
sulla stampa
a cura di G.C. - 17 novembre 2005
La devolution diventa legge
Silvio Buzzanca su la Repubblica
ROMA - Il gioco parlamentare sulla riforma della Costituzione è finito, la parola ora passa agli elettori. Ieri sera, giusto in tempo per far divulgare la buona novella dal Tg1 e dal TG5, il Senato ha approvato in via definitiva il testo che riforma ben 55 articoli della Carta del 1948. Al momento del voto, mentre commessi centometristi rifornivano di schede senatori in tilt e in crisi, sul tabellone di Palazzo Madama si sono accese 170 lucine verdi, favorevoli, 132 rosse, contrarie. In tre si sono astenuti, ma al Senato questo equivale a votare contro. L´annuncio di Marcello Pera è stato sommerso dall´urlo di gioia proveniente dai banchi del centrodestra. Gioia, felicità, che è esplosa con una corsa verso la tribunetta che ospitava Umberto Bossi e famiglia. Tributo a cui il gran capo padano ha risposto agitando il pugno della mano destra.
Gli altri, quelli dell´Unione, hanno rinunciato a qualsiasi manifestazione clamorosa. Solo i senatori del gruppo Verde hanno marcato la gravità del momento presentandosi in aula vestiti a lutto, con un fiocco nero sulla giacca. Nel suo intervento Sauro Turroni ha detto: "Oggi è un giorno triste per il Parlamento, funesto per la Repubblica, di lutto per la democrazia. Per questo noi Verdi, in questa Assemblea, osserveremo un minuto di silenzio". Manifestazione di dissenso tollerata da Pera che ha richiamato i senatori della Cdl che avevano iniziato a protestare.
Il voto ha galvanizzato Silvio Berlusconi, che ha assistito solo alla battute finali del dibattito, impegnato più a leggere alcuni documenti che ad ascoltare gli oratori. Non alza gli occhi neanche quando Gavino Angius gli chiede se la sua proposta di dare una casa agli sfrattati abbia a che fare con l´ingiunzione a lasciare Palazzo Chigi che, secondo il capogruppo diessino, gli elettori gli notificheranno in primavera. Alla fine il Cavaliere, preso nel vortice della festa leghista sparge ottimismo a piene mani. "Sono sempre stato convinto di vincere - dice - E ora a maggior ragione non ho dubbi, perché spiegheremo agli italiani il programma che abbiamo portato a termine". Berlusconi è anche convinto di vincere il referendum e già pensa a portare a casa il proporzionale. Annuncia sicuro che "la legge elettorale sarà approvata senza modifiche".
Il suo rivale, Romano Prodi, continua a ripetere che la riforma approvata "è contro l´interesse del paese". "Non posso nascondere la mia profonda amarezza come cittadino e come uomo politico. Una maggioranza che ormai è minoranza nel paese, cambia, contro la volontà di una grande parte del Parlamento e del popolo la Costituzione che ha consentito all´Italia di diventare una grande e forte democrazia", dice il leader dell´Unione. Ed elenca tutti i guasti che la nuova Carta potrebbe produrre.
Gli stessi guasti che l´opposizione denuncia in aula nel completo disinteresse della maggioranza. Pera fa fatica a riportare un minimo di silenzio quando per primo prende la parola Oscar Luigi Scalfaro, uno che la Costituzione l´ha scritta. Voterà no, come gli altri due costituenti che siedono a Montecitorio: Emilio Colombo e Giulio Andreotti.
E tutti annunciano che si faranno i conti finali con il referendum.
Scalfaro e il suo comitato sono pronti a raccogliere le firme. Inoltreranno la richiesta anche le regioni, almeno cinque. E il numero richiesto dei parlamentari. Lo faranno anche quelli del centrodestra.
Veleni sul Paese
Andrea Manzella su la Repubblica
Non basta dire che la riscrittura costituzionale appena approvata durerà solo lo spazio di una campagna elettorale. E che servirà solo per appagare la tradizionale pulsione separatista dell´elettorato "leghista", ieri esaltato dalla teatrale ricomparsa del suo leader a Roma: con una simbolica presa di possesso dell´intero progetto. Né dire che già in questo 2006, politicamente ormai "cominciato", sarà cancellata dal referendum. E´ tutto vero ma è pur vero che, benché destinata al fallimento finale, questa impresa contro la Costituzione ha già prodotto importanti effetti di danno.
