I leghisti festeggiano: alla Camera passa la devolution, ora manca solo il sì definitivo del Senato per completare il progetto federalista bossiano. Il centrosinistra punta tutto sul referendum: «Ci penseranno gli italiani a spazzare via questa pseudoriforma». Intanto Berlusconi accelera sull'abrogazione della par condicio per trasformare in un grande spot la prossima campagna elettorale. Ma Casini frena: «Io rimango contrario»
Il testo del Disegno di Legge Costituzionale
su Il Sole 24 Ore
La catena dei pasticci
Una riforma sbagliata dopo l'altra
Paolo Franchi sul Corriere della Sera
Si fa qualche fatica persino a scriverla, la parola devolution, dopo la stroncatura, quasi un'invettiva, ma un'invettiva fondata su ottime ragioni, che Claudio Magris le ha riservato sul Corriere. Tocca però occuparsene lo stesso, magari chiamandola devoluzione, visto che ieri il progetto di riforma costituzionale del centrodestra (grosso modo quello partorito nella baita di Lorenzago, auspice Giulio Tremonti, dai quattro saggi, o presunti tali, della Casa delle Libertà) ha superato il suo ultimo passaggio alla Camera. Ancora un salto a Palazzo Madama, in novembre, e poi comincerà, proprio con la devoluzione, un lungo percorso a tappe.
Meglio, però, rifugiarsi nel condizionale: il tutto potrebbe essere archiviato dal referendum, nell'autunno dell'anno prossimo. L'opposizione (ma non solo l'opposizione) lo spera, anzi, ci conta. E, se così andassero le cose, non ci sarebbe di che dispiacersi. Anche per chi non si spinge a denunciarla come un attentato all'unità nazionale e alla democrazia, questa riforma è un pasticcio immangiabile: l'ennesimo risultato (stavolta a beneficio della Lega) della logica che tiene insieme il centrodestra, un do ut des continuo tra i partner, nel cui nome tutto, ma proprio tutto, Costituzione compresa, è oggetto di contrattazione e di scambio.
Ma questa non è solo una cattiva riforma, voluta e fatta dalla maggioranza da sola e a proprio uso e consumo, ripetendo e ingigantendo l'analogo peccato inutilmente commesso dal centrosinistra alla fine della scorsa legislatura. È anche una riforma vagamente paradossale. Quando ne posero le fondamenta, nell'estate del 2003, i saggi di Lorenzago, così come Silvio Berlusconi e (eccezion fatta per Marco Follini) gli altri leader della Casa delle Libertà, coltivavano ancora la «religione del maggioritario »;
Basta scorrere il testo della riforma (devoluzione sì, ma anche forte incremento dei poteri del premier, e ridimensionamento dei ruoli del capo dello Stato e del Parlamento) per ritrovarvene più di una traccia.
Ma quei tempi, e quella filosofia, sembrano già lontanissimi. Perché di mezzo c'è il varo, da parte del medesimo centrodestra, di una riforma elettorale proporzionalista, o spacciata per tale: contraddittoria quindi, già nella sua ispirazione, con questa riforma costituzionale. Tra un anno, gli stessi elettori che considerano una ferita grave l'avvento di un (cattivo) proporzionale probabilmente bocceranno, nel referendum, una riforma della seconda parte della Costituzione a suo modo (un pessimo modo) «maggioritaria». A pasticcio si aggiunge pasticcio, a paradosso paradosso: tra i tanti possibili ritorni al passato questo è il peggiore. Non si capisce bene a che cosa stia brindando la Casa delle Libertà.
E An veste il suo sì col tricolore
Striscioni, coccarde e quella minaccia di disertare il voto se la Finanziaria non avesse stanziato 1,5 miliardi. L´ok dei siciliani del Polo dopo uno scambio con Tremonti
Concita De Gregorio su la Repubblica
ROMA - Sessant´anni dopo, la Costituzione dei Settantacinque (Amendola, Calamandrei, De Gasperi e altri) cambia per mano di Roberto Calderoli, medico ospedaliero bergamasco eletto a Clusone e oggi ministro, il quale l´ha ottenuta per conto di Bossi in cambio del voto sulla riforma elettorale e che adesso, nel preciso istante in cui si vota, è già al telefonino col principale. Bossi non sta ancora benissimo, è rimasto a casa forse verrà per la quarta votazione, quella definitiva, al Senato. Però è già ora «molto molto contento», riferisce Calderoli, gli ha fatto davvero piacere vedere in aula lo striscione con scritto «Grazie Bossi» che i suoi deputati hanno esibito contravvenendo gioiosamente il regolamento di Montecitorio che vieta l´esibizione di cartelli in aula. Di striscioni in effetti il regolamento non parla, non essendo neppure immaginabile all´epoca in cui fu scritto che qualcuno un giorno avrebbe srotolato tra gli scranni un lenzuolo bianco di sei metri tipo curva sud.
