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sulla stampa
a cura di G.C. - 16 novembre 2005


La lunga marcia verso l'instabilità
Massimo Franco sul
Corriere della Sera

La presenza di Umberto Bossi a Roma dovrebbe incorniciare simbolicamente la vittoria leghista sull'odiato centralismo dello Stato. Eppure, nessuno è così grossolano da pensare che il voto odierno al Senato sul federalismo coincida con l'inizio di una nuova stabilità. L'unilateralismo istituzionale del centrodestra, figlio di una cultura politica oltre che di una forzatura ulivista nella passata legislatura, apre una fase di confusione.

Sarebbe ingiusto parlare di vuoto, perché le riforme impongono nuove leggi destinate a essere applicate e rispettate. Il problema è che sono avvolte da un alone di precarietà così vistoso, da metterle anticipatamente in mora.
Prevale l'impressione che si stia entrando in una fase ibrida, sotto l'aspetto costituzionale: con un'incertezza palpabile sui contorni del sistema; e la percezione altrettanto netta che, in caso di successo dell'Unione, alcune delle leggi imposte dal centrodestra sarebbero riesaminate, se non revocate. L'ombra di un referendum a giugno già sovrasta la "devolution" che sta per essere approvata. E la commozione di Bossi, per quanto comprensibile, trasmette un messaggio ambiguo. Non si capisce se sia l'apoteosi della "lunga marcia" della Lega dentro e contro le istituzioni italiane; o, invece, l'epilogo di un tragitto che il 2006 potrebbe rimettere su un binario morto. L'aula semivuota del Senato, ieri, non era incoraggiante.
In questo senso, si tratta di una vicenda emblematica. E' vero che in campagna elettorale si usano toni più alti del normale. E dunque, la durezza del centrosinistra contro lo "strappo istituzionale" che si starebbe consumando andrà verificata dopo il voto del 2006: tanto più che crescono le esortazioni a cercare "soluzioni condivise" sulle grandi questioni. Ma per il momento manca qualsiasi possibilità di capire che cosa sopravviverà alle elezioni, e che cosa invece verrà spazzato via con un cambio di maggioranza. Il futuro della stessa legge elettorale appare un'incognita. Il ritorno al proporzionale, seppure corretto e pasticciato, sta avvenendo infatti senza accordo fra Cdl e Unione.

Di più: esalta un colpo di mano parlamentare del governo, tanto legittimo sul piano formale quanto devastante su quello dei contraccolpi politici. Il risultato minimo che ci si può aspettare è una confusione postelettorale cercata e sperata da un fronte berlusconiano incupito dalla prospettiva della sconfitta. E c'è da scommettere che, in caso di vittoria, nel centrosinistra la voglia di tornare al maggioritario riaffiorerà: anche se probabilmente rimarrà insoddisfatta. Ricambiare la legge significherebbe tornare alle urne troppo presto; e poi, il "partito del proporzionale" è più ramificato di quanto si pensi.

Sono comunque premesse di una legislatura che qualcuno vuole condannata in anticipo all'instabilità. Non è così scontato. Certo, l'eredità del quinquennio berlusconiano appare ipotecata dai provvedimenti considerati "ad personam". E promette di stimolare i progetti vendicativi di una parte dell'opposizione, senza rispondere al bisogno di stabilità.


Eppure, non è escluso che sia l'elettorato a rendere chiara con le proprie scelte una situazione potenzialmente opaca; e a togliere alibi a chi sarà chiamato a guidare il Paese. Fra elezioni, referendum e scelta del nuovo presidente della Repubblica, si intravedono mesi destinati a incubare gli equilibri del prossimo decennio. Il pericolo è che le smagliature prodotte in questi anni nel sistema rendano tutto difficile, faticoso, rallentato: un eterno limbo fatto apposta per alimentare il "caso" italiano, e portarlo all'attenzione dell'Europa come esempio da non imitare; e al quale, magari, dare comodamente la colpa anche delle proprie magagne.


