prima pagina pagina precedente



sulla stampa
a cura di Fr.I. - 20 ottobre 2005


Il Cavaliere impone la strategia del blitz
Le resistenze residue dell'Udc. L'ombra del conflitto di interessi
Massimo Franco sul
Corriere della Sera

Forse sarà votata martedì. Forse. «Come da calendario», spiega il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Carlo Giovanardi. Ma Palazzo Chigi ieri ha azzardato un nuovo blitz alla Camera. Stavolta non sulla legge elettorale, ma su quella che riduce i tempi della prescrizione: la «ex Cirielli»; o, nella terminologia dell'opposizione, la «salva-Previti» (Cesare Previti, ex ministro di Silvio Berlusconi). Oggi la maggioranza sarà mobilitata per approvare il federalismo. E FI ha cercato di ottenere un voto anche sulla ex Cirielli. Almeno fino a ieri sera, però, la proposta non era passata. Non si esclude che possa slittare ancora. Ma la fretta è indicativa. Il presidente del Consiglio vuole archiviare i problemi ancora aperti in Parlamento: compresa la modifica della par condicio sulla propaganda elettorale, soprattutto in tv. Sulla «ex Cirielli» sarebbe stata l'Udc a resistere. E' traumatizzata dalle dimissioni del segretario, Marco Follini; e dunque timorosa di apparire subalterna al Cavaliere. Ma si tratta di dubbi residuali: l'Udc non sembra avere né la forza né la voglia di opporsi più di tanto.
Non ci dovrebbero essere sorprese neppure sulla devolution . E forse oggi Umberto Bossi sarà in aula, a sottolineare la vittoria della Lega Nord. Ma si sta sgretolando anche la barriera contro l'intangibilità della par condicio . Il premier ieri ha insistito: «Gli alleati sono perplessi anche se non capisco perché. Spero di convincerli ma non voglio forzare la mano».

L'opposizione ha già cominciato il fuoco di sbarramento. Il segretario dei Ds, Piero Fassino, invita il centrodestra a «evitare un altro strappo», dopo la riforma elettorale. Ma sembrano appelli condannati a cadere nel vuoto. Il presidente del Consiglio è convinto che la sua immagine e quella di FI «si sono appannate... Per senso di responsabilità abbiamo ammortizzato le spinte del resto della coalizione...». Ad appena cinque mesi dal voto, questa presunta generosità deve apparirgli un lusso suicida.


La Cassazione a Castelli monito bis sulla Cirielli
Marvulli insiste: la prescrizione-breve azzera metà dei processi.
Forza Italia decisa ad approvare la legge nella prossima settimana.
Liana Milella su
la Repubblica

ROMA - Guerriglia di cifre e guerra di posizione tra il ministro della Giustizia, il leghista Roberto Castelli, e la più alta toga in carica, il primo presidente della Cassazione Nicola Marvulli. Un conflitto senza precedenti. Al centro della causidica diatriba la legge che taglia a metà i tempi di prescrizione, ormai nota come Cirielli o salva Previti, visto che cancella i guai giudiziari dell´ex ministro della Difesa (ma anche quelli di Berlusconi). Nell´arco di dieci giorni Marvulli ha scritto due lettere al Guardasigilli, la prima per segnalargli di aver fatto i conti e aver scoperto che con la Cirielli è destinato a saltare il 49% dei procedimenti, la seconda per rispondere a una piccata replica del ministro che gli faceva le pulci sui criteri seguiti, sul perché avesse scelto alcuni e non tutti i reati, soprattutto quelli più frequenti, e perché non avesse calcolato anche gli effetti previsti con gli aumenti dei tempi di prescrizione per i recidivi.

Una dura battaglia a colpi di cifre anche con l´Anm che, da Milano e da Bologna, rende pubblici i conti fatti, stavolta, fascicolo per fascicolo. Non stime, dunque, ma veri e propri calcoli. A Milano si prescriverà il 78% dei reati di corruzione e il 61% di quelli d´usura. Cadrà il 40% dei processi. Dato identico a Bologna dove gli effetti della prescrizione si triplicano rispetto a oggi. Il sottosegretario azzurro Vitali bacchetta l´Anm «un potere dello Stato che assume un ruolo politico che non gli compete». Ma resta il messaggio: Castelli ha torto. Glielo dice anche Marvulli i cui dati non sono «a campione», ma reali.

