prima pagina pagina precedente



sulla stampa
a cura di Fr.I. - 28 ottobre 2005


Le minacce iraniane
Chi ha paura del voto di Baghdad
Fiamma Nirenstein su
La Stampa

Dopo che il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha proferito la sua inammissibile dichiarazione secondo cui Israele deve essere cancellata dalla carta geografica, e chi oserà fra i Paesi arabi farci la pace «brucerà nel fuoco della furia della nazione islamica» (una pesante minaccia ai Paesi arabi moderati), sia Ariel Sharon che Shimon Peres hanno affermato che l'Onu deve espellere l'Iran dal suo consesso, perché le dichiarazioni del suo Presidente configurano un crimine verso l'umanità. Peres ha aggiunto che le dichiarazioni «sono ancora più gravi alla luce del tentativo di sviluppare l'arma nucleare e di rafforzare il suo sistema di missili a lunga gittata». Vero; ma non è solo per la minaccia contro Israele che Ahmadinejad deve essere preso molto sul serio: quello che ha detto, se guardato bene, è una summa strategica che ci mostra i pericoli che corre la grande rivoluzione democratica del Medio Oriente. Ahmadinejad ha parlato non solo spinto dall'odio contro Israele, ma per descrivere un processo controrivoluzionario in corso.

Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha anche fatto una promessa: la nuova ondata di attacchi palestinesi distruggerà Israele. Si tratta di una frase propagandistica? Forse no. La Jihad islamica, che prende ordini direttamente da Damasco ma che è fra tutte le organizzazioni terroriste quella più direttamente ispirata dall'Iran e ad esso legata, è il gruppo che, dopo lo sgombero da Gaza, detiene il record di attentati. Inoltre con sgomento Abu Mazen ha constatato che le Brigate di al Aqsa, appartenenti a Fatah (Abu Mazen intende reclutarle nelle sue milizie per neutralizzarle) operano apertamente con la Jihad islamica sia nella West Bank che a Gaza. Lua'i Sadi, il capo della Jihad che è stato ucciso dagli israeliani a Tulkarem questa settimana, aveva formato una cellula dei due gruppi e lo stesso era accaduto a Nablus e a Jenin. Mercoledì, dopo l'attacco di Hadera, le Brigate e la Jihad hanno tenuto una conferenza stampa insieme a Gaza per rivendicare la responsabilità dell'attacco. Decine di giornalisti erano presenti e le forze di sicurezza palestinesi no. Perché Abbas, che pure seguita a proclamare di fronte al Consiglio legislativo (l'ultima volta martedì) che il terrorismo danneggia il suo popolo, e che promette che una nuova pagina di democrazia si aprirà con la fondazione dello Stato in vista, non riesce a reclutare almeno i suoi, le Brigate di al Aqsa, invece di assistere tristemente alla loro unione con la Jihad? Perché l'intervento straniero, ovvero degli Hezbollah, tramite iraniano e siriano, fornisce agli uomini delle Brigate denaro, tirocinio, armi più di lui.



Record di ascolti per il Benigni show con lettera a Silviuccio
sommari de
l'Unità

È record di ascolti per Roberto Benigni a «Rockpolitik», che detta una missiva ad Adriano Celentano, ma non trova una cosa buona fatta dal premier. Mezz'ora di gag tra i due nell'attesissima seconda puntata del programma. E gli ascolti salgono alle stelle: gli spettatori sono stati 12 milioni 544 mila con il 49,42% di media. La prima puntata era stata seguita da 11 milioni 649mila spettatori e il 47,19% di share, mentre il picco è volato fino al 60,6%.


Benigni travolge Rockpolitik 40 minuti di show sul Cavaliere
L´attore toscano sbeffeggia Berlusconi e passa da Voltaire allo strip, dall´avanspettacolo a Socrate. E con il molleggiato canta "La coppia più bella del mondo".
Antonio Dipollina su
la Repubblica

ROMA - Dalla Satira politica, con la maiuscola, da giullare imbattibile, allo strip senza vergogna, da Voltaire al vaudeville, dalla battutaccia al Socrate finale che va a morte e lancia l´invettiva morale più potente della storia, a Totò e Peppino, a Sanremo e la coppia più bella del mondo. Roberto Benigni superstar in tv, nel giorno del suo compleanno numero 53, entra in scena a Rockpolitik e parte un numero di alta scuola che comprende tutto e il contrario di tutto, che avrà irritato anche parecchi, ma una specie di magistero, vivaddio, sbucato in tv, nella tv corrente di oggi che dovrebbe vergognarsi per decenni di tutto quello che sbologna ogni giorno alle platee e poi si ritrova (ed erano anni che non succedeva) un Benigni che finalmente prepara un intervento coi controtutto, scritto e riscritto, preparato al millesimo.