Ha dimostrato che a nulla vale la barriera della "rigidità" costituzionale: se poi, la forzatura dei regolamenti parlamentari consente alla maggioranza di degradare i tempi e di eliminare il contraddittorio (naturalmente il contraddittorio vero: quello che è utile quando la decisione non è stata già scritta).
Ha poi dato l´immagine di un Paese a geometria variabile, "al pongo". Quello in cui forma di Stato (il rapporto tra Stato centrale e autonomie territoriali) e forma di governo (il rapporto tra governo e parlamento) sono declassate ad oggetto di politiche del giorno per giorno. Si è annullata ogni differenza tra l´indirizzo politico di legislatura (quello che obbedisce alle necessità dei tempi e delle variabili maggioranze) e il quadro istituzionale. E´ diventato cioè mutevole anche quello che dovrebbe essere il perimetro consensuale entro cui fluisce la vita della Repubblica, il costante punto di riferimento degli apparati pubblici e anche la carta di identità della fisionomia italiana dentro l´Unione europea. Di tutte le crisi che attraversa il Paese, questa, provocata da un lifting costituzionale ad immagine di maggioranza, è la peggiore: per le incertezze permanenti che provoca, per il precariato istituzionale che determina.
Un dovere patriottico
L'intervento di Oscar Luigi Scalfaro
Redazione de l'Unità
Ho sperato che non si arrivasse a questo voto, ma la volontà di approvare una riforma purchessia ha prevalso. Di fronte al voto della sola maggioranza di Governo ripenso ai 556 eletti il 2 giugno 1946 e all'approvazione della Costituzione del dicembre 1947 con soli 62 "no". I dati parlano da soli.
Osservo: l'articolo 138, concernente la procedura per la revisione della Costituzione, non ritengo possa contenere questo stravolgimento dei connotati della nostra Carta costituzionale.
Oggi il Parlamento è la colonna portante dell'intero edificio costituzionale, ma qui si vota un Parlamento mortificato.
Sia nei rapporti con il Governo, sia per la spada di Damocle sul capo dei parlamentari dato che il potere di scioglimento passa dal Presidente della Repubblica al Primo ministro, che ne è l'esclusivo responsabile. Quindi, un Capo dello Stato inutile e fantasma, chiamato garante della Costituzione: ma come e con che poteri può essere garante?
Ancora, lo strapotere delle Regioni, specie in materia di sanità e scuola, che calpesta l'articolo 5 della Carta: "Repubblica, una e indivisibile". Constatiamo: questa cosiddetta riforma è del tutto inemendabile.
Il "no", quindi, è dovere civile e patriottico. Con il "no" l'appello ai cittadini, perché dipende da ciascuno di noi che la Costituzione, costata tanto sacrificio e tanto sangue, non sia travolta nei suoi princìpi e nei suoi valori, ancora oggi così vivi e così attuali.
Quindici anni sprecati?
Sergio Romano sul Corriere della Sera
La riforma federale approvata ieri dal Parlamento potrebbe essere la più breve ed effimera della storia costituzionale italiana. È stata varata dalla maggioranza contro la volontà dell'opposizione, è malvista da un gran numero di costituzionalisti e verrà sottoposta entro sei mesi a un referendum confermativo che potrebbe demolire in un giorno ciò che il governo ha laboriosamente costruito durante una intera legislatura. Il compiacimento di Bossi, l'entusiasmo della Lega e i brindisi potrebbero occupare, negli Annali della politica italiana, lo spazio di un paragrafo. Sarebbe stato inutile, quindi, il dibattito sul federalismo e sulla riforma della Costituzione che ha dominato gli ultimi quindici anni?
Nell'ultima fase del governo presieduto da Giuliano Amato, l'Ulivo ritenne che un po' di federalismo avrebbe giovato alle sue fortune elettorali e approvò, in gran fretta, la modifica del titolo V della Costituzione. Le nuove regole, approvate poi da un referendum confermativo, sono quelle vigenti oggi e presentano almeno tre inconvenienti. In primo luogo i riformatori del centrosinistra hanno creato fra lo Stato e le Regioni una serie di competenze concorrenti che finiscono spesso di fronte alla Corte costituzionale. In secondo luogo non hanno affrontato il problema del federalismo fiscale. E in terzo luogo, infine, hanno dato maggiori poteri alla periferia, ma non hanno fatto nulla per rafforzare quelli del governo centrale. Abbiamo aggiunto alla nostra Costituzione un po' di federalismo, ma siamo ancora, fra le maggiori democrazie europee, quella in cui il premier dispone di minori poteri.
