
sulla stampa
a cura di G.C. - 26 ottobre 2005
Dalle primarie la più grande forza politica dell'Europa
Giuliano Amato e Arturo Parisi su la Repubblica
Caro direttore, la vicenda che si è svolta dieci giorni fa, in una domenica di sole destinata ad essere associata nella memoria al sapore della festa, resterà certamente a lungo al centro del dibattito politico non meno che nelle analisi dei commentatori e degli studiosi. Il fenomeno è stato infatti di dimensioni tali da aprire nuove e inattese prospettive non solo alla politica italiana ma anche a chi studia la politica e i comportamenti politici.
Quello che è certo è che questo fenomeno così imponente per i numeri delle persone coinvolte, per il senso di comunanza forte di idee e di passioni che si coglieva in quelle file ordinate, per la consapevolezza trasparente in tutti di partecipare a un evento importante ha aperto una dinamica assolutamente nuova.
Una dinamica che va ben oltre i partiti stessi che la hanno reso possibile. Quattro milioni e trecentomila italiani, anzi 4 milioni 311.139 cittadini in una sola giornata in tutti i comuni del paese, si sono recati di loro iniziativa ai seggi.
E lo hanno fatto individualmente, non in gruppi, con i propri mezzi e non trasportati da mezzi collettivi. Hanno firmato pubblicamente l´adesione a un progetto comune, dichiarando esplicitamente di riconoscersi nell´Unione e sottoscrivendo pubblicamente davanti ad una commissione che ha verificato la loro identità e la titolarità del loro diritto di voto. Hanno versato il loro contributo per un obiettivo condiviso e hanno espresso il loro consenso a che il loro nome e cognome venisse registrato e potesse essere conosciuto da chiunque ne facesse richiesta. E´ molto di più di quanto fa normalmente l´elettore. E´ persino di più di quanto fa normalmente chi si iscrive a un partito politico, tanto da segnalare l´esistenza di una forte domanda di partecipazione ed unità tra gli elettori del centrosinistra, che dà la misura di quanto sia estesa nel campo dei democratici l´area della cittadinanza attiva.
Il "patto" sottoscritto alle primarie non riguarda soltanto gli elettori e il leader. Come chiarisce fin dalle prime righe lo Statuto delle primarie, si tratta di un patto a tre, che coinvolge gli elettori, il leader e i dirigenti degli attuali partiti del centrosinistra. Sottoscrivendo lo Statuto delle Primarie, i rappresentanti delle forze politiche aderenti all´Unione, hanno detto di voler "promuovere la massima partecipazione da parte dei propri militanti ed elettori alla scelta del candidato comune alla carica di Presidente del Consiglio" ma anche di volere, al tempo stesso, "far prevalere le ragioni della loro unità intorno ad una solida e autorevole leadership, portatrice di un programma condiviso, capace di guidare la coalizione durante la campagna elettorale e, in caso di vittoria, in grado di guidare il Governo per l´intera legislatura".
Quattro milioni e trecentomila cittadini italiani hanno risposto positivamente all´invito, hanno sancito la scelta del leader e il conseguente impegno preso dai partiti, dando di fatto vita ad una associazione politica completamente nuova: alla più grande associazione politica oggi esistente in un paese europeo. E´ questa una opportunità e una sfida, una risorsa che i dirigenti dei partiti del centrosinistra non devono e non possono sottovalutare.
I partiti sanno bene che da trent´anni a questa parte cala in tutta Europa la partecipazione elettorale, diminuisce il numero delle persone che si identificano con loro, così come diminuiscono i loro iscritti e quanti, fra gli iscritti, partecipano effettivamente alle attività di base. Sanno perciò che un´occasione come le nostre primarie ha messo in moto una partecipazione che va ben oltre i loro confini. Sarebbe però del tutto sbagliato pensare che l´"associazione" politica nata il 16 ottobre sia nata contro i partiti. Il testo dello statuto che abbiamo citato dice esattamente il contrario. L´"associazione" e i partiti sono parte di un disegno comune. E si deve in grandissima parte ai partiti, alle scelte coraggiose da loro compiute e alla passione con cui i loro militanti si sono gettati assieme a tanti volontari nell´impresa, se le primarie, anche organizzativamente, sono state possibili.
Sarebbe perciò sbagliato anche solo pensare che quanto è accaduto domenica 16 ottobre possa aver d´un balzo superato la realtà importante costituita dai partiti, il loro ruolo, il contributo essenziale che essi svolgono nella vita politica e nella democrazia italiana. Ma ancor più sbagliato sarebbe pensare che quanto è accaduto sia stato nulla più che un momento esaltante, una giornata di corale e generale partecipazione popolare, dopo di che, chiuse le urne domenica sera, tutto ritorni come prima. Non è così e non può essere così.
La stessa inversione di rotta impressa dalle primarie alla dinamica politica interna al centrosinistra, con la riapertura del cantiere dell´Ulivo nella duratura prospettiva di un Partito che unisca al suo interno tutti i democratici, è la migliore testimonianza del cambiamento. Sembrava, nei mesi scorsi, un capitolo chiuso. Convenendo ora sulla presentazione di una lista unitaria e riconoscendo ad essa il valore di un nuovo inizio, i dirigenti dei due principali partiti della coalizione danno la migliore dimostrazione di quanto abbiano pesato l´esistenza, la partecipazione e il voto del popolo delle primarie. Senza questo riferimento non si coglierebbero le radici di scelte che in altri tempi sarebbero state assunte dagli organi più alti dei partiti solo a seguito di larghi, approfonditi e drammatici dibattiti. Ed esse non potrebbero non apparire improvvisate e guidate dal senso della opportunità più che dalla convinzione.
