
sulla stampa
a cura di G.C. - 27 ottobre 2005
Ciampi: le istituzioni pensino ai problemi reali
Marzio Breda sul Corriere della Sera
ROMA - Prima certifica che "la fase discendente sembra in esaurimento", che i "segnali di ripresa ci sono", che "l'industria ha retto all'onda d'urto della globalizzazione". Certo, aggiunge, per un rilancio pieno dell'economia "c'è ancora molto da lavorare", in tante direzioni nelle quali si addentra con la sua analisi. Soprattutto, conclude, serve che "l'agenda delle istituzioni si basi sui problemi reali dell'Italia". E' un discorso piuttosto neutro quello che Carlo Azeglio Ciampi fa durante la cerimonia dei Cavalieri del Lavoro, presenti le alte cariche dello Stato. Evidentemente, però, il richiamo a concentrare gli sforzi sulle emergenze più pressanti è indigeribile per Silvio Berlusconi. "E noi che facciamo?" sbotta dopo alcune ore. "Pensiamo a governare per dare risposta alle esigenze del Paese... Se qualcuno non s'è accorto, abbiamo fatto più riforme noi di tutti i governi del passato messi insieme".
Una replica sferzante e inattesa, perché il signor "qualcuno" al quale il Cavaliere allude con quei toni è il presidente della Repubblica. Al Quirinale leggono i dispacci d'agenzia e reagiscono secondo la logica del "faccio finta di non aver sentito": con un silenzio gelido, quasi che la giornata si sia fermata alla mattina.
La sortita di Berlusconi irrita, perché suona come un'autodifesa tattica e preventiva contro le critiche che gli vengono mosse da più parti e che Ciampi sembra condividere. La recriminazione, cioè, di voler impegnare il Parlamento su temi quali legge elettorale e devolution, decreto salva-Previti e par condicio, piuttosto che dedicare l'ultimo tempo utile a questioni concrete, "reali", come il rilancio dell'economia. Un appello comunque non nuovo, per il capo dello Stato, che di queste priorità aveva parlato un mese fa in Abruzzo, invitando a "non perdere tempo".
Nella notte il portavoce del premier, Paolo Bonaiuti, si affanna ad attutire il peso di quanto è rimbalzato con clamore sui mass-media. "È assurdo inventarsi un contrasto del tutto inesistente" dice una sua nota scritta. Ma lo sfogo berlusconiano resta là e pare inequivocabile. Così come restano ferme le raccomandazioni di Ciampi a governo e imprenditori. Si mostra colpito, il presidente, di un'incongruenza: il numero degli occupati è aumentato ma abbiamo indici di produttività in diminuzione: "Come si spiega, questo, in termini economici? È un fatto che occorre approfondire".
Se è passata la fase più acuta della crisi, dice, ciò lo si deve alla "creatività degli imprenditori e ai bassi tassi d'interesse" dei quali dobbiamo ringraziare l'euro, "la diga che ci ha protetto da tante ripercussioni". E se il punto, ora, è come rafforzare la tendenza positiva, per il presidente bisogna in primo luogo fare "più investimenti" e muoversi con "più impegno, più coraggio, più preparazione". Ciò che impone di dedicare "maggiori risorse alla formazione dei giovani", che devono girare il mondo per poi essere però "indotti a tornare" e di "rilanciare i distretti industriali" (e qui il cenno va a una norma specifica della manovra Finanziaria).
Ancora: siccome non basta sostenere i consumi, bisogna "sostenere anche l'offerta" attraverso il rinnovamento di impianti, macchine, attrezzature produttive e "una difesa del made in Italy" tale da "riconquistare il consumatore italiano".
Insomma: gli sforzi devono rivolgersi a 360 gradi, come emerge dai dati dei grandi organismi istituzionali come l'Ocse, nelle cui classifiche "raramente ci collochiamo nella parte alta".
I nervi scoperti del Cavaliere
Massimo Giannini su la Repubblica
Per la seconda volta nel corso degli ultimi due mesi, Ciampi sollecita il governo ad agire secondo le priorità autentiche del Paese reale. Per l'ennesima volta nel corso di questi ultimi cinque anni, Berlusconi risponde secondo le verità oniriche di una sua Italia virtuale: "Abbiamo fatto più riforme di tutti i governi della Repubblica". Detta proprio nel giorno in cui si rimangia in Finanziaria una bella fetta di aiuti alle famiglie, sembra solo un'altra bugia. Ma la reazione nervosa del Cavaliere nasconde il duello istituzionale che segnerà questo delicato finale di legislatura. Proporzionale, salva-Previti, par condicio. A queste tre leggi Berlusconi affida le sue residue possibilità di invertire il risultato delle elezioni del 9 aprile. Ma ognuna di queste tre leggi deve passare per la cruna dell'ago del Quirinale. E il passaggio non sarà indolore.
