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a cura di G.C. - 18 novembre 2005


Nazione svenduta dagli irresponsabili
Giorgio Bocca su
la Repubblica

Per un pugno di voti! Il potere è tutto per i politici ma che per il potere i moderati italiani vendano l´Italia a Bossi e alla Lega è mostruoso, inverosimile. Il fatto che sembri inverosimile agli stessi che lo celebrano in Parlamento, il fatto che tutti pensino al referendum abrogativo di questo obbrobrio, che tutti abbiano già provveduto a svuotare questa devolution o come tutti la chiamano alla maniera dialettale devoluscion, come una medicina intestinale, come una polvere anti piattole non è un segno di prudenza ma di irresponsabilità. Lo è soprattutto perché il federalismo italiano, questo tema centrale della democrazia italiana, questo tema che da Mazzini a Cattaneo fu il rovello degli italiani migliori è oggi gestito, come una partita di sottogoverno, da un gruppo di localisti senza arte né parte. Persino i vescovi sono scesi in campo per denunciare le storture, i rischi sociali e le ingiustizie che deriverebbero dall´Italia frammentata voluta da Bossi. E un minuto dopo l´approvazione della riforma Casini ha sentito il bisogno di smarcarsi, dichiarandola "non convincente": come a dire l´ho votata, ma ora gli italiani la boccino pure.
A guardare la fotografia della famiglia regnante della Lega, Bossi con la moglie casalinga e i figli, c´è da rimpiangere persino la famiglia Savoia, con il re Vittorio "sciaboletta" e la regina montenegrina. E c´è da piangere con rabbia se si pensa alle immagini che la Resistenza ha lasciato al paese, i quattro partigiani delle Langhe che vanno alla fucilazione, senza una lacrima, con il fazzoletto partigiano al vento che arriva dal mare non lontano di Liguria, guardati a vista dai brigatisti neri ma non disperati, dopo di noi la vita continua, dopo di noi ci sarà una Italia libera.
Un trionfo di Bossi, hanno titolato alcuni giornali. Senza vergogna. Un solo iscritto di Alleanza nazionale, del partito nazionalista, il professore Fisichella ha avuto il coraggio di dire no a questo suicidio nazionale. Perché anche se i post-fascisti hanno venduto l´anima a Berlusconi, anche se l´Italia moderata rinnega la nazione per i soldi la nazione esiste. E di cosa si sono preoccupati i suoi compagni di partito? Non della sua scelta politica, ma del suo seggio in Parlamento: "Fisichella ce lo restituisca, è nostro".
La guerra partigiana è stata molto importante nella storia della nazione perché è stata una guerra di popolo volontaria per guadagnare il biglietto di ritorno dalla dittatura alla democrazia. Ma la peggiore calunnia che le sia stata e le sia ancora rivolta è che sia stata in parte guerra contro la nazione. Al 25 aprile del '45 essa era compattamente guerra unitaria e quando si seppe che in Sicilia era in corso un movimento secessionista le formazioni partigiane si offrirono di rimandare il congedo e di intervenire per l´unità.
L´Italia una del Risorgimento non è stata un modello di nazione. "Ah non per questo dal fatal di Quarto" ebbero a lamentare generazioni di italiani, non per le dittature borghesi, non per il Regno, poliziesco e gretto, non per la partitocrazia corrotta, ma pronti a difenderla come un bene raggiunto nei secoli, con il sacrificio degli italiani migliori, delle élites della cultura della scienza e dell´arte e non di una minoranza che sa esprimere solo una politica ricattatoria, che si proclama lombarda ma conta zero nella cultura della Lombardia, nella sua vita civile. Sappiamo come andranno a finire le cose: una crescita difficilmente controllabile di spesa pubblica, l´esatto contrario della lesina della grande destra risorgimentale. La libera, incontenibile, moltiplicazione delle cariche pubbliche, degli assessorati, delle auto blu, della democrazia dissipatoria. Con il risultato incredibile, paradossale che lo Stato viene chiamato a sostituire o a sostenere la classe dirigente: è di alcuni giorni fa lo scioglimento in Campania di cinque amministrazioni di grandi comuni commissariati con l´invio di magistrati. E una grande regione come la Sicilia è amministrata da un partito con tanti esponenti indagati o arrestati per mafia.
La devolution è votabile non solo dai leghisti che vi legano la sopravvivenza del loro partitino ma da tutta la democrazia dello scrocco e dei sussidi, la democrazia dei consulenti che fuori di ogni controllo mangiano e rubano per conto dei loro protettori politici.

