«Io la guerra non la volevo». Parola di Silvio Berlusconi che «confessa» di aver fatto di tutto per convincere Bush a non invadere l'Iraq. Di fronte al crollo di consensi, «il presidente pacifista» è l'ultima trovata del Cavaliere Anche negli Usa il disastro iracheno manda in crisi i vertici politici. Bufera sulla Casa bianca dopo l'incriminazione del braccio destro di Cheney per le false prove sulle armi di distruzione di massa. Il presidente è «rattristato».
E l'America teme lo sgambetto di Roma
Vittorio Zucconi su la Repubblica
«UN COMMENTO caduto in un momento inopportuno» tossicchia un diplomatico italiano al quale da 24 ore gli uomini della Casa Bianca telefonano seccati per scoprire che cosa nasconda l´inopinato ripensamento «pacifista» di Silvio Berlusconi. Per sapere se per caso il buon soldato Silvio, quello che nel gennaio del 2003 si era pubblicamente allineato dietro il comandante Bush nella politica del cambio di regime, non stia cercando di prendere le distanze da una Presidenza americana nei guai sul fronte esterno come su quello interno.
Da ieri sera, da quando il capo del governo italiano è sbarcato alla base di Andrews nei sobborghi di Washington per una delle visite di stato più fulminee che anche la diplomazia delle figure senza contenuti seri ricordi (tornerà a Roma già questa sera) i «courtiers», i sacrestani e i coadiutori delle due corti stanno lavorando per ricostruire la facciata dei sorrisi, della incrollabile amicizia e della fedele sintonia che oggi vedremo restaurata. Ma quelle parole di Berlusconi sono state più «di una sorpresa sgradita» come ha scritto un commentatore del Los Angeles Times.
Sono state la bizzarra e davvero inopportuna resurrezione di un fantasma storico che perseguita il nostro Paese e che proprio il primo governo di destra nel dopoguerra aveva promesso di esorcizzare per sempre: lo spettro dei «giri di valzer» e dell´inaffidabiltià di un´Italia che comincia le guerre da una parte e le finisce dall´altra. Oltre che essere, come sciaguratamente il caso della bufala nigerina ha mostrato, il solito Paese di magliari.
La sortita di Berlusconi, e la sbalorditiva rivelazione di un suo ripetuto tentativo di lobby (sei volte) con l´appoggio di Gheddafi, nel 2003 ancora compreso nella lista dei governi sponsor del terrorismo, sarebbero state inopportune comunque oltre che stupefacenti per consumatori americani non abituati alle acrobazie dialettiche dei nostri politici, al «qui lo dico e qui lo nego» e allo scaricamento sulla stampa che fraintende. Questo segnale di disengagement berlusconiano dal pantano di una guerra che ha portato Bush sotto quota 40% nel favore popolare, questo sospetto di ritiro retorico, se non militare, da una missione a Nassiriya che la stampa americana ha sempre ignorato nonostante il nostro contributo di sangue, suona come un colpo di stiletto alle spalle, ora che la Casa Bianca è caduta «dalla sella del suo cavallo bianco» come ha detto il commentatore della Cnn, Jeff Greenfield, sbalzata dalle incriminazione del "cervello di Cheney", il suo capo gabinetto e chief ideologue Scooter Libby.
Ora l'inchiesta punta dritta contro Cheney
Ennio Caretto sul Corriere della Sera
WASHINGTON Dopo Karl Rove, Dick Cheney: alla vigilia dell'incontro tra Bush e Berlusconi alla Casa Bianca, il mondo politico e giornalistico Usa ha messo ieri sotto processo il vicepresidente nel Ciagate. E' l'effetto di un minuzioso riesame dell'incriminazione del suo consigliere Lewis Libby. Nel dossier del procuratore Patrick Fitzgerald sullo scandalo, Cheney è indicato come il primo che rivelò l'identità dell'avvenente 007 Valey Plame, il primo che discusse con il suo entourage alla Casa Bianca se informarne i media per vendicarsi del marito, l'ex ambasciatore Joseph Wilson, «colpevole» di aver smentito che Saddam Hussein avesse cercato materiale nucleare in Niger.
A differenza di Rove, lo stratega di Bush, che potrebbe venire a sua volta incriminato, Cheney non sembra correre per ora rischi giudiziari. Ma parlamentari democratici e repubblicani hanno chiesto non solo che Rove si dimetta, ma anche che Cheney «venga rinchiuso nella legnaia», ossia emarginato (i senatori Charles Schumer di sinistra e Lindsey Graham di destra). L'ex ministro dell'Ambiente Christine Whitman non ha escluso che «in caso estremo Dick debba andarsene». Altri hanno sollecitato Bush a porgere le sue scuse ai coniugi Wilson e l'America e fare un drastico rimpasto di gabinetto, notando che nei sondaggi il 55% del Paese sospetta l'amministrazione di corruzione e immoralità.