La legge elettorale è la questione più aperta. Sul piano giuridico, come ha scritto con assoluta chiarezza Gustavo Zagrebelsky, la riforma del Polo viola la Costituzione. Al di là della pasticciata formula che trasforma un sistema maggioritario con una modesta quota proporzionale in un proporzionale con un cospicuo premio di maggioranza, quel testo è palesemente "irrazionale". Al Senato questo premio sarebbe frammentato per Regioni. Ma proiettato sul piano nazionale darebbe il risultato di una maggioranza del tutto casuale.
"Non sta in piedi", hanno confermato in coro tutti i costituzionalisti italiani riuniti a Catania due settimane fa per il Congresso annuale. Se dalle urne uscissero tre coalizioni si potrebbe verificare il paradosso che chi raggiunge il 30% dei voti ottiene il 54% dei seggi. Un risultato che contraddice il principio sul quale si basa la nostra democrazia rappresentativa: quello dell'uguaglianza del voto.
Ciampi confida ancora nell'opera di moral suasion, che in questi giorni non si è interrotta. E spera che nel corso del dibattito al Senato questa antinomia possa essere sanata. O per lo meno attenuata. Almeno fino al punto da non costringerlo a rifiutare la promulgazione della legge "per manifesta incostituzionalità". Anche perché, in questo caso, se il Capo dello Stato desse via libera sarebbe comunque impossibile immaginare un ulteriore "sindacato di legittimità" sulla riforma. La Consulta non avrebbe margini per intervenire prima delle elezioni. La nuova legge potrebbe essere impugnata solo dopo la sua prima applicazione.
La Salva-Previti non dà luogo a dubbi. E' una legge ad personam, e questa sì già di per sé "palesemente incostituzionale". Come hanno dimostrato i dati forniti da procure e tribunali, i nuovi termini di prescrizione producono effetti devastanti sui processi in corso, prefigurando un gigantesco colpo di spugna anche su quelli più importanti. Su questa ennesima lesione allo Stato di diritto, al Quirinale non ci sono perplessità. Qui non c'è moral suasion che tenga, perché se il testo cambiasse non realizzerebbe l'unico risultato che sta a cuore al governo (la soluzione dei guai giudiziari di Cesare Previti). Quindi sarà approvato così com'è. Per questo la legge, quasi certamente, non sarà promulgata e sarà rinviata alle Camere.
Il fatto nuovo di queste ultime ore è che una analoga sorte potrebbe toccare ad una eventuale, nuova legge sulla par condicio, riveduta e corretta secondo i sogni e i bisogni del Cavaliere. Ciampi (che non a caso proprio ieri ha ricevuto Romano Prodi) teme che si possa aprire anche questo fronte. Lo inquieta la determinazione con la quale il premier vuole procedere, per "liberalizzare" a proprio vantaggio gli spot elettorali. Lo preoccupano l'immediata disponibilità dimostrata da An e Lega e la cedevole resistenza millantata dall'Udc. Se la Cdl, ormai libera dall'impaccio Follini, tentasse il blitz anche sulla par condicio, Ciampi si ritroverebbe sulla scrivania anche questa spinosissima "pratica". Sono in gioco i principi del pluralismo. Proprio quelli che lui stesso aveva riaffermato con forza nell'unico messaggio alle Camere di questo settennato, e che il Polo ha ridotto in carta straccia con la legge Gasparri. Di fronte a una modifica della par condicio ad esclusivo vantaggio del padre-padrone di Forza Italia, è improbabile che il Capo dello Stato consentirebbe un altro sfregio a quei principi.
Sulla carta, lo scenario di fine legislatura potrebbe tradursi nella Waterloo di Berlusconi. Il presidente della Repubblica, attraverso l'uso legittimo dei poteri previsti dall'articolo 74 della Costituzione, potrebbe rifiutarsi di firmare in sequenza queste ultime tre leggi-vergogna, che per il premier sono diventate leggi-speranza. Le premesse di diritto ci sarebbero tutte. Restano da valutare i presupposti di fatto.
L'ipotesi estrema di una triplice bocciatura innescherebbe una reazione dagli esiti imprevedibili, e aprirebbe uno scontro dagli effetti imponderabili. Ciampi, com'è ovvio per la funzione che ricopre, non decide in base alle opportunità politiche, ma secondo le compatibilità repubblicane. La Costituzione è la sua Bibbia. Anche stavolta, saprà custodirla nel migliore dei modi dalle aggressioni del Polo. Speriamo siano le ultime. Ma temiamo siano le più pericolose.
Prodi denuncia a Ciampi lo scempio delle regole
Ninni Andriolo su l'Unità
Uno scarno comunicato del Colle. Il Presidente della Repubblica "ha ricevuto oggi Romano Prodi". Una nota di due righe messa in rete alle 19,40 di ieri. La consegna del silenzio non permette che trapelino indiscrezioni dal quartier generale del Professore.