L´esibizione dei vessilli da parte dei vincitori ad uso delle rispettive tifoserie collegate da casa via tv è la foto esatta del momento. Uno striscione da stadio per la Lega, presente in blocco: 26 deputati su 26. Bandierine tricolori per An che, radicata soprattutto al Sud, ha l´esigenza di tranquillizzare le regioni a rischio deriva - i «terroni», per la Lega - sulla conservazione dell´unità nazionale: perciò Daniela Santanchè si incarica di infilare i fazzoletti nel taschino dei colleghi, il suo lo pianta al centro della capiente scollatura. Anche Fini, al banco del governo, esibisce il suo. I siciliani, che per tutto il giorno hanno usato la clava del ricatto («se Tremonti non ci dà i soldi noi non votiamo»), incaricano Nicola Cristaldi, An, di sventolare la Trinacria: storico vessillo giallorosso di Sicilia erroneamente scambiato in aula dai meno esperti di storia regionale per la bandiera della Roma.
Maggioranza richiesta 307, voti a favore 317, cinque gli astenuti. Restano bianchi sul tabellone luminoso i punti che corrispondono ai tre deputati della Svp e i due di Tabacci e Follini: Tabacci, politico ex dc di lunghissimo corso, spiega le ragioni profonde della sua contrarietà al testo nell´indifferenza generale. Follini, che si è dimesso da segretario Udc cinque giorni fa all´indomani del voto sulla legge elettorale, resta immobile come da due settimane e sopporta muto lo scherno di Berlusconi: «Cosa? Chi? Follini? Non capisco, non sento», gran sorriso.
In effetti i parlamentari del Sud sono da giorni piuttosto preoccupati, quelli di governo in testa. I siciliani solo alla Camera sono una cinquantina. Il presidente della Regione Totò Cuffaro da giorni convoca e sconvoca minacciose riunioni degli eletti nell´isola con la Casa delle libertà perché Berlusconi abbia chiaro che se Tremonti non trova in Finanziaria i soldi che i siciliani rivendicano loro non votano. Enrico La Loggia, ministro, è l´uomo della trattativa. Gira per Montecitorio con un rotolo grande così: sono le carte sottoposte a Tremonti, il testo del patto. I siciliani - secondo i loro calcoli - devono avere 900 milioni di arretrati, 500 per l´anno in corso più 150 di conguaglio per una questione legata all´ambiente. La riunione fissata all´una, in strategica coincidenza col voto in aula, è saltata. La Loggia ride soddisfatto: «Abbiamo la promessa, ho parlato con Berlusconi: ci daranno tutto». E´ sicuro, ministro? E se il governo quei soldi non li trova? «I trovamu, i trovamu».
Disinnescata la minaccia isolana il dibattito corre senza scosse. Berlusconi approfitta per leggere il giornale ed evadere la corrispondenza. Fassino spiega che questa riforma «innesca un meccanismo separatista per cui potremo avere 56 regioni», Berlusconi inforca gli occhiali e apre buste. Fassino dice «avete trasformato le istituzioni in merce di scambio per tenere insieme una maggioranza che non può stare insieme»
La mia Calabria in mano alla ´ndrangheta
Loiero, governatore della regione
Giuseppe D´Avanzo su la Repubblica
CATANZARO - «Mi sono infilato in un gioco senza vie d´uscita. Potrei dimettermi, tornarmene a Roma, lasciar perdere con questa storia, no? Potrei concludere che, vabbe´, dopo venti anni di Parlamento, l´idea di ritornare in Calabria con la speranza di favorirne il riscatto è stata un´idea bizzarra e sbagliata. Potrei concludere che questo desiderio ha innescato, in me, il riflesso allucinatorio che fosse davvero possibile raddrizzare il destino di questa terra dimenticata. Può essere davvero un´opzione, l´abbandono? Non lo è evidentemente. Non può esserlo. Ho vinto le elezioni con venti punti di differenza. Anche se volessi chiudere gli occhi, impaurirmi e cedere, non posso far finta di non avere sulle spalle la responsabilità che mi è stata affidata. Dunque, devo restare qui, quale che sia oggi la mia apprensione. Anche questa decisione, però, mi indica soltanto una strada da percorrere. Fare quel che ho detto ai calabresi di voler fare: trasformare la regione da ente erogatore di risorse in organo di indirizzo e di controllo. È la riforma che la 'ndrangheta non può accettare. A loro volta, anche gli assassini hanno una sola opzione. Se la mutazione genetica, chiamiamola così, del potere regionale andrà avanti, dovranno uccidere ancora. Ecco allora quel che penso: ammazzeranno ancora. Ci saranno altri morti».
