesi» di questa esternazione presidenziale è chiarissima. Ciampi lancia un doppio messaggio. Il primo messaggio riguarda entrambi i poli: a nessuno sarà permessa la licenza di trascinare anche il capo dello Stato nel gioco al massacro di una campagna elettorale becera e rancorosa. A nessuno sarà consentito il lusso di usare l´attuale inquilino del Colle come «ostaggio» o come pedina di scambio nel grande suk istituzionale che si aprirà dopo le elezioni. Ciampi non è «merce spendibile» sul mercato della politica. Resta fedele al suo giuramento: è un presidente di garanzia, e quindi il presidente di tutti.
Il secondo messaggio riguarda il centrodestra, alla disperata ricerca di uno sbocco per un dopo-voto che si preannuncia rovinoso: nessuno si illuda di poter condizionare il suo insindacabile «magistero», in quest´ultimo scorcio di legislatura che lo vede alle prese con le ultime «leggi-vergogna» della Cdl (proporzionale, ex Cirielli e forse, chissà, persino abolizione della par condicio).
Al contrario di quanto disse l´irresponsabile Cavaliere alla vigilia del rinvio alle Camere della riforma dell´ordinamento giudiziario, Ciampi non ascolterà nessuna «sirena», ma fino all´ultima ora del 13 maggio 2006 continuerà a decidere sulla promulgazione delle leggi secondo l´unica stella polare che l´ha sempre guidato finora: la Costituzione. Quella Costituzione che per Berlusconi e Bossi è solo un inutile ferrovecchio, e di cui invece il presidente della Repubblica è custode e garante in nome del popolo italiano.
«Dignità», è la parola-chiave di Ciampi. Il suo settennato ne è il simbolo. Quanto al Polo, i suoi leader hanno felicemente risolto il problema: per non perdere la dignità, basta non averla.
Scusate ci siamo sbagliati
Lietta Tornabuoni su La Stampa
I temi della precipitosa campagna elettorale del centrtodestra sono sempre gli stessi, quelli del 1950 e della guerra fredda, come se il tempo non fosse mai passato e se il Paese non cambiasse mai, come se gli elettori fossero smemorati. D'improvviso, senza vergogne, la campagna tenta per l'ennesima volta di compiacere la Chiesa cattolica allo scopo di conquistare i voti di cui il Papa dispone, manifestando così un'idea meschina sia della politica sia della Chiesa. Questo non impedisce le azioni peggiori, quelle contro l'aborto (come se qualcuno al mondo potesse essere pro-aborto), contro la legge che lo legittima, contro le donne che sono il soggetto della legge. E' impressionante la costanza con cui questo argomento viene ripetutamente esibito, senza rispetto non soltanto per le donne ma anche per gli elettori che in proposito si sono espressi più volte: addirittura si potrebbe pensare a un elemento di routine, una coazione a ripetere, un'abitudine mai sostituita da qualcosa di contemporaneo.
Altro punto, l'istigazione alla paura del cambiamento, allo spavento del «salto nel vuoto»: Berlusconi dice che in Italia libertà e democrazia sarebbero a rischio in caso di vittoria elettorale del centrosinistra, come se il centrosinistra non avesse governato prima di lui per anni, senza danno per nessuno e tanto meno di libertà e democrazia; evoca il termine «comunisti» e la falce e martello come fantasmi diabolici fuorilegge. Promette agli sfrattati case che non ci sono. Dimentica la straziante mancanza di soldi. Distribuisce accuse alle amministrazioni locali (in tutti i posti che non hanno votato per il centrodestra e non gli appartengono), ai magistrati che non vogliono appartenere a nessuno;
Tfr, sì alla riforma dal 2008. Epifani: «Una presa in giro»
su l'Unità
Alla fine il Consiglio dei Ministri ha detto sì e ha approvato il provvedimento sul Tfr. Anche se lo scontro degli ultimi giorni fra Maroni e Baccini qualche risultato l'ha prodotto: lo slittamento dell'entrata in vigore della riforma dal 2008 e non più dal 2006 come previsto dalla bozza entrata in Cdm.