Con la riforma del centrodestra il pendolo oscilla dall'altra parte. La riforma si chiama "devolution" perché così ha voluto Bossi per valorizzare il suo ruolo, ma si compone di due elementi. Le Regioni hanno maggiori poteri esclusivi e riducono considerevolmente le competenze dello Stato, ma il premier, d'ora in poi, assomiglierà al cancelliere tedesco e al primo ministro spagnolo più di quanto non assomigli ai presidenti del Consiglio della nostra tradizione repubblicana. Il primo elemento comporta molti rischi. L'esperienza belga degli anni Settanta e Ottanta dimostra che la trasformazione federale di uno Stato è generalmente un'operazione terribilmente costosa. Si aprono nuovi sportelli senza che i vecchi vengano chiusi. Vengono assunti nuovi burocrati senza che i vecchi vengano congedati o trasferiti. Non basta. La funzione pubblica italiana non è la migliore d'Europa, ma le amministrazioni locali sono spesso ancor meno preparate e ancor più clientelari. Più che l'"unità della Patria" (un tema spesso retorico e strumentale) dovrebbero preoccuparci in questo momento, oltre a una certa misura di solidarietà nazionale, l'unità e la coerenza degli indirizzi. Vogliamo avere tante pseudopolitiche estere e pseudopolitiche economiche quante sono le Regioni della Repubblica?
Vi sarà un referendum, come sappiamo. Ma il problema non è quello di dire sì o no alla seconda riforma federale approvata da un governo in articulo mortis . Il problema è quello di evitare che le cose buone vengano buttate via con le cose cattive e che gli italiani, voltandosi indietro, debbano giungere alla conclusione di avere perso quindici anni in chiacchiere inutili.
Uccidono l'Italia unita
Agazio Loiero su l'Unità
Si approva la devolution ed è il trionfo dell'egoismo, il colpo di spugna all'Italia del primo e del secondo Risorgimento, la ratifica di quell'oscuro e segreto patto tra Berlusconi e Bossi che cena dopo cena - consumata ad Arcore rigorosamente di lunedì - ha retto bene in questi anni.
Anche Fini, che, insieme a Follini, soffriva quelle feste de noantri, dopo una lunghissima meditazione, ha deciso qualche giorno fa di convertirsi alla corte di Gemonio. "Un atto dovuto", ha commentato in forma criptica. Non si capisce se all'unità nazionale o alle sue ambizioni di diventare premier.
Si approva un testo costituzionale che stravolge i principi fondanti dell'unità del Paese.
Quei principi - solidarietà e uguaglianza - contenuti nella prima parte della Costituzione che erano apparsi fino ad oggi intangibili.
Un giorno amaro, dunque, dovuto più agli algidi numeri della democrazia che al sentimento vero della maggioranza dell'Aula, giocati peraltro in coda alla legislatura quando la mente dei parlamentari è volta alle insidie della ricandidatura. Sono certo che, attraverso lo strumento del referendum, saranno gli italiani a cancellare questa parentesi buia della nostra vita associata. Perché, come ha ricordato un paio di anni fa Leopoldo Elia a Milano, costretto a diventare, su questo tema, all'improvviso rivoluzionario, "il Parlamento è solo la penultima istanza. L'ultima è rappresentata dal voto dei cittadini". C'è poi da rilevare un fatto curioso. La maggioranza, nel tentativo di scongiurare un esito elettorale disastroso, sta tentando di incastonare il referendum tra un tour de force elettorale e la stagione delle vacanze. L'obiettivo è la diserzione delle urne. Penso invece che sia del tutto inutile arzigogolare. Il centrodestra potrà costruire tutte le strategie del mondo ma voglio ricordare che il referendum confermativo è privo di quorum. Gli italiani, pertanto nel migliore dei casi, si divideranno tra quelli risoluti ad abbattere il testo costituzionale e quelli divorati da mille dubbi che sono in prevalenza nel centrodestra. Le paure, gli umori degli italiani sono quello che sono. Difficile immaginare che i meridionali, anche quelli che votano Berlusconi, comprerebbero una macchina usata da Bossi o da Calderoli. D'altra parte, un giornale autorevole come Il Corriere della Sera, che esce a Milano, nel cuore dell'immaginaria Padania leghista, ha bene interpretato il sentimento di unità nazionale se è arrivato, all'epoca della seconda lettura, a titolare in prima pagina: "La Patria perduta".