Ma se lo scontro sui numeri va avanti, Forza Italia non si ferma ed è intenzionata ad approvare la Cirielli entro fine ottobre. L´ala folliniana dell´Udc non è d´accordo, ma gli uomini del Cavaliere ieri hanno cercato di accelerare i tempi e far proseguire già oggi il dibattito in aula con il voto sulle pregiudiziali e la richiesta di sospensiva dell´Unione. Un tentativo che sarebbe naufragato per l´incognita delle presenze, di solito assai risicate di giovedì. Dopo il voto sulla devolution è previsto il dibattito sulla Calabria e alle 17 il primo voto segreto sulla salva Previti avrebbe potuto riservare pessime sorprese.


Anna, Aida e le altre: Silvio playboy per ragion di Stato
Baci, regali e complimenti a bellissime, casalinghe e ministri, il premier lancia la strategia «rosa»
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera


Non lo sapessimo concentratissimo sul Bene del Paese, avremmo il dubbio che il Cavalier Caliente abbia la testa altrove. Da due giorni va a parare sempre lì. Prima ha fatto l'occhiolino su Anna Falchi: «Macché povero Ricucci, ha una cosa che tutti gli invidiamo!». Poi, per fare amicizia col petroliere rosso Chávez, ha composto il numero di Aida Yespica, la mora venezuelana de «L'isola dei famosi», e ha allungato il cellulare: «Hugo, un'ammiratrice ti vuol parlare».
Quindi ha riso con un gruppo di donne sulle tre «t» di Cremona: «torrazzo, tette, torrone». Per finire ha spiegato che votando contro le «quote rosa» elettorali i maschi hanno agito «per legittima difesa: alcuni deputati han fatto i calcoli: già rischiamo molto passando al proporzionale, se poi ogni tre di noi mettono una signora...».
Scherzava, si capisce. Sa che le sue belle glielo permettono. A un altro caverebbero la pelle. A lui perdonano tutto. D'aver fatto eleggere 13 donne su 168 deputati (7,7%), 5 su 75 senatori (6,6%) e 1 su 16 parlamentari a Strasburgo, percentuale umiliante rispetto alla media europea del 29,9%. Di averne portate al governo 8 su 98, pari a un 8,1%, ridicolo rispetto ai Paesi nordici o alla Spagna. Di non avere esercitato su questo tema quell'autorità che in certi casi, rogatorie o legge Cirami, ha fatto della destra italiana una falange compatta. Tutto perdonato.

Nessuno in Italia amoreggia e gioca con le donne come lui. Ogni occasione, le parole giuste. Ha davanti le casalinghe? «Anch'io sono stato un po' donnina di casa, quando studiavo ed ero un ragazzo di famiglia, buttavo giù la polvere e ogni tanto facevo la spesa. So quanta fatica ci vuole per lavorare a casa, per creare un clima di serenità quando il marito torna...». Inaugura la Messina- Palermo? «Ah, la Sicilia! Avete la storia, il sole, un'ambiente straordinario, testimonianze di un passato glorioso... E poi, ragazze così belle!». Si lagna per la lentezza del Parlamento? I senatori tirano in lungo l'iter delle leggi perché devono dimostrare ai figli e alla moglie che non vanno a Roma solo perché hanno l'amante. Però sopra i 400 chilometri l'amante non conta. Come si dice a Napoli, «'A commare nun è peccato». Taglia il nastro al «Costa Smeralda»? «Ah, l'aereoporto di Olbia! Splendido! Rasenta il lusso. E poi, bellissime ragazze che fanno la felicità dei passeggeri maschi in arrivo e in partenza!».

Vuole spiegare perché il Polo si è incaponito sulla legge sul legittimo sospetto? «È un diritto dei cittadini rivolgersi alla Cassazione se l'atmosfera non fa presagire che ci sia un giudizio imparziale. Magari qualcuno ha fregato la fidanzata al presidente del tribunale. A noi succede: siamo tombeur de femmes. Mai di un amico. Però, di un magistrato, è decente...». Tira la volata alla Colli? «Votate l'Ombretta: è brava, l'è una bela tusa e canta bene». Prende la parola alla Fao sulla fame? «Un saluto a tutti voi, in particolare alle belle delegate! ».
Quella volta, a dire il vero, alcune straniere si scandalizzarono: non era il caso, visto il tema. Lui ha tirato diritto. Offrendo il meglio nei rapporti internazionali. Va a Wall Street per incontrare i businessmen e ammicca: «Un altro motivo per investire in Italia è che oltre al bel tempo e alla bellezza del Paese, abbiamo anche bellissime segretarie». Va in Romania, spiega che ha avuto una fidanzata romena e sorride: «A me i capelli sono caduti per le troppe fidanzate».