E chi li fa i conti? Li faranno i nostri nipoti e pronipoti.


Riformisti e conservatori? Non è possibile
Paolo Franchi sul
Corriere della Sera

Un presidente del Consiglio che saluta l'approvazione della devolution saltellando con i leghisti al grido di "Chi non salta comunista è" si commenta, ovviamente, da solo. Anzi: verrebbe da dire che basta e avanza per far sperare che, nel referendum, gli elettori provvedano a bocciare, con questa riforma pasticciata e pericolosa, anche l'idea (perniciosa) che la Costituzione possa essere cambiata, come fece il centrosinistra, o addirittura stravolta, come ha fatto adesso il centrodestra, a colpi di maggioranza, sulla scorta di calcoli e di interessi di parte.
Resta largamente da chiarire, però, se al popolo sovrano l'Unione chiederà solo (e non è poco) di rigettare questa riforma e questa concezione delle istituzioni, impegnandosi solennemente, in caso di vittoria elettorale, a non ricadere nel medesimo peccato, o se si spingerà oltre.
Se cioè giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, innalzerà sempre più in alto ("come signacolo in vessillo", avrebbe detto a suo tempo Enrico Berlinguer) un'altra e ben diversa parola d'ordine, almeno all'apparenza ben più netta e radicale: la parola d'ordine, carica di storia e di memorie di grandi battaglie in Parlamento e nel Paese, secondo la quale "la Costituzione non si tocca". Così come, per restare alle vicende di questi ultimissimi giorni, esplicitamente invoca dalle colonne del Manifesto Valentino Parlato, che dà voce a un mondo certo più ampio di quello dei lettori del "quotidiano comunista" sostenendo che la sinistra dovrebbe smetterla una volta per tutte di mettere in discussione la Costituzione del '48, e impegnarsi piuttosto ad applicarne il dettato. E così come potrebbe lasciare intendere anche il fatto che a guidare la campagna referendaria, dalla presidenza del comitato "Salviamo la Costituzione", sia una personalità di primissimo piano come l'ex capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, che di un conservatorismo istituzionale sicuramente nobile, sicuramente intransigente, e sicuramente assai radicato e diffuso, è senza dubbio tra gli esponenti più autorevoli e significativi.
Non c'è dubbio, il centrodestra fa letteralmente tutto ciò che è nelle sue possibilità, e magari anche qualcosa di più, per dare spazio e campo, nel centrosinistra, ai fautori, già numerosi, e combattivi, di una simile tesi. Resta tutto da stabilire, però, se per uno schieramento che si propone di riformare il Paese questa sia davvero la posizione più giusta.

La risposta spetta in primo luogo, ovviamente, ai riformisti dell'Unione. In ogni caso, non è davvero troppo chiedere a tutto il centrosinistra di chiarirsi (e di chiarirci) le idee prima del referendum e delle prossime elezioni politiche; di rendere chiaro se tuttora il Paese ha bisogno di riforme istituzionali; e, nel caso, di indicare come e con chi intende realizzarle. Tenendo a mente, se possibile, che (forse) è possibile essere assieme, come si diceva un tempo, conservatori e rivoluzionari. Ma conservatori e riformisti, proprio no.