Il governatore Agazio Loiero, nel buio dell´auto che lo riporta a Catanzaro da Locri, dove ha seppellito il suo amico Francesco Fortugno, ragiona di quel che è accaduto e accadrà a se stesso e alla Calabria, ora che i riflettori si vanno spegnendo. Parla piano e piano ragiona, con una lucida freddezza che lo tiene sempre tra disincanto (mai nichilista), realismo (mai riduttivo), una fiducia che non sa né vuole abbandonare il senso del tragico.
Ucciderlo è stata una barbarie perché Franco era di un´assoluta, candida innocenza. Ucciderlo per lanciare un messaggio a me è stato due volte barbaro Un messaggio a me, certo... Non ho più dubbi, purtroppo. Più passano le ore e più mi convinco che la tragedia di Franco si è consumata come una definitiva e spietata minaccia contro il tentativo di rinnovamento e moralizzazione della regione. Lo hanno ucciso nel seggio per dare un significato inequivocabilmente politico all´assassinio. Hanno ucciso un politico della Margherita, il vicepresidente del Consiglio regionale, per indicare inequivocabilmente il luogo e il partito che provoca il problema. Se gli assassini avevano dei dubbi che non avessi capito i primi messaggi che mi hanno inviato, ora non ne avranno più. In luglio, era la fine di luglio, nella stessa ora mi inviarono tre proiettili in tre case diverse, in città, al mare, in campagna. Nella casa al mare, sistemarono il proiettile e una mia fotografia scaricata dal web addirittura sul tavolo in giardino.
Dopo la morte di Franco, sono sempre di più convinto che il problema, annunciato dallo spoil-system che ha sollevato settanta dirigenti, è nel trasferimento delle deleghe regionali alle province, ai comuni, alle comunità montane. E´ un problema che ha non solo la 'ndrangheta, ma anche la criminalità minore, anche quel reticolo affaristico che è illegale senza essere propriamente mafioso o criminale. Purtroppo, non ho alternative a questa scelta. Lo so, avverto intorno a me resistenze e opposizioni. Può immaginarle, quelle note dissimulate che non sono avvertimenti o minacce, ma - insomma - inviti alla cautela, alla prudenza, alla moderazione. Capisco che cosa c´è sottotraccia quando un assessore mi dice: "Aga´, ma questo dobbiamo farlo? Anche questo! Vedi che il capodipartimento non è proprio d´accordo ". Lo so che, anche tra i miei assessori, c´è chi non crede che, alla fine, la regione si libererà delle deleghe. Si sbagliano tutti. E´ il nostro impegno di governo. Ci può scommettere anche qualche soldo che, entro il 31 dicembre di quest´anno, trasferirò le deleghe alle province e, entro il 3 giugno dell´anno prossimo, ai comuni e alla comunità montane. Non ho alternative. Governo un baraccone di 4300 dipendenti. Trecento lavorano e so più o meno che cosa fanno. Degli altri quattromila non so nulla. In alcuni casi non so nemmeno dove siano; in tutti i casi so che non c´è alcuna forma di controllo della loro attività, concedendo che un´attività ci sia per davvero. Questo è il mio problema di governo. Questo, naturalmente per altri versi, è il problema di governo della 'ndrangheta che, alla vigilia di interventi già finanziati (e molto) dal ministero dell´Economia e dall´Unione europea, si ritrova l´apparato scenico delle istituzioni, attori compresi, modificato in modo irrevocabile.