«Un diluvio» il titolo dal Washington Post che potrebbe paralizzare il numero due più potente della storia e danneggiare gravemente Bush.
Il "porta a porta" del Sismi per piazzare il dossier uranio
Sulle ripetute smentite di Palazzo Chigi pesano le ultime rivelazioni del Washington Post
c. b. e g. d´av. su la Repubblica
Una serie di circostanze di fatto interpellano la responsabilità del Sismi e del governo italiano nella costruzione e disseminazione del falso dossier sull´uranio nigerino. Eccole:
a) 15 ottobre 2001. Il rapporto Sismi alla Cia
Il primo rapporto su un presunto traffico di 500 tonnellate di uranio minerale (yellowcake) dal Niger all´Iraq raggiunge la Cia. Le informazioni arrivano da Roma e sono state raccolte dal Sismi che le accredita con il governo americano. Le informazioni contenute nel rapporto del Sismi alla Cia sono le stesse "documentate" dal falso dossier che, in quell´anno, è stato materialmente costruito da quattro persone: Rocco Martino, Antonio Nucera, la «signora L.» dell´ambasciata nigerina e uno dei consiglieri diplomatici del paese africano.
B ) I falsari e il Sismi
Rocco Martino, già espulso per indegnità dall´intelligence militare alla fine degli anni '70, tra il '99 e il 2001 lavora ancora per il Sismi. L´intelligence americana lo conosce come «informatore occasionale dei servizi italiani, inglesi, francesi e americani».
Antonio Nucera. Colonnello del Sismi, già numero due del "centro di viale Pasteur" di Roma. Ha lavorato nella divisione armi di distruzione di massa del servizio. È lui a mettere in contatto Rocco Martino con un´impiegata dell´ambasciata nigerina (la «signora L.») che deve fornire altro materiale utile per la fabbricazione del dossier (carte, timbri..).
C) Il materiale Sismi contenuto nel dossier
Lo scartafaccio messo insieme e manipolato nel dossier è una collezione di vecchio materiale di intelligence raccolto dalla divisione armi di distruzione di massa del Sismi a partire dalla fine degli anni '80, alla vigilia della prima guerra del Golfo. La stessa in cui lavora il colonnello Antonio Nucera. La tecnica per entrarne in possesso è sempre la stessa. Simulare un furto nell´ambasciata nigerina. La prima delle effrazioni è del 1991. L´ultima della notte di capodanno 2000-2001.
D) Il tentativo di "vendita" di Martino agli americani. Il silenzio del Sismi
Nel 2001, Rocco Martino (lo rivela al Washington Post una fonte di intelligence Usa) tenta di vendere il dossier al capo stazione della Cia a Roma. Martino viene respinto, perché le carte appaiono all´intelligence americana un grossolano falso. Quando il 15 ottobre del 2001 il Sismi invia a Washington il suo rapporto basato sulle "notizie" contenute nel falso dossier tace agli americani che le informazioni del nostro servizio sono le stesse che porta in giro Rocco Martino, l´uomo che la Cia di Roma ha messo alla porta.
E ancora tacerà il governo italiano (e il Sismi) quando George W. Bush vi farà riferimento nel discorso sullo stato dell´Unione che, con sedici parole, preannuncia l´intervento militare in Iraq.
Da Parmalat a Bankitalia così ci vedono all´estero
Viaggio tra i grandi investitori per misurare l´indice di fiducia
Andrea Greco su la Repubblica
LONDRA - Quelli che leggono il Financial Times. Che l´Italia non è proprio il Bengodi per investire, che con sarcasmo esclamano Mr. Fazio is a joke, e che hanno imparato a dire pazienza l´accento i furbetti del quartierino. Siamo un luogo farsesco, nella visione dei grandi investitori anglosassoni, anche più di quanto decenni di luoghi comuni abbiano saputo sedimentare.