Ogni tanto, c'è chi sbarra gli occhi. Come fece con Tarja Halonen, quando lui se ne uscì: «Per portare l'authority alimentare a Parma ho rispolverato le mie doti di playboy col presidente finlandese ». Helsinky s'indignò, convocò l'ambasciatore, piantò un casino. Lui sospirò: «C'è una generale mancanza di umorismo ». Lo stesso mancante al cronista del Kommersant che descrisse la visita allo stabilimento Merloni di Lipetsk: «Il premier italiano era particolarmente attivo. Era chiaro che aveva un obiettivo. Ha detto a Putin: "Voglio baciare la lavoratrice più brava e più bella". Aveva già individuato la sua vittima. Si è avvicinato a una donna grande come la Sardegna e con tutto il corpo ha fatto il gesto tipico dei teppisti negli androni bui dei cortili, quando importunano una ragazza che rincasa. Lei s'è scansata ma Berlusconi in passato deve aver fatto esperienza con donne più rapide di questa: con due salti ha raggiunto la ragazza e ha iniziato spudoratamente a baciarla in faccia». Dura la vita, a tirar su il prestigio mondiale dell'Italia...


Quanta paura per uno show
Curzio Maltese su
la Repubblica

Nell´imprevedibilità del personaggio, nulla era più scontato della sfida di Adriano Celentano alle censure della Rai berlusconiana. Non certo per passione politica o civica, cose lontanissime da lui, ma per il puro istinto di far spettacolo, il "re degli ignoranti" s´è messo in testa infatti d´invitare al suo show tutta la televisione proibita in questi anni.
A cominciare da Michele Santoro. Da anni tanti l´annunciano, Celentano ha il coraggio di farlo perché è Celentano, punto e basta. Altrettanto se non ancora più scontata è la reazione scomposta, drammatica, disperata della corte politica di Berlusconi. Proclami, pressioni, interpellanze, furibonde proteste hanno trasformato la lista degli ospiti di un varietà del giovedì in una frontiera estrema della battaglia politica, in un terreno di violenta colluttazione ideologica. Sarà penoso spiegare anche questo oltre la fatidica soglia di Chiasso.
Per impedire l´affronto al regimetto televisivo, la destra ha tirato in ballo l´Europa intera e il ruolo di parlamentare di Strasburgo di Michele Santoro. Santoro ha risposto dimettendosi per andare da Celentano. Benigni ha subito promesso che farà uno show tutto suo per invitare Berlusconi e costringerlo così a dimettersi una buona volta. La destra, che non ha spiccato senso dell´umorismo, ha comunque insistito a dire che Santoro rimane un politico e così via.
La replica di Celentano ancora non c´è ma se lo si conosce un poco è facile immaginarla. Se provano a impedirgli di portare in trasmissione Santoro, il molleggiato rilancerà invitando anche Beppe Grillo e i Guzzanti, dopo essersi fregato le mani per la pubblicità. Nei giorni scorsi era questa la voce sussurrata nei corridoi della Rai, in mezzo a scene di panico dei dirigenti. Che fare? Il direttore di Raiuno, Fabrizio Del Noce, pensa di auto sospendersi dalla carica per la durata della trasmissione e quindi, nella circostanza specifica, anche di auto sospendere l´uso del cervello.

Il gesto da paese dei campanelli del direttore di Raiuno è tuttavia rivelatore dei tormenti del centrodestra. A un altro avrebbero chiuso lo show senza tanti complimenti ma qui come si fa? Si può in Italia, perfino nell´Italia berlusconiana, oscurare Adriano Celentano, mettendo magari in giro la voce ch´era un comunista? Ecco il dilemma politico che scuote e tormenta oggi la maggioranza.
Perché censurare la tv pubblica in questi anni è stato in fondo facile. Qualche girotondo, mezza rivolta dell´opposizione, sedata con la ridistribuzione dei pani e dei pesci nel nuovo Cda. Il resto è stato silenzio. I giornalisti Rai erano fin contenti di avere un padrone certo, assoluto e prevedibile nei desideri. I telegiornali si sono trasformati senza resistenza in cinegiornali d´epoca e ormai nessuno si scandalizza se quattro milioni e mezzo di cittadini alle primarie, fatto unico nel mondo, scivolano in terza notizia. Ma poi arriva un Celentano a gridare "il re è nudo" e il castello frana come gli scenari di cartapesta finto classici cari al presidente del consiglio. E il bello è che Celentano non coltiva nessuna intenzione. Lo fa soltanto perché non lo fa nessun altro, come quando portava le scarpe bicolori o le bretelle arancione boom.

Il nostro modesto suggerimento è di portare in Parlamento una legge che, senza nominare direttamente Celentano, impedisca l´accesso alla tv pubblica di cantanti che hanno compiuto una certa età, vestono e parlano in un certo modo. Nel mucchio delle leggi ad personam, forse non si noterebbe tanto.