Ma basta mettere insieme l'allarme suonato in questi giorni da Prodi per lo stravolgimento delle regole operato dal Polo, con i boatos che provengono dal profondo dell'Unione per dare contenuto alla richiesta di udienza avanzata dal leader del centrosinistra. Una iniziativa concordata con gli altri leader che, nel rispetto delle prerogative del Presidente, punta a trasmettere in forma ufficiale al Quirinale le preoccupazioni dell'opposizione per il combinato disposto: legge "truffa" sul voto, devolution, ex Cirielli e modifica della par conditio. Ingredienti di una minestra indigesta servita dal Polo a ridosso delle elezioni per alterare il gioco democratico. Una iniziativa "tutta politica" quella compiuta dal Professore a nome dell'Unione. Una decisione che chiude il dibattito sui rischi di "non apparire come quelli che vogliono tirare per la giacchetta Ciampi" che serpeggia da giorni nei diversi settori dell'opposizione parlamentare. E che va sommata alle "pressioni" giunte al centro dalla periferia sull'esigenza di "un passo" presso il Quirinale. La legge elettorale, per esempio. La Cdl ha deciso di "blindare" al Senato il testo varato dalla Camera. E l'altro ieri, durante il vertice dell'Unione convocato da Prodi a Palazzo Madama, più di un intervento ha fatto riferimento ad un articolo pubblicato su Repubblica a firma Gustavo Zagrebelsky. Definiva le nuove regole "irrazionali" e ricordava che "l'irrazionalità è un vizio di costituzionalità delle leggi".
Le preoccupazioni dell'Unione sui "problemi di legittimità costituzionale" della riforma sono massimi. "Non so cosa farà il Presidente e quale sarà il suo atteggiamento - spiegava nei giorni scorsi Romano Prodi - Ci sono discussioni profonde su possibili incostituzionalità" Difficile, in ogni caso, che il Professore non si sia fatto un'idea degli orientamenti del Capo dello Stato comunicando al Colle le preoccupazioni dell'Unione. Nei giorni scorsi, tra l'altro, il Professore era stato durissimo anche a proposito dell'idea berlusconiana di modificare la par condicio. "È un paradosso che per fare campagna elettorale l'Unione sia costretta a finanziare Berlusconi" pagando spot a Mediaset. Una denuncia che non poteva non varcare le mura del Quirinale. Insomma: Ciampi sappia che il centrosinistra rispetta tanto il suo ruolo di garante da farlo partecipe ufficialmente della richiesta che le regole del gioco democratico non vengano calpestate.
Finanziaria al cianuro
Laura Pennacchi su l'Unità
Con la finanziaria per il 2006, arrivata ora all'esame della Commissione Bilancio del Senato dove impazza la gazzarra emendativa della maggioranza, la parabola della politica economica del centro-destra, iniziata con le "leggi della vergogna" (tra cui memorabili la depenalizzazione del falso in bilancio e la soppressione dell'imposta di successione per i grandi patrimoni), si conclude con i "tagli della vergogna". La farsa del giorno viene messa in scena dal governo in queste ore.
E avviene sull'ulteriore sottrazione di 140 milioni di euro al cosiddetto fondo per le famiglie, che verrebbe così abbassato ad appena 1 miliardo di euro. In effetti, la sussiegosa strategia dell'eufemismo adottata dal ricostituito duo Berlusconi-Tremonti (che indugia in espressioni come "economie di spesa", "tetti", "contenimento delle dinamiche", ecc.) non riesce a fare velo alla realtà. "Tagli" si debbono definire imposizioni di risparmi che provocheranno il licenziamento nella P.A. di circa 70.000 giovani precari. "Tagli" si devono chiamare misure che - identificando una correzione da 11,5 miliardi di euro su una manovra che in totale ammonta a più di 19 miliardi - si abbattono con decurtazioni, tanto per fare solo due esempi, di 2,5 miliardi sulla sanità, e cioè sulle regioni, e di 3,1 miliardi sugli enti locali, i quali non a caso sono già sul piede di guerra.
E di vergogna si deve propriamente parlare, in un duplice senso. Vergogna in sé, perché la decurtazione colpirà inevitabilmente beni collettivi preziosi come la salute (alla spesa relativa, che "tendenzialmente" - cioè sulla base non di ipotesi o di desideri ma di leggi e disposizioni già deliberate e normate - cresce a 95,5 miliardi viene posto un tetto che la blocca complessivamente a 93 miliardi: i 2,5 miliardi di euro di tagli veri nascono dalla semplice sottrazione a 95,5 di 93 miliardi) o, per quanto riguarda i comuni, il trasporto scolastico, la mensa per i bambini, l'assistenza domiciliare agli anziani, la viabilità e così via. E vergogna per il modo, non si sa se più "eteroingannevole" o "autoingannevole", con cui si dice che i tagli verranno realizzati: la pretesa, infatti, è che essi colpiscano solo gli sprechi, come il ricorso alle auto blu o alle consulenze.
Ma è possibile arrivare, per gli enti locali, a un ammontare di 3,1 miliardi di euro (6200 miliardi delle vecchie lire!) con risparmi sugli sprechi che la stessa relazione tecnica allegata alla finanziaria dal governo - il quale evidentemente non legge, e tanto meno studia, i propri medesimi documenti - quantifica in 30 milioni di euro (60 miliardi delle vecchie lire!) nel caso delle auto blu e in 70 milioni (140 miliardi delle vecchie lire!) in quello delle consulenze?