La riforma della previdenza complementare così come era stata scritta dal ministro del Welfare Maroni non piaceva del tutto ai centristi dell'Udc. «Dobbiamo prenderci una pausa di riflessione» aveva detto il ministro centrista Baccini aprendo uno vero e proprio scontro con il collega di governo e ministro del Welfare Maroni che invece incalzava con un «non c'è più tempo da perdere».
Alla fine la disputa in qualche modo si è risolta. Con un compromesso che, almeno stando alle dichiarazioni, accontenta un po' tutti. Compreso il numero Uno di Confindustria Montezemolo («Noi avevamo detto da tempo che la riforma, così com'è, con la moratoria andava bene, eravamo assolutamente d'accordo»). E soprattutto compresa l'Udc che, dice Baccini, ha ottenuto ciò che voleva. «L'Udc ha dato il suo via libera a questa riforma - ha detto il ministro della Funzione pubblica, Mario Baccini - il testo tutela, attraverso la moratoria, le microimprese».
Ma se Baccini è soddisfatto lo è anche l'arteficie primo della riforma, Maroni. «Sono soddisfatto - assicura il ministro - il testo del Tfr è rimasto quello che avevo scritto io». In particolare Maroni ci tiene a precisare che «la prevista moratoria di tre anni per le piccole imprese rimarrà nella sostanza. Nel senso che la riforma del tfr partirà dal 2008 e prevederà la moratoria di un anno». E, mentre si preoccupa di ringraziare Bossi e Tremonti per la loro opera di mediazione, sottolinea di essere anche «d'accordo» sull'applicazione della riforma a partire dal primo gennaio del 2008. «Avevo proposto il primo gennaio 2006 - ha spiegato Maroni -, poi sono arrivate le complicazioni che sappiamo e forti resistenze che avevano messo a rischio la riforma stessa». Insomma, assicura il ministro leghista, «l'allineamento al 2008 non è una stramberia, è una cosa razionale che consentirà anche a quei settori economici che hanno visto la delega con perplessità di ricredersi e organizzarsi per essere pronti alla sfida».
Mentre il premier Silvio Berlusconi, ha nuovamente deciso di non partecipare al voto per il solito ben noto problema del conflitto di interessi nel capitolo assicurazioni.
Durissimo invece il commento del leader della Cgil Epifani che parla di una «una presa in giro» del governo a proposito del rinvio del Tfr al 2008. «Il governo- sottolinea Epifani- ha deciso di non decidere, per non dividersi. Anche la conferma del testo, che aveva recepito buona parte delle nostre richieste, viene così svuotata da ogni significato, perchè da subito c'era bisogno di sostenere la previdenza complementare, senza collegarla all'entrata in vigore del blocco delle pensioni di anzianità, che noi continuiamo a non condividere». Insomma: «il governo così risparmia un pò di soldi, i lavoratori hanno a disposizione gli strumenti attuali e tutto ricadrà sulle spalle del futuro governo. ma- conclude il leader della cgil- con la furbizia non si governano i problemi di un grande paese come il nostro».
Lo strappo di Castelli contro il pm Spataro
Giuseppe D´Avanzo su la Repubblica
C´è una minacciosa coerenza in Roberto Castelli, il tragicomico ministro di Giustizia. E´ un errore liquidare le sue iniziative come se fosse un somaro. Non lo è. E´ un briccone che, con i suoi inganni e trasgressioni e strappi, modifica l´esistente; muta il segno di una cultura giuridica; prepara il terreno di una grave involuzione dei diritti e delle libertà. E´ lo stolto che viola il senso comune e, candidamente, "onestamente", dice quel che altri nel governo e nella maggioranza pensano debba essere il ruolo della magistratura e la "missione" del magistrato. Come si sa, l´ultima polemica che il ministro ha sollevato riguarda la richiesta di estradizione dei ventidue agenti della Cia che, il 17 febbraio del 2003, sequestrarono a Milano l´imam radicale Abu Omar. Con molte probabilità, Castelli non presenterà la richiesta alle autorità americane. Perché, dice, quel pubblico ministero di Milano, Armando Spataro, è un «magistrato militante» (ha votato alle primarie dell´Ulivo) e dunque le sue carte vanno esaminate con cura (possono nascondere «un teorema antiamericano»).
