Israele ha sette milioni di cittadini e sette milioni di «sharonologi». Io rappresento un'eccezione: non ho mai incontrato il signor Ariel Sharon e non ho alcuna idea su come lavori la sua mente.
Oltretutto da quando ero un ragazzino, Sharon rappresentava ai miei occhi il simbolo di tutto ciò che detestavo del mio Paese: il militarismo, l'arroganza, la demagogia e, più tardi, le colonie ebraiche in Cisgiordania e Gaza, l'espansionismo territoriale e la repressione contro i palestinesi.
Tuttavia ritengo oggi che uno tra noi due stia cambiando e temo che non si tratti di me. Perché da oltre un anno Sharon sta utilizzando le mie argomentazioni e il modo di parlare della gente che appartiene al mio campo. Ha iniziato a parlare degli effetti deleteri e corruttori dell'occupazione sugli occupati e anche sugli occupanti. Parla della necessità di trovare un compromesso. Parla di cercare una soluzione fondata su due Stati. Di certo non farò causa a Sharon per aver plagiato le nostre idee, però sino a pochi mesi fa ero scettico. Pensavo: belle parole, ma le colonie continuano a crescere. Poi lui è passato ai fatti e ha scelto di cancellare le colonie e la presenza militare israeliana nella striscia di Gaza. Io sono rimasto stupefatto e profondamente impressionato.
Ora è uscito dal Likud e ha creato un nuovo partito di centro. Non lo avrebbe fatto se non avesse avuto una visione «gollista». Se solo avesse voluto giocare per guadagnare tempo, se soltanto avesse mirato a gettare la palla nel campo palestinese, per lui sarebbe stato molto più confortevole rimanere alla guida del Likud.
Per la prima volta in tre decenni Israele ha adesso una mappa politica logica: c'è un'ala socialdemocratica- pacifista nella sinistra; c'è una destra dei falchi, nazionalista e religiosa; e da questa settimana esiste anche un centro pragmatico e laico. I primi sondaggi sembrano indicare che questi tre blocchi controlleranno più o meno porzioni molto simili del Parlamento dopo le prossime elezioni programmate per l'inizio di primavera. Ognuna otterrà circa il 30 per cento dei seggi. Ciò comporta tre cambiamenti importanti nel nostro panorama politico, tanto che possono essere anche definiti come storici. 1) Per circa 35 anni c'è stata una dannosa paralisi tra falchi e colombe in Israele. Ora non più: con il nuovo partito di Sharon esisterà una maggioranza laica e pacifista alla Knesset. 2) Negli ultimi 30 anni i partiti religiosi israeliani hanno rappresentato l'ago della bilancia tra destra e sinistra. Ora non più. 3) Per la prima volta da quando Menachem Begin venne eletto premier nel 1977, nasce la possibilità di eleggere una stabile coalizione laica formata da un centro pragmatico guidato da Sharon e la sinistra socialdemocratica diretta dal neoeletto leader laburista Amir Peretz.
(Traduzione di Lorenzo Cremonesi)
Resistenza o guerra santa? Alcune domande sul futuro dell'Iraq
Gianni Riotta sul Corriere della Sera
Domande sull'Iraq in autunno. E' giusto o no che gli americani e i loro alleati si ritirino? Secondo il saggista Nir Rosen la chiave è in due vocaboli arabi, muqawama, resistenza, e jihad, guerra santa. Se il terrorismo impiegato contro gli Usa e la popolazione civile sciita è la muqawama dei sunniti e dei quadri ex Baath allora è possibile una fase politica di negoziato, seguita da un calendario di ritiro. Se è jihad terrorista ritirarsi significa travolgere il Paese in una guerra civile e spronare i Paesi vicini, Siria, Turchia, Iran, Giordania, Arabia Saudita, a intervenire sconvolgendo il Medio Oriente. Allora, muqawama o jihad? Il grosso della rivolta è sunnita nazionalista e dunque i partiti politici iracheni, riuniti al Cairo, parlano di dialogo con i ribelli e perfino di «diritto alla resistenza». Il 15 dicembre si vota e chiunque vinca dovrà coinvolgere i sunniti, disarmare la guerriglia, concordare con Washington un ritiro nelle basi. Dunque gli americani non se ne andranno? Gli Usa hanno invaso l'Iraq per assicurarsi una base stabile nell'area, dopo aver perso l'Iran nel 1979 e aver visto vacillare l'Arabia Saudita nel 2001. Non solo si tiene una presenza nella pompa di benzina del mondo, ma si presidia l'Iran e si avvia una catena di basi in Asia Centrale, prossimo confine caldo con la Cina. I GI resteranno in quattro basi, una grande a Bagdad. Ha ragione l'ex presidente del Council on Foreign Relations Leslie Gelb a predicare la divisione dell'Iraq in tre zone, sciita, sunnita e curda? La divisione è già nei