La verità è che con la devolution - venga o non venga approvata dagli elettori - muore un modo d'essere degli italiani e muore l'idea stessa di unità nazionale per la quale si sono battute lungo l'arco dei secoli generazioni di italiani. La conseguenza più grave è infatti di ordine psicologico. Essa inciderà profondamente nel modello di convivenza civile del nostro paese. Alcuni capisaldi della nostra cultura costituzionale, con cui siamo convissuti, saranno comunque spazzati via dalla nostra vita, persino dal nostro linguaggio. E sarà sancita ufficialmente l'esistenza di tanti territori a diverse velocità. Di quell'Italia unita sognata nel tempo da Dante a Manzoni, molto prima del 1861, non resterà più nulla. Neanche il ricordo. Quella lettera che campeggia nello studio di Ciampi al Quirinale, in cui si proclama l'Italia unita, libera e indipendente, spedita da Cavour a D'Azeglio, circa 150 anni fa, dovrà essere strappata in fretta perché ormai priva di senso.
Il pugno del Senatur e le due Italia
Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera
Non una piega, uno sbadiglio, un sospiro. Solo un accenno di cedimento al sonno, durante un paio di interventi particolarmente soporiferi. Ma senza cedere all'abbiocco. Una piccola sentinella lombarda. Capèl . Sono quasi le otto di sera, i senatori sciamano cicaleggiando verso le uscite, sul balcone degli uffici della Lega appare uno striscione: "Viva Bossi!". Dentro, tappi di spumante che saltano, bicchieri che passano di mano in mano, brindisi che si levano al cielo via via che arrivano tutti quelli che vogliono bagnare l'avvenimento. Alla televisione, a un certo punto, appare Marco Follini. Dice quel che ha sempre detto: al referendum che dovrà confermare o bocciare la scelta della Casa delle Libertà lui voterà contro. "Ma vaffa...!", sbotta ridendo Bobo Maroni, "Finalmente te lo possiamo dire: e vaffa...!".
Umberto Bossi, che al momento dell'approvazione definitiva in aula, passata con 9 voti di margine sulla maggioranza richiesta, è scattato in piedi sulle gambe incerte per mostrare a tutti in segno di vittoria il pugno destro, simbolo della antica forza guerriera piegata ma non domata dalla malattia, spiega che nella consultazione referendaria "il Paese non accetterà di dividersi. Non credo che metà voterà sì e metà voterà no". E nel giorno del suo trionfo, riconosciuto anche dagli avversari (sia pure in polemica con chi avrebbe ceduto ai ricatti leghisti) accantona una volta di più i toni bellicosi usati fino a due anni fa, quando barriva che "democristiani, comunisti e socialisti erano gente da tirar giù, da portare in piazza e fucilare, perché se uno porta il paese al fallimento lo si fucila", per svelenire il clima.
Sarà. Ma a vedere il dibattito appena finito, a sentire in Transatlantico i commenti dell'una e dell'altra fazione, a leggere le parole dettate alle agenzie dai falchi della destra e della sinistra, pare che il clima non sia destinato affatto a rasserenarsi. Anzi. Perché capita spesso, per carità, di vedere due diverse interpretazioni dello stesso fatto. Ma rare volte la distanza tra le diverse posizioni è apparsa siderale come in questo caso. E potete scommettere che la temperatura dello scontro, via via che si avvicinerà il referendum per il quale giunte regionali rosse come quella campana guidata da Antonio Bassolino hanno deliberato l'iniziativa referendaria un quarto d'ora dopo il voto a palazzo Madama, si farà sempre più incandescente. Sono due Italie che non si parlano, quelle viste ieri al Senato. Peggio: che non vogliono neppure parlarsi. Preferendo ciascuna coltivare il proprio orto, le proprie certezze, il proprio elettorato.