Prodi e D'Alema agli industriali: salviamo il Paese
Ninni Andriolo su
l'Unità

Romano Prodi invita Confindustria e sindacati a fornire "suggerimenti e idee per il programma dell'Unione". L'altro ieri, durante la cena programmatica dei Ds, Massimo D'Alema aveva insistito sulla necessità di coinvolgere "le forze migliori del Paese".
Governare "sarà uno sforzo immane - aveva spiegato il presidente dei Ds - e se l'intera classe dirigente non assume la responsabilità del governo non ce la faremo".
L'Unione si prepara a gestire una situazione difficilissima. Che, tra l'altro, non potrà essere affrontata "con la politica dei sacrifici, chiedendo lacrime e sangue al Paese".
Per questo al metodo berlusconiano dell'uomo solo al comando, che decide per tutti, l'Unione sostituisce quello del coinvolgimento, della concertazione, dello sforzo collettivo, del chiamare a raccolta. I conti pubblici, ad esempio, preoccupano molto. Prodi propone "una valutazione indipendente sullo stato della finanza". E rilancia l'idea negli incontri con Cgil-Cisl-Uil, Confindustria, Confcommercio, Legacoop e Confcooperative. "Tanta preoccupazione" dopo il responso Ue sui bilanci dello Stato. Mercoledì, durante l'iniziativa programmatica dei Ds, il Professore aveva lanciato un nuovo allarme. "Non abbiamo un'idea precisa del deficit che ci lascerà la Cdl, visto che ogni mese viene corretto al rialzo". Se l'Unione dovesse vincere si troverebbe davanti un buco di cassa che potrebbe rivelarsi una voragine e pesare come un macigno sui buoni propositi di rilancio del Paese.
Prodi, tra l'altro, ha sempre rifiutato la prospettiva della "politica dei due tempi": prima i sacrifici, poi lo sviluppo. E sindacati e imprese sono d'accordo con questa impostazione. Il programma dell'Unione potrebbe prevedere "una commissione indipendente che certifichi lo stato delle finanze". Perché, spiega il consigliere politico del Professore, Riccardo Franco Levi, "la diffidenza per le cifre fornite dal governo è più che giustificata". E senza aver chiaro quale sarà l'entità dei debiti lasciati dalla Cdl "non sarebbe immaginabile disegnare una strategia dei conti pubblici".

La Commissione indipendente proposta dal Professore dovrebbe essere istituita al momento dell'insediamento del nuovo governo. Dovrebbe esaminare la corrispondenza delle cifre confezionate dalla Cdl a quelle reali (che sarà possibile verificare "soltanto quando avremo la disponibilità completa dei libri contabili"). La Commissione, però, non chiuderà i battenti dopo aver esaurito questo compito. Vigilerà, infatti, anche sulla "trasparenza e credibilità" dei conti pubblici di un'eventuale governo del centrosinistra. Due ipotesi allo studio. La prima prevede "una platea di istituti diversi nazionali e internazionali che collaborino con gli uffici del Parlamento". La seconda ipotizza "un singolo istituto particolarmente prestigioso e indipendente". Vincenzo Visco, ex ministro ds alle Finanze, è d'accordo con la proposta. "Credo che bisognerà istituirla - spiega - Invece di inaugurare una polemica sul buco o non buco lasciato dalla Cdl, sarà il caso di mettere in piedi una struttura oggettiva". Il tema conti pubblici, quindi, non poteva rimanere estraneo agli incontri separati di Prodi con le parti sociali. Clima cordiale con Epifani, Pezzotta e Musi. Addirittura affettuoso con Montezemolo. Giudizio negativo sul governo condiviso un po' da tutti. Sulla devolution. Ma, anche, sull'assenza di un rapporto costruttivo con il governo. "Datemi idee e suggerimenti per il programma - ha sollecitato il Professore - Vi assicuro riforme radicali. Lo posso fare perché non ho vincoli, non ho pesi. Tra l'altro ho anche un età per la quale mi posso permettere di mantenere questi impegni". Traducendo: ho ricoperto incarichi prestigiosi, non devo far carriera o mediare per ottenere benevolenze.


