
sulla stampa
a cura di G.C. - 22 novembre 2005
Aborto, Storace all´attacco dei consultori
Mario Reggio su la Repubblica
ROMA - La polemica politica sull´applicazione della legge sull´aborto e sulla gestione dei consultori infuoca il confronto tra i partiti a fine legislatura. Come anticipato due giorni fa, il capogruppo dell´Udc alla Camera Luca Volontè ha formalizzato la richiesta di un´indagine parlamentare sull´applicazione della 194. E il ministro Storace annuncia una proposta alle Regioni per monitorare e vigilare sull´attività dei consultori, in primo luogo sulle pratiche di prevenzione dell´aborto. L´offensiva è sostenuta dall´Osservatore Romano: la "legge 194 è stata mal applicata, fino ad ora, nella sua integrità", ne è stato violato "lo spirito". "Si è ritenuto che l´unica forma di prevenzione all´interruzione volontaria della gravidanza fosse la contraccezione. E in tal senso i consultori familiari invece che centri di vita, sono stati, in gran parte, purtroppo meri dispensatori di certificati per l´aborto".
Con l´Udc anche il ministro della Salute Francesco Storace, il primo a parlare della presenza dei volontari del Movimento per la vita nei consultori pubblici. Il centro-destra si premura di ripetere: "Non vogliamo modificare la legge 194", ma l´opposizione non si fida. Il segretario di Rifondazione Comunista, Fausto Bertinotti, avverte: "giù le mani dalla 194, ogni tentativo di modificarla va stroncato sul nascere". E Roberto Villetti, dello Sdi, attribuisce al cardinale Camillo Ruini il tentativo di "scassinare" il funzionamento della legge.
E Barbara Pollastrini, dei Ds, reclama come Marco Rizzo del Pdci le dimissioni di Storace. Un ministro della sanità "che nega salute e benessere alle donne - osserva la responsabile donne dei Ds - dovrebbe solo chiedere scusa e dimettersi". Pollastrini chiede a Stefania Prestigiacomo, ministro delle Pari opportunità, di prendere una posizione chiara di fronte a quello che considera un "attacco alla libertà e alla responsabilità" delle donne. Ma anche fra i cattolici dell´Unione, l´iniziativa non sembra trovare consensi: Giuseppe Fioroni, della Margherita, ricorda che l´indagine "fu già fatta dal governo di centrosinistra, promossa dall´allora ministro Bindi"; mentre l´Udeur ritiene che il discorso vada affrontato "il primo giorno della prossima legislatura".
Un parere che, dal fronte opposto, coincide con quello del radicale Daniele Capezzone, che chiede di parlarne dopo il voto per evitare di fare propaganda elettorale. Nel centrodestra, se la Lega, con Francesca Martini, è favorevole ad una commissione sull´applicazione della legge, il partito che presenta le posizioni più articolate è Forza Italia. Il vice coordinatore Fabrizio Cicchitto giudica "ragionevole" la richiesta dell´Udc, ma precisa che a suo parere la legge "ha funzionato"; mentre Grazia Sestini, sottosegretario al Welfare, afferma che quello che c´era da sapere si sa, visto che ogni anno il ministro della Salute deve presentare la relazione sul funzionamento dei consultori. E il ministro Storace l´ha illustrata il 19 ottobre del 2005.
A proposito di donne (cattoliche)
Maria Laura Rodotà sul Corriere della Sera
Quante divisioni femminili ha il Papa? Meglio, fuori dalle parafrasi di vecchie battute, lasciando fuori il Papa e il card. Ruini e la Cei, e tirando dentro il mondo politico: quante donne, quante donne cattoliche, e quante donne cattoliche praticanti sono favorevoli alla campagna antiabortista in corso? E poi: quante di loro tra le cattoliche sceglieranno di votare per uno schieramento o per l'altro in base all'impegno del Polo o alla non belligeranza mostrata da alcuni dell'Unione nella suddetta campagna?
Non tantissime, se si parla in giro. Anzi, viene fuori che: (1) Il tifo pro Papa, il vecchio e il nuovo, spesso convive con convinzioni private disapprovate da ambedue. Sul sesso, le unioni non benedette dalla Chiesa, e l'aborto. Tanti son tornati a messa, ma non cambiano stile di vita, per niente. (2) Molte donne molto cattoliche (una minoranza in Italia ormai, comunque) non abortirebbero mai. Ma se interrogate rispondono che non cancellerebbero la legge 194, magari la modificherebbero, magari però non la considerano tanto una priorità; visto che (non avendo abortito) hanno tre figli, un mutuo, e scuole di zona che funzionano sempre peggio.