Due Italie opposte, con punti di riferimento, valori, letture, obiettivi, gusti televisivi, linguaggi opposti. A partire dal rapporto col Numero Uno. Di qua c'è quella che va in delirio per Silvio Berlusconi e plaude alle sue iniziative e crede nella sua capacità di rimonta e ride alle sue barzellette e canticchia seguendo con le labbra le sue canzoni in coppia con Mariano Apicella e palpita fremente per le sue sfuriate contro i comunisti e si commuove per mamma Rosa che compatisce tenera tenera il suo figliolo chiedendogli: "Perché non pianti tutto e lasci che gli italiani si arrangino da soli?". Di qua quella che non sopporta il Cavaliere e ride delle sue gaffes quando parla di "Romolo e Remolo" e si scusa imbarazzata con gli amici stranieri se il Cavaliere difende il suo amico Vladimir Putin definendo "leggende" le accuse di violenze inaccettabili rivolte ai russi in Cecenia e gli rinfaccia gli strepitosi aumenti degli utili delle sue società in questi anni di vacche magre e sghignazza dei suoi tacchi alti e dei trapianti dei capelli.
Due Italie in cui ciascuno parla a quelli della sua parte, ormai indifferente all'opinione degli altri perché convinto che la frattura sia così profonda che non valga la pena di sprecare fiato e parole. Ed ecco che di qua Willer Bordon tuona per la Margherita contro il "tentativo, mai così devastante, di modificare qualità e quantità di oltre 50 articoli della nostra Costituzione con lo svuotamento dei poteri del presidente della Repubblica, con la svendita del Senato, con l'umiliazione più in generale del Parlamento, con la politicizzazione della Corte costituzionale e con un premier sospeso tra una condizione di onnipotenza e il ricatto di parti marginali della sua maggioranza o di un infernale guazzabuglio di ingorghi legislativi e contenziosi costituzionali". E di là Mimmo Nania, per Alleanza nazionale, irride agli avversari: "Se governate voi, potete far le riforme; se governiamo noi del centrodestra, siccome voi siete grandi scienziati e il Padre Eterno, quando ha distribuito l'intelligenza, vi ha fatto sedere tutti in prima fila, noi, dato che siamo sempre nell'ultima, le riforme non le possiamo fare; o meglio, le riforme, se governiamo noi, le possiamo fare insieme. Siccome voi insieme con noi non le volete fare, le riforme non si debbono fare".
Di qua Gavino Angius, reso omaggio al nemico ferito ("a lei, onorevole Bossi, il nostro e mio personale affettuoso augurio di buona salute. Siamo contenti che lei sia qui con noi oggi"), spara a zero sulla scelta della destra bollandola come una "pagina nera" del Parlamento e sfregia Berlusconi chiedendogli se quando parla di sfrattati pensa a se stesso fra qualche mese da palazzo Chigi e ricorda che "la nostra Carta costituzionale non consente a nessuno che essa possa trasformarsi in una dittatura del proletariato, ma neanche nella dittatura di un uomo solo" e ribattezza sprezzante la "devolution" come "dissolution". Di là Renato Schifani rivendica "l'obbligo" che aveva la destra di "correggere gli errori fatti dalla sinistra che con soli 4 voti in più aveva cambiato la Costituzione" e spiega che "paradossalmente la riforma attuale in alcuni punti è meno federale e meno regionalista" e vanta al governo il merito di avere "aumentato il Fondo sanitario nazionale da 65 a 93 miliardi di euro" e assicura che adesso sì, col nuovo pacchetto di regole, viene "cancellato il pericolo di provocare realmente la dissoluzione del Paese".
E mentre i tifosi più accesi dell'una e dell'altra parte si urlano di tutto ("Per piacere, parla in siciliano!", "Vergognatevi!"), si affaccia l'impressione che anche questo momento storico, così solenne per una metà e così catastrofico per l'altra, sia in realtà per molti indignati a gettone solo un gioco delle parti. Portato avanti, talora, perfino con una specie di aggressività di mestiere, obbligata e pigra. Davanti alla quale un vecchio nobiluomo riluttante a schierarsi per bande come Domenico Fisichella stiracchia sorrisetti amari. Rassegnato a citare la storia della sua famiglia, il Risorgimento e le repressioni borboniche, il sentimento di servir la patria in uniforme e le medaglie al valor militare e l'internamento nei campi di concentramento nazisti, tra sorrisi di compatimento.
Il tribunale come un reality
Curzio Maltese su la Repubblica
Nella folla stipata davanti al tribunale di Torino per assistere al processo d´appello per Cogne non c´era posto per uno spillo né per un sentimento. Nessuna rabbia, indignazione, dolore o pietà, soprattutto nessuna pietà. Soltanto curiosità e neppure per la verità sulla morte di Samuele. Una curiosità invadente e veloce, superficiale.