fatti. I curdi non rinunceranno alla loro autonomia, tengono gli occhi sul petrolio di Kirkuk e mobilitano la milizia peshmerga. Al sud gli sciiti non intendono perdere la libertà di culto, né farsi trasformare in un dominion dell'Iran. Il problema sono i sunniti: l'accordo del Cairo e il voto di dicembre li persuaderà a rinunciare alla violenza e al sogno di tornare alla dittatura di minoranza, o il veleno del nazionalismo è troppo forte? La spartizione è però impossibile a Bagdad, dove i quartieri confinano e ci sarebbero massacri e vendette. In America perfino deputati moderati come l'ex marine John Murtha parlano di ritirarsi: che succede? L'opinione pubblica non voleva la guerra a tutti i costi, s'è spostata solo dopo l'annuncio delle armi di sterminio di massa. Adesso è stanca, spaventata dalle stragi e dai morti e feriti americani, dal costo della campagna e i politici, entrando nell'anno della cruciale elezione parlamentare di midterm, frenano. Nessuno però immagina un ritiro alla Saigon 1975 o alla Beirut 1983. Non solo c'è il rischio caos a Bagdad, ma il prestigio americano andrebbe sotto terra e i rivali, dal gigante Cina al network terroristico Al Qaeda sarebbero rinvigoriti. Che possono fare gli alleati in Iraq, come l'Italia? Concordare il ritiro entro il 2007, partecipare ai programmi di addestramento per le forze irachene, condurre attività diplomatica con i Paesi vicini, contribuire alla ricostruzione economica.
Razzismo, il rapporto della Ue
"I Rom sono i più discriminati"
Cristina Nadotti su la Repubblica
ROMA - Sono i Rom la popolazione più discriminata in Europa, subito dietro a loro i cittadini dell'ex Unione Sovietica. Il rapporto annuale dell'European Monitoring Centre on Racism and Xenophobia, l'organismo dell'Unione Europea che ha il compito di fornire agli stati membri informazioni e dati sul razzismo, la xenofobia, l'islamofobia e l'antisemitismo, e di formulare piani di intervento per contrastarli, denuncia oggi che i Rom, che il rapporto indica come zingari, sono il gruppo etnico che deve affrontare maggiori discriminazioni nel lavoro, nell'alloggio e nell'istruzione. I Rom, scrive il rapporto, sono vittime di continue violenze razziste.
I bambini Rom esclusi dall'istruzione. Sono la Repubblica Ceca, la Spagna e l'Ungheria i paesi che discriminano maggiormente i Rom, che in questi stati hanno maggiori difficoltà a essere accolti. Ma in molti paesi, sottolinea il rapporto, nelle scuole i bambini Rom sono concentrati in classi speciali, con la tendenza a bollarli come non adatti alla scolarizzazione o con difficoltà di apprendimento"
La nuova Ue e le etnie. Gli esperti europei sottolineano che con l'allargamento dell'Unione la composizione etnica dell'Europa è mutata, e con essa anche le vittime delle discriminazioni. Si fa distinzione tra i paesi occidentali, che hanno una lunga tradizione di migranti e di razzismo, xenofobia e discriminazione, e quelli orientali, dove c'è una maggiore omogeneità etnica. Questo spiega in parte il triste primato dei Rom, che hanno una lunga storia di migrazione ( e discriminazione) anche nei nuovi stati membri dell'Ue, quali la Repubblica Ceca, l'Ungheria e la Slovacchia.
Il decreto-mostro contro l´ambiente
Giovanni Valentini su la Repubblica
Più che una deregulation ambientale, rischia di diventare uno smantellamento programmatico, una demolizione totale della normativa sulla difesa dell´ambiente e della salute, come quelle che si dovrebbero fare per i cosiddetti ecomostri e invece non si fanno. Il decreto legislativo adottato dal governo seppure con una delibera che viene definita preliminare - per "riformare" l´intera disciplina della materia non è soltanto una "forzatura istituzionale", come l´ha definito già il Wwf. E´ il tentativo di un colpo di mano contro un patrimonio che appartiene alla collettività e ancor più alle generazioni future;
Con questo Provvedimento Unico che equivale a un editto, a un proclama, a una legge di guerra, il centrodestra pretende di scavalcare contemporaneamente il Parlamento e la pubblica opinione, la comunità scientifica e quella culturale, per imporre d´autorità una "Magna Charta" delle norme ambientali che verosimilmente è destinata a diventare carta straccia, anche per effetto delle contestazioni che provengono in particolare dal ministero dell´Economia. In attesa che il centrosinistra vinca magari le elezioni e torni al governo, il decreto avrebbe gli effetti di un condono generalizzato e mascherato.