E vorrebbero sentir parlare di quello nei programmi elettorali, grazie. (3) Il " momentum " (direbbero i politologi americani) insomma lo slancio individuato dai neo-teo-conservatori in tema di religiosità e vita nel fallimento del referendum sulla fecondazione, forse è esagerato. Alla maggior parte degli italiani/e quel referendum non interessava. L'aborto è un'altra cosa. Tutte conoscono qualcuna che ha abortito, o lo hanno fatto/dovuto fare. Forse è un altro il referendum da ricordare, quello per l'abolizione della 194, nel 1981; quando le nonne e prozie beghinissime di molte di noi andarono a votare no, e per la prima volta pronunciavano la frase "è un diritto delle donne".
Non abortire clandestinamente, ché se ne sapeva qualcosa. (4) Per l'Unione, la campagna antiaborto rischia di essere un trappolone; per portare il dibattito lontano da economia, mutui, scuole ecc. (oddio, può far comodo anche all'Unione, laddove non ha idee chiarissime). Però: come gli Storace e i Cesa del partito devoto si accaniscono contro la 194 e la Ru486 dando per scontate le cattoliche, i cauti non necessariamente cattolici dell'opposizione reagiscono poco, dando per scontate le laiche di sinistra; tanto si sa che li voteranno lo stesso. E' triste essere date per scontate, o fa arrabbiare o deprime.
Berlusconi: nell'Unione i simboli del terrorismo
Redazione de l'Unità
Nel giorno in cui pure il Financial Times prova "sgomento" per il suo modo di governare, Silvio Berlusconi ripesca un evergreen del suo repertorio e si tuffa all'attacco dell'opposizione: "La democrazia e la libertà nel nostro Paese non sono ancora garantite perchè c'è una opposizione illiberale che ancora sventola nelle sue bandiere i simboli del terrorismo e dei partiti della tirannia". Berlusconi parla a Milano in serata, a un convegno dei Riformatori azzurri. Mentre il Financial Times, nell'editoriale di ieri, scrive: "Il modo in cui Silvio Berlusconi governa l'Italia non cessa mai di stupire e sgomentare. Troppo spesso, le sue priorità appaiono personali o marginalmente di partito. Straordinariamente è riuscito a mantenere la sua coalizione di centro destra insieme e rimanere in carica per quattro anni e mezzo". Il giornale della City sottolinea che il suo "ultimo successo è stato far passare attraverso il Parlamento dei grandi cambiamenti costituzionali senza nessun serio tentativo di un accordo trasversale. Nello stesso tempo è determinato a rovesciare la riforma elettorale che ha dato nella passata decade la tanto necessaria stabilità". "Non solo le misure sono contraddittorie - commenta Ft - ma rischiano di assorbire così tanto tempo al Parlamento che le uniche due riforme economiche significative del governo Berlusconi - pensioni e rafforzamento delle regole dei mercati finanziari - potrebbero non diventare legge prima delle elezioni del prossimo aprile". Il giornale londinese ricorda poi che Berlusconi "è ancora impegnato a far passare la legge che riduce i termini della prescrizione per reati come la corruzione, che potrebbe cancellare la condanna di Cesare Previti. E si è impegnato ad introdurre in tempo per le elezioni una nuova legge che elimina le restrizioni sulla propaganda elettorale, il che gli consentirebbe di sfruttare il suo vasto impero mediatico".
E il premier come risponde? "Non abbiamo mai trasformato Palazzo Chigi in una merchant bank, non abbiamo mai rubato, non abbiamo mai insultato la sinistra, non abbiamo mai usato le televisioni contro di loro e non abbiamo mai usato la giustizia contro di loro", dice arringando la platea milanese. Segue la solita distinzione tra comunisti dichiarati, come Rifondazione, e quelli nascosti, "più pericolosi", che si dicono "socialdemocratici, socialisti e addirittura liberaldemocratici senza smettere il sistema di lotta politica proprio del comunismo".