Del resto, come valutare il fatto che, a meno di due settimane dalla presentazione, il 30 settembre, della Finanziaria - che avrebbe dovuto contenere tutta la correzione necessaria - e dopo aver reiteratamente affermato che le cose andavano per il meglio, il governo ha presentato il 14 ottobre una manovra correttiva addizionale per altri 2 miliardi di euro, di cui già si conosce, peraltro, l'insufficienza a garantire il raggiungimento dei target concordati con Bruxelles?
Come definire la circostanza che, in una fase avanzata della sessione di bilancio, mentre si rincorrono le voci più disparate (gravitanti in particolare sull'estensione di fatto del condono fiscale al 2003-2004, alla faccia della lotta all'evasione!) e ferve in luoghi al riparo da sguardi ritenuti indiscreti la preparazione del maxiemendamento che stravolgerà vieppiù "elettoralisticamente" l'impianto discusso (si fa per dire!) fin qui, il governo ancora non dica con precisione - a fronte della valutazione generalizzata che il deficit sia oltre il 6% del Pil e delle insistite preoccupazioni espresse dal Fmi - quali siano gli andamenti "tendenziali" effettivi di finanza pubblica per il 2005 e per il 2006?
Sta tutto qui il cocktail ben miscelato di bromuro e di cianuro che il neo-bis-ministro Tremonti - al quale il disco si è incantato nella ossessiva ripetizione delle poche ore da cui sarebbe ministro: prima 400, poi 700, ora 1000 o giù di lì! - vorrebbe farci trangugiare e che noi, invece, respingiamo al mittente. Infatti, la natura "antirisanamento" della Finanziaria per il prossimo anno fa tutt'uno con le sue caratteristiche "antisviluppo" e con la sua inclinazione "antisolidarietà". Le caratteristiche "antisviluppo" emergono plasticamente: senza nemmeno considerare l'irrisoria riduzione di 1 punto del costo del lavoro, la misura relativa ai "distretti" spicca non soltanto per l'esiguità quantitativa dello stanziamento (50 milioni di euro per tutto il territorio nazionale) ma anche per la sua angustia qualitativa, poiché ipotizza solo modesti e singolari benefici fiscali per realtà che sono state il vanto dell'Italia industriale, la cui complessità, delicatezza, articolazione la importante letteratura relativa (si pensi ai lavori di Fuà, Becattini, Sylos Labini) ha proposto di trattare con politiche altrettanto complesse, articolate, sofisticate.
Più specificamente l'inclinazione "antisolidarietà" brilla in quello che si presenta come un vero e proprio "specchietto per le allodole", vale a dire lo stanziamento (che precipiterebbe a solo 1 miliardo di euro per rendere meno penosi i cospicui tagli alla cultura) per i bonus per i nonni e per i figli: qui l'infima elargizione da "carità pelosa" è il segnale di un modo aberrante di intendere (anzi, di disattendere) la responsabilità collettiva nei confronti dei bisogni nuovi del nostro tempo - l'incremento dei tassi di attività femminili, la denatalità a cui si deve e si può rispondere con adeguate politiche non natalistiche, l'invecchiamento della popolazione -, peraltro più che neutralizzata dal saccheggio che la Finanziaria perpetua del Fondo per le politiche sociali (a cui è stata già sottratta la cifra enorme di 500 milioni di euro per il solo 2005) o dal mancato rifinanziamento della Cassa integrazione e della mobilità in una fase in cui le crisi industriali si moltiplicano.
Economia e legge elettorale, le difficoltà dell'Unione
Francesco Verderami sul Corriere della Sera
ROMA - E' impensabile che Prodi non fosse a conoscenza della "ripresina", quando lunedì scorso ha dipinto un quadro a fosche tinte della situazione economica, sostenendo davanti alla stampa estera che "se non vinco io l'Italia è finita". Appena due giorni dopo Ciampi ha provveduto a sconfessare quell'immagine drammatica, "frutto - come sussurrano nella Quercia - di una visione millenarista che Fassino non ha e che andrebbe corretta". Un conto è denunciare l'incapacità del governo a risolvere la crisi strutturale del Paese, altra cosa è usare toni che ieri non sono appartenuti al capo dello Stato. "Ci sono segni di ripresa" ha annunciato infatti il presidente della Repubblica e quel riferimento all'industria italiana "che ha saputo resistere sui mercati" e "rimarrà vitale" sono stati un modo per confutare di nuovo la tesi del declino. "Ora Berlusconi potrà dire che Ciampi ha ragione e Prodi non potrà dire che Ciampi ha torto" sospira il ds Cabras. Ma la visione "millenarista" del Professore non è casuale, è parte di una precisa strategia. Intanto, come sottolinea il dalemiano Caldarola, "la comunicazione elettorale di Romano è impostata sulla tesi che l'Italia è al disastro, e che la colpa del disastro si chiama Berlusconi". In più, raccontano gli uomini più vicini al candidato premier dell'Unione, Prodi sta precostituendosi il terreno per il Duemilasei: se dovesse giungere a Palazzo Chigi, sarebbe intenzionato a presentare subito una severa manovra correttiva dei conti pubblici, scaricandone la colpa sull'eredità lasciatagli dal Cavaliere.