Sul piano del metodo, la questione appare tanto paradossale quanto invereconda. Il Parlamento, o meglio la maggioranza di centrodestra, approva alla fine del 2004 una legge delega con cui assegna al governo la responsabilità di "riordinare" la normativa ambientale, affidando materialmente il compito a un Comitato di 24 "saggi" nominati dal ministro dell´Ambiente. Lo stesso ministro è tenuto a consultare le parti interessate, e cioè gli imprenditori, i sindacati, le associazioni ambientaliste e quelle dei consumatori, attraverso il Cespa (Consiglio economico sociale politico e ambientale). Ma, come in un classico vaudeville, il coordinatore di questo organismo - presieduto dal medesimo ministro - è il suo capo di gabinetto che coordina anche il comitato dei 24 esperti, di cui peraltro fa parte.
La delega in bianco stabilisce inoltre che il governo deve fare tutte queste consultazioni prima di "predisporre" (sinonimo di preordinare, preparare, approntare) i decreti legislativi sulle singole materie. Badate bene: decreti legislativi, al plurale, uno per ogni materia. E cioè, rifiuti, bonifiche, danno ambientale, procedura di "Via" (valutazione di impatto ambientale), "Vas" (valutazione ambientale strategica) e quant´altro. Ma a parte il fatto che i 24 "saggi" sono stati interpellati sporadicamente e alla fine si sono pronunciati per via telematica, fra le parti sociali è stata consultata soltanto la Confindustria, mentre le associazioni ambientaliste e quelle dei consumatori attendono ancora una convocazione del ministero.
Si arriva così all´approvazione "in via preliminare" del decreto legislativo, un testo unico di circa 700 pagine che contiene la summa ambientale del governo Berlusconi, su cui alla fine le competenti commissioni parlamentari dovranno esprimere un parere non vincolante. E se non faranno in tempo, pazienza: vale il principio del silenzio-assenso.
Nel merito, con un gioco di prestigio che il Wwf chiama "artificio nominalistico", l´editto ambientale prevede di fatto l´eliminazione della categoria dei rifiuti, com´è definita e regolata dalle direttive europee (e infatti, su ricorso dell´associazione presieduta da Fulco Pratesi, la Commissione di Bruxelles aveva già aperto una procedura d´infrazione a carico dell´Italia). Adesso viene introdotta la possibilità di denominare gli scarti delle produzioni come "sottoprodotti" o come "materie prime seconde", a cui naturalmente non si applicherà più la normativa specifica: in questo modo, milioni di tonnellate di (ex) rifiuti non sarebbero più tali, dando via libera a un gigantesco smaltimento incontrollato senza che nessuno possa più verificare se e quali materiali saranno riutilizzati o smaltiti secondo le garanzie previste dalla disciplina precedente.
Quanto alla bonifica dei siti industriali, se il testo del decreto non verrà modificato, entrerà in vigore una nuova regola: chi inquina, non paga. E anzi, l´inquinatore non risponderà più del danno prodotto né degli altri reati connessi: sarà sufficiente aprire una trattativa con l´amministrazione pubblica per arrivare a una specie di "patteggiamento".
Ma il peggio è che il livello di rischio cancerogeno considerato tollerabile, senza essere neppure subordinato all´impossibilità di evitarlo, scende al rapporto di uno ogni centomila abitanti, mentre negli Stati Uniti è di uno ogni milione.
Per i casi pregressi che appartengono ormai alla storia nazionale delle lotte ambientaliste, come quelli di Porto Marghera, Riolo, Manfredonia o dell´Acna di Cengio, non sarà più individuabile con certezza il responsabile dell´obbligo di bonifica. Basterà un passaggio di proprietà anche fittizio - delle aziende inquinatrici, per farlo decadere. Ecco perché gli ambientalisti parlano di un "condono mascherato", invocando una radicale correzione del provvedimento.