"Dolce vita addio", Economist contro l'Italia
Federico Fubini sul Corriere della Sera
Dolce vita addio. L'Economist, il settimanale di Londra di cui il Financial Times ha il controllo congiunto, ha pronta la sua inchiesta speciale sull'Italia. Sarà su internet giovedì sera e nelle edicole l'indomani. Ma già da quel che filtra dalla titolazione si annuncia una requisitoria senza sconti: su quel che il Paese ha fatto negli ultimi anni, ma soprattutto per quanto promette nei prossimi e per i sacrifici che dovrebbe accettare per scongiurare il declino. Autore è John Peet, il capo della sezione europea dell'Economist ed esperto di lungo corso delle peripezie italiane, se non altro per averle seguite da corrispondente a Bruxelles durante il varo dell'euro. Per il suo viaggio, Peet ha scelto con cura le guide alla crisi della seconda Repubblica.
Che alla fine figurino apertamente o no, fra le interviste Peet ha così inanellato Romano Prodi e Francesco Rutelli nel centrosinistra, uomini di governo, eretici del centrodestra come Marco Follini e Domenico Siniscalco, Luca Cordero di Montezemolo e Alessandro Benetton fra gli imprenditori, uomini di finanza (fra loro Pierleone Ottolenghi e Giovanni Tamburi), gli economisti Giuseppe Bertola e Tito Boeri. Né mancano alcune delle voci più ascoltate dell'Italia nel mondo, dall'ambasciatore Sergio Romano a Mario Monti. Proprio il presidente della Bocconi presenterà giovedì a Milano l'inchiesta con Marco Tronchetti Provera, numero uno di Telecom, il banchiere Enrico Salza e lo stesso Peet.
E il messaggio dell'Economist, corrosivo come sempre su Silvio Berlusconi e il suo governo, duro sulla diagnosi del ristagno dell'economia, aggiunge probabilmente un tassello. Perché Peet in Italia è sembrato anche scettico verso quella speciale corporazione che a lui appare la politica, decisa a resistere alla modernizzazione proprio come le altre che frenano la crescita.
Dunque niente ovvie schiarite per l'Economist in Italia, neanche dopo l'eventuale uscita di Berlusconi da Palazzo Chigi. Intanto però è il Financial Times a tornare su di lui: "Passerà alla storia - si legge in un editoriale di ieri - come l'uomo che ha sprecato un'occasione irripetibile (di riformare l'economia, ndr) per inseguire il suo egoistico programma".
BCE: in vista aumento dei tassi
Giuseppe Sarcina sul Corriere della Sera
BRUXELLES - Da una parte il rischio inflazione e gli annunci del presidente della Bce, Jean-Claude Trichet: "Siamo pronti ad aumentare moderatamente i tassi di interesse". Dall'altra le preoccupazioni per una crescita ancora fragile, con la polemica del lussemburghese Jean-Claude Juncker, presidente dell'Eurogruppo: "Il rialzo del costo del denaro non è imperativamente necessario". Dopo giorni di allusioni e mezze frasi le due linee di politica economica che attraversano l'Europa si manifestano con chiarezza. Tra Francoforte e Bruxelles rimbalzano numeri e tabelle che evocano due approcci e due strategie. Trichet, davanti agli europarlamentari di Bruxelles, ha spiegato ieri che "le prospettive dell'attività economica restano soggette a rischi di ridimensionamento" a causa, sostanzialmente, del caro petrolio. Niente di drammatico, precisa il numero uno della Bce. Tuttavia meglio cautelarsi, ritoccando i tassi base nell'immediato. Gli operatori finanziari traducono come segue: nella riunione del primo dicembre la Banca centrale porterà il saggio di interesse dal 2 al 2,25%, rimettendo in moto una leva rimasta ferma per 2 anni e 7 mesi. La mossa era nell'aria da diversi giorni, ma le parole nette di Trichet hanno fatto un certo effetto nelle capitali europee. I ministri delle Finanze ne avevano già discusso nell'Eurogruppo del 7 novembre e le inquietudini rimaste sotto traccia sono affiorate ieri, attraverso le dichiarazioni di Juncker: "Se la Bce dovesse aumentare i tassi guida sarà obbligata a dimostrare che ciò non bloccherà forze di crescita ancora fragili. La decisone non è imperativamente necessaria".