«L´Italia sta diventando il paese di cui tutti parlano, nelle torri della Banca centrale europea ha rubato la scena alla Germania dice Ian Stewart, capo economista della banca d´affari Merrill Lynch in Europa e il motivo è il passo debole della crescita, penalizzata soprattutto dall´andamento dell´export». «Il caso Fazio è tragicomico, la riforma numero uno dovrebbe essere quella di Bankitalia fa eco James Alexander, gestore capo di M&G (gruppo Prudential) non posso credere che il governatore abbia incoraggiato la Bpi a indebitarsi tanto, e creare tali marchingegni per la scalata Antonveneta; né che abbia permesso a Fiorani di allearsi e concertare con raider tipo Ricucci. La vicenda Antonveneta lascia un sapore molto cattivo in bocca».
Parole pesanti, perché qui non si gioca solo la conferma degli stereotipi. Questi sono signori drasticamente materialisti e pragmatici, specie in fatto di quattrini. La battaglia dei poteri nazionali in atto da mesi li appassiona molto meno di una qualunque soap opera. E quando non capiscono si mettono a vendere, ovvero a sottopesare gli investimenti tricolori, sempre cospicui benché residuali. Non solo. La caduta di immagine del governo e di Fazio dopo le contese bancarie estive, che seguono i non dimenticati casi Parmalat e Cirio, si salda alla perdurante debolezza congiunturale, con l´effetto di far lievitare sia gli oneri sul debito pubblico, sia il costo del capitale per le imprese che lo chiedono ai mercati. In entrambi i casi le unità di misura siano euro, sterline o dollari si contano in billions. Miliardi che finiscono in Cina e in altri paesi emergenti, o lievitano come balzelli da pagare per contribuenti e imprese italiane. Tutto, come altre volte, sembra rotolare allegramente sul baratro.
«Dopo l´ingresso nell´euro vi siete fatti tre anni di champagne», dice un altro operatore finanziario, che gestisce un fondo da 1 miliardo di euro e non vuole comparire. Bevendo "bene", insomma, l´occupazione ha tenuto a scapito di produttività e competitività del made in Italy. E se peggiorano le esportazioni di prodotti e il deficit della bilancia commerciale con l´estero (a 6,6 miliardi di euro ormai, il disavanzo massimo dal '92) si amplia il debito pubblico, e si può trasformare in strutturale una crisi congiunturale.
In passato ci pensava la svalutazione della lira a far tornare appetibili le nostre produzioni; con l´euro non è più possibile, e gli operatori londinesi suggeriscono una cura anche più dolorosa. «Bisogna convincere gli italiani che questa è una vera crisi dice un economista molto ascoltato a Francoforte anche se è impopolare. Poi va riformato il mercato del lavoro: solo con costi minori e più produttività ne potete uscire. L´Italia sta molto peggio di quattro anni fa, e questo governo ha acuito i problemi, disperdendo il patrimonio di fiducia che abitualmente il mercato riconosce al centrodestra».
«L´Italia soffre di scarsa competitività. Ma finora, a fronte di un´economia reale in affanno, non si vede un adeguato aggiustamento nei prezzi. Prevedo costi decrescenti, specie quelli non salariali o legati a fattori esterni come il petrolio. Già oggi nell´area euro l´inflazione è al 2,6% mentre l´Italia si ferma al 2%, e senza contare le voci energia e tabacchi il tasso è 1,5%, vicino ai minimi storici». Una deflazione benigna, insomma, in grado di offrire riparo al made in Italy, come ha mostrato la tenue ripresa estiva del prodotto interno lordo.
Guardando il mercato azionario i rendimenti non mancano, ma spaventa la piega presa dalla cronaca finanziaria. «È molto difficile guadagnare a Piazza Affari, perché è un mercato guidato dalle speculazioni insider. Ciò nonostante i progressi di trasparenza ed etica degli ultimi 5 anni», dice ancora Alexander.
Solo che difendere l´italianità con la gente vista all´opera su Antonveneta e Bnl non va. E sui mercati la cattiva forma spesso produce una dolorosa sostanza. «I francesi sono anche più protezionisti di voi sulle banche, per non parlare dei tedeschi dice un operatore molto attivo su credito e polizze tricolori, di cui possiede azioni per 200 milioni di euro ma sui temi di rilevanza nazionale il fronte transalpino si compatta, e anche la Germania sa creare un´aura di rispetto che sui mercati è fondamentale. Se Fazio, per difendere le banche, avesse chiamato i banchieri di serie A, che pure esistono nel paese, sarebbe stato diverso. Non si può far salvare la patria a Fiorani e amici».
«In realtà Fazio è solo una pedina dice un gestore di hedge che offre una lettura complessa degli eventi non può aver orchestrato tutto da solo. È in atto uno scontro tra poteri per la governabilità del paese, quelli visibili delle istituzioni e quelli coperti, come le massonerie, la Chiesa, le lobby». Seguire cotante evoluzioni è arduo da fuori, e spesso provoca timori e incertezze che come prima cosa allontanano il capitale straniero.