Umberto e Bobo, due amici uniti da un bidone
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera

Dieci seggi di vantaggio non sono poi tanti... "Non dico niente: scaramanzia". E chissà se, per quelle curiose associazioni di idee che ti vengono in certi pomeriggi uggiosi, gli è tornato in mente il bidone di vernice con cui cominciò tutto. Perché, nel gran giorno della Lega, questo va detto: quella che oggi va a compiersi col benedicente ritorno di Bossi sulle tribune di Palazzo Madama non è solo la storia di un percorso politico, ma anche la storia di un'amicizia. Era una notte di tanti anni fa. Il futuro Senatùr e il futuro ministro degli Interni e poi del Welfare, pionieri di quella Lega Lombarda nata a rimorchio della Liga Veneta, battevano le strade della pedemontana varesina per marcare i cavalcavia con quelle gigantesche scritte contro Roma Ladrona con cui stavano facendosi conoscere. A un certo punto, narra la leggenda, una buca fece rovesciare il bidone di vernice. "Porca vacca!", sbottò Umberto. "La mia macchina nuova!", smoccolò Bobo.
Due decenni dopo, finito in disgrazia per essersi opposto al ribaltone contro il primo governo Berlusconi ("Avevamo tutto: il centravanti, le punte, le mezzale. Cosa volevamo di più?") avrebbe benedetto l'appiccicosa sventura. Usata da Bossi proprio per spiegare come mai, dopo aver definito "il nostro Bobo un braccio debole da amputare", aveva deciso di graziare l'amico ribelle: "Dovevo ancora risarcirlo per il bidone che una volta gli avevo rovesciato nella macchina nuova" Di più: quel bidone rovesciato era un segno del destino: per fare la rivoluzione occorre sporcarsi le mani. Nel senso, spiegherà il segretario, che "per cambiare bisogna essere politicamente scorretti".
Un'idea che Maroni, seduto su un divanetto del Senato, conserva anche adesso, mentre ammicca al televisore a circuito interno che mostra Francesco D'Onofrio che in aula parla e parla... "Certo le riforme, quelle vere, radicali, profonde, mica potevano farle quelli come lui...". Per questo, prima di esultare come di tanto in tanto esulta il suo cellulare (che come suoneria ha un urlo pazzo di tifosi milanisti in festa) vuole avere il sì definitivo del Parlamento in tasca. "Anche se il peggio dovrebbe essere passato. Il vero rischio era un rinvio. Con la prospettiva di tornare qui a votare sulla devolution magari a febbraio. Una manovrina infida. L'ha sventata Calderoli. In queste cose è bravissimo. Più bravo perfino di Francesco Speroni. Se Speroni si convince d'una cosa regolamentare tiene duro anche se magari ci perdiamo. Lui no. Come diceva il mio professore di penale, per ogni legge si possono sostenere tre o quattro interpretazioni ugualmente valide. Ecco, Calderoli trova sempre quella buona per noi". Quindi nessun rinvio? "No. Queste sono cose che vanno fatte a sorpresa. Ormai è troppo tardi".
Oddio, non è che sulle previsioni sia mai stato forte. Anzi. Un giorno arrivò a dire che la Lega avrebbe preso deputati "non solo al Centro e al Sud, ma anche in Sicilia e Sardegna". Un altro avvertì che le elezioni a venire avrebbero visto "la sparizione dei partiti nazionali". Per non dire di quella volta, nei giorni di passione secessionista quando girava a Montecitorio con volantini intestati "Repubblica Federale della Padania, Governo Provvisorio", che sentenziò: "La proclamazione dell'indipendenza sul Po sarà solo il primo passo di un cammino che nel giro di un anno o due porterà all'Europa delle Regioni. Per questo dico che il 15 settembre entreremo nella storia. E poi suoneremo il rhythm'n blues".