I governi della zona euro, sicuramente Francia e Germania, ragionano su un ciclo più lungo e guardano con apprensione ai timidi germogli della ripresa. Anche la Commissione europea, pur senza ammetterlo esplicitamente per "galateo istituzionale", farebbe volentieri a meno di tassi più alti. Il Commissario agli Affari economici, Joaquin Almunia, sostiene che il nocciolo duro dell'inflazione (al netto di petrolio e variazioni stagionali dell'alimentare) è sotto controllo. E' vero, nel 2006, i prezzi cresceranno del 2,2%, cioè sopra l'obiettivo del 2% fissato dalla Bce, ma l'anno successivo ripiegheranno, "spontaneamente", all'1,8%. Bruxelles e Francoforte, dunque, sembrano vivere in due Europe diverse. A dimostrazione che nei vertici ci si ritrova sempre tutti insieme (Trichet, Almunia, i ministri), ma raramente si arriva a una sintesi.
Il ritorno all'ordine dei fraticelli d'Assisi
Gad Lerner su la Repubblica
A meno di vent'anni dal 1986, decisivo momento di svolta nel pontificato di Karol Wojtyla, il suo successore Benedetto XVI ha intrapreso la via della restaurazione. Nel giro di pochi mesi Giovanni Paolo II aveva parlato a ottantamila giovani musulmani riuniti nello stadio di Casablanca (19 agosto 1985); varcato per la prima volta la soglia della sinagoga di Roma per abbracciarvi i "fratelli maggiori" ebrei (13 aprile 1986); proclamato una Giornata mondiale di preghiera per la pace ad Assisi, dove si recò pellegrino fra i pellegrini insieme ai capi delle religioni di tutto il mondo (27 ottobre 1986).
Una spinta ecumenica ardita e possente, culminata quel giorno nella città di san Francesco non certo in un'impossibile preghiera comune ma - come spiegò il cardinale Roger Etchegaray - nello "stare insieme per pregare".
Quel giorno fu proprio Etchegaray a preoccuparsi che i numerosi cardinali presenti al raduno conclusivo non occupassero tutte le prime file, in modo che ne uscisse esaltata la pluralità delle presenze religiose. George Weigel, biografo di Giovanni Paolo II, annota che tale richiesta suscitò proteste. Del resto nella curia vaticana lo stesso progetto interreligioso di Assisi aveva destato numerose opposizioni.
Quell'evento naturalmente enfatizzò la speciale autonomia concessa nel 1969 da Paolo VI ai francescani di Assisi: la cittadella umbra diveniva capitale mondiale di una spiritualità ecumenica ben oltre i confini della cristianità che pure l'aveva generata. Impossibile prescindere dal ricordo di quella Giornata storica oggi che Benedetto XVI decide di ripristinare la disciplina vescovile sulla basilica di Assisi, col plauso dell'uscente monsignor Sergio Goretti che denuncia "queste assurde enclave autonome sulle quali non avevo nessun potere".
Papa Ratzinger non è certo uomo restio alla sfida delle idee. L'hanno dimostrato anche i suoi colloqui estivi a Castelgandolfo con il portavoce dei lefèbvriani, con Oriana Fallaci, con Hans Kung. Ma evidentemente la sua visione pessimistica circa lo stato di salute del cristianesimo nel mondo contemporaneo lo conduce a esercitare il suo pontificato innanzitutto come ripristino di una tradizione avvertita come pericolante. Nell'idea - presumo - che i fedeli sottoposti all'offensiva del pensiero scientista, nichilista o scettico, per non parlare dell'islam, debbano trovare un punto di riferimento saldo nella dottrina e nei suoi legittimi rappresentanti. Temo lo incoraggi in questa direzione anche lo spropositato peso politico attribuito alla Chiesa da leader e intellettuali ad essa estranei, portatori di un nuovo pensiero reazionario generato dal tempo di guerra.
Ma è un dato di fatto che il papa sta procedendo al ripristino della tradizione attraverso una serie di segnali coerenti, nell'intento probabile di porre fine a controversie aperte nel mondo cattolico fin dall'epoca del Concilio.