Il gioco però potrebbe diventare pericoloso se la "ripresina" dovesse assumere effetti più marcati nei prossimi mesi, e se il premier iniziasse a usare quei numeri a ridosso del voto. "Per questo - spiega l'ex segretario del Ppi Gerardo Bianco - in commissione Bilancio alla Camera ho avvisato i miei alleati che bisogna andarci cauti, perchè si è capito da tempo che gli indicatori economici danno segni positivi. Semmai il Polo in campagna elettorale andrebbe incalzato sulle critiche con cui hanno accolto l'euro", la "nostra diga" come non a caso l'ha definita ieri Ciampi.
Nel centrosinistra non hanno convinto alcune mosse del Professore. Sulla legge elettorale, per esempio, durante l'ultimo vertice si è spinto molto avanti sull'ipotesi che Ciampi possa rinviare in Parlamento la riforma per ragioni d'incostituzionalità. Forse il tema è stato oggetto del colloquio di ieri al Quirinale, è certo che martedì - dinnanzi agli alleati - Prodi ha parlato di una "ragionevole speranza". In molti durante la riunione hanno notato l'accento diverso usato da Fassino, che è parso preoccupato per un coinvolgimento di Ciampi nello scontro politico con il Polo. Il segretario dei Ds, infatti, non solo ha detto che "non bisogna nutrire soverchie aspettative" sul rinvio della legge, ma soprattutto si è premurato che "nessuno di noi carichi di responsabilità il capo dello Stato". Poi, esaminando la riforma, ha avvisato gli alleati che "se anche confermassimo il risultato delle Regionali, al Senato avremmo solo sedici seggi di vantaggio sulla Cdl", che oggi ne vanta quaranta sull'opposizione: "Non c'è che dire - ha ammesso Fassino - dal loro punto di vista l'hanno costruita ad arte per avvelenarci i pozzi". Per questo avrebbe voluto aprire un mese fa la trattativa con la Cdl. Ma Prodi era contrario...
Chi frena il partito delle primarie
Gad Lerner su la Repubblica
Caro direttore, vorrei inserirmi sulla scia dell´importante contributo d´analisi di Giuliano Amato e Arturo Parisi sulle primarie ospitato ieri da Repubblica (lo condivido parola per parola) proponendo alcune questioni di natura venale ma, temo, ineludibili. Se proviamo infatti a metterci nei panni dei dirigenti dei due principali partiti del centro-sinistra, ci rendiamo conto di come tocchi loro fronteggiare, in seguito all´imprevista accelerazione del processo di integrazione politica, una serie di dilemmi assai concreti.
"La riapertura del cantiere dell´Ulivo nella duratura prospettiva di un Partito che unisca al suo interno tutti i democratici" (Amato e Parisi) non è faccenda che possa risolversi solo ricominciando un dibattito di natura ideologica sull´incontro fra socialisti, liberal e post-popolari. Se vogliamo evitare le fumosità, meglio esaminare subito con trasparenza il contesto pratico in cui tale incontro dovrebbe realizzarsi. Dove si materializzano seri ostacoli sottaciuti in quanto considerati - chissà perché - "poco presentabili".
Il punto di partenza ormai acquisito è la decisione di presentare una lista dell´Ulivo guidata da Romano Prodi alla Camera dei deputati. È senz´altro un fatto politico di enorme rilevanza che non si sarebbe mai realizzato se la partecipazione dei cittadini alle primarie del 16 ottobre non avesse doppiato le più rosee previsioni, giungendo a coinvolgere addirittura il 29% dell´elettorato che nelle ultime consultazioni nazionali (le europee del 2004) aveva votato per l´Unione.
A Francesco Rutelli sono bastate ventiquattro ore per captare il segnale e riconoscere la necessità di una lista dell´Ulivo nel luogo decisivo della sfida politica italiana: la convergenza di tre quarti degli elettori sul nome di Prodi ha infatti evidenziato come il processo di integrazione delle componenti riformiste dell´Ulivo fosse giunto a maturazione nella base popolare del centro-sinistra e nella società. Così Romano Prodi potrebbe tornare a svolgere la funzione del federatore, se non addirittura del fondatore di un nuovo soggetto politico, emancipandosi dalla mera funzione "tecnica" di candidato premier senza partito.
Fin qui tutto bene, anzi, benissimo. Ma non è certo un caso se a questo punto - realizzato da Rutelli il decisivo passo in avanti della riesumazione elettorale dell´Ulivo - sono tornati a occupare la scena altri politici con i piedi per terra, in veste di frenatori. Fra loro, in particolare, gli stessi esponenti dei Ds che potevano in precedenza farsi comodamente scudo del "no" di Rutelli all´Ulivo per dissimulare le loro perplessità.