A Romano Prodi, che quattro milioni e trecentomila italiani hanno concorso a caricare della responsabilità grandissima di interpretare il nuovo bisogno di partecipazione e le nuove speranze degli elettori italiani, all´Unione che agli italiani ha sottoposto i principi di un programma comune che in così tanti hanno approvato e sottoscritto, e a tutti i partiti della coalizione, che della coalizione sono e restano un elemento essenziale, spetta oggi saper capire e interpretare quello che domenica i cittadini hanno voluto dire.
A questa direzione comune, a questa strada da fare insieme, bisogna ora guardare; e siamo sicuri che è su questa strada comune che Romano Prodi saprà da oggi guidare la coalizione interpretando quello che già oggi così tanti italiani hanno voluto dirci. Ma nel quadro del denominatore comune rappresentato dall´Unione anche i partiti che questa Unione hanno promosso non potranno non attingere a questa disponibilità alla partecipazione per rafforzare la propria vitalità.
C´è una prima risposta che tutti possono dare, sollecitando la partecipazione alle loro assemblee dei cittadini del popolo delle primarie che siano disponibili a offrirla. E ce n´è poi una seconda, che riguarda in particolare i partiti che hanno sostenuto nelle primarie la candidatura di Romano Prodi e che intendono prefigurare, con la lista unitaria dell´Ulivo, un cammino comune verso un partito comune. Da loro, oltre che e prima ancora di iniziative fondate sulla competizione e sulla emulazione reciproca, è lecito aspettarsi iniziative di cooperazione nell´organizzare la partecipazione attiva dei tanti disposti a darla, avviando così sperimentazioni che portino il segno di quel desiderio di unità del campo democratico e riformista, destinato a maturare nel tempo.
Nè una idea nuova, né una prospettiva di cui qualcuno possa intestarsi da solo il copyright. Piuttosto una corrente carsica che attraversa ormai da tempo la storia del nostro Paese prima di sfociare nel fiume in piena dei milioni di persone civilmente in fila davanti ai seggi delle primarie. Il modo migliore per rimarginare ed archiviare le ferite lasciate nel campo riformatore dalle ideologie e dalle divisioni del novecento e per dare al centrosinistra un solido baricentro segnato da una cultura di governo. Per dare all´Italia quella democrazia finalmente normale che i suoi cittadini si meritano.
Università: la riforma diventa legge tra le tensioni
Giulio Benedetti sul Corriere della Sera
ROMA - La Camera ha definitivamente approvato la riforma del reclutamento e dello stato giuridico dei professori universitari. Un mese fa il sì del Senato, col voto di fiducia, poi settimane di protesta negli atenei del Paese, culminate ieri in una mega-manifestazione che ha circondato l'aula di Montecitorio. Ma la contestazione non ha rallentato la tabella di marcia della maggioranza. Bocciate le due pregiudiziali di costituzionalità presentate dall'opposizione, che non ha partecipato al voto finale. Presente in Aula il premier Berlusconi che ha definito il provvedimento "più che opportuno".
IL DIBATTITO - Molto accesa la discussione in Aula, con un leitmotiv da parte dell'opposizione: l'università si è vista imporre una riforma che non voleva assolutamente. È quello che dice, al termine dei cortei, Fausto Bertinotti, segretario del Prc: "Se qualcuno conservava ancora dei dubbi, oggi è stato accontentato: la riforma Moratti non piace proprio a nessuno. La bocciano studenti, insegnanti, non docenti". Altrettanto secca la replica del ministro Letizia Moratti: "Il governo è sempre stato disponibile al confronto: delle 14 proposte avanzate dai rettori 13 sono state accolte, alcune delle quali presentate dall'opposizione".
DIRITTI CONTESTATI - Il dibattito è andato avanti mentre decine di migliaia di studenti e docenti delle scuole superiori e dell'università assediavano la Camera. Scontri fuori, e dentro un clima inevitabilmente teso con polemiche sul diritto di manifestazione e il diritto di libera circolazione dei deputati. "La presidenza della Camera si impegna a tutelare il diritto a manifestare liberamente e quello dei deputati ad arrivare in aula senza problemi. Insieme al vicepresidente Fabio Mussi e ai questori farò immediatamente l'esame della situazione, evitando di dare giudizi, anticipazioni, sentenze senza conoscere i fatti": spiega Pier Ferdinando Casini replicando a Gustavo Selva (An) e Luca Volontè (Udc), che avevano denunciato il "blocco degli studenti fuori Montecitorio che impedisce ai deputati di circolare liberamente".
LE CONTESTAZIONI - Dalla piazza le tensioni sono arrivate fin dentro Montecitorio. "Gli studenti che hanno manifestato - dice il verde Alfonso Pecoraro Scanio - sono stati più maturi di quei parlamentari di An che hanno fatto di tutto per alimentare la tensione".
