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sulla stampa
a cura di G.C. - 25 ottobre 2005


Prodi: se non vinco io l'Italia è finita
Francesco Alberti sul
Corriere della Sera

ROMA - Gli chiedono se, vista la situazione dei conti pubblici italiani, davvero conviene al centrosinistra provare a vincere le prossime elezioni. Risponde senza esitazione: "Sì, è meglio che vinca io, altrimenti l'Italia è finita". Lo incalzano sulla potenza di fuoco economica di Berlusconi. E lui, che da mesi va in giro dicendo che "la campagna elettorale del Cavaliere sarà senza precedenti in Europa quanto a dispendio di denaro", snocciola per la prima volta cifre, facendo capire di aver fatto i conti in tasca al suo avversario: "Da ciò che risulta, e che non è stato mai smentito, Berlusconi è pronto a spendere di tasca propria un minimo di 250 milioni di euro per iniziative a favore di Forza Italia".
INTERVISTA A 5 - Incassata l'intera posta alle primarie, Romano Prodi gioca ora la sua partita fuori dall'Italia. Ieri, nel suo ufficio romano di piazza Santi Apostoli, c'erano i corrispondenti italiani di cinque testate straniere: The Guardian (Inghilterra), El Mundo (Spagna), Frankfurter Allemaigne Zeitung (Germania), Le Monde (Francia), Ta Nea (Grecia). Tutt'altro che casuale la scelta del momento: l'intervista era stata chiesta tempo fa, ma il leader dell'Unione l'ha concessa solo ieri, non prima di aver trascorso gli ultimi sei giorni tra la City di Londra e la Catalogna di Zapatero. Chiara la strategia: rafforzata la sua leadership in Italia e ottenuto il Listone alla Camera, il Professore ritiene sia giunto il momento di far sentire la sua voce anche nelle principali capitali europee.
SFIDA - È un Prodi in forma elettorale quello che emerge dall'intervista. "L'ho trovato cambiato: sicuro di sé e preciso" ha commentato il corrispondente del Guardian, John Hooper. Un Prodi consapevole di partire in pole position, ma preoccupato per la forza economica del Cavaliere. Ricordati "i 2.300 milioni incassati da Berlusconi dalla vendita parziale di Mediaset", il Professore ha quantificato in "un milione di euro" la somma che il premier dirotterà "nei collegi marginali", dove l'esito elettorale è più incerto. Poi le tv, altro fantasma prodiano: "Nelle elezioni del '96, il numero dei voti da me ottenuti è stato inversamente proporzionale al numero delle ore passate in tv".

Ribadito che in caso di vittoria scatterà "un immediato calendario di ritiro dall'Iraq", Prodi ha infine riconosciuto "l'importanza del ruolo della Chiesa", rivendicando però il diritto "a prendere le decisioni che si devono prendere".


L' allarme del Quirinale
Vincenzo Vasile su
l'Unità

La par condicio è minacciata, e questo è - stando a quel che il presidente Ciampi ha confidato ai suoi interlocutori più frequenti - uno sgradito e irritante "nuovo fronte di scontro e di divisioni".
E Celentano? Si sa che il presidente non s'è affatto scandalizzato, semmai s'è stupito che ne sia nato chissà quale caso.
Così, all'indomani dell'"editto bulgaro numero 2" fa impressione che su carta intestata del Quirinale parta un monito sulla "missione di servizio pubblico delle radiotelevisioni", sull'"informazione seria e equilibrata" e sull'"intrattenimento intelligente". Quattro righe e mezza.
Alcune precisazioni non attenuano il clamore: il messaggio, erroneamente attribuito in un primo tempo dalle agenzie di stampa a Carlo Azeglio Ciampi, (redatto e inoltrato invece dalla vicesegretaria generale, la professoressa Melina De Caro, a firma del segretario generale Gaetano Gifuni), è il classico telegramma che si legge in apertura ai convegni cui la Presidenza aderisce, seppure senza assicurare la personale partecipazione del capo dello Stato. Così viene accuratamente specificato, in risposta al fuoco di fila di reazioni e commenti.
Da destra si è provato ad approfittare della stringatezza della nota: Ciampi si riferisce - prova a sostenere il viceministro dei Beni culturali, Antonio Martusciello - al programma di Celentano. Macché. È molto facile controllare la data dell'inoltro del testo dal Quirinale: 19 ottobre, cioè il giorno prima della trasmissione. Ciampi, o chi per lui non poteva riferirsi a "Rockpolitik".