Ma, dopo l´approvazione della devolution che attribuisce alle Regioni le competenze esclusive sulla salute, bisognerà aspettare soprattutto la risposta dei Governatori che finora non hanno partecipato ad alcuna consultazione.
Grillo, pagina sull'Herald: «Pulizia in Parlamento»
Comprata un'inserzione: ecco i 23 onorevoli condannati
Beppe Grillo ha scelto l'International Herald Tribune per pubblicare un'inserzione a pagamento (finanziata da migliaia di italiani tramite il suo blog) nella quale chiede «se c'è un altro Paese al mondo dove 23 membri del Parlamento sono stati condannati e sono ancora autorizzati a sedere in Parlamento e rappresentare i cittadini».
Mario Porqueddu sul Corriere della Sera
MILANO Ha scelto uno dei giornali in inglese più letti al mondo, l'International Herald Tribune. La trattativa per pubblicare l'inserzione a pagamento è durata un mese, perché Beppe Grillo voleva che comparissero i nomi di 23 parlamentari italiani che sono stati condannati (lui ha inserito anche chi ha patteggiato) e siedono alla Camera, al Senato o a Bruxelles. Tre giorni fa l'Herald
Tribune ha detto che non avrebbe messo i nomi. Ieri è uscita l'inserzione e Grillo ha rimandato al suo blog, www.beppegrillo.it, per la lista dei 23.
È lì, su internet, che mesi fa è nata l'iniziativa «Parlamento pulito». Ieri il sito diceva: «Nessuna testata internazionale ha voluto pubblicare i nomi. La verità non passa più dai media convenzionali ma dalla Rete, e questo nostro blog è un esempio. Questa pagina sarà letta in tutto il mondo grazie a voi. Coraggio».
Il testo dell'inserzione: «Questa pagina è stata finanziata da migliaia di italiani per scoprire se c'è un altro Paese al mondo dove 23 membri del Parlamento sono stati condannati per crimini di vario genere e sono ancora autorizzati a sedere in Parlamento e rappresentare i cittadini. Se esiste, vorremmo proporre un gemellaggio...». E ancora: «Chiediamo a questi parlamentari, che lavorano come nostri impiegati, di autosospendersi». Firmato, Beppe Grillo e migliaia di cittadini italiani. Quelli che hanno pagato chi 5, chi 10 euro, magari di più, per finanziare l'acquisto di pagina 7 del Tribune. Costo: 48.275 euro, più il 19,60% di imposte. In tutto, oltre 57.000 euro.
Gianni De Michelis, uno dei 23, replica: «Ero in condizione di ricandidarmi, la gente mi ha votato, sono stato rieletto, il parere di Grillo non mi interessa». Paolo Cirino Pomicino, altro condannato: «Grillo mi è simpatico e mi fa ridere, ma nello stato di diritto non sono ammesse comiche. Se qualcuno non è stato privato per legge dell'elettorato passivo, il solo giudice naturale sono gli elettori. Mi hanno votato in 45 mila». Enzo Carra: «La Corte non mi ha interdetto dai pubblici uffici, ho gli stessi diritti degli altri cittadini. Non riconosco Grillo come giuria».
Lui, Grillo, non accetta di passare per forcaiolo e soprattutto spiega che non è solo. «Questa è un'idea collettiva dice nata dal blog al quale ho dato il mio nome, dove scrivono migliaia di persone. Vogliamo segnalare il distacco, la distanza che c'è fra noi cittadini e questi politici che sono bolliti, e vivono solo sui giornali e nelle tv».
«Amico di Latteri ma voto Borsellino»
Baudo: il gesto bello e morale di Rita merita il mio sostegno
Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera
Purtroppo Pippo non ha voluto. Ha resistito alle insistenze di Prodi, Rutelli, D'Antoni, e non è sceso in campo nella sua Sicilia. Tutto questo però, più ancora delle vittorie televisive su Bonolis e Mentana, l'ha confermato nel ruolo di «uomo forte» dell'isola. Che ora si accinge a fare da king, o meglio da queen maker dell'uomo, anzi della donna che potrebbe sedere al posto suo.
A sorpresa Baudo, «democristiano dalla nascita» e molto vicino alla Margherita, si schiera contro l'indicazione del suo partito (che sostiene Ferdinando Latteri), a favore del candidato concorrente: Rita Borsellino.
«Sono molto amico di Latteri. Siamo entrambi catanesi, ci conosciamo da una vita. E' una scelta per me dilaniante.