Le battaglie dentro e fuori il palazzo
Concita De Gregorio su la Repubblica
ROMA - La scena dei quattro di An contro tutti è così. Ventisei camionette, due pullman tipo granturismo e otto jeep dei carabinieri occupano piazza Montecitorio e piazza Colonna - trentasei mezzi azzurri, bisogna fare uno sforzo d'immaginazione, il colpo d'occhio è di presa militare del Palazzo - quando escono per la pausa pranzo quattro deputati di An: Italo Bocchino, Ignazio La Russa, Daniela Santanché e Donato La Morte.
Le transenne laggiù in fondo sono presidiate da due file di agenti col casco e lo scudo antisommossa: oltre le barriere qualche centinaio di manifestanti, di più non ne entrano, lo spazio è angusto. I ragazzi sono seduti a terra, impediscono fisicamente il passaggio. Altrettanti a destra, in via Uffici del Vicario. Via del Corso sgombra, per ora. I quattro parlamentari si avvicinano, gli studenti li riconoscono. "La Russa a Nassiriya", gridano, partono i cori. Non li fanno passare, niente ristorante.
Daniela Santanché, sorridendo dietro gli occhiali da sole, solleva il dito medio della mano destra. La Russa fa convergere le due mani verso l'inguine, un gesto di invito. I cori diventano urla. Donato La Morte si informa sulle generalità del responsabile della sicurezza della piazza, il vicequestore Pellegrino, che ha appena risposto ai consigli dei deputati: "Grazie ma qui all'ordine ci penso io". E' l'una e mezza passata da poco, il pomeriggio comincia. Ci saranno otto persone in ospedale, stasera: fumogeni e colpi di manganello davanti alla Camera, era tempo che non succedeva.
Dentro, in aula, Letizia Moratti seduta al fianco di Silvio Berlusconi assiste alla discussione sulla "sua" riforma. Il loro arrivo è accolto per strada dal lancio di due fumogeni rossi. Fuori, vicoli compresi, ci sono un migliaio almeno dei centomila manifestanti del mattino: era previsto. Il sit in di fronte a Montecitorio era autorizzato fino alle 15. Se non che l'episodio del pranzo mancato, dei gesti e delle reciproche sfide accende gli animi. Nel corteo passa la parola d'ordine: si resta. Tutti seduti sotto le transenne, fermi. Il lancio dei candelotti ha innervosito le centinaia di agenti in piazza.
L'intero gruppo di Rifondazione e dei Comunisti italiani, qualche diessino fa la spola fra il palazzo e i manifestanti. Diliberto è dalle due alle transenne, parla. Folena presidia l'ingresso di sinistra. Mussi, capogruppo ds, fa mandare fuori dai commessi qualche bottiglia d'acqua. Altre bottiglie, e crackers, dalle finestre del gruppo parlamentare della Margherita.
Dentro questa faccenda dell'acqua innesca le polemiche. "Non ce n'era bisogno, non siamo mica nel deserto", dice La Russa che pochi minuti fa era nell'ingresso comune dei bagni a leggere, insieme a Daniela Santanché, le agenzie di stampa con la cronaca dei gestacci. Landolfi il ministro inneggia a Cofferati: "Ci sarebbe bisogno di uno come lui", da destra parte il coro, "Bo-lo-gna, Bo-lo-gna". Anche fuori urlano: "Moratti vattene". Sono le cinque, in aula parla il ds Martella. Gustavo Selva decide che vuole un gelato. Esce per andare da Giolitti. I manifestanti lo fermano, naturalmente: sono lì per quello. Non è che tutte le uscite dal palazzo siano interdette, dal retro si passa ma il varco che sceglie Selva è bloccato.
Interviene Folena in suo soccorso, i ragazzi gli comprano un gelato e glielo portano: crema e cioccolato. Qualcuno degli uomini attorno a Selva lo butta a terra. "Allora provochi", urlano. Un poliziotto in borghese attraversa il sit in: ha in una tasca un manganello nell'altra il "manifesto". Corre dall'altra parte, verso via del Corso. E' lì la carica. Un gruppo di studenti sta tornando verso le facoltà occupate. Un paio di agenti, forse tre, escono dal cordone. Sembra che uno di loro sia stato raggiunto da uno sputo. I colleghi li chiamano indietro, ma il primo colpo di manganello è partito. Rissa immediata.
Otto feriti. Due ragazze con la testa sanguinante vengono caricate in ambulanza. Tra i feriti ci sono un fotografo e un operatore di Telenorba, Dante D'Aurelio: "Stavo riprendendo un gruppo di poliziotti che trascinava uno studente verso un blindato, mi hanno detto 'togli di mezzo quella cazzo di telecamerà e mi hanno colpito". Anche Stefano Montesi, fotografo, è stato ferito alla testa. Casini, in aula, telefona a Pisanu. Arrivano in piazza Russo Spena, Mantovani, Alfonso Gianni, Graziella Mascia, Katia Zanotti, Giovanni Lolli. I deputati ds e di Rifondazione parlano con Piero Bernocchi, leader dei Cobas, con Anubi Davossa, Movimento, e con gli studenti della Sapienza occupata. Bocchino, da lontano, osserva che "è tutta gente dei centri sociali".
Tra i feriti però una studentessa c'è, ha 19 anni. Titti De Simone, in aula, chiede la sospensione della discussione. Lolli la appoggia, da destra gli urlano "cretino". Letizia Moratti dice che si "meraviglia di tutto questo" perché lei non si è mai "sottratta al confronto".
