MILANO - Se lascerà che "vitali riforme economiche" siano accantonate nell'ultimo scorcio di legislatura a beneficio di provvedimenti come la salva-Previti o la revisione della par condicio, Silvio Berlusconi "passerà alla storia come l'uomo che ha sprecato un'opportunità unica per fini egoistici". A sostenerlo è il "Financial Times" in un fondo intitolato "Il governante che divide".
Per il quotidiano della City il presidente del Consiglio "non finisce mai di stupire e di sconcertare" perchè "troppo spesso le sue priorità sembrano essere personali o di partito". E anche la devolution e la riforma elettorale, "imposte" senza "un serio tentativo di coinvolgere l'opposizione", sono per il Financial Times leggi "contraddittorie" che rischiano di impedire l'approvazione delle "uniche riforme economiche significative del governo Berlusconi", ovvero "la riforma del sistema pensionistico e norme più stringenti per i mercati finanziari".
Riforme che sembrano tanto più urgenti dopo i deludenti dopo l'allarme sul calo di competitività dell'Italia lanciato dalla Commissione europea e i dati del Pil italiano del terzo trimestre, che hanno messo a nudo la debolezza della nostra economia: mentre Germania e Eurozona hanno accelerato il ritmo (+0,6% rispetto al trimestre precedente), l'Italia ha infatti frenato la crescita (+0,3% t/t contro il +0,7% t/t del periodo aprile-giugno).
E anche gli economisti sostengono la necessità di effettuare riforme strutturali, l'unica via di uscita per l'Italia per poter recuperare competitività e dare nuova vitalità alla propria economica, che ormai fa parte integrante dell'Unione monetaria.
Quanto al Tfr, questa dovrebbe essere la volta buona, dopo tanti rinvii, per l'approvazione del dlgs. Secondo quanto detto dallo stesso presidente del Consiglio, il decreto abbisogna ancora di qualche limatura, ma il via libera al provvedimento che il ministro del Welfare, Roberto Maroni, ha portato avanti con ostinazione, dovrebbe essere scontato, anche perchè il primo gennaio, data nella quale dovrebbe partire la riforma del trattamento di fine rapporto, è sempre più vicino.
Per ciò che concerne la legge elettorale, domani, martedì 22, la conferenza dei capigruppo del Senato dovrebbe fissare la sua calendarizzazione per l'aula di Palazzo Madama. Molto probabilmente la maggioranza deciderà per la prossima settimana, anche perchè, se il Quirinale dovesse rinviare alle Camere il provvedimento per vizi di costituzionalità, ci sarebbe ancora un margine di tempo sufficiente per un successivo voto del Parlamento.
Se l´embrione è più importante di una donna
Stefano Rodotà su la Repubblica
Con un parere assai singolare, ma del tutto coerente con la impostazione sempre più ideologica delle questioni riguardanti la vita, il Comitato nazionale per la bioetica ha proposto di dare via libera all´ "adozione" degli embrioni attualmente congelati. Singolarità e ideologia derivano dal fatto che questa proposta contraddice con grande disinvoltura molti degli argomenti spesi appena ieri con aggressività contro coloro che sostenevano il referendum per l´abrogazione della legge sulla procreazione medicalmente assistita.
Ma, da parte cattolica, si dice esplicitamente che ogni mezzo è legittimo quando si tratta di salvare embrioni altrimenti destinati alla distruzione.
Quando la donna sola pretende d´essere considerata un essere pensante, di cui va rispettata l´autonomia di decisione in un ambito che davvero è suo, cala la riproduzione e si vieta il suo accesso alla riproduzione assistita.
Quando, invece, ad essa si guarda come ad un puro contenitore, utilizzabile per realizzare una finalità ritenuta socialmente rilevante, allora quell´accesso diventa di colpo legittimo. Ancora una volta il corpo della donna viene considerato come un "luogo pubblico" di cui il legislatore può impadronirsi, regolandolo a proprio piacimento.