In una parola: televisiva, per com´era "lei", che espressione aveva, com´era vestita, se sorrideva ed era truccata. Quasi non corresse alcuna differenza fra una donna condannata a trent´anni per aver massacrato il suo bambino e un qualsiasi divetto da reality show, Al Bano, la Lecciso, Lory Del Santo. Jean Baudrillard sostiene che la televisione ha compiuto il delitto perfetto, ha ucciso la realtà e ne ha fatto sparire il corpo. Ma il vero delitto è aver annichilito la capacità di provare emozioni.
Si dirà che intorno ai grandi processi di cronaca c´è sempre stata la stessa folla indiscreta, anche prima che inventassero la televisione. L´Italia del dopoguerra si divideva in partiti e fazioni per la saponificatrice di Correggio come per Coppi e Bartali, dimenticando nell´urgenza della fazione l´orrore dei crimini. Eppure le passioni erano vive, ora sono morte, sepolte da troppe ore di televisione. E´ normale e quasi umano, per carità nessuno scagli una pietra contro la brava gente davanti al palazzo di giustizia torinese. Chiunque di noi, alla trecentesima replica televisiva del serial "delitto di Cogne", con il rituale di Vespa che illustra il plastico, lo psicologo bello Crepet che illustra il cervello della Franzoni, il criminologo che criminalizza, la signora Palombelli che palombellizza, chiunque ha inserito il pilota automatico delle emozioni per navigare in questo Luna Park degli orrori senza troppi danni.
Ma arriva il giorno in cui i comportamenti privati e irrilevanti si materializzano in un´immagine pubblica devastante, com´è la folla di Torino e allora ci si vergogna o almeno ci si domanda in quale paese viviamo.
Più che ai grandi casi di cronaca, la tragedia di Cogne rimanda al precedente televisivo di Vermicino, il bimbo nel pozzo. Un´operazione scellerata e assassina. Avessero mandato i cani, invece delle telecamere, il piccolo Alfredo oggi sarebbe un signore di mezza età. Cogne chiude la parabola antropologica inaugurata con Vermicino. Il processo di annientamento delle emozioni per overdose televisiva.
A chi può piacere questa Italia? Forse all´avvocato Taormina, che è il vincitore di giornata. E´ stato lui a voler trasformare il delitto di Cogne in un serial, in un reality show. E´ dunque il suo trionfo, il trionfo di un piccolo, nostrano Barnum forense se non della sua cliente. Perché arriva il momento in cui le strade si separano. La signora Franzoni, fotografata dai rotocalchi in spiaggia come una letterina, invitata nei salotti tv, intervistata in esclusiva dai settimanali, domani può finire in galera per una vita, mentre Taormina continuerà a mietere gloria per sé e condanne trentennali per i suoi assistiti. In ogni caso la gratitudine degli onesti andrà in eterno al suo predecessore Grosso, che si è fermato a un passo dall´abisso circense.
Al di là di chi vinca o perda, in una storia come questa di disperazione, è strano che nessuno s´identifichi mai con i bambini. Nessuno che abbia sentito addosso l´ombra dell´orrore di Samuele, l´angoscia dei suoi due fratelli esposti al tornado mediatico che trasforma anche la sede del tribunale in un set.
Fosforo e torture in carcere, inchieste in Iraq
Michele Farina sul Corriere della Sera
Com'è "versatile", il fosforo bianco. Illumina e nasconde, produce nuvole di fumo ma anche particelle di fuoco eterno: la definiscono arma "psicologica", però è capace di bruciarti la carne fino all'osso, finché c'è ossigeno. "Uno strumento versatile per vincere la battaglia di Falluja": così nel marzo 2005, sulla rivista Field Artillery del Pentagono, il veterano James Cobb definiva il fosforo bianco, spiegando il suo impiego per stanare il nemico, per "scuotere e cuocere" i miliziani iracheni che non volevano uscire dalle loro postazioni. Otto mesi dopo, anche il ministero della Difesa americano ha ammesso questa "versatilità" del white phosphorus (in gergo Wp). L'altra sera alla Bbc radio un portavoce del Pentagono, il tenente colonnello Barry Venable, ha confermato che sì, i Marines a Falluja hanno usato proiettili di WP "contro i guerriglieri". Per la prima volta, anche sulla scia del documentario di RaiNews24 "Falluja, la strage nascosta", Washington ammette che il WP non è stato usato soltanto per illuminare il campo di battaglia ma per attaccare il nemico asserragliato nella roccaforte sunnita. Perché questa rettifica così tardiva? "Mancanza di informazioni", si è giustificato il colonnello Venable. Non hanno visto al Pentagono lo scoop di Field Artillery? Hanno qualcosa da nascondere? La Bbc lo definisce "un disastro d'immagine". La ministra per i diritti umani del governo iracheno, la curda Narmin Uthman annuncia che una commissione d'inchiesta sarà inviata a Falluja per indagare sugli effetti del fosforo bianco sui civili.