Ex Cirielli, il Csm dice no. Follini all'Udc: va bloccata
R. Zuc. sul Corriere della Sera
ROMA - Il Consiglio superiore della magistratura torna a bocciare senza appello l'ex Cirielli: porterà "a una drastica riduzione dei termini di prescrizione per numerose fattispecie di reato anche gravi". Ma Silvio Berlusconi continua ad essere convinto del contrario: "Si tratta di un provvedimento sacrosanto che la sinistra cerca di dipingere come ad personam ". L'appoggio alla ex Cirielli resta comunque un nodo da sciogliere per il centrodestra. Insieme con la modifica della par condicio. Soprattutto per l'Udc. E non a caso contro l'una e l'altra proposta di legge Marco Follini presenterà un ordine del giorno al consiglio nazionale del partito in programma giovedì. In particolare sulla par condicio, l'ex segretario pensa che nel partito il "no" sia abbastanza largo e condiviso: "Credo che anche Casini sia su questa linea". Ma la mossa di Follini creerà certamente fibrillazione nell'assemblea uddiccina. Con Bruno Tabacci pronto a schierarsi con l'ex segretario e Carlo Giovanardi deciso a difendere il testo dell'ex Cirielli.
Resta poi ancora aperta la scelta del segretario "reggente" dell'Udc. Sono infatti troppi i possibili candidati, anche perché quelli più forti si fanno la guerra tra loro e quelli più unitari vengono considerati dagli altri troppo "deboli". Lorenzo Cesa, fedelissimo al presidente della Camera ma anche vicino a Marco Follini, era partito in pole position . Si è però dovuto scontrare con l'opposizione di Mario Baccini. Potrebbe comunque rientrare in gioco in qualsiasi momento, anche se punta a quella poltrona anche il sottosegretario Mario Tassone.
Ma ciò che Casini vuole evitare a tutti i costi è una nuova divisione interna. Ecco perché da lunedì sta provando anche altre soluzioni, più "deboli" ma più unitarie. C'è Erminia Mazzoni, la responsabile giustizia, che avrebbe il vantaggio di essere donna, ma lo svantaggio di avere meno presa sul partito. E c'è il capogruppo Luca Volontè, portato avanti soprattutto da Rocco Buttiglione. Ma sui due potrebbe prevalere alla fine l'attuale segretario all'Economia Michele Vietti, con più peso politico all'interno dell'Udc.
Bologna, Cofferati: "Avanti sulla legalità"
Il Prc minaccia di abbandonarlo
gi. ar. su l'Unità
Il giorno dopo gli scontri tra studenti e polizia che hanno riportato i riflettori su Bologna e sulla amministrazione Cofferati, è un clima di apparente calma quello che si respira in città. La tensione, trascinata per mesi, esplode sulla questione della legalità che rischia di spaccare la maggioranza.
Dopo che nei giorni scorsi il sindaco ha inviato le ruspe per sgomberare le baracche dei clandestini rumeni sul lungo Reno e ha annunciato misure forti in tema di sfratti e sicurezza, lo scontro con la sinistra radicale, che ritiene repressiva la sua politica, si è infiammato. Ora gli occhi sono puntati sull'ordine del giorno sulla legalità che Cofferati intende presentare il 2 novembre. Ma l'ala sinistra della maggioranza minaccia di uscire dal governo. E la questione rischia ora di assumere un rilievo nazionale.
Cofferati però va avanti per la sua strada, anzi garantisce: "Non mi faccio intimorire. Vado avanti secondo gli orientamenti che avevo esplicitato". Un commento telegrafico, quello con cui il primo cittadino si sottrae alle polemiche e alle spiegazioni. "È molto importante che ognuno - aggiunge il Cinese- si prenda le sue responsabilità. Il mio obiettivo è quello di avere una coalizione salda, la più ampia possibile, senza sottrarre alla discussione nessun approfondimento, ma contemporaneamente senza nessuna sbavatura o incertezza". Questo è tutto quello che Cofferati ha detto martedì, il giorno dopo l'assedio a Palazzo d'Accursio.
Il sindaco non ha ancora chiarito l'accaduto e ha rinviato le spiegazioni. Tuttavia qualche passo indietro sembra disposto a farlo. Due infatti le mediazioni politiche che avrebbe garantito ai colleghi di giunta: una modalità di intervento condivisa sugli sgomberi futuri e, soprattutto, la possibilità di una mediazione sul voto dell'ordine del giorno sulla sicurezza che potrebbe non essere votato la prima volta in giunta, come previsto inizialmente, ma in consiglio comunale.
Un'ipotesi non smentita dall'assessore di Rifondazione comunista Maurizio Zamboni, in passato tra i più critici dell'operato di Cofferati, che comunque non ha voluto chiarire se il Prc uscirà o meno e ha lasciato invece un margine d'apertura: "Oggi la giunta è stata messa in condizione di poter lavorare in modo collegiale e sereno".
Quando gli studenti, lunedì, hanno tentato di bloccare la seduta del Consiglio comunale sugli sgomberi dei clandestini, la polizia per fermare i manifestanti asserragliati sotto il Comune, ha usato la mano forte. Durante la carica ci sono stati alcuni feriti, tra cui il segretario provinciale di Rifondazione comunista Tiziano Loreti, che era sceso in piazza ad esprimere il suo sdegno per ciò che stava accadendo. E che martedì ha tenuto una conferenza stampa con il tutore al collo.