Giurava che "dopo Yalta sarà il Po a restare nella storia". Spiegava alla Padania che mai e poi mai ci sarebbe stato un compromesso: "Vogliamo ribadire, chiaro e forte, che l'autodeterminazione dei popoli padani è una scelta ineluttabile". Plaudiva a D'Alema che voleva la par condicio : "Finalmente ha deciso di porre un freno allo scandalo degli spot televisivi in campagna elettorale. Ho detto scandalo, perché di ciò si tratta. L'assenza di norme vincolanti ha consentito che nelle ultime elezioni i riccastri della politica inondassero di faccioni sorridenti gli schermi delle tv private".
Anche adesso, del Cavaliere, c'è qualcosa che gli è rimasto qui, nel gozzo. Lo stop imposto alla sua riforma del Tfr, bloccata perché così com'è dava fastidio alle assicurazioni, come la berlusconiana Mediolanum: "Lo sapete quanto ha fatto, nei primi nove mesi di quest'anno, offrendo le sue nuove polizze vita? Il 41 per cento di aumento degli utili sul 2004. Dico: il 41 per cento! Con dei meccanismi per cui, se tu versi mille euro e sei costretto a ritirarli l'anno dopo, te ne ritrovi duecento".
Certo, gli secca. "Ma se passa la mia riforma...". Lasciamo stare: la devolution, per un leghista come lui, val bene qualche rospo da ingoiare. E poi? Il referendum confermativo? "Dipende da come andranno le elezioni. Se vinciamo noi vinciamo alla grande anche i referendum, se perdiamo poi perdiamo alla grande anche i referendum". Per questo, sospira, lui e la Lega avrebbero preferito votare insieme, politiche e referendum, lo stesso giorno: "Sono più di dieci anni che a ogni referendum invitiamo la nostra gente a non andare a votare. Non sarà facile, spiegare che stavolta...". Vabbè, basta adesso, ci si penserà domani...


Legge sul risparmio, meglio tardi che male
Luigi Spaventa su
la Repubblica

Dopo quattordici mesi di lungo e tortuoso percorso, il disegno di legge sulla tutela del risparmio era giunto all´approvazione del Senato, che aveva ora migliorato (come nel caso del falso in bilancio) ora peggiorato (con la restituzione a Banca d´Italia di alcuni poteri attribuiti alla Consob e con la soppressione di qualche norma rilevante) il testo licenziato dalla Camera. Il governo, in reazione alle sconcertanti vicende di Lodi e piccato dalla indifferenza del Governatore a ogni censura, pensò bene di appendervi un articolo aggiuntivo dedicato, appunto alla Banca d´Italia. Fu una pessima idea, nel merito e nel metodo, come oggi appare evidente.
Nel merito, la proposta del governo è gravemente lacunosa, perché lambisce appena le questioni da risolvere per rimuovere le condizioni che hanno possibili le degenerazioni manifestatesi nell´azione della vigilanza. Pone un termine al mandato del governatore ma non a quello degli altri membri del direttorio; non interviene sulle modalità di nomina e di revoca; tace sulla governance della Banca, non introduce un´effettiva collegialità delle decisioni e lascia invariata la concentrazione del potere nelle mani di una persona. Trasferisce dalle banche alla mano pubblica le quote di partecipazione al capitale di Banca d´Italia, ma non si occupa delle conseguenze pericolose e singolari che potrebbero derivare da questo nuovo assetto, per quanto riguarda sia l´espressione dei rappresentanti della proprietà, sia l´autonomia finanziaria dell´istituto. Soprattutto, non affronta due problemi principali: ridurre il perimetro dei poteri della vigilanza e limitare l´ambito della ora sconfinata discrezionalità nei modi di esercizio di essi con adeguate modifiche del testo unico bancario; assegnare maggiori poteri in materia di concorrenza bancaria all´autorità naturalmente competente.
Se la Camera approvasse il testo del governo a scatola chiusa, così come ha fatto il Senato, tutto resterebbe come prima, salvo qualche maldestro ritocco cosmetico. Cadrebbero, forse in via definitiva, le proposte di riforma che da più parti sono state avanzate. Quel che è più importante, verrebbe disatteso l´articolato parere della Banca centrale europea: forse non vincolante su alcune materie, ma foriero di un probabile rinvio alla Corte di Giustizia per violazione del Trattato nel caso della norma sull´assetto proprietario. D´altra parte, se le norme sulla Banca d´Italia fossero riscritte alla Camera, la probabilità che l´intero disegno di legge - dedicato, ricordiamolo alla tutela del risparmio - sia approvato prima della fine della legislatura si ridurrebbero al lumicino, tale sarebbe la resistenza in Senato del coriaceo e solido partito del governatore. Alternativa sciagurata, dunque.

