
sulla stampa
a cura di G.C. - 24 ottobre 2005
La tv sotto tiro
Vittorio Emiliani su l'Unità
Dobbiamo indignarci o dobbiamo ridere, sia pure amaramente, di fronte alle ultimissime esternazioni di Berlusconi al fido Vespa? La sostanza della sua tirata accusatoria contro i palinsesti Rai, contro la stampa in generale e persino contro alcuni programmi e Tg delle sue reti è così palesemente grottesca (dall'accusa di anti-berlusconismo pregiudiziale si salva il solo Fede) che la prima reazione è una sonora risata.
Sembra infatti di ascoltare un personaggio caricaturale, il vittimistico Cornacchione di RockPolitik, per il quale "tutti ce l'hanno con Silvio".
Se però si ripensa a quanto è accaduto in questi tre anni e mezzo, dall'editto di Sofia col quale il presidente-proprietario cacciò, in prima persona, dalla Tv pubblica Biagi, Santoro e Luttazzi, dopo aver imposto un vertice e un direttore generale di sua stretta fiducia, si provano sentimenti di sdegno, rabbia, dolore.
Mai nella storia repubblicana il diritto alla libertà di espressione era stato attaccato così frontalmente, in modo altrettanto totalizzante. Sotto il tiro di Berlusconi finisce l'intero palinsesto di Raitre, va quanto resta della informazione ancora problematica, finisce tutta la satira residua, anche la più garbata e surreale. "Per non parlare", afferma apodittico il presidente-proprietario, "della stampa quotidiana", di cui egli si considera una sorta di vittima giornaliera. Probabilmente è vero che, circondato di yes-men, di maggiordomi ossequienti, non veda più la realtà, non legga un titolo dei giornali di tutto il mondo, di quelli americani più autorevoli che spesso attaccano a fondo Bush, che non abbia mai visto neppure una mezza puntata del David Letterman Show dove gli uomini più potenti degli Usa sono fatti a peperini. Probabilmente sogna un Paese come la Russia dell'"amico Putin", e anche peggio.
Il detonatore della nuova esternazione accusatoria del premier resta tuttavia il programma di Adriano Celentano, RockPolitik. E pensare che il "molleggiato" è stato accusato, da qualche snob di sinistra, di essere un qualunquista.
Eppure ha lanciato due messaggi molto nitidi: l'Italia vive da alcuni anni in un regime di libertà limitata, vigilata, censurata; le nostre città, le nostre periferie fanno sempre più schifo, grazie al disordine e all'abusivismo, e il Bel Paese rischia di scomparire nella bruttezza e nel cemento. Quei tre tavoli e quelle tre sedie vuote al centro delle luci di un bellissimo studio ci hanno ricordato ad ogni istante l'informazione dimezzata, la satira quasi cancellata (ma a Berlusconi ancora non basta), preparando a Michele Santoro un ingresso, positivo, di grande effetto, e riproponendo il tema lacerante della epurazione Rai seguita all'Editto di Sofia per tre personaggi di diversa età e collocazione.
A loro è stato impedito l'accesso ad una Tv che pure, per oltre metà dei propri introiti, è ancora pagata da tutti noi. Non c'è emittente radiotelevisiva pubblica della civile Europa in cui sia successo qualcosa di lontanamente paragonabile. E c'è chi, nel centrosinistra, si balocca a spaccare il capello in quattro: se giovi davvero all'Unione questa forte denuncia, se essa non sia qualunquistica, se non rappresenti una trappola per l'Unione. Che, dice qualcuno, perse le elezioni del 2001 a causa dell'eccesso di satira e di denuncia da parte della Rai di allora.
Ma vogliamo scherzare? Il Berlusconi-pensiero, diffuso ieri tramite Vespa, fornisce da solo una risposta inequivocabile. La sua bulimia televisiva non conosce limiti di sorta.
...
In questo clima censorio Berlusconi insiste, con l'opposizione di Casini (ma durerà?) ma con l'appoggio di Fini, per travolgere le regole della stessa par condicio pre-elettorale. Dopo di che potrà inondare di suoi spot tutte le reti televisive, locali e nazionali, pubbliche e private. Il contante non gli fa davvero difetto.