Prima ancora della revoca dell'autonomia alla basilica di Assisi, merita di essere ricordata una decisione significativa in materia di dialogo con il mondo ebraico: la scelta di farsi rappresentare dal cardinale Lustiger, figura eminente e autorevole di ebreo convertito, alla celebrazione vaticana del quarantesimo anniversario della Nostra Aetate. Ben comprendo la decisione del rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, che ha disertato quella cerimonia. Non poteva sfuggire a Joseph Ratzinger, che partecipò ai lavori conciliari da giovane teologo, quanto avesse pesato in quell'acceso dibattito l'interrogativo sulla conversione degli ebrei.
Era stato proprio Ratzinger a confidare al cardinale Congar che Paolo VI "sarebbe convinto della responsabilità collettiva del popolo ebraico nella morte del Cristo" ("Storia del Concilio Vaticano II", vol.4, pag. 177, a cura di Giuseppe Alberigo, Peeters/Il Mulino). E in effetti il 21 maggio 1964 papa Montini aveva raccomandato per iscritto che al documento conciliare fossero aggiunte parole "circa la speranza della futura conversione d'Israele", in quanto "la condizione in cui gli ebrei si trovano ora - anche se degna di rispetto e simpatia - non è da approvarsi come perfetta e definitiva".
Certo il richiamo all'ordine gerarchico della basilica di Assisi è scelta assai più appariscente. Un messaggio preciso che farà il giro del mondo e non a caso ringalluzzisce tutti coloro che nella Chiesa mal sopportavano la vocazione ecumenica dei francescani, accusati di sincretismo religioso e di pacifismo irenistico. Giovanni Paolo II era già stato raggiunto dalle critiche di teologi tradizionalisti come Inos Biffi e Divo Barsotti ("L'ho scritto al papa, due volte, che non vedevo di buon occhio l'incontro interreligioso di Assisi dell'ottobre 1986"). Ora il successore evita di sferrare un attacco diretto a Wojtyla, ma ne delegittima la profezia dirompente. Restringe il significato della speranza ecumenica.
È evidente il tentativo di recidere per via amministrativa la linfa vitale dello spirito di Assisi: perché il dialogo intrapreso dagli eredi di frate Francesco presupponeva una disponibilità a lasciarsi vicendevolmente trasformare nella relazione con l'altro, senza timore di una contaminazione che di certo non allontana, ma semmai rivitalizza la fede. Da decenni la cittadella di Assisi è sede di incontri fecondi con la società italiana e con tante realtà mondiali. Immagino che adesso molti credenti leggeranno in una nuova luce la scelta altra di chi - come Enzo Bianchi - nel 1968 ha fondato a Bose una comunità monastica preservata al di fuori dai vincoli dell'ordinazione sacerdotale, e dunque della disciplina diocesana, anche per salvaguardarne la vocazione ecumenica.
Benedetto XVI ha eretto un nuovo recinto. Ma i recinti nel mondo contemporaneo non proteggono la fede, la mortificano. Per questo mi sento di adoperare la parola: restaurazione.
Devolution:l´Italia ridotta a pezzi
Giorgio Bocca su la Repubblica
L´Italia dei sogni e degli imbrogli ha votato la devolution, cioè un trasferimento di poteri dallo Stato unitario alle Regioni che, a dirlo così, sembra una riforma civile e meritoria se in pratica non consistesse, nel desiderio dei piccoli corpi amministrativi di partecipare anche loro alla spartizione dei soldi e dei privilegi, come dimostra la gran voga del viaggio a New York, a sbafo, di consiglieri regionali con mogli o amanti.
Che cosa pensano gli italiani quando vedono sui giornali articoli e fotografie sul "trionfo di Bossi"? Pensano che la sua clientela elettorale passerà presto alla cassa. Una riforma dello Stato si giudica dalla classe di governo che produce.
Ebbene, nel paese Italia così come è, e non come lo si sogna, gli anticipi di devolution sono stati disastrosi. È di questi giorni lo scioglimento in Campania di cinque consigli di comuni-città di oltre centomila abitanti e di decine di Asl sanitarie. La vecchia tesi che il mancato sviluppo del Sud dipendeva dalla mancanza di capitali, di soldi, si è dimostrata falsa. Il Sud, da quando se ne interessa l´Europa, non è mai stato così ricco di soldi anche se purtroppo resta legato ai suoi vizi e alle sue clientele. In una grande regione, la Sicilia, siamo alla mafia che finge di avere schifo di se stessa, in altre si invoca l´intervento dell´esercito e perfino il ricco e civile Nord, la ricca e civile Milano se vuole avere amministratori capaci pensa a un medico di chiara fama o a un prefetto.