Romiti a cena con gli eredi di Berlinguer
Sergio Rizzo sul
Corriere della Sera

ROMA - Della sinistra era considerato un avversario storico. Colui che nel 1980, con la marcia dei Quarantamila alla Fiat, inflisse al sindacato e al Partito comunista una bruciante sconfitta. Ma da allora molte cose sono cambiate. Il Pci non esiste più e mercoledì sera Cesare Romiti era uno degli invitati speciali alla presentazione del programma dei Ds, accolto con tutti gli onori dall'intero gruppo dirigente della Quercia. Insieme ai suoi ricordi degli scontri epici del passato. Come quel giorno, a Firenze, con Enrico Berlinguer. Racconta Romiti: "Berlinguer disse agli imprenditori che il Pci si riprometteva di gestire un Paese senza più corruzione e più libero. Un discorso bellissimo. Ma io, che rammentavo Berlinguer ai cancelli di Mirafiori mentre diceva agli operai che in caso di occupazione della fabbrica il Pci sarebbe stato con loro, fui feroce. Presi la parola e dissi: non gli credete".
E lui?
"Era bianco di carnagione e lo vidi diventare sempre più bianco. Allora compresi che avevo esagerato, come spesso mi è capitato. Poco dopo Berlinguer morì. Così quando con Giampaolo Pansa facemmo il libro Questi anni alla Fiat sentii il dovere di esprimere su di lui dei giudizi positivi".
Soltanto per una riabilitazione postuma?
"Berlinguer era un uomo veramente perbene e profondamente onesto. Lui capiva che il Paese andava sempre più in basso, che la corruzione aumentava. Delle idee è meglio non parlarne, ma nel Pci c'era qualcosa di diverso dagli altri partiti".
E che cos'era?
"È stato scritto che quando Palmiro Togliatti iniziò i suoi rapporti con Nilde Jotti, loro si nascondevano in una stanzetta delle Botteghe Oscure, perché nel partito era considerato un fatto disdicevole. Ecco, quella vicenda rende bene l'idea. Con molti del Pci ho avuto scontri violenti, ma ho dovuto riconoscere comportamenti leali e coerenti. Spesso erano uomini non soltanto da rispettare, ma forse addirittura migliori di altri".
Ieri sera, alla presentazione del programma elettorale dei Ds, c'era anche lei, con gli eredi di Berlinguer. Che effetto le ha fatto?
"Intanto c'era Giorgio Napolitano, uno di quell'epoca. Ma anche qualche giovane interessante. Andrea Martella, un giovane deputato che ha presentato il programma, mi ha fatto un'ottima impressione. Io ero andato, ammetto, con curiosità, per vedere se si trattava di un programma pragmatico oppure no".
E il risultato?
"Pierluigi Bersani è pragmatico, ha i piedi ben piantati per terra".
Piero Fassino?
"Ha elencato sei punti prioritari, cominciando dall'Europa, i giovani, il Welfare. Mi sono permesso di dire che chi vuole governare deve dire agli italiani le priorità che intende adottare. Perché indiscutibilmente una parte del Paese soffre: i lavoratori con reddito basso, i disoccupati, i pensionati, chi vive in periferie che non so se siano migliori di quelle francesi. Questi hanno bisogno che qualcosa si faccia subito. Questo l'ho detto. Perché, ripeto, a parte Bersani, gli altri hanno enunciato un programma certamente condivisibile, ma senza priorità".
Lei ha sempre avuto parole di stima per Massimo D'Alema. Le conferma?
"Lo considero persona di fine intelligenza. Ma lui che fa il politico, cioè un'attività per cui deve perseguire il consenso, pare che faccia apposta a non cercarlo, il consenso, con il suo modo beffardo di guardare l'interlocutore. Mi dà l'impressione di un uomo che si giudica, e lo è, molto intelligente, ma che non riesce a stabilire un contatto di sentimenti ed emozioni..."
Secondo lei rappresenta una classe dirigente adeguata a guidare il Paese?

"Ci sono elementi validi in entrambi gli schieramenti. Nel centrosinistra ho citato Bersani, ma potrei per esempio citare Enrico Letta. Io mi lamento sempre che le personalità politiche del passato sembrano migliori di quelle di oggi, ma questa potrebbe essere una deformazione dovuta al passare degli anni".

A sinistra c'è chi spinge per il partito democratico. E a destra chi vuole il partito unico.
"Sarebbe una semplificazione utile. Ma secondo me non ci sono le premesse".
Perché mai?
"Ci sono troppe individualità, diffidenze di vario genere. Vede che sia a destra che a sinistra scoppiano le polemiche non appena si accenna al problema? Non mi pare che i tempi siano maturi".
Che Paese dovrà guidare chi vincerà le elezioni?
"Un Paese molto difficile per chi lo governerà e soprattutto per chi sarà governato. Avremo di fronte un periodo complicato e non breve, nel quale la popolazione dovrà capire che per imboccare di nuovo la via dello sviluppo serviranno molti sacrifici. Perché questo accada sarà necessario che il governo futuro sia molto credibile".
Cos'è mancato in questi anni ?
"Intanto in tutto il mondo sono accaduti fatti come le Torri gemelle, le guerre, l'aumento degli squilibri, con la Cina che è cresciuta impetuosamente. C'erano difficoltà obiettive, in tutta Europa. Anche se alcuni Paesi hanno adottato misure per attenuare questa situazione".
Il governo di Silvio Berlusconi non ha alcuna responsabilità?
"Ripeto, molto è dipeso da fattori esterni, ai quali bisognava opporre misure per limitare i danni. Non adottare queste misure è certamente un errore".
Cosa si sente di consigliare a chi governerà?
"Nessun consiglio. La politica deve riconquistare la fiducia delle persone. Ma non potrà farlo con la bacchetta magica. Bisogna che gli atti siano conseguenti. Per esempio, tutti gli scandali finanziari di questi anni non hanno giovato. È vero che la politica non c'entra direttamente, ma ha le sue responsabilità nel momento in cui non riesce a fare la riforma della tutela del risparmio".
A sinistra sono convinti che toccherà a loro: la vittoria si dà per scontata.
"Ho la sensazione che tutto sia ancora da giocare".