La prima trasmissione di Adriano Celentano ha rotto il monopolio e i suoi schemi, ha sparigliato, facendo un pieno incredibile di ascolti. Essa, tuttavia, rappresenta una eccezione: solo Celentano può citare o addirittura far comparire i censurati e gli epurati. Di ciò, comunque, va dato atto ad una Rai-Tv, che, quanto meno, non appare più "commissariata". Ha un presidente che prospetta apertamente il ritorno di Santoro. Ha un CdA non più monocolore. Ha un direttore generale che evidentemente discute e si assume certe responsabilità. Vedremo ora quali effetti produrrà il nuovo Editto di Berlusconi, su RockPolitik e sul resto.
Intanto il ministro delle Comunicazioni, Mario Landolfi, ribadisce di non voler aumentare (per il secondo anno consecutivo) il canone Rai. Nemmeno di un piccolo euro. Una chiara intimidazione. Evidentemente si vuole soffocare il servizio pubblico: in due anni quell'euro negato di aumento avrebbe dato una trentina di milioni di euro alle casse della Rai. Mentre l'inflazione comunque sale ed erode il valore reale del canone, quindi la stessa autonomia dell'emittenza pubblica nei confronti del governo, della politica in genere.
Va ricordato anche il secondo messaggio lanciato da Adriano Celentano: la disastrosa cementificazione dell'Italia, dalla Milano di Albertini (la Milano della via Gluck) alla Valle dei Templi. Certo, il suo è un messaggio molto generale che esige specificazioni. Adriano ha, in sostanza, proposto una sorta di "demolition Day" nel quale abbattere le tante, troppe brutture stratificatesi sull'ex Bel Paese. Proposta di forte presa e utilità. Che avrà parecchio irritato il presidente immobiliarista, il presidente dei condoni. In questi anni l'edilizia pubblica è come scomparsa dall'agenda politica. Non ce n'è più per i ceti deboli o indeboliti; non ce n'è ancora per gli immigrati. In compenso, si continuano a costruire quartieri di speculazione, si continua a far avanzare cemento&asfalto, "mangiando" ogni anno dai 50 ai 100 mila ettari di terra a coltivo, a bosco, a pascolo.
Una vera follia.
La mia Italia lenta e la mia Italia rock
Enzo Biagi sul Corriere della Sera
Ho guardato Adriano Celentano e ho sognato di essere a fianco di Michele Santoro, perché Michele è rock, ma è stato giusto che io non ci fossi, perché so di essere lento, mentre lui è stato super rock. Ha detto parole che in tempi ormai lontani qualcuno, mio padre e mia madre, mi hanno insegnato: fratellanza e libertà. Le ha dette all'interno di una messinscena e il giorno dopo una decisione difficile e molto sofferta, quello delle dimissioni dal Parlamento europeo, ma le ha dette col cuore. Solo un regime non gli dà quel microfono che gli ha offerto il Molleggiato.
Celentano è rock perché ha fatto la televisione, quella vera, quella studiata, quella degli autori, quella che non si fa più perché fa pensare. Una frase su tutte: "La paura delle parole ". Fabrizio Del Noce è lento perché pensa ai politici e non ai telespettatori; Alfredo Meocci è rock perché ha difeso gli autori e lo ha fatto davanti a milioni di italiani. Non lo invidio, immagino le reazioni ad Arcore e a Palazzo Chigi. Maurizio Crozza è rock e mi manca la domenica pomeriggio. Antonio Cornacchione è rock, ma siccome è amico mio, è super rock.
L'Italia è rock, ma il Paese è lento perché non ha capito che l'assassinio di Francesco Fortugno è un delitto di mafia; tutti i politici che abbiamo visto in tv sono lenti perché non hanno dedicato un pensiero alla tragedia calabrese, non hanno ricordato che questo fatto drammatico si aggiunge a un lungo elenco nel quale spiccano i nomi di Piersanti Mattarella e Pio La Torre.
Monsignor Giancarlo Bregantini è rock perché ha denunciato che la criminalità organizzata vuole dominare la politica. Carlo Azeglio Ciampi è rock perché è andato a Locri; Silvio Berlusconi è lento perché si è fatto rappresentare.