Ma la spaccatura con Rifondazione comunista non è ancora da escludere. Il consigliere comunale Valerio Monteventi, che lunedì era in piazza con gli studenti, si è autosospeso e il partito ha lasciato piena libertà di decisione ai colleghi bolognesi sul voto dell'odg di Cofferati. Il capogruppo Prc alla Camera, Franco Giordano, chiarisce senza mezzi termini che se l'ordine del giorno sulla legalità non piacerà a Rifondazione comunista di Bologna "i compagni saranno liberissimi di votare contro e sarà anche utile farlo". E aggiunge: "Se si vuole costruire invece un percorso di segno diverso - riferendosi alle ventilate aperture del sindaco - bene, siamo qui".
Comunque, precisa Giordano, "il caso è a Bologna, non nazionale". Rifondazione, dice, non "pugnalerà alle spalle" il prossimo governo Prodi.
Sono gli spettri del '98, quelli che evoca Giordano, quando si consumò la frattura tra Prodi e Bertinotti.
Anche Romano Prodi dice che i problemi di oggi hanno origini nel passato. Ma la sua preoccupazione non riguarda i fantasmi del passato che non passa, ma la minaccia del presente. Il leader dell'Unione interviene sul "caso Bologna" non perché è la sua città, ma per mettere in guardia: "La destra si aggrappa a quanto sta accadendo a Bologna per trarne un ardito parallelismo tra il governo della giunta che fa capo a Cofferati e quello che sarà il mio governo". Per il Professore - che naturalmente si schiera per il rispetto della legalità - "quella di Bologna è sicuramente una situazione da non sottovalutare".
Mentre segnali di solidarietà arrivano a Cofferati dal centrodestra. Il presidente della Camera Pierferdinando Casini, bolognese pure lui, definisce quella all'ombra delle Due Torri "una disputa lunare" e chiosa:"È ovvio che ha ragione Cofferati: la legalità va rispettata". La Lega invita il sindaco ad andare avanti. Per gli azzurri "quello che sta avvenendo attorno a Cofferati, è solo l'aperitivo di quel che toccherà all'Italia se dovesse vincere Romano Prodi". Bologna è avvisata...
Inchiesta Mediaset, scoperto il tesoro
Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera
MILANO - Oltre 140 milioni di franchi svizzeri. Non più solo scie afferrate a ritroso dalle carte d'indagine, ma stavolta moneta tintinnante. Il "tesoro" dell'inchiesta Mediaset (sulla compravendita dalle majors Usa di diritti cine-tv da parte di Fininvest/Mediaset nel 1988-1999) adesso c'è. Non alle esotiche Bahamas o nell'impenetrabile Hong Kong, ma ad appena 15 chilometri dal confine tra Svizzera e Italia, nel paesino di Manno vicino a Lugano. In cinque conti correnti. Localizzati dalle rogatorie presso la locale agenzia dell'Ubs. E che, aperti da anni, a tutt'oggi custodiscono l'equivalente di quasi 100 milioni di euro (circa 200 miliardi di lire). E' il più grande sequestro di denaro mai eseguito all'estero per un'indagine italiana, denaro che formalmente giace su conti (personali o delle società offshore Wiltshire Trading e Harmony Gold) del 75enne produttore cinematografico californiano di origine egiziana Farouk "Frank" Agrama.
E adesso si tratta "solo" di capire (ma il nodo è proprio qui) se il "tesoro" appartenga ad Agrama in quanto "socio occulto" di Silvio Berlusconi, come ipotizza la Procura di Milano che di entrambi in marzo ha chiesto il processo per appropriazione indebita di almeno 170 milioni di dollari, "pompati" (secondo l'accusa) dalle casse del Biscione a forza di ricarichi nelle fittizie compravendite di diritti tv intermediate da Agrama; oppure se il "tesoro" appartenga come patrimonio personale ad Agrama in quanto artefice di una colossale "cresta" ai danni proprio delle casse del Biscione, ma in questo caso con la necessaria complicità di alti dirigenti Fininvest/Mediaset e con il rischio collaterale di fare di Agrama un maxievasore agli occhi del poco indulgente fisco americano.
"O il reato c'è per tutti e due o non c'è per nessuno", riassume pragmatico l'avvocato italiano di Agrama, il professor Astolfo Di Amato, il cui eufemismo quantifica "non irrilevante" l'entità del sequestro disposto dalla Procura federale elvetica "su richiesta - spiega - della Procura di Milano".
Ma almeno una prima risposta, la difesa di Agrama già la offre: i soldi congelati? "Sono disponibilità personali, sue e di sue società: Agrama "socio occulto" di Berlusconi? L'accusa lo presenta quasi fosse un fantoccio, ma non è così: siamo tranquilli, quello che Agrama ha guadagnato se l'è messo in tasca". Incuriosisce, tuttavia, che questa montagna di soldi, in cerca d'autore e di padrone, sia scovata in un angolo italosvizzero dove in passato strutture Fininvest hanno avuto trascorsi già alle cronache giudiziarie, mentre Agrama non risulta aver mai avuto in Svizzera alcun interesse economico ma solo a Los Angeles e Hong Kong: "Il fatto che queste disponibilità di Agrama non fossero pubbliche non toglie che Agrama sia un imprenditore importante che svolge attività da lungo tempo e in modo proficuo", replica Di Amato, "i guadagni legittimamente conseguiti non sono illeciti".