Per uscirne, il ricorso alla fiducia da parte del governo su una sua nuova proposta pare poco praticabile: lo impedisce il veto di un partito della maggioranza (oltre agli ostacoli posti da un più composito schieramento trasversale). La sola soluzione possibile, e tale da non compromettere la possibilità, almeno in futuro, di un intervento veramente riformatore, è un´altra. Si stralci dal disegno di legge sul risparmio l´articolo sulla Banca d´Italia e si approvino rapidamente gli altri 43 articoli di quella legge nel testo pur imperfetto del Senato. Esprima al tempo stesso il governo una sua proposta compiuta e organica con strumento legislativo separato, come avrebbe dovuto fare sin dall´inizio, sollecitando per esso una corsia preferenziale. Se riesce a ottenerne l´approvazione, bene. Altrimenti, tanto vale rinviare tutto alla prossima legislatura. Meglio tardi che male.


La trippa di Tremonti
Enrico Morando su
l'Unità

Dice Tremonti che "l'impatto (della sentenza della Corte Costituzionale) sulla Finanziaria 2006 è pari a zero. Non c'è trippa per gatti, né per Prodi, né per Fassino". Non mi sembra una posizione "tecnicamente" ben fondata: i commi 6,7,8, 94,95 e 101 della Legge Finanziaria per il 2006 ripetono pedissequamente le norme cassate dalla Corte. Quindi, gatti e trippe a parte, il governo e la maggioranza dovranno cambiarli, quei commi. Non nel senso di ridurre l'apporto alla manovra degli effetti del Patto di stabilità interno; ma nel senso di modificarne profondamente la natura. Quindi, purtroppo per lui, Tremonti dovrà cambiarli, quei commi, proprio nel senso indicato dall'Unione.
Cioè, per interposti gruppi parlamentari del Senato, da Prodi e Fassino.