Il video in condominio
Mario Pirani su la Repubblica
Riemergo stordito dalla lettura dei giornali di questi giorni. La trasmissione di Celentano tiene banco ben più di ogni altro evento. Tsunami televisivo, lo show del "molleggiato" travalica per pagine intere, titoli a nove colonne, dichiarazioni di biasimo o plauso di leader di destra e di sinistra. Da ultimo è intervenuto anche il premier, nonché proprietario di Mediaset.
Per lamentarsi non solo di Rockpolitik ma di "tutto il sistema della comunicazione, tv e anche stampa, che dal 2001 sistematicamente attacca l´operato del governo e del presidente del Consiglio". È tutto un vaneggiare che, una volta ancora, marchia l´Italia come un paese virtuale, dove lo "spettacolo" prevale sul reale significato degli eventi, mentre la loro proiezione immaginifica li dilata a simbolo mediatico, destinato, peraltro, a tramontare, più o meno rapidamente, se subentrano all´attenzione nuove sorprese. A scanso, peraltro, di equivoci dico subito che la capacità del "ragazzo della via Gluck" di imporre per una sera (e speriamo anche per le altre puntate) un programma non soggetto né alla censura e neppure agli ammorbidenti del "politicamente corretto" è un fatto straordinario, encomiabile e, per noi ascoltatori, fonte di un raro sentimento liberatorio, pur se fruibile solo per un paio d´ore. Sempre che resti, presenta al popolo plaudente che si è trattato, come ha scritto acutamente Curzio Maltese, di "una piccola passeggiata nella libertà" e non la si prenda per una svolta epocale, una presa della Bastiglia che apre l´Ottantanove di viale Mazzini con, per sovrappiù, il ritorno dell´Esule dal confino di Strasburgo.
Forse l´effetto-apoteosi (corrispettivo alla damnatio destrorsa) finirà per non spiacere affatto ai non occulti registi della pubblica opinione, ben lieti, come scrive Edmondo Berselli in un commento condivisibile dalla prima all´ultima parola, di constatare che, mentre "nel buco finisce mezza Costituzione, il Paese discute solo ed esclusivamente di Rockpolitik".
E qui tocchiamo il centro del problema alla base del mio sconcerto. Se, infatti, viene anche a me l´empito di esclamare "viva Celentano" e di ringraziarlo per aver riportato e sbeffeggiato in diretta davanti a milioni di spettatori una delle pagine più indecorose del prepotere berlusconiano, purtuttavia temo grandemente che si confondano i termini della libertà d´informazione televisiva. Questa ha subìto le onte più devastanti da quando, agli antichi mali, si è sovrapposto il conflitto d´interessi impersonato dal presidente del Consiglio. Ma anche se, come spero, arrivassimo a disfarcene dopo le prossime elezioni, ciononostante la struttura censoria rimarrebbe sostanzialmente immutata. Essa, infatti, non riguarda, se non in parte secondaria, la libertà di satira, la vocazione dissacrante e salutare di certi show che non dovrebbero conoscere zone protette, se non quelle del buon gusto, i commenti critici di Enzo Biagi o di Sergio Romano.
No, essa investe in primissimo piano la piena libertà di cronaca, giorno per giorno, sera per sera, di ogni telegiornale, di ogni "primo piano", di ogni Tg7, di qualsivoglia canale. Se tutto restasse così com´è, anche se, sulla scia di Celentano, venissero inaugurati due "spazi liberi" contrapposti per Santoro e Ferrara, credo che l´Italia nella classifica internazionale della buona informazione risalirebbe di pochi posti. Il servaggio dell´informazione scaturisce, infatti, dal dominio sulla tv di un ceto politico che, dal primo giorno, ne ha teorizzato e attuato l´asservimento. Un ceto del tutto sprovvisto di cultura liberale e che ha tramutato la proprietà pubblica della tv in proprietà condominiale dei partiti, con quote diverse a seconda dell´andamento elettorale. Un ceto che ha imposto una facitura ultracontrollata delle notizie, che ha ottenuto la presenza quotidiana di un ventaglio squallido di propri rappresentanti, chiamati, con secondi di presenza bilanciati, ad affliggere gli utenti su qualsivoglia argomento, un ceto che ha imposto la lottizzazione di ogni incarico, che occhiuto vigila su ogni trasmissione e se qualcosa spiace a destra, subito si provvede a riequilibrare il malfatto a scapito della sinistra. Per non parlare del potentissimo suggeritore ecclesiastico. Chiamano tutto ciò "pluralismo", "controllo parlamentare", "obblighi del servizio pubblico" ma si tratta di etichette ingannevoli. Ecco perché la facoltà di satira, il via libera al satirico sberleffo, anche il più intelligente e azzeccato, del più incisivo showman, e, da ultimo, la felice incursione dell´altra sera, non basta.