Il messaggio ribadisce alcuni argomenti che spesso Ciampi ha toccato: anzitutto, "la missione di servizio pubblico della radiotelevisione deve rimanere obiettivo prioritario".
Non c'è bisogno di ricordare come fosse proprio questo il punto cruciale del primo e unico messaggio alle Camere di Ciampi (23 luglio 2002), poi disatteso dal governo con la "Gasparri". E che il presidente si sia cimentato nel primo scontro con l'esecutivo proprio a proposito di questo provvedimento che dal Colle venne respinto e rinviato al Parlamento (15 dicembre 2003) e che il governo Berlusconi restituì con poche superficiali modifiche.
Quanto alla par condicio alla vigilia delle precedenti elezioni Ciampi fece sapere, che non gradiva il tormentone berlusconiano della sua "revisione".
Oggi si può escludere che il presidente pensi di mettersi in mezzo, invadendo una prerogativa del Parlamento, o che usando del suo potere di influenza suggerisca una sua soluzione.
Il clima è pessimo. Meglio stare a vedere che fine farà la sortita di Berlusconi al vaglio dei suoi alleati: il no di Casini alla "revisione" della par condicio potrebbe bloccare l'operazione sul nascere. Quanto meno così prevedono (o sperano?) sul Colle. Celentano? La trasmissione Ciampi l'ha vista, non ci sono fonti che certifichino se gli sia o no piaciuta. Però si sa che l'indomani il presidente s'è stupito di tante polemiche. Insomma, per lui non c'era niente di cui menare scandalo.


Finanziaria. L'ultima trovata: tassare gli sms
Michele Serra su
la Repubblica

Uno dice "Finanziaria" e pensa al severo cipiglio dello Stato che, conti alla mano, mette sotto il naso degli italiani la dura evidenza delle cifre. Sbagliato. La Finanziaria, anno dopo anno, assomiglia sempre di più a un festoso happening nel quale una bozza di massima (una specie di canovaccio che serva a stimolare gli attori-improvvisatori) genera una serie infinita di proposte, emendamenti e trovate spiritose.

Si è appena diradata la scia di amenità sollevata dalla fantomatica "tassa sui tubi", ed ecco che almeno due nuove proposte (tra le tante) rianimano la stracca scena parlamentare. La prima è di un forzista, Marano, che chiede di estendere il condono edilizio anche alle nude strutture di cemento armato, vale a dire a quei sordidi scheletri di calcestruzzo, aborti di abuso, che umiliano il paesaggio meridionale. L'unico commento possibile è più tombale di un condono: ma che schifo, onorevole Marano.

La seconda proposta è di un deputato di An, Valditara, che propone una tassa di un centesimo su ogni sms. Cioè: mentre le cataste di miliardi trafugate dalla speculazione finanziaria sono messe al sicuro in qualche opa, o in qualche doppiofondo estero, c'è chi si ingegna a raschiare il fondo del barile fino a far stillare un centesimo da ogni messaggino.

Non sappiamo se l'onorevole Valditara riuscirebbe a impilare tutti quei centesimi (senza farli cadere) fino a farne un gruzzolo considerevole. Sappiamo, però, che questo tipo di finanza raccogliticcia sembra fatta apposta per dare l'idea che lo Stato sia proprio quel tizio insieme improvvido ed esoso che la gente immagina, uno che si fa passare sotto il naso interi convogli di denaro rubato (tasse evase, falsi in bilancio, forzieri occulti) ma per darsi un tono taglieggia il ragazzino che scrive "tvtb" alla morosa, oppure propone (sempre l'onorevole Valditara) di tassare le bombolette spray per far pagare ai graffitari il buco della Parmalat.