Vediamo, in primo luogo, di cosa si tratta: dato il rilievo assunto dalle politiche di bilancio (spese ed entrate) delle Autonomie regionali e locali, lo Stato centrale non sarebbe in grado di rispettare il Patto di stabilità e crescita esterno (europeo), senza impegnare al conseguimento degli obiettivi che lo caratterizzano l'insieme delle Pubbliche Amministrazioni.
Detto in altre parole: come potrebbe essere rispettato, ad esempio, l'obiettivo del 3% nel rapporto deficit/Pil, se non attraverso il concorso di quelle Regioni e di quei Comuni che hanno un così grande ruolo nel determinare volume e qualità della spesa pubblica?
Non a caso, il Patto di Stabilità interno viene adottato dai governi di centrosinistra fin dall'inizio della rincorsa all'euro, come una componente essenziale di quella gestione della finanza pubblica che porterà allo "spettacolare" (Ocse) risanamento della seconda metà degli anni 90. In questa fase - dal 1997 al 2001 - il Patto interno è fondato su due pilastri: il primo, di metodo, è la concertazione tra governo centrale e rappresentanze delle autonomie; il secondo, di merito, è la determinazione di obiettivi di saldo (differenza tra entrate e uscite).
In questo modo - cambiato quel che c'è da cambiare - il Patto interno assume caratteri analoghi a quelli del Patto esterno: l'Italia e gli altri Paesi hanno cooperato con gli altri partners a scriverlo e collaborano a gestirlo; mentre i parametri fondamentali (rapporto deficit/Pil, debito/Pil, ecc) debbono essere conseguiti da ciascun Paese, essendo ciascun Paese libero di determinarsi sul mix di politiche dell'offerta e della domanda, di risparmi di spesa e aumenti di entrata, che ritiene più adeguato e più corrispondente ai caratteri dell'economia e della società nazionale.
Nel 2002, il governo di centrodestra sceglie una linea di aperta rottura della continuità: il Patto di stabilità interno viene riscritto unilateralmente dal nuovo governo (la concertazione, come si sa, non piace alla Casa della Libertà) e, soprattutto, i tetti al volume della spesa di Regioni ed Enti Locali prendono il posto degli obiettivi espressi in termini di saldo (cioè in termini di rapporto tra entrate e spese). Se la prima scelta (rottura della concertazione) crea un clima di reciproca diffidenza, che verrà aggravandosi fino alla totale rottura di oggi, la seconda (tetti di spesa al posto dei saldi) pone al tempo stesso problemi politici, problemi giuridici e problemi economico-sociali. Problemi politici: io Sindaco o Presidente di Regione non solo posso, ma debbo sentirmi obbligato a concorrere - per la parte del mio Comune o della mia Regione - al rispetto del Patto di Stabilità Europeo. Ma sarò del tutto deresponsabilizzato se avrò ragione di ritenere - ed agio di dimostrare ai miei elettori - che è il Governo nazionale a scegliere al posto mio ciascuna delle strade specifiche da intraprendere per giungere all'obiettivo. Se è la legge dello Stato centrale che mi dice dove (in quale specifico settore) e quanto devo tagliare, impedendomi di agire sul lato delle entrate e su altre voci di spesa, allora la sfera della mia responsabilità politica si restringerà fino ad annullarsi.
Problemi giuridici: se è legittimo "imporre agli Enti autonomi vincoli alle politiche di bilancio" (sentenza Corte), non è invece legittimo determinare "vincoli puntuali relativi a singole voci di uscita". Di qui la sentenza di ieri e tutte quelle, analoghe, che la seguiranno.
Problemi economico-sociali: mentre l'obiettivo espresso in termini di saldo tra entrate ed uscite premia la buona amministrazione (chi ha risparmiato, ristrutturato, esternalizzato, mantenuto la base imponibile, promosso sviluppo, avrà meno difficoltà a "starci dentro") la logica dei tetti di spesa premia chi ha spendacciato a destra e a sinistra, senza ritegno e senza costrutto, che avrà molto "grasso" da smaltire, prima di arrivare alla carne viva.
Dunque, si illude il vice ministro Vegas di potersela cavare con un rafforzamento "quantitativo" del Patto. Tradotto: se non possiamo decidere noi quali spese tagliare, basterà alzare gli obiettivi di taglio, lasciando ai Comuni la scelta dell'albero cui impiccarsi. No. Per uscire dal guaio in cui si è cacciato, il Governo dovrà cambiare la qualità del Patto Interno. Se serve, c'è un emendamento dell'Unione alla Legge Finanziaria che risolve il problema.