Veronesi: morire è un diritto
Dario Cresto-Dina su
la Repubblica

"Ho l´impressione che il dialogo con i vescovi sia diventato un monologo. Bisogna fermarlo", dice Umberto Veronesi: "Mi sembra che la Chiesa voglia condizionare le scelte di un paese che, se devo giudicarlo alla luce dei comportamenti dei suoi abitanti, è a maggioranza non credente, o poco credente". Nel tentativo di contribuire a frenare questa "invasione di campo" il professore ha scritto un libro su un tema spinoso che da sempre gli sta a cuore. È un libro che difende l´eutanasia volontaria.
Il titolo è un manifesto, nel senso che dentro c´è già tutto: Il diritto di morire, la libertà del laico di fronte alla sofferenza. Dove la parola laico è un simbolo, un marchio.
Professor Veronesi, mentre lei parla di eutanasia il Vaticano attacca su concordato, pillola abortiva, pacs, e fermiamoci pure qui. Un autentico contro potere italiano?
"No, perché di solito i contro poteri sono occulti. I vescovi, invece, fanno tutto alla luce del sole. Ma adesso rischiano di oltrepassare il limite. Come scriveva Montanelli, stanno cercando di obbligarci a adeguarci a un credo nel quale non crediamo. Le ultime dichiarazioni del cardinale Ruini, per esempio, devono far pensare. E sono difficili da accettare".
Si riferisce alla condanna della pillola Ru-486?
"Sì. Quando Ruini dice che l´uso della pillola equivale a un omicidio, manifesta un pensiero che va in realtà ben oltre il significato delle sue parole. L´obiettivo della Chiesa è rimettere in discussione la legge sull´aborto. La verità è che ci vogliono togliere la 194, diciamolo con chiarezza. Uno stato laico deve reagire, ricordare alla Chiesa che ci sono confini da rispettare".
Ma il partito dei cattolici è forte, è trasversale e le sue file si ingrossano. Il presidente della Camera Casini ieri ha detto che le parole della Chiesa sono proposte, non imposizioni.
"Guardi, io rispetto le opinioni di tutti. Ma un conto sono le idee, un altro le leggi. La legge sull´aborto è stata votata dal 70 per cento del popolo italiano. La posizione della Chiesa è, quindi, in opposizione non solo allo Stato italiano, ma al popolo italiano. La Ru-486 è in linea con la 194, il suo utilizzo, naturalmente all´interno di regole precise, non deve costituire un problema. Si tratta, in sostanza, di praticare l´aborto per via farmacologica invece che chirurgica. Se è diventata un problema, è perché se ne è voluto fare un caso politico. Non dobbiamo sottovalutare poi che proibire questa pillola, accettata dalla maggioranza dei paesi europei, porterebbe inevitabilmente alla nascita di un mercato nero. Il proibizionismo non è mai una risposta efficace".
Perché la Chiesa è così aggressiva?
"Forse perché è in crisi, forse perché sta vivendo un momento di transizione, ma non dimentichi che c´è smarrimento anche nella società ed è in periodi come questi che si riafferma il proselitismo della fede, delle religioni. Benedetto XVI lo ha capito benissimo, questo papa non è certo un vescovo che sta in mezzo al fiume: è intransigente, è tradizionalista, è coerente. Non si può essere un uomo di chiesa soltanto per metà o per un terzo. I cardinali fanno il loro mestiere, altri invece no".
È una critica al governo?
"Non solo. Mi riferisco alle carenze e alle assenze della politica. Sia a destra, sia a sinistra. Mi riferisco allo Stato. Ho come l´impressione che improvvisamente siamo diventati tutti ferventi credenti. Tutti rinoceronti, come nella commedia di Ionesco".
Ed è in questo clima che lei propone di autorizzare l´eutanasia?
"Voglio semplicemente porre il problema, tentare di aprire un confronto su un argomento tabù, un tema di cui nessuno vuole parlare".
Significa sostenere la bontà del suicidio?
"Assolutamente no. Il suicidio è un fenomeno psicologicamente complesso che ha radici profonde e antichissime. È una pulsione tipica dell´uomo, che non esiste in altri esseri viventi. Io sostengo il valore dell´eutanasia come richiesta volontaria e cosciente di porre fine alla propria esistenza. Cosa che può maturare quando la vita diventa insopportabile per il dolore, la sofferenza e la perdita della propria dignità. Dai dati dell´Olanda, dove l´eutanasia è legale, appare che la richiesta riguarda per l´85 per cento i malati terminali".
Ha scritto Norberto Bobbio, verso la fine della sua vita: "L´unico rimedio alla stanchezza mortale è il riposo della morte". È a questo che pensa, professor Veronesi?
"Credo che il diritto di morire faccia parte del corpus fondamentale dei diritti individuali: il diritto di formarsi o non formarsi una famiglia, il diritto alle cure mediche, il diritto a una giustizia uguale per tutti, il diritto all´istruzione, il diritto al lavoro, il diritto alla procreazione responsabile, il diritto all´esercizio di voto, il diritto di scegliere il proprio domicilio".
Ma la richiesta di eutanasia non contrasta con la natura?
"La natura non ha previsto l´immortalità dell´uomo, anzi, la morte è uno dei suoi principi. Non si può rimanere in vita quando la vita non è più vita".
Eppure proprio la scienza e la medicina sembrano volerci cancellare la prospettiva della morte e la chirurgia estetica ci illude persino sul prolungamento della giovinezza.
"È vero, la medicina spesso espropria il diritto alla morte. Macchine complesse tengono in vita persone senza coscienza per settimane, mesi, anni. Questa è una vera violenza alla natura. Ma il compito della medicina non è quello di legiferare. La scienza aspetta una legge che faccia chiarezza sui limiti del suo intervento".