Ma saranno polemiche e dibattiti assatanati di fronte a quella che è stata una lectio magistralis di alto e basso, contaminazioni assurde e irresistibili, il vero Pinocchio che prende e va in scena e non ha paura di nulla, o forse sì, ma alla fine lo fa. Il Numero.
Silvio Berlusconi va nell´angolo e ci penserà a lungo prima di decidere come reagire, altrimenti reagirà sbagliato comunque. E´ lui che finisce triturato nella prima parte del Roberto-show, "Silvio, chi viene qui e ti prende in giro, alla fine ti aiuta. E io voglio aiutarti tanto, stasera". Gag di tradizione calate nel modernismo scenografico di RockPolitk: "Tu vuoi, Silvio, che non si attacchi solo il capo del Governo ma anche il capo dell´opposizione. Hai ragione, Celentano lo farà, e siccome in questa edizione ha attaccato solo il capo del Governo, l´anno prossimo tornerà qui a ottobre e attaccherà solo il capo dell´opposizione".
La platea si spella le mani, e Benigni si lancia, invita Silvio a entrarci davvero, in quella casa della libertà che è la trasmissione: "Vieni qui, Silvio, e potrai dire a Prodi tutto quello che altrove non puoi dire", e giù versacci, frizzi, lazzi e cachinni, "Prodi culone con chiappe a mortadella" nell´irrefrenabile parodizzazione del premier scatenato e senza remore, che fa le corna a tutti e così via, ovvero l´antichissima tecnica dello stravolgimento per battere sul reale ("Bertinotti! Falli cadere tutti!").
Celentano è la spalla. Tanto che è sua la parte di Peppino, seduto con la penna in mano, nel rifacimento della gag della lettera, Benigni-Totò detta il testo e Celentano ("Ma come, tutte quelle polemiche per questo bischeraccio??" si era chiesto Benigni in avvio, indicando lo stranito conduttore) fa il suo, resta serio fin che può poi scoppia a ridere quando è tardi, nella dettatura entrano mille gag magari facili, magari già sentite, ma l´effetto moltiplicatore della performance è di quelli forse irripetibili: "Conflitto di interessi? Interessi sì, ma conflitto quando mai? Silvio è tranquillissimo". Le liste di proscrizione dei comici: "Silvio, se togli il lavoro a tutti quelli che fanno una battuta su di te l´Italia diventa un paese di disoccupati". Finché la gag diventa quella di scrivere dentro quella che sarebbe una lettera di scuse di Celentano a Berlusconi almeno una cosa buona che Silvio ha fatto "non solo per qualcuno, ma nell´interesse di tutto il paese". E ovviamente non ne viene in mente nemmeno una, sennò che gag è, nemmeno a chiederla a un iscritto a Forza Italia. Ma bisogna pur scusarsi col premier, anche se lui quella volta in Bulgaria è diventato un po´ bulgaro, "perché lui si adatta ai posti dove va, se va in Russia si mette il colbacco come Putin, se va in Marocco si fa una canna", ed è il Berlusconi che viene dipinto teso a sfruttare la libertà di RockPolitik, "Dopo un programma così, il primo che dice che in Italia non c´è libertà d´espressione lo sbatto in galera", esplode Benignaccio.

Il finale torna lassù, da qualche parte. Prima Voltaire e la celeberrima, e facilina: "Non condivido nulla di quello che pensi ma sono disposto a morire per difendere il tuo diritto a dirlo". Ma la perorazione ultima, con Benigni rivestito e parzialmente ricomposto, è il colpo vero e grande, l´Apologia di Socrate, messo a morte via complotto liberticida, che chiude: "E´ giunta l´ora di andare: io a morire, voi a vivere. Chi di noi vada verso ciò che è meglio è oscuro a tutti, tranne che a Dio".