Al mercato dei bei culturali
Salvatore Settis su
la Repubblica

Il fondamentalismo aziendalista del governo Berlusconi emette dal letto di morte i suoi estremi (ed estremistici) sussurri e grida. Secondo un documento distribuito a tutti i ministri dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Letta "la realtà dello sfruttamento del bene culturale si inquadra a pieno titolo nell´economia d´impresa. In particolare stiamo parlando di una impresa del settore tempo libero-turismo culturale". Coerenti con questa impostazione sono le conseguenze.
"La gestione (dei beni culturali) dev´essere improntata a logiche imprenditoriali che producano reddito attraverso una impresa ad hoc, proprio perché (il reddito è) destinato a sostenere la conservazione e la fruizione (…) Lo sfruttamento del bene pubblico risponde alle logiche del mercato e collima, sua sponte, con le esigenze della fruizione e della conservazione, poiché il bene è esso stesso il fattore di produzione della impresa". In questo credo iperliberista, il mercato è tutto, regola tutto, è onnipotente. Il bene culturale esiste per essere sfruttato, e solo in quanto produce reddito potrà essere conservato e fruito dai cittadini. Se non produce reddito, è il corollario implicito, liberiamocene velocemente. Non esiste nella Repubblica nulla che meriti il nome di cultura, tradizione, memoria storica, identità nazionale: esiste al massimo il turismo culturale, ed esiste perché può produrre reddito. Si capisce così perché il taglio ai bilanci degli archivi di Stato sia arrivato al 70%: gli archivi non sono fra le mete del turismo culturale. Per la stessa ragione, si mortificano gli Istituti storici nazionali, si licenzia in tronco la Giunta centrale per gli studi storici assoggettandola allo spoil system, si pongono funzionari amministrativi alla testa di soprintendenze territoriali.
Questa offensiva d´inverno arriva, come di rito, in stagione di Finanziaria, e si giova del periodico pianto greco sulla crescita del debito pubblico: un problema, beninteso, drammaticamente reale. Ma come risolverlo? Mettendo a reddito i musei, sostiene Letta. L´illustre giurista Giuseppe Guarino ha un´idea ancor più radicale. In una relazione tenuta a Roma il 26 ottobre egli ha osservato che le enormi (e crescenti) dimensioni del debito pubblico in Italia sono tali da far temere una crisi irreversibile. La soluzione, per Guarino, è di monetizzare la proprietà pubblica, e per tale egli non intende solo le partecipazioni in borsa, quotate e non quotate, o i beni immobili di proprietà pubblica, bensì anche "i beni immobili di interesse storico, archeologico e artistico che sono giuridicamente inalienabili. Per immettere sul mercato tali beni bisogna fornirli di un reddito, ed insieme abrogare, con atto avente forza di legge, il vincolo della inalienabilità". Insomma, Guarino – rimuovendo dal suo scenario la Costituzione – propone un´edizione riveduta e corretta (in peggio) della Patrimonio S. p. A., che come ognun sa si è rivelata un clamoroso fallimento, anche se resta in piedi col suo largo corrredo impiegatizio, come tanti altri enti inutili, accrescendo la spesa pubblica anziché contenerla.
Ma c´è chi continua ostinatamente a credere che il patrimonio culturale ci sia solo per essere "sfruttato", non sia che una fonte a cui attingere per rimpolpare le magre casse dello Stato. Si evita accuratamente di analizzare gli sprechi che sono sotto gli occhi di tutti, e si rimuove dalla coscienza pubblica il più devastante spreco di risorse che ci attende, quello che metterà in ginocchio l´Italia se verranno attuate le devoluzioni imposte dalla riforma costituzionale leghista, irresponsabilmente controfirmata da tutta la maggioranza. Si chiudono gli occhi di fronte alla gigantesca evasione fiscale: secondo una stima del ministero dell´Economia ("Il Sole-24 ore" del 19 luglio di quest´anno) le tasse evase ammontano ogni anno a 210 miliardi di euro. E´ una stima conservativa: come ha scritto Vladimiro Giacché, sulla base di dati della Guardia di Finanza si potrebbe arrivare a una stima ben più alta, 410 miliardi di euro l´anno. Ma l´evasione fiscale non si può toccare, in un Paese il cui presidente del Consiglio ama elogiare l´economia sommersa e l´evasione fiscale, e farlo in un discorso alla Guardia di Finanza (11 novembre 2004), e in cui si susseguono senza tregua e senza pudore condoni su condoni.

In questo scenario di improvvisazioni e di imboscate ai danni del nostro patrimonio culturale e della Costituzione, più urgente ancora è, nella vigilia elettorale che attraversiamo, che tutti i partiti, finora chiusi in uno strano riserbo, dicano a chiare lettere quali sono i loro progetti su questo fronte tormentato.