Però il gesto di Rita Borsellino è talmente bello, talmente importante sul piano estetico e su quello morale, che non me la sento di farle mancare il mio sostegno». Baudo parla nella casa di via della Vite, in una fredda mattina romana.
«Anche oggi. Apro i giornali e leggo di due netturbini ammazzati a Gela. Sono cose che mi deprimono, mi fanno star male. Possibile che la mia terra debba finire in prima pagina solo per la mafia? Ecco, la candidatura di Rita Borsellino è una grande occasione di riscatto. Dicono che si fa forte del suo nome. E che male c'è? I nomi, i simboli, in Sicilia sono importanti».
Dice Baudo di averne parlato ai leader della Margherita, a Rutelli, a D'Antoni. «Credo che si aspettino da me questa scelta. A loro l'ho detto chiaro: questa prova di forza, questo confronto distruttivo, non era necessario. E' un errore che sarebbe stato meglio evitare». Rutelli ha previsto, in un'intervista a Francesco Verderami del Corriere, che la Borsellino non potrà vincere. «Ho letto. Può darsi che Rutelli abbia ragione. Le primarie saranno una grande battaglia: la Borsellino è più nota nella Sicilia occidentale che in quella orientale, non è facile battere Latteri, che è molto forte, radicato, conosciuto. Capisco pure che la Margherita rivendichi di avere un suo candidato: è legittimo, le primarie servono proprio a scegliere, non possono essere sempre un plebiscito. Però, anche se la sua candidatura è stata lanciata dalla sinistra radicale, è sbagliato pensare la Borsellino come un'estremista. Tanto meno come un'esaltata. E' una persona straordinaria, che porta nel cuore la croce di una tragedia familiare e siciliana. L'ho avuta in trasmissione, a Novecento, insieme con Maria Falcone, e fu una bella esperienza. Sino alla fine ho sperato che tutti convergessero sul suo nome ed evitassero questo scontro interno».
Governare l'isola, assicura Baudo, è un'impresa terribile per chiunque. «Una Regione- Stato, da cinque milioni e mezzo di abitanti. Come la Danimarca, ma molto più complicata. Anche la Borsellino avrà bisogno di un gruppo dirigente, di una squadra». Pippo però non ne farà parte. «Ho detto no a Prodi e a Rutelli perché non me la sentivo di cambiare vita, lasciare la tv proprio ora che male non va, tornare a vivere in Sicilia». Però la politica non gli sarà mai stata estranea. «Io sono nato democristiano. Quando venni al mondo, papà, che aveva studiato con Mario Scelba al liceo di don Sturzo, mi disse: tu sei figlio di Giovanni e sei democristiano. Non è un partito, è un modo di essere». Demitiano, in particolare.
Dopo De Mita vennero D'Antoni e Andreotti. Amareggiato con i popolari che avevano «svenduto la tradizione democristiana», nel 2001 Pippo aprì la casa di via della Vite e quella di campagna di Morlupo alle riunioni fondative di Democrazia europea, e anche agli abboccamenti con i socialisti di De Michelis e del catanese Andò. Fallito il terzo polo, ora guarda all'Unione. «Però anche Cuffaro in fondo è un democristiano. Non sarà facile batterlo, ammesso che sia lui il candidato e non lo sostituisca in corsa qualcun altro.
Molto dipenderà dal mio concittadino Lombardo».
E dalla mafia, dicono. «Diffidare di quel che dicono. Perché in Sicilia di cose se ne dicono anche troppe. Finché non sono provate, le illazioni vanno respinte. Altrimenti prevale la logica infame della calunnia ripetuta mille volte che finisce per attecchire. Quante persone perbene si sono rovinate in questo modo?». Qui però ci sono le intercettazioni. «Basta poco a creare un'aria cattiva. Sono certo che Cuffaro è il primo a volersi sottoporre alle indagini, per chiarire la sua posizione. Fino ad allora, per me è innocente». Sempre democristiano è.
La strategia della pensione
Michele Serra su la Repubblica
LA SINISTRA italiana, in piena crisi di autostima, stremata da un ripensamento identitario e organizzativo che ne assorbe ogni adrenalina residua, dovrebbe specchiarsi più spesso nella formidabile immagine di efficienza, dinamismo e inventiva offerta dal suo irriducibile rivale, Silvio Berlusconi. Già considerata capace di sobillare procure e tribunali d´Italia per un grandioso disegno inquisitorio, ora viene accusata dal premier, nel corso di un comizio già passato alla storia del cabaret, di addestrare finti pensionati per spedirli "sui tram" a fingere indigenza per denigrare il governo.