Così l´opportunità offerta alla donna sola viene pagata con la lesione della sua dignità e con una impostazione sostanzialmente ricattatoria: o accetti la degradazione a contenitore o rimarrai prigioniera del divieto. E questo modo di impostare la questione rafforza i dubbi sulla legittimità costituzionale dell´esclusione delle donne sole dall´accesso alle tecnologie della riproduzione sulla base di una "condizione personale", in palese violazione del principio di eguaglianza affermato dall´articolo 3 della Costituzione.
Consideriamo l´altro spiraglio, quello dedicato alle coppie fertili.
Permane la considerazione della donna come contenitore alla quale si accompagna l´abbandono di un´altra premessa della legge, proclamata fin dall´articolo 1, quella che considera la procreazione assistita esclusivamente come una terapia della sterilità. Inoltre, dopo i mille anatemi contro la fecondazione eterologa, si propone di imboccare una strada che va esattamente in questa direzione.
Si conferma così la fragilità dell´assetto sul quale poggia l´attuale legge, la sua impostazione sostanzialmente ideologica e l´intenzione di modificarla solo laddove premono ragioni altrettanto ideologiche.
Tutto per l´embrione, purché nasca. Nulla a chi è già nato, ai bambini adottabili, che possono rimanere privi della possibilità di inserimento in un nucleo familiare anche quando vi sia la richiesta di adozione da parte di una persona sola.
Di tutto questo bisogna avere consapevolezza, perché si tratta di materie nelle quali proprio la pesantezza delle scelte etiche e delle decisioni giuridiche muta il quadro delle libertà e dei diritti, della stessa condizione esistenziale. Accettando senza riserve la logica che sta alla base del parere del Comitato di bioetica, ad esempio, si rischia di fornire una legittimazione alla richiesta di chi vuole la presenza di rappresentanti del Movimento per la vita nei consultori. Se si segue acriticamente la logica della tutela dell´embrione ad ogni costo, infatti, quella richiesta diventa obiettivamente più forte perché qui si è in presenza di un feto. La modifica della legge sulla procreazione assistita può così divenire l´insidiosa premessa per manipolazioni della legge sull´aborto.
Di nuovo alle donne si guarda con scarso rispetto. In un momento difficile e drammatico, qual è appunto quello della decisione di interrompere la gravidanza non si vuole offrire ad essa informazione e dialogo, ma imporre la presenza di attivisti, pregiudizialmente ostili alla decisione che potrebbe essere presa, con un inammissibile effetto di colpevolizzazione. Qui non è questione d´essere laici o cattolici. E´ in gioco la dignità della persona, un valore davvero inviolabile.
Un giorno è l'aborto, quello dopo la devolution, quello dopo ancora entrambi gli argomenti. Il quotidiano dell'Unione, La Repubblica, si esalta quando nel mirino di Camillo Ruini c'è la riforma di Bossi, un po' meno quando l'intervento riguarda altre leggi, come se fosse possibile giudicare un metodo a seconda di quanto si sia di volta in volta d'accordo sul merito. Fassino si scopre credente. Bertinotti guarda da un'altra parte. Non che si concentri su questioni secondarie: però riflettere su quanto santa madre chiesa sappia ancora tenere al centro delle sue speculazioni l'essere umano, laddove la politica pensa solo al mercato, non assolve dal compito di contrastare altre e più discutibili attività della stessa chiesa. Le critiche che la Cei prima, l'Osservatore romano poi, hanno mosso alla riforma costituzionale imposta da Umberto Bossi sono condivisibili. Il che non diminuisce di un milligrammo la preoccupazione crescente per un intervento del Vaticano nella politica italiana che si fa di giorno in giorno più diretto e sfrontato. Né vale affermare che la sfera di competenza della chiesa abbraccia questioni che la devolution tocca da vicino, come la difesa dei soggetti più deboli e la salvaguardia dei diritti elementari delle persone. Quando i vescovi arrivano a proporre un emendamento alla nuova Costituzione, quasi dettandolo parola per parola, in discussione ci sono non più i princìpi ma la loro applicazione mediante leggi e regolamenti. C'è la politica.