La campagna anti-europa
Andrea Bonanni su
la Repubblica

Londra - In un vertice europeo imbarazzato e imbarazzante, in cui ognuno ha dato la misura delle proprie velleità e delle proprie impotenze, Silvio Berlusconi ci ha messo del suo. Di fronte ai leader europei riuniti da Blair nella reggia di Enrico VIII per discutere di globalizzazione, il presidente del Consiglio ha attaccato ancora una volta l´euro, il Patto di stabilità e la Banca Centrale sostenendo la necessità di alimentare le economie in stagnazione con il denaro dei contribuenti aumentando il deficit pubblico. Un autentico breviario del pensiero populista e anti-europeo che anticipa i temi della campagna elettorale italiana.
Ma che offre anche il senso di come un´Europa allo sbando non riesca più a fornire argini alla deriva politica dei suoi elementi più deboli. Non era certo questo il messaggio che Tony Blair, presidente di turno dell´Unione, avrebbe voluto far uscire dal vertice di Hampton Court. In grande imbarazzo per l´inconcludenza della presidenza inglese, il premier britannico sperava in una discussione generica, senza decisioni concrete, ma che desse comunque il segno di una ritrovata armonia tra i Venticinque. Un modo per superare gli shock a catena dei «no» francesi e olandesi alla Costituzione.

Nel quadro di una discussione tanto inconcludente quanto disomogenea Silvio Berlusconi, che a questi vertici fa sempre la figura del "turista per caso", se ne è uscito suggerendo ai partner europei le vecchie ricette delle svalutazioni competitive e del deficit spending, che avevano già causato il dissesto italiano della prima repubblica. Dal suo esordio, ha spiegato, «l´euro si è rivalutato del 50 per cento facendo perdere competitività ai nostri prodotti». Falso, visto che la prima quotazione della moneta unica, il 4 gennaio 1999, fu di 1,18 sul dollaro ed oggi è di 1,20.
Inoltre, ha spiegato il presidente del Consiglio, i rischi di inflazione in Europa sono ormai scongiurati e dunque bisogna abbandonare i vincoli del Patto di stabilità per finanziare la ripresa economica con il deficit pubblico, cioè con il denaro dei contribuenti. Il limite del fabbisogno al 3 per cento, assicura Berlusconi, «non è importante». Se questa era una dichiarazione di intenti per la finanziaria in fase di approvazione, certamente non ha rassicurato i partner europei che hanno già aperto una procedura di infrazione contro l´Italia e che tra pochi mesi dovranno giudicare come il governo abbia ottemperato alle misure di risanamento finanziario impostegli dall´Unione.
Ma il breviario anti-europeo di Berlusconi non arriva per caso.
Come sempre, il Cavaliere è stato abilissimo nell´annusare l´aria che tira.
In una Unione che si muove ormai in ordine sparso, senza leadership e senza prospettive, anche il peggior populismo può pretendere diritto di cittadinanza. E se non troverà certo ascolto tra i partner comunitari, i quali infatti lo hanno elegantemente ignorato, potrà forse servire a racimolare qualche voto alle prossime elezioni che rappresentano, ormai, l´unico orizzonte della politica italiana.


Passa al Senato il "regalone" alla Chiesa: non pagherà più l'Ici
su
l'Unità del 27.10

Via libera dalla Commissione Finanze del Senato all'esenzione Ici per gli immobili utilizzati per attività commerciali di proprietà della Chiesa, di altre confessioni religiose e anche delle imprese no-profit. «Un regalo elettorale che ruba gettito ai comuni», commenta il capogruppo Ds alla commissione finanze del Senato, Lanfranco Turci. «Da un lato la Finanziaria taglia le spese degli enti Locali - spiega il senatore Ds - e dall'altro riduce, con una mossa spregiudicata, le risorse di cui gli enti Locali sono legittimi titolari. La paura della sconfitta alle prossime elezioni sta spingendo la maggioranza a violare sia le norme della corretta amministrazione, sia quella del rispetto dei principi costituzionali relativi all'autonomia dei Comuni».
Il problema però non è solo del mancato gettito futuro. «Il testo approvato - commenta il senatore dei Verdi Natale Ripamonti - ripropone l'interpretazione autentica di una norma del 1992, che aprirà sicuramente un contenzioso con lo Stato. Ciò provocherà un ulteriore esborso per le cause giudiziarie e un pesante ulteriore esborso per la retribuzione dell'Ici versato in questi anni da parte degli enti che da domani beneficeranno di questa norma vergognosa».