È la famosa strategia della pensione.
Non corrisponde, ovvio, a niente di vagamente verosimile: perfino gli onesti tram, quando evocati da Berlusconi, fanno pensare più a musical sulla Milano del tempo che fu, con Bramieri e la Masiero al Teatro Manzoni sotto una scenografia di troller, piuttosto che al parco effettivamente circolante, per altro mai frequentato da un magnate che sorvola in elicottero un paese a lui totalmente sconosciuto. Ma l´immagine dei pensionati cenciosi e maldicenti, che imbeccati dagli agit-prop di partito salgono e scendono dai mezzi pubblici per aizzare alla sovversione sociale credule massaie e giovani inesperti, non può che rinfocolare lo spento orgoglio della sinistra italiana.
Bisognerebbe dunque se la sinistra nutrisse ancora qualche briciola di amor proprio avvalorare con convinzione l´idea berlusconiana dei "comunisti" ancora in grado di organizzare il sociale con tanta micidiale tenacia: specie adesso, che il sociale non dimostra una particolare sintonia con il marxismo-leninismo e preferisce Simona Ventura. E pazienza se il discorso di Berlusconi si fonda sull´idea paranoica (tipicissima della destra padronale di una volta, quella col cilindro in testa delle caricature di Galantara) che il sociale, in quanto tale, semplicemente non esista, e sia solo il prodotto del genio malato dei sovversivi, che ne catalizzano le pulsioni per creare zizzania. Il ruolo del comunista malvagio e sobillatore sarà anche minaccioso, d´accordo, ma sempre meglio della realtà spesso insipida e tossicchiante della sinistra post-tutto.
Si faccia dunque credere che sì, le lamentele dei pensionati in tram sono state accuratamente preparate da attivisti cresciuti alle Frattocchie, o anche alla scuola del Piccolo. Si faccia credere, necessariamente, che le Frattocchie esistano ancora (ma esistono? O sono state vendute a Ricucci, trasformate in una beauty-farm o in un residence?). E si faccia girare la voce che in quel fu-luogo ancora si aggirano canutissimi insegnanti di rivoluzione, i pochi non ancora trasferiti da Anna La Rosa, i pochissimi non ancora passati a destra, chez Berlusconi, perché la sinistra non li capisce, non li ama più e li pagava poco in relazione al titolo di studio.
Istruiscono pensionati, e già pensano a una sezione-massaie. Distribuiscono vestiti da povero per la grande simulazione, e ritirano quelli da ricco (caratteristici del vero pensionato) come sottoscrizione per il partito. E aspettano il prossimo discorso di Berlusconi per ulteriori suggerimenti su come rinvigorire il ruolo esausto di fantasma che si aggira per l´Europa, con capolinea alla Bovisa.
Il sindacato e la ribellione nelle banlieues Tito Boeri su www.lavoce.info del 18 novembre
Ora che non si bruciano più macchine a Aubervilliers e si sono spenti i riflettori sulla ribellione nelle banlieues, rischiamo di dimenticare in fretta la lezione. Male perché può succedere anche in Italia.
Da noi la disoccupazione è oggi meno concentrata tra gli immigrati, ma è socialmente più costosa perché non abbiamo reti di protezione sociale e il nostro modello sociale famigliare non copre i nuovi arrivati. Non abbiamo definito un percorso di integrazione a pieno titolo nella vita pubblica degli immigrati, che li porti all'acquisizione della cittadinanza. Questo offre spazio all'odio etnico. Minore la partecipazione degli immigrati alla vita pubblica, più deboli gli incentivi a informarsi anziché credere a chi cerca in tutti i modi di alimentare l'odio etnico.
Abbiamo, tuttavia, un vantaggio importante rispetto alla Francia: un sindacato che non è mai stato ostile agli immigrati e che conta tra le sue fila ben 350mila immigrati, quasi un lavoratore immigrato dipendente su due, con un tasso di sindacalizzazione molto più alto che fra i lavoratori italiani.