La crescente invadenza del Vaticano nella vita italiana è una risposta al problema che angustia la chiesa da oltre un decennio, da quando, con l'improvviso inabbissarsi della Dc, è venuto a mancare un partito cattolico capace di funzionare come cinghia di trasmissione ed elemento di mediazione politica tra lo stato vaticano e quello italiano. Le gerarchie ecclesiastiche non difettano di senso della realtà, conoscono la politica molto meglio di Rocco Buttiglione. Neppure per un attimo hanno sperato di poter dare vita a un nuovo partitone cattolico. Hanno invece lavorato a lungo, con notevole successo, per affermare una discreta ma ferma egemonia su entrambi i poli.
Oggi possono porsi obiettivi anche più ambiziosi. Possono azzardare una discesa diretta in campo, come una forza politica certamente anomala ma tra le più potenti e ascoltate. E' una scommessa difficile, ma autorizzata, quasi consigliata, da una situazione nella quale nessuno si stupisce se in tv si dibatte sull'opportunità o meno di dare alle fiamme il blasfemo Darwin, come attivamente opera per fare il ministro dell'Istruzione. E' una scommessa dall'esito incerto, ma del tutto plausibile nel paese in cui il principale leader della sinistra radicale si preoccupa più di non apparire «laicista» e «anticlericale» che di frenare la deriva, e dove i pochi leader che cercano di porre limiti all'invadenza ecclesiastica vengono bersagliato quotidianamente degli stessi compagni di coalizione neanche fossero Giordano Bruno. Da tutti. Rifondazione inclusa.
Iraq: spari Usa su auto civile, 5 morti
Una famiglia stava andando a un funerale: tre bambini uccisi. Il comando americano ammette l'errore ma dice: «Sono arrivati troppo veloci a un posto di blocco. Tensione colpa di al-Zarqawi»
BAGDAD - Cinque morti e tre feriti, componenti di una stessa famiglia, falciati da colpi americani a un posto di blocco presso Baquba. Un minibus con a bordo un famiglia andava da Balad a Baquba per un funerale ma, affermano fonti ufficiali Usa, il veicolo è arrivato alle 8 (le 7 in Italia) a
velocità sostenuta a un posto di blocco. I soldati americani hanno sparato uccidendo cinque persone (tra cui tre bambini con meno di 5 anni), tre i feriti. «È una tragedia», ha detto il maggiore Steve Warren, portavoce delle forze statunitensi a Baquba, secondo il quale però le vittime sono tre: due uomini e un bambino (ma c'è una fotografia - che non pubblichiamo data la sua crudezza - che dimostra che i bambini morti sono almeno due, di cui uno indossa ancora la tutina da neonato) e i feriti quattro. «Queste tragedie avvengono solo perché al-Zarqawi e i suoi sono là fuori in giro con autobombe».
Israele, terremoto dopo le dimissioni di Sharon
sommari de l'Unità
«Responsabilità nazionale». Questo il nome della nuova formazione di centro che Sharon sta in queste ore cercando di mettere in piedi dopo aver deciso di lasciare il Likud, alla cui nascita aveva contribuito , che lo ha scaricato da quando ha deciso di mettere fine alla presenza ebraica nella Striscia di Gaza. E a destra il terremoto politico potrebbe portare alla formazione di un'alleanza fra lo stesso Likud e tre piccoli partiti.
L'ultima spallata di Arik il guerriero e una partita ancora tutta da giocare
F. Batt. sul Corriere della Sera
GERUSALEMME Should I stay or should I go? Devo andarmene sì o no? L'ultimo strattone, il commento ironico d'un giornale che faceva il verso alla canzone dei Clash e se lo chiedeva: dov'è finito l'Ariel Sharon che conoscevamo, il militare che non ci aveva pensato un attimo a buttarsi nel fuoco del Kippur in guerra, a fare quel che ha fatto in Libano, a tenere con mano salda il suo Likud e il suo governo? I novanta giorni che hanno (ri) sconvolto la vita politica d'Israele sono stati l'indecisa passione del più decisionista dei premier.