Enorme l'entità del mancato gettito per le casse dello Stato. «Non è stato quantificato il mancato incasso» ha cercato di giustificarsi il sottosegretario Maria Teresa Armosino.
Così è passato il “condono elettorale” del governo Berlusconi alla Chiesa. E ora, scuole private, ristoranti e ostelli non solo non dovranno più pagare la tassa comunale ma si vedranno restituire dai Comuni tutte le quote Ici versate dal 1993. Il condono ecclesiastico all'Ici infatti altro non è che una norma interpretativa (contenuta in un comma all'articolo 6 del Dl infrastrutture) di una precedente norma, per cui, come ha sottolineato in aula il diessino Morando, «deve essere riferita al passato, quindi dal 1993 ad oggi».
Il regalo alla Chiesa fatto dalla maggioranza mirando ai voti dei cattolici peserà ancora una volta sui Comuni già duramente colpiti dai tagli della Finanziaria 2006 di Tremonti. Per rendersi conto del peso economico di questo condono basta considerare quanto costerà al Comune di Roma: 5 milioni di euro in meno l'anno e, dovendo restituire le ici degli ultimi 13 anni, una scopertura di bilancio di 300 milioni di euro. Insomma, come ha sintetizzato Lanfranco Turci, capogruppo Ds in Commissione finanze, «una norma che si spiega solo nell'ottica dello scambio di favori tra la Cdl e la gerarchia cattolica, alla luce anche di quello che è successo nel corso della campagna referendaria sulla fecondazione assistita».


Ecco l'Italia delle lauree (taroccate) per tutti
Rilasciano certificati senza valore legale. Si moltiplicano le indagini: solo quest'anno l'Antitrust ha messo 14 «università» sotto inchiesta, cinque già condannate.
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera

Cala la produzione di tondini, utilitarie e pullover? Su con la vita: più lauree per tutti. Finché non saremo invasi dalle imitazioni di più economici dottorati timbrati Libera Università di Xining o Marco Polo University di Guyang, siamo infatti saldamente in coda nelle classifiche dei dottori veri ma in testa in quelle degli «atenei» taroccati. Solo quest'anno, l'Antitrust ne ha messi sotto inchiesta 14. E 5 li ha già condannati. Tira da matti, il gioco del dottore. Forse perché gli ultimi anni sono stati segnati da un delirante moltiplicarsi di nuove università e sezioni staccate sparse per tutta la penisola quasi che un paesotto di provincia fosse miserabile senza uno svincolo a tre corsie e uno straccio di facoltà. Forse perché le aperture ai «privati» sono state male regolamentate. Forse perché il caos ha incoraggiato i furbi. Fatto sta che all'Authority oggi presieduta da Antonio Catricalà ne hanno viste di tutti i colori.
La «Libera Privata Università di Diritto Internazionale» dell'Isfoa, Istituto Superiore di Finanza e Organizzazione Aziendale stracolmo di lettere maiuscole come fosse un poderoso istituto traboccante di storia, gloria e onori, scrive ad esempio nel suo sito di voler «diffondere i principi dell'Open University, programma di matrice anglosassone» per superare le «evidenti lacune presenti nel sistema accademico tradizionale» grazie a un metodo che «fonda le sue radici nel concetto secolare, iniziato dai filosofi greci, che l'istruzione superiore deve essere in sintonia e in armonia con la vita personale e professionale di ciascun allievo». E promette agli iscritti decine e decine di percorsi di studio, dalla «Tecnica di Borsa» all'«Ingegneria Finanziaria e Montaggio di Operazioni di Securitasion». E dice di avere sedi nella Quinta Strada di New York (New York!) e nel Principato di Monaco (Monaco!) e a Sofia (Sofia!) e perfino Repubblica di Nauru, in Polinesia (la Polinesia!).
E dove ha la sede centrale questo splendido ateneo ricco di storia? In Rruga Tefta Tashko, 104/6 a Tirana, dove la società albanese è stata registrata in tribunale l'8 settembre 2005. Forse (forse) per superare l'imbarazzo dell'«università» precedente che portava un nome simile già condannato dalla nostra Authority per la concorrenza. Alla «Libera Università Internazionale G. W. Leibniz», con sedi a Milano, Roma, Bergamo e Lamezia Terme, hanno preso in prestito il nome del pensatore tedesco non a caso: entrato all'Università di Lipsia a 15 anni, laureato in filosofia a 17 e benedetto dottore in legge a 20, era il simbolo giusto: qui si fa in fretta. Come non fidarsi, di un nome così? Di un simbolo con la penna e il compasso? Di un ateneo fondato «nei primi anni '90 del secolo scorso» a Santa Fè, nel New Mexico, che dice di avere un «rettore» e un «senato accademico» e una «direzione accademica»? L'Antitrust l'aveva già sanzionata nel 2003, per quelle parole, specificando che la sedicente «università» «non gode di alcun riconoscimento o accreditamento in Italia e che i titoli dalla stessa rilasciati non possono qualificarsi quali titoli aventi valore legale» quindi la pubblicità «poteva trarre in errore». Due anni dopo, dice l'Authority, «è stata riproposta senza cambiamenti di sostanza».