L´affare Celentano rischia di stare alla libertà di informazione come l´una tantum sta a una equa politica fiscale.
Il centrosinistra non fu in grado nella legislatura in cui era maggioranza di realizzare una riforma liberale della tv. Conforta che proprio ieri Romano Prodi abbia dichiarato guerra alla lottizzazione delle reti, "un vizietto che riguarda da sempre destra, sinistra e centro", richiamandosi ad un principio elementare, quanto disatteso, "la professionalità e autonomia nella scelta dei vertici".
Sappia che, anche vincendo le elezioni, tutti gli alleati dell´Unione a parole, su questo argomento, gli daranno ragione, ma nei fatti avrà contro tutti i partiti e gli interessi consolidatisi in questi anni dentro e fuori della Rai. Riuscirà a farcela se saprà proporre, apertamente e duramente, la difesa del diritto primario dei cittadini alla libertà d´informazione e non si lascerà imbrigliare dalla resistenza strenua di un ceto politico attaccato al tubo catodico come l´infante al poppatoio che quotidianamente lo nutre.
Par condicio già fuori controllo
Wanda Marra su l'Unità
Nonostante l'impegno della CdL, sembra proprio che Berlusconi in realtà non abbia bisogno di una legge per cancellare la par condicio: questa di fatto risulta già abolita dai tagli previsti all'Authority per le garanzie nelle comunicazioni nella nuova Finanziaria.
I fatti. L'articolo 14 della legge Finanziaria prevede per il 2006 uno stanziamento per l'Authority di 6 milioni di euro. Ovvero,ben 16 in meno dei 22 milioni del 2005. Non basta. La previsione per il 2007 è che il contributo statale venga del tutto cancellato, a favore dei finanziamenti privati da parte delle imprese del settore. È intuitivo come questo significhi praticamente disarmare completamente l'Autorità, che si troverebbe non solo con fondi insufficienti per svolgere i suoi compiti, ma anche dipendente da quelle stesse imprese sul lavoro delle quali è chiamata a svolgere un ruolo di garanzia. Senza contare che si aprono anche dei dubbi di legalità, visto che la Legge Istitutiva (249/97), proprio a salvaguardia dell'indipendenza dell'Ente, ne prevede una modalità di finanziamento mista pubblico-privato.
A denunciare la grave situazione in cui si trova e in cui rischia di trovarsi l'Autorità, è stato lo stesso Presidente, Corrado Calabrò, in due lettere inviate al Ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, e in una al Presidente della Repubblica Ciampi. Nella prima indirizzata al Ministro, Calabrò ha espresso perplessità sulla bozza di legge finanziaria.
Enunciando i compiti dell'Autorità - tra i quali la tutela del pluralismo dei mezzi di informazione, la par condicio, i conflitti di interesse - sottolinea come la sua attività di regolazione incida non poco sui profitti e gli interessi delle imprese del settore. Per denunciare che se la riduzione del contributo dello stato venisse compensata dall'ulteriore aumento delle quote a carico dei privati, diventerebbe "evidente il disagio per l'Autorità di adottare misure nei confronti di soggetti dai quali il suo funzionamento dipenderebbe interamente o prevalentemente".
Calabrò ha scritto di nuovo a Tremonti lo scorso 5 ottobre per segnalargli come lo stanziamento di 6 milioni previsto nel disegno di legge finanziaria è tale da "non garantire il funzionamento dell'Ente dopo i primi mesi del prossimo anno". Rincarando: "La riduzione di tale finanziamento crea una tale incertezza da non consentire nemmeno di predisporre il bilancio di previsione 2006". Dunque, prega il Ministro di ripristinare col previsto maxiemendamento alla Finanziaria, uno stanziamento pari a quello del 2005, ovvero 22 milioni di euro.