L'uomo del Muro, l'unico che aveva osato imprigionare l'arcinemico Arafat, proprio lui incapace di staccarsi l'arpione degli oppositori nel Likud?
«Questa è la decisione più difficile della sua vita», scrive Ben Caspit, commentatore di Ma'ariv. La scelta, l'addio al partito che aveva contribuito a fondare nel 1973, Ariel Scheinermann detto Sharon, nome di battaglia Arik, undicesimo premier d'Israele, l'ha scodellata nel deserto del Negev. Ma il concepimento, dicono, è roba di quest'estate. Dall'inizio del ritiro da Gaza, agosto, dalle contestazioni dei coloni e dalle dichiarazioni «non devo chiedere perdono di niente», dal mugugno nel partito che aveva due voci, Bibi Netanyahu e Uzi Landau, e un sottofondo sempre più forte.
vediamo se la maggioranza c'è.
Non c'era, e s'è capito subito. A settembre, quando cominciano le primarie del partito, ad Ariel fanno anche lo sgambetto d'un microfono muto. Il vecchio Arik risponde come sa, blocca la mozione dell'inviso Bibi, congela il voto. Ma è solo un rinvio: due settimane fa, quando la destra radicale manda in minoranza il governo, il premier vede che ormai c'è poco da fare. I sondaggi non fanno che darlo vincente, ma lui si sente in trappola: con una maggioranza ostaggio dei 13 ribelli, come proseguire lo smantellamento delle colonie? Come garantire, agli Usa e all'Europa, che indietro non si torna? Gli eventi precipitano.
Arrivano le pressioni di Condoleezza Rice e del mediatore internazionale, Wolfensohn, che hanno fretta di chiudere la partita di Gaza (venerdì si riaprono i valichi) e di ripartire con gli altri smantellamenti.
Sharon tentenna, non è sicuro. Insieme, arriva la sfida imprevista. Il crollo di Peres, l'ascesa di Peretz nel Partito laburista. Uno, questo uomo nuovo, che sulla pace potrebbe perfino trovare comunanze col nuovo partito di Ariel («proporremo ai palestinesi un accordo sul rispetto reciproco», dice il capo laburista, perché «uno Stato palestinese è nell'interesse d'Israele» e bisogna «uscire dalle sabbie mobili dei Territori», pur sapendo che «la lotta al terrorismo si fa senza compromessi»); uno che vuole riaprire la questione Gerusalemme («dev'essere l'unita, eterna capitale d'Israele»), uno che cerca bottino proprio fra i poveri delusi dalla destra («non siete voi ad abbandonare il Likud è il motto è il Likud che ha abbandonato voi»). Andarsene sì o no? Il dado è tratto. La partita, tutta da giocare.
Esplode la crisi Gm, 30mila licenziamenti
Esplode la crisi di General Motors: la casa automobilistica guidata da Rick Wagoner ha annunciato 30mila tagli della forza-lavoro entro la fine del 2008.
C.B. su Il Sole 24 Ore
Il gruppo di Detroit chiuderà inoltre 12 impianti e ridurrà le operazioni in 9 siti produttivi. La mossa consentirà di risparmiare 7 miliardi di dollari entro la fine del 2006. Il gruppo, che dà lavoro a 325mila persone nel mondo, ha spiegato che la maggior parte dei tagli saranno effettuati attraverso pensionamenti anticipati e mancato rinnovo di contratti in scadenza. Nel giugno scorso Gm aveva dichiarato che i tagli entro il 2008 sarebbero stati circa 25mila, una cura che i mercati avevano però giudicato insufficiente. Gm ha inoltre concluso con il sindacato un accordo che le consentirà di ridurre la spesa sanitaria di circa 3 miliardi di dollari su base annua e prima delle imposte.