Ignoriamo per quali ragioni un parlamentare adulto consideri i teenagers, graffitari o nel tunnel degli sms che siano, una fonte di reddito così decisiva. Ma abbiamo il fondato sospetto che, in uno scenario come quello odierno, con quantità siderali di denaro che arricchiscono pochi intraprendenti scrocconi, rosicchiare un centesimo dagli sms, o due euro (cavoli! un furto!) da ogni bomboletta spray, non sia neppure iniquo. Sia surreale, come di un paese ormai vocato al comico.

Tipico scenario da satira economica: appoggiato a un pilastro di calcestruzzo condonato, quotato in Borsa da un immobiliarista in vista di future compravendite, un ragazzino scrive un messaggino. Arriva la Finanza: in applicazione della nuova Finanziaria, constata che tutto è in regola, compreso l'eliporto abusivo che sovrasta la foresta di pilastri abusivi. Ma chiede al ragazzino se ha regolarmente versato all'erario il suo centesimo, oppure se ha taroccato il telefonino per evadere la nuova imposta.

Nella parte di uno Stato siffatto vediamo bene l'ispettore Clouseau, che mentre persegue, inflessibile, un divieto di sosta, non si accorge che nell'automobile sta avvenendo un omicidio.


La voglia d'ordine nella città rossa
Edmondo Berselli su
la Repubblica

BOLOGNA - Ieri a Bologna è avvenuta una rottura politica seria, dentro una città che in linea di tendenza, con tutte le prudenze possibili a sinistra, sembra approvare la politica di Sergio Cofferati di repressione dell'illegalità. Rifondazione comunista, collettivi no global, spezzoni dell'area del Settantasette hanno fatto ciò che avevano minacciato.

Alzando il tiro sul sindaco, fino a giungere allo scontro fisico con la polizia sotto il palazzo comunale. Malumori e dissensi serpeggiano anche dentro i Ds. I cattolici della Margherita obiettano. Può darsi davvero che lo scontro bolognese seguito agli sgomberi dei clandestini romeni sul Reno rappresenti la prova generale dei problemi che il prossimo ed eventuale governo dell'Unione sperimenterà nei rapporti fra riformisti e oltranzisti.

Nemesi amara, intanto, per il leader che aveva in pugno l'Italia dei movimenti, i tre milioni in piazza. Adesso il sindaco della "reconquista" rimane ancorato ostinatamente al principio della legalità, mentre l'estrema sinistra invoca la tolleranza.

Solo che Cofferati non è Prodi, conosce ma non pratica la carità democristiana: è radicale, puntiglioso, convinto. Se l'illegalità è un problema, il problema va risolto. Tanto più che a dispetto di Rifondazione e dei movimenti, a Bologna si respira voglia di ordine. Abbinata semmai alla parola più citata in questi giorni, "l'inclusione". E dunque, nel suo ufficio in comune, del tutto ignaro che nel pomeriggio il cortile del municipio diventerà un campo di battaglia, il Cinese distingue, precisa, corregge.
Non è vero, dice, che lui è il braccio violento della legalità. Ogni caso è un caso a sé: qualche mese fa, gli sgomberi nella periferia di via Roveretolo, eseguiti dopo un'ordinanza della magistratura, intendevano colpire l'abusivismo intrecciato con la delinquenza, contrabbando d'oro e traffico di droga. Le iniziative contro i lavavetri sono state sollecitate da un intervento dell'opposizione, "a cui ho risposto tenendo un profilo bassissimo, dicendo che avrei invitato i vigili a controllare: ma è evidente che il problema non sono i lavavetri, sono il racket che li sfrutta". Quanto agli squatter che occupano le case popolari, è vero o non è vero che negano l'abitazione a gente bisognosa, che ne ha diritto?