E tutto grazie a cosa? Alla «legge 7 agosto 1990 n. 241 che recita: gli esami della tesi finale del dottorato di laurea sostenuti in un dipartimento di un'Università Usa hanno lo stesso valore di quelli sostenuti presso la sede originale negli Stati Uniti d'America». E guarda caso con chi erano affiliati il Cetus e il Cesus? Con «l'European Institute of Technology avente sede nella Repubblica di San Marino che, a sua volta, costituisce un "Dipartimento della Clayton University", sita nel Missouri». Lo stesso «ateneo» sammarinese che diede la «laurea» in economia al reuccio del mattone Stefano Ricucci e in lettere ad Anna Falchi. Applausi. Peccato che, a leggere su internet un articolo dell' Arkansas Democrat-Gazette del 4 giugno, la Clayton University del Missouri non solo non è accreditata ma non ha un solo studente americano dal 1989 e oggi risulta trasferita a Hong Kong.


Inizia il processo Mediaset, Berlusconi indagato contumace
sommari de
l'Unità

Il gup Fabio Paparella ha dichiarato contumace l'indagato Silvio Berlsuconi, insieme con altre 13 persone, perché assenti in aula nel procedimento su presunte irregolarità nell'acquisto di diritti televisivi da parte di Mediaset. È iniziata così l'udienza preliminare del processo che potrebbe significare un altro rinvio a giudizio per il presidente del Consiglio. I reati contestati loro, a vario titolo, sono quelli di falso in bilancio, appropriazione indebita, frode fiscale e riciclaggio.


Bologna, i lavavetri e la pazienza del sindaco
Adriano Sofri su
la Repubblica

Legalità. Proviamo a definirla? Secondo qualcuno è il sinonimo di sinistra, cioè edulcorato e anestetizzato, dell´Ordine, quello per cui si dice: Uomo d´ordine, Partito d´ordine. Più nitido nella versione americana: Law and Order. Quella inglese ha un suono meno manesco e più rassicurante: Rule of Law.

Da noi l´auge del nome di legalità (e i corollari: educazione alla legalità, cultura della legalità ecc.) ha un´origine nobile nello scandalo dell´assassinio di Falcone e Borsellino e dei loro. Tuttora si sente subito la differenza fra la parola legalità pronunciata a Bologna o a Locri. (Mi sia consentito di salutare i giovani di Locri che hanno inalberato uno striscione bianco e uno con la scritta: "Adesso ammazzate noi". Sarebbe stato bello, lo sarebbe ancora, se i loro coetanei di tutta Italia, che riempiono altre piazze, mostrassero loro una solidarietà fraterna e decisa a durare).