Io stimo Pisanu, ma in questo caso non riesco a dare un senso alle sue parole. Salta fuori con numeretti che dovrebbero dimostrare che in Calabria lo Stato c´è come nel resto del Paese. Lo so anch´io che c´è la prefettura a Reggio come a Perugia, il guaio è che in Calabria c´è una 'ndrangheta che in Umbria non c´è. Una condizione che dovrebbe convincere il governo non a parlare della quantità di presenza statale, ma della sua qualità. Si sa che i mafiosi tollerano tutto, anche il carcere (non il 41bis) perché farsi il carcere dà loro prestigio e onore. Quel che non sopportano sono le confische patrimoniali. Le faranno? Non lo so. Le faranno soltanto se si deciderà che la Calabria è parte integrante del territorio nazionale, non è altra e diversa dall´Italia. Non so dire se riuscirò a convincerli. Posso dire che ci proverò. E´ un fatto però che la devolution distruggerà quel che resta dell´unità del Paese e non posso perdonare i parlamentari caudatari, soprattutto del Sud, che hanno votato sì travolgendo non tanto l´articolo 117, ma l´articolo due della Costituzione dove affiora la parola "solidarietà" e il tre che difende il "principio di eguaglianza".
Si preferisce girare al largo da quella oggettiva promiscuità che, nella mia terra, vede la "persona per bene" vivere accanto al bandito; la buona amministrazione nelle vicinanze di enti che saccheggiano le risorse pubbliche. Di questo maleficio credo che sia stato vittima anche Silvio Berlusconi. Che ha commesso in questi giorni indiscutibili errori. Perché ignorare così platealmente la tragedia di Franco Fortugno e il dramma regionale? Capisco che, in un primo momento, può aver funzionato negativamente il sospetto del "chissà che cosa c´è dietro", ma dopo che Ciampi - non mi stancherò mai di ringraziarlo - si precipita a Reggio Calabria, perché tentennare ancora? Berlusconi ha fatto una mossa sbagliata e non conveniente. Sbagliata perché era dovere del presidente del Consiglio essere qui accanto a noi. Non conveniente perché anche i calabresi votano e quest´indifferenza è stato uno schiaffo per tutti i calabresi, anche per chi vota Forza Italia. E infine pericolosa perché lancia agli assassini un messaggio rassicurante come se, in fondo, non ci si preoccupasse più di tanto degli assassinati o degli assassinandi perché la Calabria è, appunto, un mondo a parte».
La denuncia di Grasso:
«Provenzano lo coprono i politici ed imprenditori»
su l'Unità
A coprire la latitanza di Provenzano, uno dei capi della cupola di Cosa nostra, sono «rappresentanti della professioni, politici, imprenditori, forze di polizia». È la denuncia di Piero Grasso, appena nominato procuratore nazionale antimafia, in un'intervista esclusiva a TV7, il settimanale del TG1, che andrà in onda venerdì sera assieme a un eccezionale documento filmato che mostra per la prima volta la consegna di un ordine scritto a mano del capo di Cosa Nostra ai suoi affiliati.
«Dall'indagine sulla sua ricerca sono emerse tutte queste categorie, quindi non è soltanto una copertura da parte di un'organizzazione criminale, ma è una copertura che viene da intere fasce sociali» tuona l'ex procuratore di Palermo
Ma soprattutto punto il dito sulla commistione tra mafia e politica. Il fatto che a far mettere i timbri sul documento falso di Provenzano sia stato l'ex Presidente del Consiglio di Villa Abate Francesco Campanella, che oggi sta collaborando con la Procura, «dà l'esatta misura secondo Grasso - di come Cosa Nostra riesca a infiltrarsi nelle istituzioni, addirittura ma non solo locali ma anche nazionali». Dunque Campanella - evidenzia - «è quello che noi possiamo definire l'interfaccia tra Cosa Nostra e le altre categorie sociali, perché è il Presidente del Consiglio comunale di Villa Abate, quindi ha dei rapporti con la politica, ha una finanziaria, ha dei contatti a Roma con vari Ministeri, insomma è quello che dà veramente la forza dell'organizzazione, la capacità di infiltrarsi e di avere questi collegamenti con l'esterno».
Ecco perché «Cosa nostra è sempre un'emergenza» ed è un'emergenza nazionale. «Cosa nostra ha degli accertati collegamenti con altre regioni d'Italia come la Lombardia, il Veneto, la Toscana, per quello che ci risulta». Secondo Grasso dunque «ci sono investimenti e ci sono anche, secondo un fenomeno abbastanza strano, uno scambio di imprese siciliane che ottengono appalti in queste regioni e imprese di queste regioni che ottengono degli appalti in Sicilia. Sembra quasi che ciò possa essere in un certo qual senso coordinato o diretto da una mente che accentra tutto».