«È stata una decisione difficile ma necessaria - ha spiegato Wagoner - per allineare i nostri costi a quelli dei nostri concorrenti». Per Gm in crisi si sta aprendo dunque uno scenario tragico, che ricorda da vicino la dolorosa chiusura, a fine anni ottanta, della fabbrica nella cittadina di Flint del Michigan descritta da Michael Moore nel film «Roger&Me» del 1989. Mentre Gm riduce la capacità produttiva, Toyota sta portando avanti i suoi progetti di sviluppo produttivo in Nord America e potrebbe presto scavalcare la casa di Detroit come primo produttore di auto al mondo.
YICHANG (Provincia di Hubei, Cina) Non è come in Egitto quando, per la prima volta nella vita, ti si para davanti una piramide e provi un'emozione infantile, profonda, arcana: la Diga delle Tre Gole, appena si profila laggiù in fondo tra le montagne, provoca un effetto diverso, un senso d'oppressione e quasi di sgomento. Questo sipario di cemento armato calato sulle acque del fiume Yangtze è certamente un capolavoro di ingegneria idraulica e non stupisce che i cinesi lo considerino con orgoglio la loro seconda Grande Muraglia, eretta duemiladuecento anni dopo la prima.
Ma la più grande diga del mondo, ha ricordato uno scienziato, il professor Sumy dell'Università di Nyagata, in Giappone, può anche costituire una minaccia permanente: «Per avere un'idea della potenza d'urto dell'onda sollevata da un'eventuale frana ha detto bisogna ricorrere ai numeri: nel bacino del Vajont che conteneva 168 milioni di metri cubi d'acqua, la frana provocò un'onda d'urto della forza di 100 milioni di tonnellate d'acqua che volò sopra la diga; in un bacino che contiene 39 miliardi 300 milioni di metri cubi d'acqua (tale è la capacità d'invaso delle Tre Gole), cosa potrebbe provocare una frana simile? È perfino difficile immaginare gli effetti di un'onda di tali proporzioni che spazza la pianura davanti a sé per centinaia di chilometri.
Davanti e sotto questa diga si trovano due città di dimensioni diverse, Yichang e Wuhan, rispettivamente di un milione e cinque milioni di abitanti e, un poco più distante, la megalopoli più inquinata del pianeta, Chongqing, coi suoi 30 milioni di esseri umani stipati come sardine in un barile e quotidianamente avvelenati dalle esalazioni delle fabbriche e degli impianti chimici. E comunque, 13 grossi capoluoghi, 140 centri urbani di media estensione e una caterva di villaggi (1352, per l'esattezza) sono già stati sommersi e cancellati dalla crosta terrestre dall'acqua del lago artificiale che in otto anni ha provocato l'evacuazione forzata di circa due milioni di persone.
Era sorprendente hanno più volte sottolineato gli storici che la Cina, detentrice di tanti primati nel campo della tecnologia più avanzata, avesse scoperto con ritardo la necessità di erigere sbarramenti adeguati a contenere e «regimentare» l'impeto e la forza di un fiume come lo Yangtze, il più lungo del Paese (6378 chilometri dagli altipiani del Tibet al Mar Cinese Orientale) e il quarto nel mondo.
Ci sono voluti 49 anni per individuare il sito adatto (le Tre Gole, appunto) e 75 per realizzare il progetto.
Dopo tanta attesa, i dati sul livello e le dimensioni della struttura non potevano deludere. Alta 183 metri e larga 2060, la Grande Muraglia sullo Yangtze avrebbe sostenuto più che degnamente il confronto con le consorelle di Hoover, di Assuan, del Quebec, del Vajont. Alle sue spalle si sarebbe formato un lago di 960 kmq lungo quasi 600 chilometri. La produzione di elettricità, otto volte superiore a quella di Assuan sul Nilo, avrebbe battuto qualsiasi centrale elettrica europea e raggiunto la metà di quella fornita dalla mastodontica barriera di Itapu, nel Paraguay, classificata questa sì come la diga più grande del mondo.