Nella lettera indirizzata al Presidente della Repubblica Ciampi, Calabrò chiede un suo intervento diretto. E in un passaggio, non manca di ricordargli come si tratti dell'anno delle elezioni politiche, riguardo alle quali l' Autorità deve svolgere "un essenziale ruolo di garanzia". Per inciso, inutile chiedersi a chi giova l'affossamento dell'Authority, in questo frangente.
A Ciampi, Calabrò ha esposto anche i rischi che corre l'Autorità: "una paralisi" nell'immediato, e uno "snaturamento", nel lungo periodo, Nel frattempo, dei contenuti del maxi-emendamento che potrebbe aumentare il contributo statale, nulla si sa. "Stiamo riflettendo. Per presentare il maxi-emendamento c'è tempo fino a mercoledì", spiega il Sottosegretario alle Comunicazioni, Paolo Romani, ammettendo che, sì, i tagli previsti sono molto ingenti.
Ed è durissima l'analisi di Giuseppe Giulietti, capogruppo dei Ds in Vigilanza: "Alla luce di questi tagli è evidente come quella che si vuole approvare sulla par condicio, che è già stata picconata, sia una legge imbroglio. E l'Autorità si vuole imbavagliare".
Separati dalla nascita
Filippo Ceccarelli su la Repubblica
Ciascun partito, dopo tutto, ha la scissione che si merita. Può essere gloriosa e a volte persino disinteressata, nobile per chi se ne va e al tempo stesso degna per chi rimane; può essere profetica, rispettabile, all'altezza delle passioni dei militanti o del dramma geopolitico di un intero Paese. Ma quest'ultima dei socialisti, francamente, sembra piuttosto una scissione all'acqua pazza. Prevedibile e prevista nel suo lunare dispiegamento; tanto più sospetta dal punto di vista delle idealità, quanto più irrilevante sul piano elettorale.
Un indicatore di clima, semmai, una specie di sondaggio per addetti ai lavori, però fin troppo animato, a spintoni e sputacchi, senza troppa politica, oramai. Un pezzo di partito, è vero, si sposta a sinistra. Ma il dubbio è che sia soprattutto una scelta utilitaristica. Quando nell'inverno del 2001 a Palazzo Grazioli si distribuivano i collegi, nottetempo Bobo Craxi venne rinchiuso e dimenticato per ore in una stanza. Poi accontentato. Oggi passa all'opposizione.
Benissimo: ma se lo faceva uno o due anni fa era meglio, anche per lui. Un altro pezzo di partito, con De Michelis, resta nel centrodestra. Però qui, guarda caso, ci si trovano quasi tutti quelli che già stanno al governo; e che non vogliono, né magari sanno rinunciare a una campagna elettorale fatta a mani nude e vuote. Perciò addio, meglio separarsi. Meglio per tutti. "Ogni scissione - diceva il vecchio Nenni - comporta un elemento doloroso nel suo aspetto umano in quanto comporta la separazione fra compagni che hanno dietro di loro un grande bagaglio di comuni sacrifici e di comuni lotte".
Ma è ancora così? Davvero le lotte, i sacrifici e l'elemento umano condizionano, nel 2005, le scelte dei "dissocialisti" italiani? Vero è che la scissione è nel codice genetico del Psi. Nenni pronunciò quel giudizio nel gennaio del 1947, al XXV congresso del partito, nell'aula magna dell'università di Roma.
A quel tempo stava per andarsene Saragat, anzi era già pronta una sala a Palazzo Barberini.
Quando prese la parola il futuro presidente della Repubblica ci furono disordini. "Cuore nero - gli gridarono - ci pugnali alle spalle!". Saragat sorrideva nervoso. Uno, due, cinque minuti d'imprecazioni. A sua difesa scattò un altro prossimo capo dello Stato, Pertini: "Finitela, per la Madonna! Siete democratici? Democrazia! Democrazia! E intanto ce la mettiamo sotto i piedi!". Alle 11.25 dell'11 gennaio, gridando "Viva l'Internazionale", i saragattiani abbandonarono la gelida aula magna.