E le cento baracche abbattute con la ruspa nel Lungo Reno, l'operazione che ha fatto esplodere la vicenda bolognese? Sono arrivate le proteste di Bertinotti, che ha definito "sconcertanti" le iniziative del sindaco, mentre il vicesindaco Adriana Scaramuzzino, delega ai servizi sociali, "all'oscuro di tutto", ha parlato a denti stretti di scarsa collegialità della giunta.

Cofferati sostiene che si è voluta colpire una situazione pericolosa per i residenti (dato che le baracche erano costruite sul greto del fiume), ma anche una realtà permeata dal lavoro nero, con la presenza di un caporalato nel settore edile che sfrutta la manodopera in nero.

E tuttavia il mondo cattolico si contorce nella sofferenza. Lo storico Alberto Melloni, una delle colonne della Domus dossettiana, l'Istituto per le Scienze religiose, sospira: "Fare il sindaco è un mestiere difficile e il noviziato non dura né un giorno né un anno. Bisogna anche imparare a unire legalità e umanità". La città avverte i sintomi di un degrado che genera insicurezza diffusa, con l'illegalità che fa da detonatore del disagio.

In ogni caso, la tolleranza zero del sindaco non ottiene soltanto il conforto di uno specialista della criminalità diffusa come Marzio Barbagli, ma anche il plauso più generico della buona borghesia, il "generone" bolognese: "La Bologna moderata guarda con favore all'azione del sindaco", dice il libraio Romano Montroni, reduce da un fast walking sulla collina: "Imprenditori, borghesia professionale, ceti commerciali sono tutti favorevoli. Se si votasse adesso Cofferati pescherebbe anche nell'area del centro casiniano".

E a sua volta Gabriella Berardi, amica del giro prodiano, una delle "dominae" delle serate bolognesi, rare feste esclusive nella sua casa sui viali, non esita a esprimere soddisfazione: "Finalmente. Cofferati è un uomo intelligente, ha individuato un problema sentito dalla città. Adesso vediamo se è capace di gestire queste situazioni con capacità manageriali. Prima si giudicava un'intenzione, o un'ideologia; adesso giudichiamo i fatti".

Ma la realtà è che la Bologna profonda, di cui fa parte anche quella collettività modellata dal rigorismo del Pci, dove "se gettavi a terra un pezzo di carta c'era subito un ex partigiano che ti rimproverava, "ragazzo, questa è casa nostra"", vede con implicita soddisfazione la severità operativa di Cofferati. Magari ha da obiettare sul metodo, perché la "ruspa democratica" che abbatte le baracche, con gli adulti che fuggono, le madri che urlano e i bambini che piangono, fa una certa impressione.

Ma anche figure molto esposte a sinistra, come Annamaria Tagliavini, direttore della Biblioteca delle donne, "parlando a titolo personale, perché nel mondo femminile le posizioni sono molto articolate", giungono alla conclusione che "non possiamo non dirci cofferatiani: a sinistra la legalità deve essere un valore".

Appena però si torna nell'area della politica professionale, il tasso analitico aumenta. Dal circuito prodiano affiora il monito di Arturo Parisi: "Assieme a Cofferati dobbiamo trovare la sintesi tra la solidarietà e la legalità. Nella consapevolezza che la legalità è un mezzo, e la solidarietà è un fine". Traduce Giulio Santagata, l'uomo del Tir giallo del Professore: "La Bologna profonda in realtà è convinta che basti la risposta tradizionale, buona amministrazione e servizi. Ma non è più così, e Cofferati lo dimostra con i suoi interventi. Ci vuole qualcosa in più e di diverso. Ma nemmeno il law & order da solo funziona, perché gli esclusi sono troppi. Ci vuole una ridefinizione del welfare, cioè una politica complessiva".

"Certo, legalità e solidarietà devono andare insieme", riconosce Cofferati. "In campagna elettorale avevo parlato di una città "solidale e affettuosa", e mi hanno preso in giro. Ma senza la legalità sono tutte parole vuote". Intanto però "l'altra Bologna", la Bologna di destra, che in consiglio comunale significa An e Forza Italia, ha annunciato che dopo il 2 novembre, quando il sindaco presenterà alla giunta il suo ordine del giorno sulla sicurezza, voterà a favore. Si rimescolano le parti? Cofferati sogghigna: "Hanno annunciato il voto favorevole senza sapere il contenuto".