Alla signora Uthman il lavoro non manca. Con gli "arretrati" di Falluja, il nuovo dossier torture a Bagdad: ad arroventare il clima pre-elettorale arrivano le foto e le testimonianze dei prigionieri trattati in maniera disumana nelle segrete del ministero degli Interni. Storie di fame e di botte, all'ombra del nuovo Iraq. Le vittime sono in maggioranza sunniti: ieri dominatori, oggi nerbo della guerriglia.
La "liberazione di Falluja" un anno fa non ha fermato la guerriglia sunnita. A quale prezzo è avvenuta? Il Pentagono nega che le operazioni "shake and bake" (scuoti e cuoci) abbiano coinvolto i civili. Il governo britannico ieri ha affermato che l'uso del Wp è permesso solo se nella zona dei combattimenti non ci sono civili. Implicitamente, una presa di distanze dagli Usa. È assodato che a Falluja nel novembre 2004 non ci fossero soltanto jihadisti e guerriglieri. Il Pentagono ribadisce che il WP non è un'arma illegale. In un colloquio con il Corriere Michale O'Hanlon, senior fellow alla Brookings Institution , si schiera su questa posizione. "Sono pronto a criticare gli Usa per Abu Ghraib. Ma a Falluja si è combattuta una battaglia durissima, strada per strada, in cui molti soldati americani hanno perso la vita combattendo contro i terroristi delle autobomba. L'uso del fosforo bianco, che non può essere paragonato al napalm, è "scusabile" se è servito a ridurre le perdite". I soldati americani uccisi a Falluja sono stati 51. E le perdite irachene? "La verità è che non abbiamo sufficienti informazioni. Quanti civili sono morti? Se si documentasse che si tratta di cinquemila vittime, sono pronto a cambiare la mia posizione. Ma se parliamo di due o tre civili uccisi dal fosforo bianco...".
"Un'inchiesta del governo Usa? Necessaria ma improbabile. Soltanto a condizione che Londra o Roma facciano pressioni sull'amministrazione Bush". William Arkin, analista militare del Washington Post , dice al Corriere che "l'ammissione del Pentagono è rozza oltre che tardiva. Come si fa a escludere che le operazioni "scuoti e cuoci" non abbiamo coinvolto anche civili?". Arkin è un po' disgustato dalle disquisizioni sulla legalità o illegalità del fosforo bianco. "Il punto è che hanno usato quell'arma in modo illegale. Chi ha ordinato l'uso del Wp contro le persone in un'area urbana ha violato obblighi precisi". Per Arkin l'uso del fosforo bianco "illumina la frustrazione di un esercito che si trova a dover riconquistare Falluja per l'ennesima volta", in una guerra che ogni giorno sembra ricominciare da capo.
Negroponte apre un'indagine contro la Rai
Piero Sansonetti su Liberazione del 15/11/05
Ieri diverse centinaia di persone hanno dato pacifico assalto all'ambasciata americana a Roma, per protestare contro i crimini di guerra commessi dall'esercito degli Stati Uniti a Fallujah. Ieri era il 14 novembre ed era passato giusto un anno dalla presa di Fallujah da parte degli americani, dopo una battaglia durata sette mesi, costata migliaia e migliaia di morti, vinta grazie all'uso del fosforo e del napalm, cioè delle armi di sterminio di massa.