Fu quella una scissione che decise la storia d'Italia. Ebbene: vale la pena di evocarla a proposito di Zavettieri e Robilotta? Nel 1964, davanti al centrosinistra, ci fu la scissione del Psiup. La posta in gioco era importante non solo sul terreno politico: con tutta probabilità intervennero forze economiche e internazionali, l'Eni, i sovietici. E insomma: vuoi mettere lo scontro di ieri sulla titolarità dei delegati lombardi e pugliesi? Nel 1969 il fallimento dell'unificazione socialista concorse a mettere l'Italia sul piano inclinato della strategia della tensione e degli anni di piombo.
La notte del 4 luglio, al Palazzo dei congressi, il giovane autonomista Bettino Craxi esplose contro i suoi stessi compagni che avevano favorito la fuoriuscita di Ferri e Tanassi: "Bestie politiche! Avete distrutto anni di lavoro!". Bene. Ma adesso, pur con tutto il rispetto, quale fallimento si potrebbe mai imputare a Caldoro o Battilocchio? E' stato, si dice, un congresso "vero". E proprio l'aggettivo dovrebbe far riflettere, nel senso che il vigente regime televisivo prevede la somministrazione di svolgimenti ordinati, acclamanti e al limite trionfali. Ma "verità" a parte, mai come stavolta quel che è accaduto riguarda solo i socialisti. E l'unica consolazione, in fondo, è che ce ne siano disposti a comprendere che ormai saltato il contesto internazionale, spenti i fuochi ideologici ed erose le appartenenze, tutto inesorabilmente s'immiserisce, e la scissione diventa anche inutile.
Le indagini scomode
Sergio Romano sul Corriere della Sera
Francesco Fortugno è una vittima della mafia calabrese, e sarebbe assurdo farne improvvisamente un complice o un sodale. Ma i risentimenti suscitati dallo sviluppo delle indagini dopo la scoperta dei suoi contatti telefonici con un esponente della 'ndrangheta, è il risultato di un teorema che ha ispirato in questi anni il lavoro di molti magistrati e il giudizio di alcuni uomini politici. Secondo questo teorema la società di alcune regioni meridionali sarebbe spaccata tra le organizzazioni mafiose, spesso in combutta con una parte dei ceti dirigenti, e il popolo buono, succube delle vessazioni di una clique politico-criminale. Per risanare una società malata basta quindi colpire il drago e liberare il popolo prigioniero. E' una tesi che tutti, involontariamente, abbiamo contribuito a diffondere registrando con gioia, come eventi decisivi, le manifestazioni popolari dopo gli assassinii degli scorsi anni, i lenzuoli bianchi alle finestre delle case di Palermo, i dibattiti sulla mafia nelle scuole siciliane. Molti pensarono che il popolo buono si era ribellato alla tirannia dei clan e che il potere delle organizzazioni criminali aveva i giorni contati. Il principale tentativo di provare l'esattezza di quel teorema fu naturalmente il processo di Palermo contro Giulio Andreotti. Temo che questa spiegazione ideologica, cresciuta su un terreno coltivato da una certa cultura marxista e cristiana, abbia offuscato la natura del problema. Non esistono sfortunatamente in Calabria e in Sicilia due entità distinte, composte rispettivamente da buoni e cattivi. Esiste una larga area della società in cui si è formata col passare del tempo una rete di complicità, collusioni, silenzi interessati, relazioni familiari, favori fatti e ricevuti. Questo non significa che i siciliani e i calabresi siano mafiosi.
Ed è evidente che il rischio è particolarmente forte nel mondo della politica, inevitabile crocevia di scelte da cui può dipendere una carriera professionale, la fortuna di un'azienda, la ricchezza di un imprenditore. La tesi secondo cui la destra sarebbe vulnerabile e la sinistra virtuosa, è semplicistica e può oscurare la natura del problema. In Sicilia e in Calabria, destra e sinistra sono spesso distinzioni di comodo, e il voto degli elettori sembra rispondere a motivazioni locali piuttosto che a scelte ideali. Non si spiegherebbe altrimenti l'altissimo numero di preferenze conquistate alla elezioni europee da Salvo Lima, sospettato di amicizie mafiose e assassinato nel marzo del 1992. Non si spiegherebbe l'improvviso successo di Leoluca Orlando negli anni successivi e la vittoria del centrodestra in tutta l'isola nelle politiche del 2001.