"Un nuovo sequestro? Lo ignoro", commenta l'avvocato di Berlusconi, Niccolò Ghedini, che 7 giorni fa, nel ribadirne l'estraneità, aveva aggiunto un "casomai": "Agrama non è mai stato socio di Berlusconi, né mai gli ha retrocesso denaro. Casomai, se fosse vero l'assunto accusatorio nei confronti di Agrama, proprio Fininvest, Mediaset e Berlusconi sarebbero i danneggiati da manovre finanziarie a loro totale insaputa".
Nell'udienza preliminare di venerdì Berlusconi è indagato con Agrama e altri 12 per frode fiscale, appropriazione indebita e falso nei bilanci Mediaset (qui anche Confalonieri). In uno stralcio i figli Marina e Piersilvio lo sono per riciclaggio
L'Iraq ha detto sì alla nuova Costituzione
Andrea Nicastro sul Corriere della Sera
ERBIL (Kurdistan iracheno) - Ci sono voluti dieci giorni per contare, verificare e, accusano i contrari, "aggiustare" il risultato del referendum del 15 ottobre. Ma, da ieri, la Costituzione è approvata. Lo ha dichiarato la Commissione elettorale indipendente irachena. Giudizio inappellabile, con certificato di qualità rilasciato dall'Onu. Con questa Carta, l'Iraq si mette alle spalle il presidenzialismo centralista, per diventare uno Stato parlamentare e federale tutto da sperimentare.
I sunniti non sono riusciti ad arginare la marea dei "sì" al nuovo ordinamento. Sul piano della democrazia elementare (vince chi prende più voti) non avevano scampo. Sin dal principio si sapeva che la maggioranza demografica degli iracheni (sciiti, curdi, turcomanni) era a favore della svolta. E così è stato. Su base nazionale, il 78,5% dei votanti si è pronunciato a favore della Costituzione a fronte di un 21,5 di contrari. I sunniti hanno sperato sino all'ultimo di torcere a proprio favore una regola inventata a protezione della minoranza curda: la Costituzione non passa se a bocciarla sono almeno i due terzi dei votanti di tre province. Ne hanno conquistate due, nella terza, quella di Ninive (capitale Mossul), si sono fermati al 55% dei no. Undici punti in meno del necessario.
Ovvia la soddisfazione negli Stati Uniti dove, nonostante il conto delle vittime americane sia arrivato a quota 2.000, la Casa Bianca ha parlato di "svolta nella costruzione della democrazia". In Italia, la Camera ha applaudito il risultato del referendum e il ministro degli Esteri Gianfranco Fini ha sostenuto che "una nuova era di dialogo è cominciata. La dimostrazione che la politica può sconfiggere il terrorismo". In Iraq, invece, i leader sunniti insistono a parlare di voto farsa. Il giorno del referendum non c'erano a Mossul osservatori indipendenti.
Troppo pericoloso. L'unico giornalista occidentale che vi si avventurò, citato dalla Bbc , definì la correttezza del voto "ridicola". In più durante la conta, in diversi seggi risultarono più "sì" che votanti. La Commissione ha spiegato le "anomalie" con errori "logistici". In pratica urne di un seggio sarebbero finite nel conteggio di un altro e via spiegando. Ma indipendentemente da ciò che è effettivamente successo, se i sunniti hanno qualcuno da rimproverare sono proprio loro stessi.
La paura che regna nelle province del loro insanguinato "triangolo" ha spinto tantissimi potenziali votanti contro la Costituzione a rimanere barricati in casa. L'equazione sunnita = terrorista non vale. Ci sono centinaia di migliaia di arabi sunniti che non vogliono aver niente a che fare con gli attentati. Ma che neppure gradivano un assetto istituzionale che, temono, li escluda dal controllo del petrolio a vantaggio di sciiti e curdi. Voti persi. Quanto agli eventuali brogli, anche quelli sono indiretta responsabilità degli estremisti che, scegliendo la via armata, hanno impedito una vigilanza obiettiva.
Il prossimo appuntamento è tra poche settimane, entro il 15 dicembre. Saranno le seconde elezioni parlamentari del nuovo Iraq. E forse molti sunniti, scottati dal referendum, decideranno di parteciparvi. Qualcuno, come il Partito Islamico Iracheno, si è già schierato a favore e prepara inedite alleanze con curdi e sciiti laici pur di arginare l'influenza dei partiti filo-religiosi e filo-iraniani sciiti. Altri, come Saleh Mutalaq, chiedono alle prossime elezioni la garanzia di osservatori internazionali nelle aree a rischio. Richiesta che nessuno avrà il fegato di accettare. Altri ancora, come Hussein Al Falluji, promettono solo più sangue. Per il momento è ancora la linea di Al Falluji a prevalere.
Baghdad, una Costituzione in mezzo al disastro
Siegmund Ginzberg su l'Unità
La Costituzione irachena è passata al referendum. Una svolta decisiva per il meglio? Ci avevano detto che si era "girato l'angolo" due anni fa con la cattura di Saddam Hussein. Poi col trasferimento della sovranità. Poi con le elezioni dello scorso gennaio. Poi con l'approvazione della bozza lo scorso agosto. L'immagine non è sarebbe priva di una sua letterale aderenza alla realtà: nel senso che troppi giri d'angolo, per quanto volti ad allontanarsi dal precipizio, finiscono col riportare esattamente al punto di partenza.