Falluja, il Pentagono ammette l'uso del fosforo bianco
Toni Fontana su
l'Unità

Dopo tante smentite alla fine arriva la conferma: l'esercito americano ha utilizzato fosforo bianco durante l'offensiva contro la città irachena di Falluja nel novembre 2004, così come ha raccontato l'inchiesta di RaiNews24. A dirlo è un portavoce del Pentagono, intervistato dalla Bbc. "L'abbiamo utilizzato come arma incendiaria contro combattenti nemici", ha dichiarato, rispondendo a una domanda, il tenente colonnello Barry Venable. "Il fosforo bianco è un'arma convenzionale, non è un'arma chimica. Non è illegale", ha rilevato l'ufficiale. "Noi l'utilizziamo in primo luogo come agente oscurante, per cortine fumogene o per illuminare obiettivi", ha detto. "È comunque un'arma incendiaria, che può essere utilizzata contro combattenti nemici", ha aggiunto. Segue una descrizione della tecnica di impiego del fosforo bianco usata a Falluja. Racconta il tenente colonnello Venable: "Quando hai forze nemiche al riparo, la tua artiglieria con cariche potenti non ha effetto e, se vuoi stanarle dalle loro posizioni, una delle tecniche è sparare fosforo bianco. Gli effetti combinati del fuoco e del fumo, e in alcuni casi il terrore causato dall'esplosione, le faranno uscire dai ripari, in modo che tu possa ucciderle con esplosivi potenti".

Nuovo orrore iracheno: prigione-lager nei sotterranei ministero dell'Interno
Una conferma che arriva proprio il giorno della divulgazione di un nuovo orrore iracheno. I militari americani del terzo reggimento di fanteria, che avevano dato ascolto alla disperate invocazioni della madre di un ragazzo di 15 anni "desaparecido", hanno fatto irruzione nei sotterranei del ministero dell'Interno, scoprendo 173 prigionieri ridotti a scheletri. Per stessa ammissione dei capi sciiti, mai era stata raggiunto un tale livello di brutalità e di sadismo. Messo alle strette il premier Jaafari, esponente "moderato" sciita, ha nominato due commissioni d'inchiesta ed ammesso che nel bunker "c'erano detenuti malnutriti e, in alcuni casi, forse torturati".
Ancor più esplicito è stato il vice-ministro dell'Interno, Hussein Kamal, che, nell'evidente intento di salvare la poltrona, ha dichiarato alle agenzie internazionali che sui prigionieri "i segni di abusi sono evidenti, alcuni detenuti su alcune parti del corpo non hanno più pelle, un paio sono rimasti paralizzati". Gli arrestati non mangiavano "da settimane" e molti di loro avevano il corpo devastato dalle violenze subite. La scoperta è tragica e clamorosa e potrebbe provocare un terremoto politico. A pochi giorni dalla "conferenza di riconciliazione" che dovrebbe aver luogo al Cairo, il governo iracheno e in special modo la componente maggioritaria sciita, viene investita da uno scandalo senza precedenti che rischia di sconvolgere i debolissimi equilibri del paese. Il lager è stato infatti scoperto dentro un palazzo ministeriale, in pieno centro a Baghdad, e, per la prima volta, gli americani, forse anche per un tornaconto politico, hanno ascoltato le suppliche dei sunniti. Parenti e amici di molti "desaparecidos" hanno instancabilmente chiesto notizie sui loro congiunti, ma i nuovi capi sciiti, che controllano polizia, esercito e servizi di sicurezza, non hanno mai dato risposte. Ulema e dignitari sunniti hanno messo alle strette il comando Usa, che, seguendo le innumerevoli segnalazioni ricevute, ha mandato il soldati nei sotterranei del ministero dal quale dipendono tutte le forze di polizia.