Imparare a vivere significherebbe imparare a morire, come sosteneva Jacques Deridda?
"Sì, anche se è molto difficile. Ma chi sta in trincea, come i medici, sa quante volte un paziente chiede di venire aiutato a morire".
E i medici lo fanno?
"Sì, sarebbe ipocrita negarlo: negli ospedali italiani l´eutanasia clandestina viene praticata. Nessuno lo confesserà mai, eppure esiste. Si allontana l´infermiera con una scusa, si aumenta un po´ la dose di morfina... Ci sono molti modi".
È un omicidio?
"No, è raccogliere un appello alla pietà".


La leggenda della Coca Cola
Furio Colombo su
l'Unità del 17.11.2005

Alcuni dei miei migliori amici sono persuasi, con passione e veemenza, che la Coca Cola sia un male e un simbolo del male. Pensano che, come le scarpe Nike, sia profitto sullo sfruttamento, sottomissione dei più deboli e insulto ai diritti civili dei poveri.
Parlo di giovani militanti che incontro alle Feste dell'Unità, parlo dell'intera Festa dell'Unità di Genova che aveva vietato la scorsa estate la vendita o la presenza di Coca Cola. Parlo di amici giornalisti, anche in questo giornale.
Alcuni dei miei migliori amici hanno trovato il loro primo lavoro alla Coca Cola. Qualcuno tra di essi è diventato dirigente.
Ne ricordo almeno due che sono diventati membri del Consiglio di Amministrazione di quella gigantesca multinazionale. No, non parlo del tempo in cui mi occupavo di multinazionali anch'io, nella mia versione imprenditoriale americana. Parlo del Movimento per i diritti civili, delle giovani donne e dei giovani uomini guidati da Martin Luther King nelle rischiose marce in Georgia, Alabama e Louisiana, quando Rosa Park ha sconvolto il mondo dei bianchi rifiutandosi di cedere il suo posto sull'autobus.
Atlanta, la città in cui aveva la sua chiesa Martin Luther King, è stata la sola città a non scatenare la polizia, i cani lupo e gli idranti contro i dimostranti neri. La Coca Cola, che ha la sua sede ad Atlanta (ed era, per quella città, come la Fiat per Torino) è stata la prima azienda ad assumere giovani neri, uomini e donne, e ad aprire percorsi per diventare quadri e dirigenti, unica azienda del Sud degli Stati Uniti per molti anni, e comunque d'avanguardia in tutto il Paese, perché negli anni Sessanta sarebbe stato difficile trovare un dirigente nero alla General Motors di Detroit o alla United Technologies del Connecticut.
Quando Andrew Young, già numero due di Martin Luther King e poi ambasciatore di Carter alle Nazioni Unite (1976), ha lasciato il suo posto perché giudicato troppo vicino ai Palestinesi, è stata la Coca Cola a accoglierlo nel suo Consiglio di Amministrazione. A quell'epoca la Coca Cola era già stata messa al bando da tutti i Paesi Arabi perché considerata “un prodotto ebraico”, benché tutta la storia e la gran parte dell'azionariato di quella azienda siano nati e restati a lungo Wasp (la sigla che indica, in America, i protestanti bianchi).
La storia della Coca Cola maledetta nasce in Medio Oriente, fa parte del boicottaggio arabo di Israele di cui ci siamo tutti dimenticati, ma che a momenti è stato così rigido da sconsigliare anche le grandi aziende europee di avere filiali e punti di vendita in quel Paese.