Potrebbe essere anche questa una delle ragioni - oltre a quelle di scaramanzia - per cui persino a Washington è parsa prevalere una maggiore prudenza rispetto ai precedenti trionfalismi sul "turning a corner". Il segretario di Stato di Bush, Condoleeza Rice aveva presentato come positivo, una "vittoria per la democrazia in Iraq" il fatto stesso che si sia votato, indipendentemente dal come andasse a finire il referendum.
Bene se la Costituzione veniva approvata, bene anche se fosse stata bocciata. Si potrebbe considerarla come una posizione meno speciosa di quanto appare. Qualche commentatore era andato oltre ed era arrivato a sostenere che la "democrazia" avrebbe mostrato ben maggiore vitalità e solidità se il referendum fosse stato bocciato: questo davvero si sarebbe potuto considerare come svolta decisiva, dato maggiori speranze di possibilità di una soluzione politica dell'imbroglio iracheno. La Rice si era limitata a dire che non era la fine del mondo se quella Costituzione non passava, e al tempo stesso ammettere che non era la fine della tragedia se passava.
È già qualcosa che ora facciano capire di rendersene conto. I toni dell'amministrazione Bush sull'Iraq sono da qualche tempo percettibilmente cambiati. Ancora qualche mese fa, la scorsa primavera, George W. Bush continuava imperterrito a dire che, andando dritti sulla strada sinora seguita, l'Iraq sarebbe avviato verso una sicura stabilizzazione, "i terroristi perderanno i loro sponsor, perderanno le loro reclute, e perderanno la speranza di trasformare quella regione in una base per attacchi all'America e ai nostri alleati nel mondo". È talmente evidente agli occhi di tutti che sinora è successo esattamente il contrario - il terrorismo internazionale ha usato la guerra in Iraq come nuovo terreno di cultura, non ne è stato scoraggiato - che hanno dovuto correggere l'accento. Già a fine estate dalle certezze sull'aver assestato un colpo decisivo al terrorismo con l'avventura in Iraq Bush era passato all'allarme su quel che potrebbe succedere "se Zarqawi e bin Laden assumessero il controllo dell'Iraq": "creerebbero un nuovo campo di addestramento per futuri attacchi terroristici, si impadronirebbero dei campi di petrolio per finanziare le loro ambizioni, sarebbero in grado di reclutare un maggior numero di terroristi...". A ben vedere nessuno dei critici della guerra aveva osato evocare possibili conseguenze tanto catastrofiche in seguito alla guerra.
L'imposizione di una Costituzione da parte di una maggioranza (sciiti e curdi) su una minoranza (i sunniti, per esattezza gli arabi sunniti, perché sunniti sono anche i curdi), e la sua approvazione per il rotto della cuffia al referendum, non risolve il problema. Non lo avrebbe probabilmente risolto nemmeno se l'approvazione fosse stata più ampia e non avessero inventato il sotterfugio di modificare la legge elettorale in extremis. In origine per bocciarlo sarebbe bastato il no di tre province su 18. All'ultimo minuto hanno alzato il tetto, richiedendo un no di almeno due terzi in tre province (neanche gli fosse venuta l'ispirazione dalle modifiche in extremis alle leggi elettorali in Italia). È finita che tre province hanno votato contro, due Anbar e Salahuddin, quasi plebiscitariamente (96,96 e 81,75 per cento), una, Nineveh contro solo al 55 per cento, di una terza, Diyala, inizialmente pareva avessero prevalso i no, ora si dice che invece hanno prevalso di stretta misura i sì. Era tardato l'annuncio dei risultati perché non convincevano molto le percentuali di sì da referendum dell'epoca di Saddam, ma la conclusione è che tutto sarebbe regolare. Un commentatore americano ha parlato di "disastro costituzionale", nel senso che il margine sarebbe troppo stretto, e i numeri troppo strani, per garantire una legittimità piena della nuova costituzione ed esorcizzare lo spettro che possa finire in spartizione dell'Iraq e guerra civile. Ma potrebbe avere torto.
La cosa straordinaria in questo caso è che, a differenza delle elezioni parlamentari di inizio anno, anziché boicottare il voto i sunniti hanno partecipato in modo massiccio. E se lo facessero anche nelle prossime elezioni previste a dicembre potrebbe essere davvero una "svolta decisiva", nel senso di un ingresso prorompente della dialettica politica in un campo dominato sinora dalla violenza, dal caos e dallo spettro di una guerra civile di tutti contro tutti.
E' esportata ma è democrazia
Khaled Fouad Allam su la Repubblica
Ogni volta che il terrorismo irrompe nella cronaca dopo un periodo di silenzio, sembra che esso sia capace di invertire il corso della storia.
Ma in questa gara terribile fra azione terroristica e ineluttabilità della storia, vince la seconda; nel caso dell´Iraq, ciò significa che gli iracheni non hanno alternative al negoziato fra le diverse componenti etnico-confessionali, perché Saddam Hussein non tornerà mai più e il capitolo del nazionalismo arabo si sta concludendo.