Il ritorno dei buoni per la Messa rock
Adriano è efficace anche nell'indugio e la sua tv così antica da sembrare cinema
Aldo Grasso sul Corriere della Sera
Celentano crede nella sacralità della sua missione, fa tv come un prete celebra messa. Messa beat, s'intende. Anzi rock. Non tutto quello che scorre sul piccolo schermo è spazzatura. Non tutto è perduto. Ci pensa Adriano a dividere il mondo in buoni e cattivi: il male è lento, il bene è rock. Questione di ritmo.
La messa si regge su un format molto forte; Celentano, nonostante la lentezza della preparazione, invece va a braccio. Un po' canta. Un po' predica. Un po' dialoga. È lento e rock insieme. Un po' s'accompagna a Gérard Depardieu che tiene fede alla sua fama di intenditore di vino, un po' sgrida la Rai che ha cacciato Biagi, Santoro e Luttazzi per un editto promulgato a Sofia da Berlusconi. Berlusconi è lento. Molto lento. Per questo siamo un Paese «parzialmente libero», secondo Freedom House, un Paese lento: anche se la classifica scorre velocemente il nostro Paese è solo al 79° posto. Intanto però anche il programma comincia a rallentare.
C'è da santificare il ritorno di Michele Santoro: è una tv salvifica. Per chi la fa, per chi vi partecipa, per chi la guarda, forse. Santoro è lento di suo. Anche lui vuole che diventiamo migliori (a spese di Berlusconi) ma rivendica con forza anche la sua trasmissione.
Ma cosa vuol dire RockPolitik? Ce lo spiegano, didatticamente, le schede filmate. RockPolitik una specie di ossimoro, due termini tra di loro contradditori associati in un'unica espressione. Il rock è l'età dell'oro del Salvatore, l'adolescenza in via Gluck e nella Milano dei Navigli, la sua sorgente di vita cui si è abbeverato, il «periodo più bello», la «voglia di trasgressione », il grande sogno di cambiare il mondo. Ma il sogno si è impigliato in una grande rete, l'intrico della politica, l'organizzazione governativa. Il rock è l'anima, libera da ogni peso; il politik è il corpo: pesante, d'intralcio. Il rock è la libertà d'espressione; il politik sono il capitalismo, i sindacati, gli immobiliaristi, la speculazione edilizia, la politica, Berlusconi o il sindaco di Milano Albertini.
Raramente una scenografia (è di Gaetano Castelli) parla come questa: più che un set è un racconto fiabesco. È la storia di un mostro che si chiama Globalizzazione, alto come un grattacielo, largo come l'immenso Oriente, e si mangia tutto: la casa fuori città, gente tranquilla che lavorava, le colonne romane, i binari in disuso, la Cina è vicina. La Globalizzazione divelle, fa disastri ecologici, sradica: la foresta dell'Amazzonia come il ragazzo della via Gluck, l'uomo con le radici. A una certa età arriva la voglia di fare la predica, di farsi santone. È una tentazione che molti artisti hanno. E quindi quella Rai di prima ora è rock, Mediaset non ancora.
Iraq, assassinato avvocato difensore nel processo a Saddam
sommari de l'Unità
È stato prima rapito e poi assassinato Saadoun Janabi, uno degli avvocati difensori nel processo per il massacro di Dujail del 1982 (furono uccisi 143 contadini sciiti) che vede alla sbarra l'ex rais iracheno Saddam Hussein. L'uomo era stato rapito giovedì sera ed è stato ritrovato con una ferita d'arma da fuoco alla testa. Rilasciato invece il giornalista del Guardian rapito mercoledì.
Senza giustizia
Giuliana Sgrena su il Manifestodel 20.10
Effetto referendum. Non si conoscono ancora i risultati del referendum sulla costituzione (ma si sapranno mai quelli veri?) del 15 ottobre e, non a caso, forse proprio per nascondere i brogli, ieri è stata orchestrata la prima seduta del processo-farsa a Saddam Hussein, già rimandato a fine novembre. Una messinscena che ha avuto il suo corollario nel rapimento del corrispondente del Guardian Rory Carroll a Baghdad. Un paese fuori legge non può avere testimoni, nemmeno quelli veri, che vanno a vedere cosa succede a Sadr city, come l'inviato irlandese. Anzi sono proprio quelli i più pericolosi, per gli occupanti e per chi dice di essere contro l'occupazione. Come mi avevano spiegato i miei rapitori. Il referendum doveva servire ad avallare una carta costituzionale costruita sull'esclusione della minoranza sunnita. Che avrebbe potuto respingerla, con una maggioranza di due terzi in tre province. E forse l'ha fatto, nonostante le divisioni tra i sostenitori del no e quelli del boicottaggio. Ma se così fosse il processo di transizione controllato dagli americani salterebbe. Ed è difficile che questo possa succedere in un paese occupato da circa 150.000 marine. E non succederà.