Naturalmente gli argomenti dei frenatori sono ragionevoli: un partito non s´inventa dall´oggi al domani; scardinare l´assetto attuale può produrre scissioni anziché unità; le minoranze hanno diritto a una rappresentanza; non potete chiederci di lasciare il Partito socialista europeo; col nuovo sistema proporzionale si corre il rischio di disperdere voti
Non a caso le perplessità si sono concentrate su un dettaglio in apparenza secondario, cioè la proposta di Prodi che gli eletti della lista dell´Ulivo diano vita alla Camera a un gruppo parlamentare unitario guidato - com´è ovvio - da un solo capogruppo. È evidente che nel gruppo parlamentare unitario si esprimerebbe il nucleo fondativo del nuovo soggetto politico.
Molto meglio, si sente obiettare da più parti, procedere per tappe.
Non occorrerà qui dilungarsi sull´ovvio: i partiti rappresentano l´unica ossatura possibile della democrazia parlamentare. Dunque impegnarsi a stringere i tempi della nascita di un nuovo soggetto politico - Ulivo o Partito Democratico che dir si voglia - non ha niente a che vedere con la retorica "anti-partito" di una società civile contrapposta alle forze oggi già consolidate. Nessuno nega la funzione insostituibile, benché provvisoria, delle attuali formazioni politiche. Ma sarà pure lecita, in questo passaggio, una serena riflessione sulla conformazione sociologica dei due principali partiti del centro-sinistra italiano così come essa viene determinata sia dalla loro vicenda storica, sia dalla legislazione vigente.
Al di là dei valori, degli interessi, della rappresentanza sociale e territoriale, i nostri partiti sono fatti di una imprescindibile costituzione materiale sedimentata. In poche parole, i partiti sono anche comunità di uomini e di donne, un intreccio di destini personali, contengono storie di dedizione e hanno il dovere di garantire un futuro gratificante a chi gli ha dedicato la vita. Guai a scandalizzarsene.
Il problema esiste e va affrontato senza facili moralismi qualunquistici sugli "apparati". Certo, è accaduto che un richiamo pretestuoso all´inconciliabilità delle tradizioni e delle identità mascherasse tendenze alla lottizzazione, sempre incoraggiate dall´assetto particolare dei poteri italiani. Mario Pirani lo ha deprecato più volte su Repubblica: riposta nel cassetto l´idea dell´Ulivo, i partiti si sono affrettati a dislocare come sempre i "loro" uomini nelle Authority, alla Rai, e giù per li rami fin nelle aziende sanitarie. La nascita di un grande partito unitario dei riformisti servirebbe anche a salvaguardare la rappresentanza politica da eccessi di condizionamento economico e finanziario, diluendo legami purtroppo abituali in questa nostra patria del conflitto d´interessi.
Mi fermo qui, anche se l´analisi della costituzione materiale dei partiti andrebbe approfondita con ben altro rigore. Forse questi pochi cenni basteranno a spiegare le cause di tanta diffusa contrarietà all´ipotesi prodiana di gruppi parlamentari dell´Ulivo. L´esigenza di mantenere in vita gruppi parlamentari separati - sia pure federati - deriva dalla volontà (necessità?) di conservare a ciascun partito il proprio autonomo approvvigionamento finanziario. Ciò spiega del resto perché anche nelle regioni in cui nell´aprile scorso si presentò la lista unitaria dell´Ulivo, subito dopo gli eletti hanno dato vita a gruppi consiliari separati.
Per com´è stata sapientemente concepita la legislazione vigente in materia di finanziamento ai partiti (ma anche le normative sulla costituzione e il funzionamento dei gruppi parlamentari e consiliari), gli architetti del futuro Partito Democratico sanno benissimo di dover fronteggiare meccanismi che incentivano semmai la separazione, non certo l´unificazione tra soggetti limitrofi. Unirsi, nella politica italiana, non è mai conveniente sul piano materiale.
La legge 156 intitolata "Disposizioni in materia di rimborsi elettorali", approvata con un blitz in sede legislativa (cioè senza passare attraverso un dibattito in aula) il 26 luglio 2002, ha garantito un cospicuo finanziamento pubblico ai partiti, risultando assai vantaggiosa sia per quelli più grandi che per le forze cosiddette minori. Non è questa la sede per rievocare le modalità frettolose con cui si pervenne a un compromesso vantaggioso per tutti. Fatto sta che oggi in Italia i bilanci dei partiti derivano per il 70% da contributi statali. Tra rimborsi elettorali, stipendi degli eletti e emolumenti destinati ai loro collaboratori, i partiti hanno trasferito in larga misura sulla collettività l´onere del sostentamento dei loro attivisti, per un totale calcolato di circa 470 milioni di euro in cinque anni. Ciò non significa che nuotino nell´oro, ma è un fatto che sono circa 350 mila le persone che in Italia vivono di politica. Molte. Anzi, moltissime a paragone di quanto avviene negli altri paesi europei.
Qualsiasi semplificazione del sistema politico dovrà fare i conti realisticamente con questi dati. Nessuno può pensare che la stagione del Partito Democratico s´inauguri come una pagina bianca, nell´ingenua convinzione che tanto "l´intendenza seguirà". Ma certo da qualche parte bisogna pur cominciare.