Naturalmente sono irritanti sciocchezze. Nessuno può impedire a un magistrato di partecipare alla vita pubblica è un suo diritto costituzionale senza per questo dover essere considerato meno imparziale.
Ancora più allarmante è il perché Castelli non muoverà un dito per sollecitare l´estradizione degli agenti della Cia. Il ministro pensa che abbiano fatto il loro lavoro. Legittimo, addirittura meritorio. Anzi i ventidue, pur violando la nostra sovranità nazionale, hanno fatto una cortesia al Paese togliendoci dai piedi un pericoloso fanatico islamista. Impegno che avrebbe dovuto essere della magistratura italiana, ma che i giudici di casa nostra, ideologicamente prigionieri di un insensato garantismo, non riescono ad affrontare.
Degradandolo a somaro, trascuriamo colpevolmente le infauste convinzioni del ministro (e del governo che non lo contraddice). Castelli ha più volte ripetuto che la Costituzione regola i diritti dei cittadini italiani, non dei "non-italiani". Ai quali, a suo avviso, andrebbe applicato in nome del «comune sentire», una dottrina pre-giuridica di autodifesa preventiva; un "diritto d´eccezione" che sappia guardare alla probabile pericolosità dell´indagato e non alla possibile responsabilità; all´identità del nemico più che alla prova dei suoi atti di inimicizia; al reo e non al reato. I giudici, secondo Castelli, dovrebbero decidere anche contra legem in nome del "vero e reale diritto del popolo" perché le toghe, a suo avviso, devono soltanto preoccuparsi di essere in sintonia "con le leggi dell´anima popolare, con le leggi di vita della propria comunità". E´ un disegno che il "somaro" persegue con coerenza da quando è ministro.
Questa riedizione inconsapevole, grossolana e non per questo meno pericolosa della dottrina nazionalsocialista della Volksgemeinschaft (comunità di popolo) può mutare radicalmente l´ottica della giurisdizione. Di certo, si è già insinuata malignamente nelle idee correnti di una parte dell´opinione pubblica: il lavoro del giudice non è la protezione dell´individuo o della legge. Egli deve essere al servizio della comunità e quindi ha il compito fondamentale di assicurare il rispetto non della legalità, ma dell´ordinamento vitale del popolo.
La forcible abduction (il prelevamento forzato) di Abu Omar da parte degli agenti della Cia può essere un buon terreno di battaglia politica e civile, ammesso che ci sia in giro qualcuno che abbia la voglia di affrontarla. Sono in gioco diritto internazionale e sovranità nazionale (per la prima volta, nella nostra storia, un indagato è stato sottratto all´autorità giudiziaria e condotto con la forza in uno Stato terzo); il diritto fondamentale dell´individuo (Abu Omar è stato imprigionato, torturato, incarcerato senza alcun processo); lo Stato di diritto e quindi la qualità della nostra democrazia; una nera concezione della giurisdizione. Non paiono questioni che si possono licenziare con un sorrisetto burbanzoso dedicato al somaro e con un atto di solidarietà per il malcapitato pubblico ministero. O no?