Anche perché i marine godono dell'impunità non solo quando uccidono iracheni, ma anche stranieri. Come si è visto con l'uccisione di Nicola Calipari. E altri, giornalisti compresi. Ma proprio ieri, il giudice dell'Audiencia nacional di Madrid Santiago Pedraz, di fronte alla mancata collaborazione degli Stati uniti, ha emesso un mandato di cattura internazionale e la richiesta di estradizione per tre militari Usa sotto inchiesta per l'uccisione del cameraman spagnolo, José Couso. L'operatore di Telecinco era stato colpito da una cannonata sparata da un carro armato statunitense, l'8 aprile del 2003, mentre faceva le sue riprese dall'hotel Palestine, dove si trovavano la maggior parte di noi giornalisti presenti a Baghdad. Insieme a Couso era stato ucciso anche l'ucraino Taras Protsyuk della Reuters. La coraggiosa decisione del giudice spagnolo potrebbe costituire un importante precedente anche per il caso Calipari.
La coincidenza con l'inizio del processo a Saddam da parte di un tribunale, ora si chiama Alta corte penale, non può essere casuale. In Iraq c'è bisogno di giustizia, vera, non quella dei vincitori che disprezzano la popolazione irachena. Non ci sarà pace senza giustizia. Ma la giustizia non può essere vendetta. Una vendetta che sta già dissanguando l'Iraq con migliaia di morti. E non saranno le condanne a morte a gettare le basi della democrazia in Iraq. Anche se sul patibolo dovesse finire un dittatore sanguinario come Saddam Hussein, accusato di crimini contro l'umanità.
Il tesoro scomparso della Germania nazista
Hitler, dopo la disfatta di Stalingrado, ordinò di immortalare centinaia di affreschi e dipinti andati distrutti nei bombardamenti
Francesco Tortora sul Corriere della Sera
Da oggi sul sito www.zi.fotothek.org è possibile ammirare le foto che immortalano magnifiche opere andate in gran parte distrutte dopo la Seconda Guerra Mondiale. Si tratta di un tesoro che si credeva perduto del tutto, quello della Germania Nazista di Hitler. Centinaia di immagini commissionate dal Fuhrer in persona che, temendo che gli attacchi alleati potessero danneggiare questi preziosi reperti artistici, ordinò che fossero immortalati: si tratta di affreschi che al tempo erano custoditi in chiese, monasteri e palazzi della Germania e dei territori occupati.
LA DECISIONE DOPO LA BATTAGLIA DI STALINGRADO - La decisione fu presa dal Fuhrer dopo la sconfitta di Stalingrado nell'inverno tra il 1942 e il 1943. Circa il 60% delle fotografie rappresentano opere che si trovavano in chiese e che furono distrutte dai bombardamenti: molte sono andate perdute. Uno degli affreschi più belli è il dipinto che si trovava nella Berlin Zeughauas, intitolato «La guerra», dell'artista del XIX secolo Friedrich Geselschap. Tra gli altri lavori persi spiccano l'affresco dipinto da Franz Karl Palko nella Dresden Hofkirche e l'allegoria «Fanfare degli Angeli» di Luca Antonio Colombo, opera del diciottesimo secolo presente in un famoso palazzo di Francoforte. Il palazzo dopo i bombardamenti fu ricostruito e divenne un hotel: oggi gli architetti, grazie alle foto, potranno riprodurre una replica dell'opera di Colombo nella stessa struttura.
IL MISTERO DELLE FOTO SCOMPARSE - Le foto sono state custodite per molti anni in diverse cantine del Centro dell'Arte Storica a Monaco e degli Archivi di Fotografia di Marburg. Pochi architetti e storici sapevano della loro esistenza. Il lavoro di riproduzione nel periodo bellico avvenne in gran segreto, per non far trapelare il timore che la guerra non andasse come era nelle aspettative del regime nazista. Solo dal 2002 gli esperti hanno ordinato la digitalizzazione di queste preziose immagini.