La storia ha macinato eventi, vittime, rovine, ma ha anche conosciuto momenti come Camp David, presidenti come Carter e Clinton, primi ministri israeliani come Peres, Rabin, Barak e, nella sua ultima incarnazione, Sharon. Egitto e Giordania sono diventati vicini affidabili e adesso dichiara di volersi aggiungere l'Arabia Saudita.
La Coca Cola resta il prodotto maledetto, ereditato come “il nemico” da una generazione all'altra. In un mondo senza storia e con poca memoria, adesso viene indicata come ragione di espulsione della Coca Cola uno scontro sindacale in Colombia, che certo è stato legittimo, che certo è stato la risposta a ingiuste violazioni di diritti. Ma è avvenuto fra lavoratori colombiani e imbottigliatori colombiani. Gli imbottigliatori locali, è noto, sono aziende in proprio, che hanno a che fare con l'impresa di Atlanta quanto un negozio con i suoi fornitori.
La Coca Cola fa parte del mondo del “fast food”, non è migliore degli hamburger né più sano del “Kentucky Chicken”. Ma mi sfugge da dove i consiglieri comunali della sinistra torinese hanno trovato ragioni per boicottarla, iniziativa odiosa che dovrebbe essere riservata a fatti gravi e provati della nostra vita. Esempio: boicottare prodotti locali di Treviso fino a quando il sindaco (poi vicesindaco ma sempre padrone Gentilini) fa togliere le panchine perché gli immigrati non possano sedersi, fa distruggere le abitazioni in cui molte famiglie di lavoratori con regolare permesso di soggiorno e regolare posto di lavoro avevano trovato un tetto, e impedisce che sia dato ai nuovi venuti un luogo in cui pregare. Aggiungendo insulti.
Mi dispiacerebbe per Treviso, città tra le più belle d'Italia. Però sarebbe un modo per dire che una città civile non può essere rappresentata da un personaggio offensivo e incivile.
Ma la Coca Cola? Mi sembra di capire che una parte del Consiglio comunale torinese ha risposto al richiamo di una leggenda metropolitana. C'è chi ci crede in buona fede. Ma resta una leggenda che si scosta alquanto dalla storia. S'intende che conosco il rischio di questa nota, e attendo le precisazioni irate che seguiranno.