"La legalité nous tue", la legalità ci ammazza, slogan ottocentesco di non ricordo più chi, è un cattivo ricordo sempre rinfrescato di chi sa che la legge non è uguale per tutti, anzi. Inoltre a sinistra dura l´idea che le cose buone non possano che essere un po´ illegali. Questa convinzione, in passato stentorea, si esprime oggi con frasi del genere: «Va bene la legalità, ma quando ci vuole ci vuole…». Frasi che fraintendono l´essenza più preziosa del rispetto per la legge, il quale non è legato all´una o l´altra legge particolare, e alla persuasione che sia una buona legge: anzi, prevede esattamente la possibilità e in alcuni casi il dovere della disobbedienza o dell´obiezione di coscienza a una legge non condivisa. Ma la nobile trasgressione alla legge è una conferma della sua sovranità, alle due condizioni necessarie: di essere attuata senza violenza, e di sottomettere il suo autore al costo che la legge stessa prevede per chi la violi. La signora Rosa Parks restò seduta nella zona riservata ai bianchi sull´autobus di Montgomery, Alabama.

Era illegale, ma restò seduta, e si alzò solo per essere portata in caserma e arrestata. Un anno dopo diventò illegale discriminare i neri sugli autobus, e l´America guadagnò la bella faccia di Rosa Parks. Alle origini dei nostri pensieri migliori ci sono Socrate e Gesù, che presero sul serio il rispetto per una legge tutt´altro che rispettabile fino a farsene mettere a morte. Socrate è legalitario fino all´oltranza della tazza di cicuta. Lo è Gesù quando dà a Cesare la sua moneta, e ne riceve in cambio l´infamia della croce.
La legalità va presa sul serio, e in questo senso coincide con la morale. E dunque tende a farsi assoluta (tende: le cose assolute non si toccano mai, come la tartaruga di Achille) salva la duttilità dei compromessi quotidiani. Fino al sacrificio di rinunciare all´offesa per la sproporzione madornale fra le illegalità. Per capirci: il furtarello viene colpito dal disprezzo e dalla galera (e questa galera è illegale), mentre la colossale rapina o truffa rende banchieri e magari editori e forse capi di Stati. Ma non è una ragione per rassegnarsi a vivere da ladruncoli, e maledire il destino. Se vi fanno la multa perché non avete allacciato la cintura, pagate la multa, senza spiegare al vigile che la finanziaria con l´acqua alla gola ha appena dato alla Sicilia di Cuffaro qualche migliaio di miliardi, però a Soru no. Le persone accampate sul greto del Reno vengono sgomberate per tante ragioni, di cui le più serie sono il pericolo che l´acqua se le porti via, e la constatazione del dolore e dell´esasperazione che le loro tende suscitano nei pensionati indigeni che sul greto facevano l´orto. Portarli via è in fondo questione di ore (poi, come l´acqua, tornano): trovare loro un posto degno è affare assai più lungo e complicato.

E poi le persone stanno in centro a Bologna perché ci sono i portici, e hanno un tetto sopra la testa: i pellegrini di San Luca nel Medioevo, gli spacciatori e i punkabbestia e i bravi barboni oggi. E devono venire in centro infermiere dell´ospedale e operai e impiegati, spesso immigrati, sicché non sono solo Cofferati o la Caritas a preoccuparsi di costruire case di abitazione accessibili, ma la stessa Assindustria, salvo tirare il collo alla gallina dalle uova d´oro. Succede nel centro di Bologna - e di Pisa e delle tante città toccate dalla rivoluzione demografica e migratoria e universitaria - che genitori di studenti fuori sede comprino l´appartamento in cui far abitare a turno i figli, e poi affittare a loro volta. Le città perdono i vecchi abitanti e le risorse con le quali affrontare costi sociali che invece crescono. Ho chiesto qualche cifra. Gli alloggi pubblici assegnati nel primo anno dell´amministrazione Cofferati sono 620 contro i 249 dell´ultimo anno di Guazzaloca. Il 20 per cento a immigrati. Il Comune ha azzerato l´Ici per gli alloggi affittati a canone concertato fra piccoli proprietari e associazione di inquilini, finanziandoli con più di 2 milioni di euro all´anno. I contratti già stipulati sono 4 mila, a un canone medio di 500 euro, contro una media di mercato dai 750 ai 1.000 euro e più. Il piano comunale prevede la costruzione di 3.000 alloggi di edilizia sociale nel decennio. L´anno scorso, dopo più di trent´anni, a Bologna c´è stato un aumento di residenti, non solo per la longevità, ma per i nuovi nati, di genitori finora stranieri, e anche di genitori italiani, benché mediamente dieci anni più anziani dei nuovi genitori di trent´anni fa. Se i Comuni potessero aggiornare i valori catastali e disporre di oneste tasse sulla rendita basterebbe un mandato di sindaco a costruire un numero significativo di alloggi o di studentati. Ed è vero che gli studenti non votano e gli affittacamere sì, ma è anche vero che gli affittacamere non possono immaginare di curare la propria ansia e la propria rabbia senza dare una mano ad allentare i nodi di piazza Verdi o del Pratello, ridurre, distanziare, rarefare - negoziare, perché no? Spero che Cofferati non perda la pazienza. Invece di insultarlo a vanvera e rimpiangere i Due Mondi del ´77 (nel ´77 ci furono sì due mondi, uno illuso e pacifico, uno disperato e violento, e si sopraffecero dentro un Palazzetto), si lavori tutti a sciogliere i nodi. Salvo rassegnarsi ad avere città dalla doppia e tripla legalità, o illegalità: fino a quell´incrocio il codice italiano, di lì in poi quello del racket, appena oltre magari la sharia, e così via. Direte che è già così: appunto.