Mafia: sei imprenditori arrestati a Trapani
sommari de l'Unità
Sei arresti a Trapani all'alba di stamattina. Si tratta di sei insospettabili imprenditori coinvolti in affari illeciti con le cosche mafiose del luogo. L' indagine, condotta dal capo della squadra mobile di Trapani, Giuseppe Linares, è l'ennesima testimonianza del legame sempre più forte tra malavita e politica, che, negli ultimi mesi ha portato all'apertura di numerose inchieste e all'arresto dell'ex assessore Davide Costa, Udc.
La vecchiaia vista dai grandi vignettisti
Altan, ElleKappa, Staino e Vauro insieme per il calendario dell'Auser. Dodici immagini per trasmettere un'idea diversa della terza età. Un modo per ridere, sorridere e riflettere
sul Corriere della Sera
Definirlo un calendario d'autore è riduttivo visto che sono quattro le firme, tra le più rappresentative del disegno satirico italiano: Altan, ElleKappa, Staino e Vauro. Hanno messo a disposizione il loro talento per trasmettere un'idea della vecchiaia diversa; un'immagine che fa ridere, sorridere e riflettere. E' questo, in sintesi, "...Diversamente giovani", il Calendario della Solidarietà 2006, promosso da Auser RisorsAnziani con il contributo fondamentale offerto dalle matite dei quattro vignettisti.
I fondi ricavati dalla distribuzione del Calendario contribuiranno al sostegno del Filo d'Argento e del Numero Verde 800-995988, il telefono della solidarietà dell'Auser che contrasta solitudine ed emarginazione, e che permette a molti anziani soli e in difficoltà di ritrovare il sorriso e il gusto della vita. Gli autori del calendario
Francesco Tullio Altan, o più semplicemente Altan, nasce a Treviso nel '42. Dopo aver interrotto gli studi di Architettura si dedica al cinema, iniziando contemporaneamente la produzione vignettistica sulle pagine di Linus con la striscia dedicata a Trino, un dio-travèt intento alla creazione del mondo. La raffinata penna satirica di Altan ha dato vita ad uno dei suoi personaggi più famosi: "Cipputi," l'operaio metalmeccanico vetero-comunista e disincantato ma è stata capace anche di creare personaggi per bambini di tenerezza infinita come la celebre "Pimpa".
Ellekappa, al secolo Laura Pellegrini, nasce a Roma nel '55. La signora della satira italiana, da anni dispensa vignette raffinate e pungenti che coniugano con abilità e passione il disegno e le parole, grazie ad un acutissimo senso critico verso tutto ciò che la circonda. Nelle vignette di Ellekappa due personaggi affrontano quotidianamente i temi della politica e del costume nazionale.
Sergio Staino nasce a Piancastagnaio (Siena) nel 1940, si laurea in Architettura. Il suo personaggio più famoso Bobo, è nato sulle pagine di Linus nel 1979. Ha collaborato e collabora con riviste, quotidiani e periodici quali Il venerdì di Repubblica, L'espresso, Panorama, Smemoranda, L'Unità e il Corriere della sera. Nel 1986 ha fondato e diretto il settimanale satirico "Tango", che tanto ruolo ha avuto nel rinnovamento della satira in Italia.
Vauro Senesi in arte Vauro, nasce a Pistoia nel 1955, vive e lavora a Roma. Fondatore con Pino Zac nel 1977 del settimanale Il Male, da allora la sua penna ha lasciato il segno sulle più importanti testate nazionali ed estere: Satyricon, Linus, Cuore, I quaderni del Sale, L'Heco des Savanes, El Jueves. Approdato poi al Manifesto, dopo aver collaborato con buona parte delle testate nazionali (Repubblica, Secolo XIX, Messaggero...). Nel 1996 ha vinto il Premio di Satira politica di Forte dei Marmi. Al suo attivo ha numerose raccolte di vignette. Vauro Senesi famoso per le sue vignette forti e caustiche è anche giornalista professionista, da non dimenticare il libro "Afghanistan, anno zero" che ha illustrato e scritto con Giulietto Chiesa per Emergency.