Il "trionfo" di Bossi è, lo sappiamo tutti, un falso trionfo legato a filo doppio al carro di Berlusconi che di trionfi apprezza solo i suoi, ma comunque un trionfo preoccupante. Perché una costante della Lega di Bossi partita come reazione alla partitocrazia, al craxismo, allo Stato soffocante, alla burocrazia dei "terroni" è stata poi di puntare regolarmente al peggio: il duce Bossi che allora parlava di una Lega "partigiana" è passato armi e bagagli al governo della destra assieme agli eredi della Repubblica di Salò e magari di questo schieramento retrogrado è il più retrogrado. Il suo ribellismo autonomista si è saldato con quello affaristico di Berlusconi, la Lega come causa-effetto della crisi dello Stato, l´ha peggiorata anziché curarla. Questa vocazione al peggio, questa scelta automatica del peggio autorizza a diffidarne. Nella vita culturale della Lombardia non hanno trovato di meglio che rifugiarsi in una mitologia druidica, l´ampolla alle sorgenti del Po, il sole delle Alpi e oggi come candidati agli Ambrogini d´oro del Comune la Fallaci e il vescovo di Como Maggiolini, massimi esponenti del partito delle crociate...
La devolution, dentro lo sfascio, è una bomba a orologeria che esploderà nella fragile unità del Paese. Sembra che la classe dirigente italiana non si renda conto della crisi profonda della democrazia e della stessa unità della nazione. Cinque regioni del Sud sono praticamente ammalate di mafia. Per più di mezzo secolo abbiamo affidato la difesa dello Stato ai suoi migliori ufficiali, prefetti, questori, giudici, poliziotti che hanno anche sacrificato la vita per difendere la Repubblica unita e democratica. Una Repubblica che si proclama fondata sulla Resistenza e sul lavoro, retorica fin che si vuole, ma sempre meglio di quella celtica. Perché uno degli aspetti peggiori delle combine fra leghismo e berlusconismo è la confusione delle idee e dei programmi, la licenza generale a cambiar gabbana: un neofascismo che vota contro l´unità del Paese, un solo deputato di Alleanza nazionale, il professor Fisichella, che abbia il coraggio di dichiarare che la devolution non fa parte della sua cultura e non si sa bene dove sia finito quel Fini che in una intervista mi dichiarava che del fascismo apprezzava la prevalenza della politica sull´economia.
L´alleanza tra Bossi e Berlusconi che ha partorito la devolution è, a ben guardare, un´alleanza di affari. A entrambi e ai loro attivisti e cortigiani va bene uno Stato che non funziona, un federalismo come in Russia dove le mafie criminali ed economiche possono fare i loro comodi, dove l´autonomia consiste in nuove dittature camuffate. Gli va bene anche la demagogia che ignora che il federalismo, come la democrazia, funzionano dove ci sono dei dirigenti onesti e colti. Il problema non è se siano formalmente di destra o di sinistra. La destra storica in Italia costruì la nazione, dotò di strade, di ferrovie, di scuole. Ma nell´alleanza fra Lega e berlusconismo di classe dirigente costruttrice di una nazione non si vede neppure l´ombra, si vedono solo appetiti gagliardi e promozione di cortigiani affaristi.
Occasione storica in Palestina
Sandro Viola su la Repubblica
Non era stato difficile prevedere che il ritiro da Gaza avrebbe avuto conseguenze importanti nella politica israeliana: ma nessuno s´era spinto sino ad immaginare il vasto, decisivo sommovimento di questi ultimi dieci giorni.
L´elezione del sindacalista e sefardita Amir Peretz alla leadership del Labor, l´uscita di Sharon dal Likud per formare un nuovo partito, la convocazione a marzo di elezioni anticipate. In meno di due settimane, quindi, la scena politica d´Israele ha mutato faccia. Un cambiamento (un "big-bang", lo hanno definito i giornali israeliani) che riflette le attese createsi nella maggioranza della società con lo sgombero da Gaza, e destinato a migliorare le prospettive del negoziato da cui dovrebbe nascere, finalmente, lo Stato di Palestina.