Sono sicuro che la Calabria, come già in parte la Sicilia, riuscirà a uscire un giorno dal suo timoroso silenzio e da questa zona grigia in cui molte persone possono essere sinceramente contrarie alla mafia, e tuttavia al tempo stesso inserite, magari involontariamente, nelle sue trame. Ma l'unica via da percorrere, nel frattempo, è quella delle indagini freddamente distaccate che non trascurano nulla, non hanno pregiudizi ideologici, non danno nulla per scontato e si propongono un solo obiettivo: la verità.
Polonia, il bis dell´altro Kaczynski
Renato Caprile su la Repubblica
VARSAVIA - E due. Dopo il governo, la presidenza della Repubblica. Fanno bingo i gemelli Kaczynski. La Polonia è ormai tutta nelle loro mani. Esecutivo a Jaroslaw, poltrona di capo dello Stato a Lech. Un fatto senza precedenti nelle democrazie occidentali. Chi può infatti "vantare" due fratelli, per giunta somiglianti come due gocce d´acqua, a ricoprire le due più alte cariche di un paese europeo? Ciò che Bruxelles temeva si è dunque avverato: il nazional-populismo del nuovo inquilino di palazzo Belweder ha avuto la meglio (53-52 a 46-48, i dati non sono ancora ufficiali) sulla ricetta liberista di Donald Tusk, lo storico che piaceva a Walesa e all´Unione europea.
La demagogia evidentemente paga. Le promesse di aiuto alle famiglie, di sussidi ai disoccupati, di ritocchi a pensioni e stipendi e di lotta senza quartiere alla corruzione hanno fatto breccia nella disperazione della maggior parte dell´elettorato polacco. Che a votare anche stavolta ci è andato poco. Appena il 50,62 per cento degli oltre trenta milioni di aventi diritto. E questo nonostante una vecchia sveglia abbia fatto slittare di circa mezz´ora (dalle 20 alle 20,25) la chiusura dei 25.166 seggi. Il responsabile infatti di uno di quegli uffici elettorali ha aperto al pubblico con 25 minuti di ritardo. Un contrattempo decisamente veniale - l´episodio è avvenuto a Legnica, nel sudovest della Polonia - che ha avuto però ripercussioni su tutta la macchina elettorale.
Fanno festa i Kaczynski. "Missione compiuta", grida Lech ai suoi fan assiepati davanti al palazzo della cultura a Varsavia e subito dopo da bravo fratello maggiore - è nato infatti 45 minuti dopo Jaroslaw - dedica la vittoria proprio al gemello. Che ha avuto la decenza di fare un passo indietro non accettando l´incarico di formare il governo, limitandosi ad essere solo il leader della formazione, Legge e Giustizia, che lo esprime.
Nato alla politica nelle file di Solidarnosc - è stato anche in carcere durante i tumulti del 1981 - Kaczynski oggi s´ispira decisamente ad altri principi. Cavalca l´insoddisfazione di larghi strati della popolazione e critica apertamente le politiche dell´Unione europea, soprattutto quelle che riguardano l´agricoltura, settore che fa da traino all´economia del Paese ex comunista.
Come sindaco di Varsavia non ha fatto granché. Evidentemente pensava ad altro e verrà ricordato per sole due cose. Una positiva, l´altra no. Le celebrazioni del 60esimo anniversario della insurrezione di Varsavia, svoltesi nell´estate del 2004 e il divieto di organizzare nel centro della capitale la "Marcia dell´uguaglianza", promossa dalle associazioni di omosessuali polacchi.
Orgoglioso della storia patria, Kaczynski è balzato all´attenzione anche dell´Unione europea per il rifiuto di riconoscere le proprie radici cristiane nel preambolo della Costituzione Ue. Nel privato Kaczynski è circondato sopratutto da donne: la moglie Maria, la figlia, Marta, e la nipotina Ewa.
"Non è vero che io mio fratello siamo identici - dice spesso - Per esempio io sono sposato e lui no. Anche in politica spesso non siamo d´accordo". Mentre la Varsavia di quanti auspicano la "rivoluzione morale" promessa dal nuovo presidente festeggia, rimangono in piedi tutti gli interrogativi di questa elezione. Come farà il successore di Aleksandr Kwasniewski a coniugare più stato sociale con i conti in rosso del paese?
24 ottobre 2005