Eppure ci sarebbero enormi opportunità, specie nel comparto bancario. Perché gli italiani, storicamente, danno molto ai loro istituti in termini di risparmio e chiedono poco in cambio: pochi debiti, bassa qualità dei servizi, che tuttavia sono costosi come pochi altri paesi al mondo.
Fazio, la voce che manca
Mario Deraglio su La Stampadel 29.10
LA legge finanziaria presentata dal ministro Siniscalco il 29 settembre è stata radicalmente modificata con la «correzione» di sei miliardi di euro approvata ieri dal consiglio dei Ministri su proposta del ministro Tremonti che si aggiunge alla «correzione» di 2 miliardi decisa il 14 ottobre. Questo susseguirsi di correzioni, per di più in un quadro di incertezza contabile, rende difficile credere all'affermazione di Tremonti secondo cui «tutto è assolutamente sotto controllo». Si ha invece l'impressione di trovarsi su un terreno instabile, per cui non si può escludere che improvvisamente si aprano altri «buchi», oltre a quello derivante dalla mancata vendita degli immobili pubblici.
Di fronte a simili instabilità, il ministro dell'Economia si muove in maniera analoga a quella delle sue Finanziarie del 2003 e del 2004. Tremonti è convinto che i conti pubblici possano essere risanati, esclusivamente o quasi, per via «finanziaria» ossia mediante operazioni cosmetiche e giri contabili (incasso dei dividendi Eni ed Enel mediante la Cassa Depositi e Prestiti, riduzione dei trasferimenti dallo Stato ad altre entità pubbliche come l'Anas e le Ferrovie). La sua azione appare inoltre dominata dall'imperativo politico, divenuto quasi ossessivo negli ultimi tempi, di evitare di «mettere le mani in tasca agli italiani», pur se questo comporta il pericolo di un forte scadimento di servizi e prestazioni pubbliche.
Al di là della struttura dei conti, questo susseguirsi di correzioni rafforza l'impressione della mancanza di una strategia economica veramente condivisa all'interno della maggioranza, come dimostrano i continui contrasti che oppongono il ministro dell'economia ai «ministri della spesa» e agli enti locali, i quali resistono con molta tenacia alla prospettiva di tagli molto duri ai loro bilanci.
Tutto questo, in realtà, non deve stupire più di tanto. Sono decenni che le leggi finanziarie si cambiano in corso d'opera, che sui dati delle finanze pubbliche si registrano zone d'ombra, che le opposizioni polemizzano su singoli punti, che gli enti locali dissotterrano l'ascia di guerra contro i tagli di Roma. La novità di oggi è data dall'assenza di una voce che, in situazioni come questa, aveva goduto del rispetto generale, dato al sistema economico italiano un indirizzo non contestato,
Il significato etimologico di «governatore» è «timoniere», e il Governatore della Banca d'Italia dava appropriati ed efficaci colpi di timone quando la navicella del sistema economico si avvicinava troppo alle rocce.
Non è il caso di ripercorrere le recenti, penose, vicende di questa istituzione, ora quasi imbalsamata per quanto riguarda le grandi scelte del Paese; occorre però riflettere sul danno che al paese ne sta venendo. La perdita di quell'autorevolezza, l'assenza di quella voce, di quella sottile e condivisa azione di indirizzo è più importante dei deficit nei conti pubblici e rende la confusione che circonda la messa a punto di questa legge finanziaria più difficile da superare, più sgradevole, più disperante.
Un'epidemia di corruzione nel mondo
Francesco Alberoni sul Corriere della Sera
Un vescovo missionario mi ha raccontato di aver costruito, in un Paese del Terzo mondo, un complesso ospedaliero utilizzando l'aiuto di bravi ingegneri che lavorano anche per il governo.
Terminata l'opera ha domandato loro: «Se quest'opera l'avesse commissionata lo Stato quanto sarebbe costata, il doppio, tre volte, quante volte tanto?». Gli ingegneri, fatti i conti, gli hanno dato una riposta agghiacciante: «Settantacinque volte». Quando ci interroghiamo sulle cause del sottosviluppo non mettiamo in conto l'effetto devastante compiuto dalla corruzione per cui pochi politici, poche famiglie rapinano tutto, anche gli aiuti internazionali.
La corruzione è il prodotto di una mentalità. Mi vengono in mente gli Hilaliani, pastori che nel corso dei secoli hanno rovinato il Nordafrica mangiando, con le loro capre, i campi di frumento appena nato. Non pensavano a seminare ma solo a prendere.