Sme, l'accusa chiede sette anni per Previti
Luigi Ferrarella sul
Corriere della Sera

MILANO - Il "nucleo essenziale" delle magmatiche dichiarazioni di Stefania Ariosto ("il giudice Renato Squillante a libro paga di Previti"), più la ricucitura di entrambi i bonifici pagati senza motivo nel 1988 da Pietro Barilla all'avvocato Attilio Pacifico (e da questi girati in parte all'avvocato Cesare Previti e a Squillante per 100 milioni, nonché in ipotesi anche al giudice Filippo Verde per 200 milioni), più i 434 mila dollari da Fininvest a Previti a Squillante nel 1991. Uguale: una richiesta di 7 anni a Previti per corruzione in atti giudiziari. Nella requisitoria di tre giorni del pg Piero de Petris al processo d'appello Sme, l'aggravio di due anni in più rispetto ai 5 anni inflitti nel 2003 dal Tribunale al parlamentare di Forza Italia dipende dal fatto che il pg chiede la condanna di Previti, Pacifico (6 anni per lui invece di 4) e Squillante (8) anche per l'imputazione (l'ipotizzata compravendita della sentenza con la quale il giudice Verde di fatto stoppò la vendita della Sme dall'Iri di Prodi a De Benedetti) dalla quale in primo grado sono stati tutti assolti insieme a Verde: e di Verde ora il pg può comunque al massimo chiedere il proscioglimento per intervenuta prescrizione (al posto dell'assoluzione piena), giacché per lui l'ipotesi di reato risale al 1988.
Il pg de Petris rimarca come il conto estero Fininvest che alimentò i 434 mila dollari andati a Squillante tramite Previti non sia mai stato usato per pagare "normali parcelle ad avvocati Fininvest" (come prospettato dalla difesa di Previti), ma sia stato usato solo in due occasioni molto particolari: per pagare 10 miliardi al conto "Constellation Financiere" del leader psi Bettino Craxi (finanziamento illecito per il quale Berlusconi ebbe in prima grado una condanna a 2 anni e 4 mesi cancellata in appello dalla prescrizione), e appunto per pagare Previti-Squillante. E se ammette che "nelle carte non abbiamo evidenze concrete di interventi specifici di Squillante sulla vicenda Sme", il pg sostiene che "ciò non comporti una rarefazione dell'accusa, che contesta il sistematico asservimento della funzione giudiziaria". E così si ritorna alle prove finanziarie, ai documenti bancari acquisiti con le rogatorie in Svizzera. "Devo ricordare - sottolinea l'Avvocato dello Stato, Domenico Salvemini, che per la parte civile Presidenza del Consiglio chiede anch'egli la condanna degli imputati - che è stato solo con una durissima battaglia che queste carte sono entrate nel processo. Tutti gli imputati avevano fatto ricorso in Svizzera; poi è stata fatta una legge interpretata dai difensori come se rendesse inutilizzabili queste contabili in quanto non autenticate foglio per foglio; quindi, quando il Tribunale ha dato un'interpretazione diversa, si è fatto "scandalo" per questa decisione definita "inaudita", anche se poi la Cassazione l'ha ritenuta corretta".
Sette anni (oltre ai 7 già incassati nell'appello Imi-Sir)? Previti, ritenuto dal pg "non meritevole di attenuanti" anche perché "difesosi non "nel" processo ma "dal" processo", non commenta: "Sono in silenzio in questo periodo", che coincide con i giorni decisivi per l'approvazione o meno della legge tagliaprescrizione (la ex Cirielli) che azzererebbe le sentenze sia Sme sia Imi-Sir.