Il sindacato italiano può oggi giocare un ruolo sociale fondamentale nel dare una voce agli immigrati: per far sentire le loro ragioni, non avranno così bisogno di incendiare le nostre periferie. Può al contempo ringiovanirsi (è oggi il sindacato più vecchio d'Europa) sfuggendo al rischio di estinzione. Ma non basta proporre corsi di formazione per gli immigrati. Bisogna riconciliare le loro esigenze con quelle della base tradizionale del sindacato su tre temi fondamentali: i) le politiche dell'immigrazione, ii) la protezione di chi ha carriere discontinue e iii) la liberalizzazione dei servizi. La gestione dei flussi I ribelli delle banlieues sono i figli (e i figli dei figli) delle grandi ondate migratorie del Dopoguerra francese. Fino alla metà degli anni Settanta, la parola d'ordine Oltralpe era fare arrivare più braccia possibile. Ne arrivarono davvero tante, facendo crescere la popolazione immigrata di due milioni nel giro di un ventennio. Per almeno un paio di generazioni gli immigrati tradizionalmente fanno più figli dei cittadini dei paesi che li accolgono. Bene che ci siano più figli (la Francia ha, anche per questo, il tasso di fertilità più elevato d'Europa), ma il loro ingresso nella vita attiva pone problemi di integrazione, soprattutto in un mercato del lavoro con forti barriere all'ingresso.
Da noi le ondate migratorie sono state più recenti, ma non meno intense. Negli ultimi vent'anni anche la nostra "legione straniera" è cresciuta di due milioni. Chi è arrivato ha sin qui, in larga parte, trovato lavoro. Ma non sarà necessariamente il caso dei figli e dei figli dei figli.
È proprio per questo che ci vogliono politiche dell'immigrazione che impongano gradualità ai flussi, soprattutto all'immigrazione di lavoro poco qualificato, quella che può creare più problemi alla base tradizionale del sindacato e che è più difficile da integrare nel nostro paese. Ci vogliono norme applicabili e una vera pianificazione dei flussi, il contrario di quanto fatto in questa legislatura. Il sindacato dovrebbe rivendicare un ruolo importante in questo campo, chiedendo che si faciliti soprattutto l'ingresso di manodopera qualificata e imponendo che l'incremento degli ingressi richiesto dai datori di lavoro si accompagni a controlli sui posti di lavoro, volti a reprimere l'occupazione irregolare degli immigrati. Serviranno a scoraggiare l'immigrazione clandestina. Protezione nel mercato In Francia, il tasso di disoccupazione fra gli immigrati è del 25 per cento, tre volte più alto che fra i cittadini francesi ed è stato documentato che la disoccupazione fra i giovani porta ads un aumento della criminalità (1). Da noi, italiani e immigrati hanno pressoché lo stesso tasso di disoccupazione. Non tanto perché il nostro mercato del lavoro funzioni meglio, quanto perché l'immigrazione è un fenomeno recente. La prima generazione di immigrati si insedia dove c'è un impiego e, in un mercato del lavoro come il nostro, per metà senza lavoratori e per l'altra senza lavori, in cui gli italiani hanno da tempo rinunciato a spostarsi in massa per cercare un'occupazione, è relativamente facile per chi viene da fuori andare nel "posto giusto". Il 90 per cento dei nostri immigrati risiede nel Centro-Nord. Ma i loro figli rischiano di non trovarsi più, come i genitori, "al posto giusto nel momento giusto". E, al contrario dei giovani disoccupati meridionali che possono contare sulla protezione informale delle loro famiglie estese, saranno disoccupati al Nord, dove tutto, a partire dalla casa, costa di più, e non avranno una rete informale di sostegno. Se le riforme parziali hanno facilitato l'ingresso nel mercato del lavoro (non sempre per gli immigrati, che non possono essere assunti nell'ambito di molte nuove figure contrattuali), è più difficile accedere a contratti a tempo indeterminato. Per chi ha frequenti cambiamenti di lavoro e opera in piccole imprese come accade a molti immigrati non ci sono ammortizzatori sociali.
Una battaglia dalla parte degli immigrati, e degli italiani che lavorano nelle piccole imprese, è quella volta a estendere il grado di copertura dei nostri sussidi di disoccupazione e rendere i contratti a tempo determinato una specie di periodo probatorio esteso, al termine del quale accedere a un contratto di lavoro permanente, la cui interruzione ha un costo (elevato, ma certo) per le imprese. Vuol dire tutelare i diritti di tutti nel mercato anziché contro il mercato. Vuol dire anche non segregare le fasce più deboli, tra cui gli immigrati, in una condizione cronica di precarietà nel lavoro. I lavoratori autonomi Un sindacato che intenda aiutare gli immigrati senza aumentare ulteriormente le pressioni competitive sul lavoro dipendente, dovrebbe anche battersi per creare più opportunità tra le fila del lavoro autonomo.