La mentalità corrotta appartiene all'individuo e si trasmette da individuo ad individuo nella famiglia, nel quartiere, nel ghetto, con l'insegnamento, l'esempio. In alcuni ambienti diventa un modo abituale di vita, un modo per trovare lavoro, fare carriera, arricchirsi. Essa non viene fermata dalle leggi perché le infiltra, le aggira. La corruzione è fermata solo da chi ha una mentalità opposta, da chi ha profondamente interiorizzato il senso della giustizia e lo spirito della legge, e vuole far crescere, migliorare le istituzioni e gli uomini. Da chi prova orrore all'idea di arricchirsi depredando gli altri, la collettività. Ciò che salva la società e lo Stato dalla corruzione sono soltanto i milioni di individui che non si fanno corrompere. Che, grazie a valori morali profondamente interiorizzati, non fanno e non chiedono privilegi e, in ogni circostanza, di fronte a qualsiasi tentazione, sanno restare giusti ed onesti.
La riforma "uccide" l'Erasmus
gli studenti non riescono a partire
Il meccanismo del corso di studio, il "3+2", allontana gli universitari dall'Europa. L'indagine Almalaurea e i pareri dei responsabili negli atenei
Massimiliano Papasso su la Repubblica
Una scena del film "L'appartamento spagnolo"
Da quando è entrato in vigore ha fatto crescere il numero delle matricole. In pochi anni ha moltiplicato l'esercito dei laureati e dimezzato quello dei fuori corso. Ma che potesse innescare la crisi dei programmi di mobilità studentesca, di certo non se lo aspettava proprio nessuno. Il meccanismo del corso di laurea 3anni+2anni sta uccidendo l'Erasmus: è questa la nuova accusa a carico della già bistrattata riforma del sistema universitario targata decreto ministeriale 509/99, e a tutti nota con la formula del 3+2.
Lezioni da seguire, laboratori da frequentare e un numero infinito di esami da sostenere, il tutto compresso nel tempo record di tre anni, sembrano infatti aver scalzato dalla lista delle cose da fare prima della laurea degli studenti universitari italiani la tanto cara e apprezzata esperienza all'estero. Un fenomeno registrato in quasi tutti gli atenei italiani, con l'eccezione di poche realtà "esterofile" come Bologna e Milano, e che potrebbe nei prossimi anni mettere in serio pericolo la sopravvivenza del programma di mobilità studentesca che porta il nome del celebre filosofo olandese.
I numeri della crisi. Secondo il rapporto 2005 del consorzio bolognese che monitora 140 mila studenti di 35 atenei italiani, la percentuale di neo-dottori italiani che nel 2004 ha avuto un'esperienza di studi all'estero è stata pari all'11,3 per cento del totale.
Più consistente il distacco con gli anni precedenti: nel 2001 i ragazzi italiani che erano andati all'estero erano quasi il 19 per cento del totale, scesi poi al 16,5 nel 2002.
Gli studenti anti-Erasmus. Spulciando tra i dati AlmaLaurea è possibile tracciare anche una classifica degli studenti che di Erasmus non ne vogliono proprio sentir parlare. In cima alla lista ci sono i ragazzi del settore chimico-farmaceutico, seguiti da quelli di medicina, biologia e ingegneria. Decisamente più europeisti invece gli universitari impegnati in studi economici, politico-sociali e architettura, anche se il primato resta saldamente nella mani degli studenti iscritti a corsi di tipo linguistico. Tutti però sono in netta minoranza rispetto a quanto succedeva in epoca pre-riforma. Basti pensare che se con la laurea a ciclo unico aderivano al progetto Erasmus quasi 11 architetti su 100, con il varo del 3+2 non si arriva nemmeno a quota 4 .
Il trend in Europa. E se in Italia l'Erasmus è alle corde, nel resto d'Europa l'esercito di studenti che si muove è in continua crescita. Secondo la Commissione Europea lo scorso anno i partecipanti al programma di mobilità studentesca hanno toccato quota 135 mila, con un aumento di quasi dieci punti percentuali rispetto all'anno accademico 2002/2003. La Spagna è il Paese che ha ospitato più universitari (22.000) seguita da Francia e Germania. Buona la posizione dell'Italia che ha accolto poco più di 12 mila ragazzi: moltissimi gli spagnoli (4200), i tedeschi (1700) e i francesi (1200), pochi quelli provenienti da Gran Bretagna e Portogallo che si attestano sotto quota mille.