Polonia, divorzio dall'Europa
Gabriel Bertinetto su
l'Unità

Se Lech Kaczynski applicasse alla lettera il programma con cui ha fatto breccia nell'elettorato, la Polonia potrebbe iniziare le pratiche di divorzio dall'Europa.
Dato nettamente sconfitto dai sondaggi sino a due settimane fa nella contesa che vedeva contrapposte le due ali di Solidarnosc -quella conservatrice, nazionalista, legata alla Chiesa, contro quella liberale, europeista, appoggiata dal mondo degli affari- l'ex-sindaco di Varsavia ha rimontato lo svantaggio sino a ottenere il 54% dei consensi rispetto al rivale Donald Tusk (46%).
La chiave del successo è stata l'abile amalgama di tendenze non necessariamente convergenti. Ha regalato ai fanatici dell'ordine e della tradizione il pregiudizio anti-gay e il sì alla pena di morte, ed ha contemporaneamente rassicurato i pensionati e i ceti meno abbienti timorosi delle riforme liberiste proposte da Tusk promettendo loro di non sconvolgere il sistema retributivo e previdenziale. Il tutto condito nella salsa di un'abbondante retorica nazionalista. Rivolta in primo luogo contro i nemici storici della Polonia, cioè Germania e Russia, e più in generale manifestata esibendo disinteresse e indifferenza per l'appartenenza all'Unione europea, pur senza mai spingersi sino al ripudio.
Ma quella stessa salsa populista che gli ha consentito di rendere appetitoso il suo messaggio alla nazione per arrivare alla presidenza della Repubblica, potrebbe trasformarsi ora, a vittoria conseguita, in un pantano nel quale affogare. Kaczynski infatti sa benissimo di non poter fare a meno né della destra moderata su cui ha infierito in campagna elettorale né di quei vicini europei che ha così ostentatamente attaccato o snobbato. Se sarà saggio, non potrà che attenuare i toni di certe polemiche, e soprattutto correggere almeno in parte i suoi indirizzi politici.
La Costituzione polacca attribuisce al capo di Stato ampi poteri in politica estera, rispetto alla quale svolge un ruolo di coordinamento. Ma lascia la responsabilità del governo del paese principalmente al primo ministro ed al suo gabinetto sulla base della maggioranza che si forma in Parlamento. Per governare, "Diritto e giustizia", il partito di Lech Kaczynski e del suo fratello gemello Jaroslaw, ha bisogno proprio del sostegno della Piattaforma civica di Tusk, che nelle elezioni legislative di settembre ha conquistato un numero di seggi di poco inferiore al suo.
Non sorprende allora che, all'indomani del trionfo, i due Kaczynski e i loro collaboratori già lancino segnali distensivi ai rivali-alleati. "In politica economica desideriamo essere razionali e vogliamo quanto più mercato sia possibile", dice il principale collaboratore del neo-presidente, Michal Kaminski, mentre altre fonti lasciano trapelare che il ministero degli Esteri finirà ad uno dei massimi dirigenti di Piattaforma civica, Jan Rokita. Quasi a dare un segnale immediato della sua volontà di alleggerire gli aspetti più pericolosamente anti-diplomatici del suo nazionalismo, Kaczynski ha subito invitato Putin a venire "al più presto" a Varsavia.

E tuttavia l'Europa ha buone ragioni di preoccuparsi. Pur se costretto a venire a patti con i liberali, Kaczynski faticherà a sottrarsi completamente al condizionamento delle due formazioni autenticamente reazionarie che gli hanno assicurato i loro voti alle presidenziali, la sciovinista "Autodifesa" e l'integralista cattolica "Lega delle famiglie". Non sarà facile per lui rimangiarsi certe esplicite dichiarazioni in materia di diritti civili ed umani, che lo pongono decisamente in rotta di collisione con i principi di civiltà giuridica e di tolleranza promossi dall'Europa. Come la proposta che gli omosessuali, oltre a subire il divieto di tenere manifestazioni pubbliche, siano esclusi da certe professioni. O il favore al ripristino della forca. "Se il Parlamento volesse passare una legge per ristabilire la pena capitale, io la firmerei", affermò qualche giorno fa. Un impegno preciso con una parte del suo elettorato, ma anche uno schiaffo a Bruxelles. Cosa che gli ha ricordato ieri senza troppi giri di parole un portavoce della Commissione Ue: "La pena di morte non è in linea con i principi su cui l'Unione europea è basata".