In fuga dal Presidente
Vittorio Zucconi su
la Repubblica

Resuscitati all´elisir miracoloso dei sondaggi, che condannano Bush a una impopolarità ormai plebiscitaria (65 per cento) e terrorizzati dal timore di perdere il loro bene più prezioso, il seggio, anche i parlamentari, il Congresso, cominciano a scuotersi, dopo i media già in via di risveglio, dal coma morale e politico indotto dalla "guerra al terrore".
Mentre Bush vola lontano, in un´Asia che gli rimprovera la fissazione ossessiva con l´Iraq e l´ignoranza del resto del mondo, in rapida successione democratici e repubblicani approvano insieme, fusi nella "bipartisanship" della paura del castigo elettorale per chi sia visto come troppo allineato dietro Bush, una risoluzione per chiedere alla Casa Bianca di presentarsi regolarmente a spiegare le proprie azioni e i propri piani; domandando che il 2006 sia l´anno della "irachizzazione" definitiva con chiare prospettive di ritiro delle truppe; e restituiscono qualche diritto civile ai "desparecidos" di Guantanamo, vergognosamente detenuti senza incriminazioni e ormai senza alcun valore di intelligence; difendono l´emendamento anti-tortura voluto dal senatore repubblicano McCain dalle minacce di veto della presidenza. E si prepara a lanciare la "fase 2" di quella lacunosa inchiesta sulle armi di distruzione di massa che la "fase 1" chiuse in fretta, tra silenzi, omissis e rifiuti di documenti, lasciando, dall´uranio nigerino agli smentiti legami con Bin Laden, più domande che risposte.
La spiegazione di questo tardivo ma ormai palpabile "cambio di stagione" a Washington non va cercata nei casi più sensazionali, come l´incriminazione dell´uomo dei neocon al fianco di Cheney, "Scooter" Libby, nella melma delle patacche e delle menzogne diffuse per giustificare l´invasione, nell´obbrobbio dei bombardamenti incendiari e neppure nel tassametro implacabile dei caduti americani in Iraq che scatta ogni giorno. La chiave per capire la visibile "presa di distanza" dal presidente fra i democratici e i repubblicani più moderati sta nell´effetto cumulativo di scandali, promesse vuote, confusione e dissimulazione che hanno ormai portato la maggioranza del pubblico a giudicare Bush "non credibile".
Oggi, la vicinanza a Bush, la sua investitura è vista dai politici come una liability, una passività e non un asset, un attivo, appena 12 mesi dopo la sua chiara vittoria elettorale su John Kerry e la conquista della maggioranza nei due rami del Parlamento. Le sconfitte elettorali dei candidati repubblicani nelle elezioni di martedì scorso, e soprattutto il disastro delle proposte che l´ex idolo delle folle, Schwarzenegger, aveva sottoposto a referendum in California, erano scontate, come lo era la rielezione del repubblicano Bloomberg a New York. Ma la frase detta dal candidato repubblicano al governatore della Virginia, James Kilgore, per spiegare la propria sconfitta, è suonata come un´abiura di Bush. "Il fatto che il Presidente sia venuto a fare comizio con me la sera prima del voto - ha detto questo Kilgore - è stato più un danno che un aiuto".

Oggi, l´America, e i suoi pigri rappresentanti in Parlamento, non credono più a Bush, che continua a rifiutare ogni responsabilità per errori e per false informazioni dette, forse, anche in buona fede. "In effetti è risultato che sulle armi di distruzione di massa ci eravamo sbagliati" ha ammesso il primo consigliere per la sicurezza nazionale, un altro di quei neo conservatori che avevano dominato la Casa Bianca nella preparazione alla guerra, Stephen Hadley, "ma non abbiamo deliberatamente ingannato nessuno". Ci siamo ingannati da soli, insomma, sembra paradossalmente voler dire Hadley, ma neppure questo Bush osa ammettere, come se confessare anche un solo elemento potesse demolire l´intero edificio della sua "dottrina".
Preferisce continuare ad arroccarsi dietro la retorica del "tutto va meglio", a non liberarsi di quei collaboratori e consiglieri, come invece seppe fare Reagan, che ormai costituiscono più una zavorra che un motore nel suo secondo mandato, mentre Washington ronza di voci che indicano una crescente freddezza fra lui e la sua ex baby sitter politica, il vice presidente Cheney, toccato da vicino dalla scandalo Ciagate. Bush non cambia, forse non può cambiare, perché è prigioniero della propria immagine di uomo "che tira diritto". Per rispondere, preferisce accusare l´opposizione di avere votato con lui e per lui, al momento della guerra, avendo visto gli stessi documenti e le stesse prove su Saddam, ignorando il fatto che, se le prove erano fasulle, anche le conclusioni non potevano che esserne falsate.



  16 novembre 2005