La liberalizzazione delle professioni incentiva una immigrazione più qualificata e, al contempo, offre maggiori opportunità di mobilità sociale agli immigrati qualificati che sono già nel nostro paese. La riduzione delle barriere all'entrata nel commercio al dettaglio o dall'aumento del numero di licenze per i taxi possono creare anche opportunità di lavoro per gli immigrati con qualifiche più basse.
Secondo le stime dell'Ocse, c'è uno spazio per aumentare la dimensione dei nostri mercati dei servizi del 20-30 per cento. Le liberalizzazioni dei servizi riducono anche i costi per le imprese che li utilizzano, offrendoci un ulteriore dividendo occupazionale, in termini di lavori nel settore di esportazione.
C'è un fronte vastissimo oggi in Italia che si oppone alla liberalizzazione dei servizi. Ne fanno parte i consulenti del lavoro, gli avvocati, i notai e, più in generale, le libere professioni. Ci sono poi i lavoratori autonomi dei settori sin qui posti al riparo dalla concorrenza degli altri paesi dell'Unione, che comprensibilmente guardano con qualche apprensione all'arrivo dell'"idraulico polacco". Non è un fronte di cui deve far parte il sindacato. Se vuole permettere una più rapida e socialmente meno costosa integrazione degli immigrati nel nostro paese e, al contempo, proteggere i lavoratori autonomi più poveri, bene che si batta per liberalizzare i servizi e introdurre anche da noi una rete di protezione sociale di ultima istanza.
(1) Denis Fugère, Francis Kramarz e Julien Pouget, Crime and Unemployment in France, Crest, 2003.
Approdano a Monza le Olimpiadi cibernetiche
Sarà il capoluogo brianzolo ad ospitare il campionato mondiale dei videogames. Attesi all'Autodromo i giocatori di 70 Paesi
su ViviMilano
Arriva a Monza la «fiaccola» delle Olimpiadi cibernetiche. Il capoluogo brianzolo si è infatti aggiudicato il World Cyber Games, manifestazione che si tiene dall'anno 2000, con scadenza annuale. Da Singapore, dove si sono appena chiusi i Giochi, è rientrato a Monza l'assessore alla Comunicazione del Comune di Monza Vincenzo Ascrizzi, portando con sè lo stendardo simbolo dei World Cyber Games. La bandiera, quasi una fiamma olimpica, è stata consegnata domenica ad Ascrizzi dal ministro della Comunicazione di Singapore, che ha ospitato l'edizione 2005 e dal ministro della Cultura della Corea del Sud, paese che ha creato la manifestazione e che tuttora la organizza ogni anno in una nazione diversa. Per l'edizione 2006 dei WCG, Monza ha battuto la concorrenza di grandi città come Shanghai e Sidney. La competizione si svolgerà all'Autodromo.
Alla più grande kermesse di appassionati di videogiochi prendono parte giocatori di una settantina di Paesi, impegnati ogni anno in un migliaio di partite a colpi di joystick, per mettere alla prova le proprie abilità di cyberatleti e per aggiudicarsi una parte dei premi in denaro che nell'ultima edizione superavano i 400mila dollari. Nel «medagliere» dell'edizione 2005, che riassume i trionfi nelle varie specialità, gli Stati uniti si sono piazzati al primo posto, con due medaglie d'oro (per CounterStrike e Halo2) e un argento (WarCraft III: Frozen Throne), seguiti dalla nazionale coreana (due ori e un bronzo) e dal Brasile (un oro e due argenti). L'Italia si è piazzata solo al sedicesimo posto, dietro a Francia e Spagna, ma davanti alla Malesia. Una particolarità dei giochi, tra i partecipanti, tutti giovani preparati e allenatissimi, c'era quest'anno un'unica donna, la ventiquattrenne austriaca Verena Vlajo.
I World Cyber Games - hanno spiegato gli organizzatori - hanno contribuito ad alzare il livello di qualità nelle competizioni globali relative ai videogiochi, oltre ad aver appassionato e divertito milioni di persone provenienti da centinaia di paesi diversi. Dalla prima edizione, «i WCG si sono prodigati per creare un avvenimento che promuovesse l'aggregazione giovanile, un modo sano e divertente di conoscersi e giocare assieme». Missione dei Wcg, usare il videogioco per «andare oltre il gioco»: «Grazie all'agonismo videoludico, i limiti fisici non costituiscono più un ostacolo: la fantasia, l'intelligenza e soprattutto l'empatia sono i muscoli che muovono l'atleta, facendogli così percepire le sue vere potenzialità».