Irving, in galera lo storico Nazista
Bruno Bongiovanni su
l'Unità

La notizia, pur diffusa in ritardo, è di quelle che non passano inosservate. Da un'agenzia battuta nel pomeriggio di ieri, risulta che il pubblicista britannico David Irving, definito dall'Ansa "estremista di destra che nega l'Olocausto", è stato arrestato l'11 novembre scorso a Hartberg, in Stiria, sulla base di un mandato di cattura spiccato dal tribunale di Vienna sin dal lontano 1989 per "sospetto" reato di apologia di nazismo e in particolare per avere violato il paragrafo 3 della legge austriaca contro il "revivalismo" nazista. Grande è stata la discrezione della giustizia austriaca.
La notizia è infatti diventata nota quando è apparsa sul sito web dello stesso Irving. Il quale, a quel che pare, stava recandosi a un raduno dell'associazione studentesca, a carattere politico-goliardico, "Olympia". È una di quelle associazioni, un tempo assai più numerose, il cui scopo primo consiste nell'effettuare grandi bevute di birra e il cui scopo secondo, in un mondo che si avvia alla globalizzazione e in un'Europa che nessuna "devolution" può mandare in frantumi, consiste nell'inneggiare ad un anacronistico pangermanesimo. Sino a che qualche giovanotto, più ubriaco degli altri, si mette a strillare, nell'entusiasmo generale, "Heil, Hitler". A Irving piacciono evidentemente questi raduni. Non è questo, tuttavia, il primo infortunio occorsogli.
Nell'aprile del 2000, nell'aula 37 dell'Alta Corte di Londra, il giudice Charles Gray, interprete di un sistema giuridico più attento all'evidenza del fatto commesso che all'autorità del diritto positivo, aveva emesso contro di lui un singolare verdetto. Da quel momento sarebbe stato possibile, non solo alla studiosa americana Deborah Lipstadt, e alla casa editrice Penguin Books, definire David Irving, che aveva improvvidamente citato in giudizio e l'una e l'altra, "razzista" e "negatore dell'Olocausto". La britannica common Law aveva dato evidentemente ragione al positivismo giuridico austro-tedesco, anche se allora, nel 2000, nessuno riferì del mandato di cattura emesso a Vienna undici prima e solo pochi giorni fa reso operativo.
Il dibattimento, nel 2000, a Londra, era del resto andato ben oltre i limiti di una banale querela. Aveva coinvolto la storia della seconda guerra mondiale e della Shoah. Tanto che il governo israeliano, evento senza precedenti, si era risolto a rendere pubblici i sino ad allora inaccessibili diari di Adolf Eichmann. In tali diari si riconosceva la gigantesca e criminale realtà dell'Olocausto. E se ne addossava la colpa non unicamente a piccoli e grandi esecutori periferici, ma al partito e al governo nazionalsocialisti nella loro interezza. Lo Stato d'Israele, pressato dalla risonanza mediatica dell'evento, aveva cioè sentito la necessità di esibire un documento prodotto in partibus infidelium, evento di per sé positivo per la comunità degli studiosi, al fine di rendere inoppugnabile ciò che da tempo era inoppugnabile: non tanto lo sterminio degli ebrei, quanto la programmazione politica, ideologica e scientifica di tale sterminio. David Irving, da tempo idolo dei neonazisti e dei cosiddetti "negazionisti" (i quali si autodefiniscono "revisionisti" e "revisionisti" dunque devono essere definiti), aveva infatti individuato in Auschwitz, negli anni precedenti, nient'altro che una "Disneyland per turisti". Aveva inoltre sostenuto che non esisteva la prova documentaria dell'ordine fornito da Hitler in merito alla Shoah (questione peregrina che lo storico Ian Kershaw ha delucidato in modo definitivo), così come non esisterebbero prove certe, sul terreno dell'architettura dei Lager, delle avvenute gasazioni (questione su cui è odioso persino soffermarsi per confutarla).

All'inizio Irving si presentava infatti come uno studioso della seconda guerra mondiale e in particolare della condotta militare, nella guerra, di inglesi e tedeschi. Nato a Essex nel 1938, Irving aveva infatti solo venticinque anni quando pubblicò nel 1963 The Destruction of Dresden, un testo destinato a notevole fortuna, tanto è vero che una ristampa della traduzione italiana di tale libro è stata effettuata, ancora nel 1996, negli Oscar Mondadori, con il titolo Apocalisse a Dresda. Altri libri seguirono e crescente divenne l'ammirazione per Irving dei neonazisti di tutti i paesi. Nel 1977 lo stesso Irving diede alle stampe il monumentale Hitler's War, dove venivano rivalutati minuziosamente i talenti strategici del Führer. Il passo successivo consistette nel tessere gli elogi del regime nazionalsocialista, e poi, sulla spinta dell'entusiasmo delle destre estreme, Irving arrivò a "giustificare" prima, e a "negare" (o, meglio, a "revisionare") poi, l'entità dello sterminio e lo sterminio stesso. Lo storico ruspante, e dilettante, ma non disinformato, divenne insomma, sempre illuminato dai riflettori dei media, un mediocre faccendiere della negazione. Ora, affievolitisi i riflettori, Irving è finito, tra una birra bionda e una conferenza bruna, nelle maglie della giustizia austriaca. Viene quasi il sospetto che si sia recato in Austria apposta. Per ridare di nuovo un po' di vita al suo stanco personaggio. In tal caso, con questo articolo avremmo fatto il suo gioco. Pazienza. Con i negazionisti-revisionisti non si negozia. E l'opinione pubblica non va tenuta all'oscuro.


  18 novembre 2005