Mentre a Roma si protestava, a Washington si iniziava ad indagare. Su cosa, sui delitti dell'esercito americano? No, sulla Rai, sulla nostra televisione. La notizia l'ha data il New York Times: i servizi segreti guidati dal mitico ambasciastore John Negroponte hanno avviato una inchiesta sul documentario realizzato da Rainews24 cioè sul pezzo giornalistico - di produzione italiana ma pochissimo conosciuto in Italia grazie alla congiura del silenzio dei media - il quale dimostra in modo inoppugnabile il fatto che a Fallujah gli americani hanno usato le armi chimiche e hanno commesso decine e decine di feroci crimini di guerra. Chi è John Negroponte? Uno degli uomini di punta di quelli che potremmo chiamare i servizi segreti deviati, ma che ormai sono i servizi segreti e basta: Negroponte fu al vertice delle varie operazioni illegali e sanguinose condotte in America Latina negli anni '70 e '80 a favore delle dittature e contro i pochi regimi democratici, Negroponte è uno degli uomini-chiave dello scandalo Iran-Contras (vendita illegali di armi statunitensi all'Iran di Khomeini per creare fondi neri usati poi contro lo stato democratico del Nicaragua), Negroponte è, dal 2003 al 2004, l'ambasciatore plenipotenziario degli Stati Uniti a Baghdad - cioè il leader politico dell'occupazione militare - e oggi Negroponte è il capo assoluto dei servizi segreti degli Stati Uniti. Perché apre un'indagine sui nostri Vilfredo Ranucci e Maurizio Torrealta e sul documenrauo di Rainews24? Non certo per scoprire cosa davvero è avvenuto a Fallujah (questo lo sa già, e con precisione, visto che è stato tra gli strateghi di quell'assedio) ma per scoprire come i nostri giornalisti sono entrati in possesso di materiale segreto. Gli scopi dell'inchiesta degli 007 americani sono due: il primo è di intimidazione verso la Rai, verso la stampa italiana e in genere verso giornalisti e operatori ficcanaso; il secondo scopo è quello di accertare se ci sono pezzi di servizi segreti americani, non allineati con l'amministrazione, che hanno collaborato alla diffusione dei documenti che provano l'uso delle armi chimiche a Fallujah.
Il sit-in di ieri a Roma ha avuto un buon successo. E' stato il primo di una serie di azioni di protesta che si ripeteranno nei prossimi giorni, a Milano (oggi al Consolato Usa a via Turati), a Firenze, di nuovo a Roma e in altre città. I manifestanti sono riusciti a sistemarsi proprio di fronte ai cancelli dell'ambasciata, controllati da un cordone di polizia. Tra i manifestanti, oltre ai pacifisti italiani, c'erano parecchi americani che gridavano gli slogan in inglese. Erano i più arrabbiati.
Alla manifestazione, come previsto, hanno partecipato tutte le anime del movimento pacifista, i sindacati, i partiti di sinistra (Rifondazione, Pdci e verdi), ma nessun partito del centrosinistra: né i Ds, né la Margherita, né i partiti minori. Non sono state date spiegazioni ufficiali sulla mancata adesione. Le spiegazioni ufficiose sono venute attraverso le dichiarazioni al Corriere della Sera (unico organo di informazione, oltre a Liberazione e al manifesto, ad aver dato notizia del sit-in) di vari esponenti del centrosinistra: Mastella, Enzo Bianco, Zingaretti, Boselli. I quali non negano l'ipotesi che gli americani abbiano usato armi chimiche; pensano anzi che sia un'ipotesi robusta. Dicono solo che forse non è il caso scendere in piazza, e poi dicono che comunque non si può scendere in piazza con chi non ha partecipato alla fiaccolata pro-Sharon della settimana scorsa. Ma perché mai non si può manifestare con l'Arci, o coi boy scout, o con la tavola della pace, e invece lo si fa allegramente e senza pudori con La Russa, Gasparri e Calderoli? E perchè mai si considera una dichiarazione delirante di un presidente (quella di Amadinejad sulla cancellazione di Israele) come molto più grave della messa al rogo della popolazione civile della città di Fallujah? Forse siamo stupidi noi, forse non capiamo e ingigantiamo questo problema della guerra chimica, della sua atroce illegalità. Se è così qualcuno più sveglio e lungimirante di noi si degni di spiegarci il perché. Invece Rutelli, Fassino, D'Alema, Veltroni e tutti gli altri fiaccolatori continuano a tacere. E' questo che ci inquieta. Ai tempi del napalm in Vietnam persino qualche democristiano superossequiente agli Usa osò alzare la voce.
17 novembre 2005