Cominciamo dalla rottura tra Sharon e il Likud, il partito che aveva contribuito a fondare nel 1973 e di cui è stato per sei anni (sino alle divisioni interne provocate dal suo piano di ritiro da Gaza) il leader indiscusso. Lo strappo è clamoroso, per non dire drammatico, ed ha un solo, chiarissimo significato. Sharon ha capito che restare legato al Likud e alle sue appendici, i sionisti religiosi e l´estrema destra nazionalista, non gli avrebbe consentito di portare avanti il processo di pace così com´è delineato nella "road map". In una conferenza stampa, ieri sera, lo ha detto in modo esplicito: se anche avesse vinto alla testa del suo vecchio partito le prossime elezioni, il nuovo governo si sarebbe trovato esposto ad una continua, turbolenta e logorante dissidenza interna.
Perciò ha lasciato, e andrà alle elezioni con un nuovo partito che egli definisce "centrista", nel quale dovrebbero confluire una parte del Likud (se non addirittura una metà, a sentire alcuni commentatori politici israeliani), forse una frangia della sinistra e forse il partito Shinui di Tony Lapid. Si tratta d´un azzardo, d´un gesto non abbastanza meditato? No.
Sharon conosce bene il suo paese e gli umori che vi circolano. E prevede quindi che una maggioranza elettorale non si possa raccogliere in Israele, oggi, senza un programma di trattative dirette e indirette con i palestinesi, così da approdare a un compromesso territoriale e all´arresto, sia pure non immediato e definitivo, della violenza armata.
Lo Sharon di quest´ultimo anno continua a stupire. La sua inversione di marcia è sempre più spettacolare. Prima ha smantellato - lui, il massimo architetto della colonizzazione ebraica dei territori occupati - le colonie di Gaza; poi ha fatto capire di voler sgombrare in futuro gli insediamenti più isolati della Cisgiordania; e ieri s´è sbattuta alle spalle la porta del Likud, provocando così un probabile disfacimento del partito in cui ha militato per tre decenni. Ma a guidarlo, adesso che è tramontato il sogno del Grande Israele cui aveva dedicato quasi intera la sua vita, sono il suo pragmatismo e l´attaccamento al potere. Da un lato il fallimento dell´occupazione (fallimento politico, economico e morale) è divenuto infatti evidente, dall´altro una maggioranza del paese e il governo degli Stati Uniti premono perché riparta al più presto il negoziato con i palestinesi. Deciso a guidare il prossimo governo di Gerusalemme, Sharon ha quindi scelto la rottura con le destre.
Anche perché intanto c´era stato l´ingresso sulla scena di Amir Peretz. Col suo solo emergere al vertice del Labor, il sindacalista che dirige l´Histadrut, la potente centrale sindacale israeliana, aveva già in parte terremotato il quadro politico del paese. Ex esponente del movimento pacifista, da tempo sostenitore d´un contenimento del bilancio militare a favore d´una più larga spesa sociale, Amir Peretz andrà alle elezioni sbandierando il disastro della politica di colonizzazione nei territori occupati.
Le enormi risorse finanziarie fagocitate dai coloni in questi trentott´anni, la cui conseguenza è la povertà di quasi un terzo degli israeliani. Dunque la necessità - anzi l´urgenza - d´un ritiro graduale e negoziato dai territori occupati.
Lo sfondo politico israeliano aveva cominciato a trasformarsi la scorsa estate, quando s´era capito che esisteva ormai una maggioranza favorevole alla fine dell´occupazione dei Territori. Ma oggi è definitivamente modificato. Basta pensare, oltre a quel che s´è già detto, all´ultimo atto importante del governo in carica: l´accettazione d´una presenza internazionale al valico di Rafah, tra Gaza e l´Egitto. Una presenza che nel quadro del conflitto con i palestinesi, i governi israeliani avevano in passato sempre respinto.
Insomma: chi vorrà vincere alle prossime elezioni, dovrà promettere agli israeliani ogni sforzo possibile per approdare ad un compromesso territoriale con i palestinesi. Il che vuol dire che l´incertezza, a questo punto, non riguarda tanto la volontà di pace in Israele. Riguarda la volontà, la capacità della leadership palestinese di cogliere un´occasione storica e forse irripetibile.
22 novembre 2005