La politica non è uno Show
Gianfranco Pasquino su l'Unità
Caso Celentano
In un paese dove è complessivamente scarso il senso civico e dove è, invece, grande la propensione all'antipolitica può accadere che un impresario televisivo diventi capo del governo e che, di converso, un cantante rock assurga a coscienza critica. Non vanno bene né l'uno né l'altro esito. Per quanto il cantante rock abbia buon gioco e molto spazio anche per dire, in maniera più o meno accattivante, delle facili verità, ma spesso restando lui stesso sul terreno già frequentato dell'antipolitica, il dibattito politico, che non è né rock né lento, abbisogna di altri protagonisti e di altre "letture". Il rischio grosso, che la sinistra ha spesso corso, più o meno consapevolmente, in questi lunghi anni di una transizione tormentata, consiste nell'affidare parte delle proprie fortune politiche a operatori dello spettacolo. Adesso, Santoro, certamente non l'unico giornalista insoddisfatto della politica, ha abbandonato il Parlamento europeo
Ma è di poche settimane fa il tentativo del centro-sinistra di reclutare un presentatore quasi settantenne, Pippo Baudo, per tentare di strappare la regione Sicilia al centro-destra.
Immagino che, secondo modalità molto simili, Santoro e Baudo dovessero servire agli occhi dei dirigenti del centro-sinistra per operazioni congiunturali mirate: portare molti voti, vincere una carica monocratica.
Per l'appunto, però, si tratta di operazioni congiunturali legate alle persone che possono certamente anche vincere, ma che, poi, non rappresentano in maniera adeguata oppure governano, inevitabilmente, senza la necessaria competenza.
Per di più, è sicuro che non contribuiscono in nessun modo, e neppure si potrebbe chiederlo loro, a fare cambiare l'idea di politica che molti italiani continuano ad intrattenere.
Se la politica può essere fatta da uomini (e donne) di spettacolo, per di più corteggiati, reclutati, selezionati, promossi casualmente dai politici di professione, allora questo è certamente il riconoscimento che non esiste differenza apprezzabile fra, da un lato, chi fa il giornalista, la presentatrice, il cantante rock e, dall'altro, un politico di professione.
Allora, è giusto pensare e sostenere che anche un impresario televisivo ha tutti i titoli in regola per diventare il capo del governo.
Anzi, la sua incursione in politica viene legittimata a posteriori proprio dai comportamenti concreti dei dirigenti del centro-sinistra. Poco importa che altrove, vale a dire in nessuna democrazia occidentale, non esista fra spettacolo e politica una osmosi tanto estesa e tanto sregolata come nel contesto italiano. È vero che il teatrino della politica lo hanno inventato i politici, ma non è il caso di osannare gli uomini di spettacolo/teatro quando si esibiscono con toni e accenti che, in definitiva, sono di disprezzo della politica. Nella congiuntura è naturale che qualcuno, a sinistra, possa rallegrarsi e applaudire. Se lo spettacolo è buono risulta doveroso riconoscerlo; se è divertente appare giusto ridere; se è graffiante diventa corretto applaudire.
È, invece, sicuramente sbagliato pensare che uno spettacolo, più o meno rock, possa redimere una politica, più o meno lenta. Se vogliamo cambiare la politica e ridurre il tasso di antipolitica degli italiani, facendo crescere il loro interesse per la politica, le loro conoscenze politiche e il loro senso civico, allora dovremmo sapere che questo è un compito pedagogico che possono svolgere quasi esclusivamente i politici con i loro comportamenti e con il loro stile.
In un quadro politico nel quale partiti e dirigenti, magari con l'aiuto possente dei cittadini che vogliono partecipare e grazie, per esempio, alle primarie, riescono a segnalare in maniera incisiva le loro preferenze, ci sarà posto anche per l'impresario televisivo, ma non al governo, e per il cantante, ma non come ideologo (nazional-popolare?). Cosicché, oltre ad applaudire, moderatamente, Celentano, è forse il caso di ricominciare la costruzione di una politica dignitosa con una visione di lungo termine.
Il rock si esaurisce in tre minuti. La politica è un'opera di lunga lena che porta lontano: in maniera lenta e sana.