Elogio del lento
Maria Laura Rodota' sul
Corriere della Sera

Ma che c'è di male a essere lenti? A fare le cose con calma e con cura? Tra l'altro: chiunque sia passato per una festa delle medie sa che durante un lento si conclude molto di più che ballando un rock. Però: da giovedì, dal monologo di Celentano, lento equivale a schifezza. Tutti ci abbiamo fatto su almeno mezza classifica o una battuta. L'aggettivo poi funziona, da noi: vien fuori come l'opposto di brillante, veloce, creativo, magari improvvisato e non legalissimo; insomma del genio italico. Gli antiitaliani occasionali o militanti criticano l'anti-lentezza, ognuno con suoi motivi: la mancanza di etica protestante (ha prodotto cialtroni) o le efferatezze dei gerarchi fascisti (hanno ucciso i confronti pacati); l'egemonia culturale del Pci (ha azzoppato i riformisti) o la pessima educazione data dalle mamme ai figli maschi (si compiacciono dei bimbi casinisti). Gli italiani normali non ci fanno caso: hanno trovato una bipartizione condivisa per raccontare quello che apprezzano, o no; lo hanno fatto in tantissimi nel forum del Corriere.it. E subito si è visto che giudicano rock cose lente: vita tranquilla, affetti, buoni sentimenti ma anche buoni servizi pubblici, mancanza di ipocrisia, onestà personale. Al contrario, trovano lente cose "moderne" e veloci, dalla comunicazione impersonale alla ristorazione fighetta (la polenta, invece, è rock). Però certe lentezze non le perdonano. Caso tipico, il leader dell'Unione Romano Prodi, sfottuto perché lento anche a sinistra. Certo, l'Unione in sé non è rock (né musicale, troppe dissonanze) come non lo è il Polo, nonostante cinque anni di rock 'n roll del premier. Forse, si potrebbe dar retta agli antiitaliani e riflettere sul bisogno di lentezza. E di persone lente. Per esempio:
- I lenti dabbene.

Nella vita reale spesso si preferiscono i tipi da reality. Non si potrà incolpare l'etica protestante (anche nei Paesi protestanti i reality fanno danni); però si può dar la colpa a se stessi/e se non si è data una mano al collega mite e non inciucione, se ci si è scelte un fidanzato bastardissimo, se si è votato per un simpatico ladrone. Servono esami di coscienza (lenti).
- I lenti a voce bassa.
Uno come Prodi, per molti italiani è quello che a scuola si chiamava "un soggettone", secchione e maldestro. I suoi stessi sostenitori, invece di esaltarne la secchionaggine come garanzia di competenza, cercano di farlo apparire maschio e mascalzone: "Ma no, guarda che in realtà è cattivissimo". Invece di dire "affideresti i tuoi risparmi a un secchione o a una rockstar?".

- I lenti ipercritici.
Le coscienze critiche non si portano da anni (e l'egemonia culturale del Pci era già finita); sono state sostituite da groupies urlanti. In politica, in tv, al lavoro, in pizzeria gridano molto, dicono poco, insultano chi obietta. Invece: provare a valutare le critiche è un utile esercizio di lentezza.
- I lenti buoni.
Sono capaci di rinunciare a battute e scherzi per non offendere; di perdere tempo per spiegare, per aiutare. Da noi, vengono elogiati quando muoiono, o quando muore qualcuno, e loro ci sono. Sono spesso scartati a favore dei brillantoni. Ma sono gli eredi del Riccardo: "che da solo gioca al biliardo/non è di grande compagnia/ma è il più simpatico che ci sia". Era un personaggio lento da bar, di una canzone di Giorgio Gaber. Il Gaber non ancora profeta nevrotico del "cos'è la destra/cos'è la sinistra"; quello gentile, e lento. Da recuperare: in Italia c'è più che mai bisogno di lenti (anche alle feste, a ripensarci).


  25 ottobre 2005