Qualche mese fa, dopo le consultazioni sul referendum in Iraq, l´onorevole Fassino ebbe il coraggio e la lucidità di affermare che in quella vicenda i veri democratici erano i cittadini iracheni che, sfidando il terrorismo, obbligavano gli occidentali a una lettura diversa di quanto stava accadendo in quella parte del mondo arabo. Le consultazioni si sono ripetute durante l´anno, con una partecipazione sempre crescente: come se quel popolo avesse deciso di dare una lezione non soltanto al terrorismo, ma al mondo intero e soprattutto a coloro che negli ultimi tre anni non hanno fatto che dubitare sulle questioni del secolo: democrazia e mondo arabo, democrazia e islam, esportazione della democrazia.
L´opinione pubblica europea si è divisa tra chi giustificava l´azione di guerra come mezzo di esportazione della democrazia e chi invece contestava l´azione americana. La posizione italiana, in particolare quella del centrosinistra, non era facile: lo spirito della Costituzione che ripudia la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti, la forte impronta della sensibilità cattolica che a qualsiasi guerra oppone l´ideale della non violenza, e soprattutto l´ideologia sottesa a buona parte dell´approccio europeo al mondo arabo e all´islam sono tutti elementi che hanno influito sul posizionamento del centrosinistra di fronte alla questione irachena.
A quasi tre anni dall´inizio della guerra, è necessario per il centrosinistra italiano un nuovo sguardo sul Medio Oriente e sul mondo arabo: oggi, che lo si voglia o no, quel mondo sta cambiando perché la guerra in Iraq inaugura comunque quello che è stato chiamato il "momento americano", e mette in luce l´assenza di un progetto politico europeo sulle grandi questioni che attraversano quelle società. Certo, si tratta di una "democratizzazione imperiale", su cui pesano palesi errori: destrutturazione della società irachena attraverso la totale cancellazione del vecchio apparato dello stato legato al partito Baath; percezione comunitarista di quella nazione, per cui la building policy è partita dal presupposto di una società etno-confessionalmente divisa.
Ma a ben guardare sono errori in cui probabilmente anche l´Europa sarebbe incorsa; è ciò che aveva fatto nel 1921 con la repressione britannica delle ribellioni sciite, poiché già allora gli sciiti rivendicavano una partecipazione politica. Il colonialismo franco-britannico ha sempre appoggiato i sunniti, perché da secoli erano loro le élite del paese, anche se costituivano una minoranza; e il nazionalismo arabo ha perpetuato quella situazione. Ora tutto ciò è morto o sta morendo, definitivamente; e bisogna capire che il rovesciamento in atto produrrà un effetto su larga scala, nel Medio Oriente e nel mondo arabo in generale.
Le pressioni esercitate dagli Stati Uniti sulla Siria hanno già ottenuto l´abbandono del protettorato siriano sul Libano; e questo non va separato da quanto è avvenuto in Iraq. Entrambi gli eventi sono il prodotto di una nuova storia, la lenta decomposizione dell´autoritarismo politico nel Medio Oriente. Ciò non significa assolutamente la fine di una tradizione europea, di uno sguardo europeo sul mondo arabo. Bisogna però che la politica aiuti a reinvestire in quella dimensione storica che abbiamo perduto. L´Europa deve mutare il proprio sguardo verso quel mondo progettando politicamente, gettando le basi - come giustamente afferma Prodi - di un partenariato che non sia più figlio di una dialettica fra dominante e dominati, bensì prodotto di una nuova storia.
Mentre la "democrazia imperiale" americana ha bruscamente inaugurato una nuova era per i popoli del Medio Oriente, il centrosinistra italiano deve promuovere uno sguardo autentico sulle società civili del mondo arabo, tenendo conto che non si tratta di quelle dei paesi dell´est: il Libano non è l´Ucraina, e quel mondo oppresso da dittature e regimi autoritari per oltre cinquant´anni - e, prima, dai regimi coloniali - non ha avuto il suo Solgenitsin, non ha avuto il suo Arcipelago Gulag, non ha saputo denunciare al mondo la barbarie che stava subendo. Certo, non vi è stato un universo concentrazionario come nell´Urss; ma molti hanno pagato personalmente la denuncia dell´assenza di libertà. Inoltre si deve sottolineare che l´Europa raramente ha ascoltato le voci di dissidenza da quel mondo, voci che gridavano l´assenza di libertà.
Certo, la questione della legittimità di un´azione di guerra si pone, e si porrà sempre. Ma quella domanda non congela la storia: perché la storia va avanti. La storia è qualcosa di troppo serio per poterla liquidare in un dibattito in cui le voci a favore sono tante quante le contrarie. La richiesta del figlio di Hariri di far giudicare gli assassini dell´ex primo ministro libanese da un tribunale internazionale è sintomo di una storia che sta cambiando. E il pur contestato processo a Saddam Hussein avrà una funzione fortemente catartica nell´immaginario collettivo arabo, significherà la riconsegna della propria storia al popolo iracheno; ritengo perciò importante che il processo si svolga in lingua araba.
A qualche giorno dalla caduta del regime iracheno, il 10 aprile 2003, in un editoriale del quotidiano marocchino "Bayane al-yum" si poteva leggere: "Se la vera democrazia non arriva dall´estero con i carri armati, ciò significa che tutti coloro che sono interpellati dalla lezione della democrazia, devono aprire gli occhi e gettare le basi della democrazia, e dotare i loro paesi della forza del diritto e della legge, e dei valori di libertà indispensabili per ogni paese e qualsiasi popolo".
26 ottobre 2005