La Città della parola per salvare le lingue
Il Festival della scienza a Genova con il patrocinio dell'Unesco.
Ogni anno scompaiono dal mondo 235 idiomi, tra cui quelle parlate dai boscimani, dai pigmei e da alcuni indios dell'Amazzonia
Giovanni Caprara sul
Corriere della Sera

GENOVA — Sarà un museo singolare, mai creato finora in alcun continente, forse per l'arditezza dell'idea e la vastità dell'operazione. Ma ora nella fucina del Festival della scienza, aperto ieri a Genova e che con un fuoco d'artificio di 250 iniziative tra conferenze, incontri, mostre, spettacoli trasformerà per due settimane il capoluogo ligure in una capitale scientifica, la grande ambizione inseguita da tempo sta prendendo forma e si chiamerà «Città della parola». Il progetto, già dettagliato nei contenuti, verrà formalmente presentato a Parigi, all'Unesco, ente patrocinatore, nel febbraio prossimo durante la giornata della lingua. «Come ci preoccupiamo giustamente della protezione delle specie biologiche — spiega Vittorio Bo, direttore del Festival e «padre» della nuova iniziativa — è giunto anche il momento di preservare pure la molteplicità linguistica alla quale è legata l'identità delle popolazioni e la straordinaria storia dell'avventura umana».
Oggi sulla Terra si parlano 5.500 idiomi diversi, senza contare i dialetti, i gerghi o le lingue sacre. Ma tale inestimabile patrimonio di cultura si impoverisce progressivamente perché ogni anno 235 lingue scompaiono irrimediabilmente (tra cui quelle parlate dai boscimani, dai pigmei e da alcuni indios dell'Amazzonia).

Per questo il museo sarà organizzato in tre parti distinte. Una, permanente, che raccoglierà in modo stabile codici di ogni genere, presenterà le migrazioni e le trasformazioni, ne analizzerà le relazioni con gli strumenti (dal papiro al computer) arrivando anche a considerare le espressioni specialistiche in cui la parola si articola comprendendo dal gergo scientifico a quello giuridico. Una seconda parte avrà una caratteristica temporanea ospitando mostre capaci di presentare forme diverse di linguaggio, comprendendo dall'arte al giochi enigmistici.

La terza parte, infine, della «Città» sarà costituita da un archivio che costituirà la base per ogni tipo di ricerca. Proprio per dare corpo all'iniziativa, il Festival della scienza genovese quest'anno ospita due incontri dedicati all'argomento con illustri linguisti europei, americani e russi. Tra questi c'è Luisa Maffi esperta canadese di origine italiana che a Washington dirige il centro per la conoscenza delle lingue e che sarà coinvolta nella realizzazione del progetto genovese. La «Città della parola» è, ovviamente, un'impresa internazionale e alla sua gestazione collaborano già oggi cervelli di grande fama come il francese Claude Hagège.



  28 ottobre 2005