Mediaset: "Azionisti tra le toghe, via il processo"
Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera
MILANO - Tutti "certi di dimostrare nel processo la propria estraneità alle accuse". Ma intanto, per cominciare, meglio farlo un'altra volta e in un altro posto, piuttosto che già domani a Milano. All'indomani del più grande sequestro di denaro mai operato all'estero su richiesta di un'autorità giudiziaria italiana, e cioè dopo il blocco (chiesto dalla Procura di Milano e operato dalla Svizzera all'Ubs di Manno, Lugano) di 100 milioni di euro su conti del produttore Farouk Agama, cioè del coimputato di Silvio Berlusconi che i pm nel capo d'imputazione qualificano come suo "socio occulto", l'azienda segue l'esempio del suo fondatore: e se nel 2002 Berlusconi già nel processo Sme aveva chiesto (ma non ottenuto dalla Cassazione) di spostare le udienze a Brescia per l'asserita parzialità dell'intero Tribunale milanese, ora anche Mediaset (di cui Berlusconi è azionista di maggioranza) punta a spostare da Milano a Brescia l'udienza preliminare sui diritti tv che inizia domani. E che dovrebbe vedere il giudice Fabio Paparella decidere il rinvio a giudizio o il proscioglimento del presidente del Consiglio, del presidente di Mediaset Fedele Confalonieri e di altre 12 persone per le ipotesi di appropriazione indebita di 270 milioni di dollari, frode fiscale di 120 miliardi di lire e relativi falsi in bilancio fino al 1999 nella compravendita in Usa di diritti tv. Ma il motivo è diverso: Mediaset propone infatti il timore che fonte di parzialità per qualunque toga dell'intero distretto giudiziario milanese possa essere il fatto che 62 magistrati siano stati o siano, dalla quotazione nel 1996 ad oggi, azionisti Mediaset. Tre le mosse dell'azienda, che delibera di costituirsi parte civile. Prima il suo avvocato Salvatore Pino chiede al ministero della Giustizia l'elenco di tutti i magistrati milanesi dal 1996 a oggi. Poi chiede a Mediaset di controllare se tra essi vi siano mai stati azionisti Mediaset (criterio: lo stacco del dividendo), e ottiene 62 nomi in 9 anni (da 100 azioni a 4mila al massimo). Quindi formula una istanza di restituzione di documenti sequestrati a Mediaset il 12 ottobre, dolendosi che "il depauperamento del patrimonio cognitivo aziendale comporti quotidiane difficoltà nell'attività amministrativa". Ma quale giudice dovrebbe essere competente a restituire le carte? Non quello di Milano, argomenta Mediaset sulla scia di eccezioni analoghe superare a fatica nei processi Parmalat a Milano e Bipop a Brescia. L'articolo 11 del Codice di procedura, infatti, stabilisce che, per i processi "nei quali un magistrato assuma la qualifica di persona offesa o danneggiata dal reato", competenti siano i magistrati di un altro distretto giudiziario predefinito (per Milano è Brescia).
Non tutti condividono questa impostazione, nemmeno tra le difese. "Mi sembra un'eccezione infondata, magistrati azionisti Mediaset esisteranno in tutta Italia e allora il processo non si farebbe mai" osserva l'avvocato di Agrama, Astolfo Di Amato, intenzionato "a non associarmi all'istanza ma a rimettermi al giudice. Svolgeremo invece altre eccezioni tecniche: Agrama non intende assumere un atteggiamento dilatorio dell'udienza".
Ciagate, sono già pronte le incriminazioni eccellenti
Ennio Caretto sul Corriere della Sera
WASHINGTON - E' iniziato il conto alla rovescia del Ciagate, lo scandalo in cui si sospetta sia coinvolta la Casa Bianca, che avrebbe svelato per interessi politici l'identità di Valerie Plame, una 007 della Cia sotto copertura. Stando al sito Internet Row Story, il procuratore Patrick Fizgerald ha ieri chiesto al Gran Giurì di incriminare Karl Rove, il consigliere del presidente Bush, e Lewis Libby, quello del vicepresidente Cheney. Secondo Robert Barre, un ex deputato repubblicano che inquisì il presidente Clinton nel Sexgate (lo scandalo della stagista Lewinsky) Fitzgerald incriminerebbe anche l'ex direttore della Cia George Tenet. L'inchiesta potrebbe coinvolgere Cheney, che apprese della Plame da Tenet e fu il primo a parlarne ai funzionari della Casa Bianca.
L'unico segno che le incriminazioni sarebbero imminenti lo ha fornito il presidente Bush, che avrebbe già preparato la risposta. Se incriminati, Rove, Libby o altri - le gole profonde dello scandalo - dovrebbero dimettersi e il presidente procedere al rimpasto dell'Amministrazione. Ma ieri, in un discorso sull'economia, Bush ha ignorato il Ciagate, un silenzio ribattezzato dalla tv Cnn "economia di parole". E dall'incontro di tre ore tra Fitzgerald e il Gran Giurì, composto in maggioranza da afroamericani, per lo più ostili a Bush, non è emerso nulla. Se Fitzgerald non avesse completato il suo lavoro, il tribunale potrebbe estendere il suo mandato in scadenza domani.
La Casa Bianca è sospettata di avere svelato ai media il nome della Plame, contraria alla guerra in Iraq, per vendicarsi del marito, l'ex ambasciatore Joseph Wilson, che su mandato della Cia aveva svolto un'indagine nel Niger e smentito che Saddam vi avesse cercato armi di sterminio.
Bush ieri ha voluto che Rove e Libby partecipassero alla riunione di gabinetto come di consueto. Ma dai sondaggi il Ciagate potrebbe danneggiare gravemente il presidente. Secondo la Gallup, il 39% degli americani sospetta la Casa Bianca di illegalità, il 39% di immoralità e soltanto il 10% la ritiene innocente. E, se le elezioni si svolgessero oggi, solo il 39% voterebbe per Bush, il 55% per il candidato democratico.
27 ottobre 2005