«Il Vangelo secondo Precario», il cinema si accorge del lavoro atipico
sommari de
l'Unità

Quattro storie di ordinaria flessibilità su cui vigila dall'alto dei cieli Sandro Precario, un pugile morto per sbaglio a cui San Pietro ha delegato l'archiviazione delle preghiere dei precari che continuamente giungono dalla terra. È il «Il Vangelo secondo Precario», primo film italiano sul mondo del precariato lavorativo. Dopo l'anteprima, giovedì 20, dal prossimo lunedì il film uscirà in 150 sale e circoli in tutta Italia.


All'inferno con me
apertura de
il Manifesto

Si dichiara innocente, sfida il tribunale, viene alle mani con i secondini: Saddam Hussein va alla sbarra per la strage di sciiti di Dujail. Era l'82, guerra Iran-Iraq, il rais era alleato degli Usa. I testimoni impauriti non si presentano Altro processo in Spagna: un giudice spicca mandati di cattura internazionali contro i tre carristi Usa che spararono sull'hotel Palestine, uccidendo il cameraman Jose Couso. Rapito a Baghdad inviato del Guardian


«Sparò un'arma sola». E i periti si dividono
I consulenti della procura rifiutano nuovi esami tecnici: «Nell'auto frammenti di proiettili sparati da un'unica mitragliatrice». Ma gli esperti balistici nominati da Rosa Calipari e Giuliana Sgrena non sottoscrivono le conclusioni. La parola ai magistrati
Sara Menafra su
il Manifestodel 19.10

E' rottura tra i consulenti incaricati di ricostruire la dinamica dell'omicidio di Nicola Calipari, ucciso dagli americani il 4 marzo scorso mentre portava Giuliana Sgrena all'aeroporto di Baghdad. I consulenti di parte - Domenico Compagnini, nominato dall'inviata del manifesto e Pietro Benedetti indicato dalla vedova Calipari - hanno fatto sapere che non firmeranno le conclusioni dei periti dalla procura di Roma, tra i quali c'è un funzionario della scientifica e un ufficiale del Ros dei carabinieri. E' la conseguenza inevitabile della rottura avvenuta il 15 settembre, quando gli esperti di parte e quelli della procura ruppero su un punto fondamentale: il numero di armi - e quindi di militari Usa - che hanno sparato contro l'automobile degli italiani. Sulla base dell'analisi dei frammenti di proiettile rinvenuti nell'aulo, i primi sostengono da mesi che ad aprire il fuoco sono state due armi di calibro diverso. Probabilmente la mitragliera del blindato fermo al lato della strada da cui ha sparato il soldato Mario Lozano (calibro 7,62, quella che ha ucciso Calipari) e un fucile mitragliatore impugnato da un uomo a terra (probabilmente un 5,56). Non è un dettaglio irrilevante: sul fatto che a sparare sia stato solo un solo soldato gli americani hanno basato tutta la loro inchiesta interna. Se salta questo paletto salta anche tutta la retorica del giovane spaventato dalla velocità dell'auto. E proprio sulla velocità, peraltro, i periti del tribunale convergono su valutazioni in contrasto con l'indagine militare Usa: l'auto non superava i 70 km/h contro le 55 miglia orarie (88 km/h) indicate nel rapporto conclusivo americano che non fu accettato dai delegati del governo italiano.



L´Europa che lascio e quella che sogno
Gerhard Schroeder su
la Repubblica

CHI CERCHI un luogo adatto per riflettere sul futuro dell´Europa dovrebbe avventurarsi sul Bund, il famoso lungofiume di Shanghai, e da lì lasciar vagare lo sguardo sullo straordinario skyline della città. Shanghai e la sua architettura futuristica incarnano l´enorme dinamismo economico e sociale che si è impadronito della Cina e dell´Asia, e che dovrebbe far meditare noi europei. La potenza economica emergente dell´Asia offre opportunità che dovremmo cogliere. E tuttavia l´equilibrio mondiale delle nostre società rischia di esserne scosso.
Siamo testimoni di sviluppi economici, tecnologici e sociali che ridisegneranno l´ordine mondiale. L´aspra concorrenza per i mercati, per le risorse e per le nuove tecnologie renderà sempre più arduo per i Paesi europei ad alto salario garantire il finanziamento dei sistemi di sicurezza sociale. Le società europee stanno vivendo un drammatico processo di invecchiamento e calo della popolazione. In meno di un decennio, la Scandinavia avrà meno abitanti di Shanghai.
A questi cambiamenti radicali dobbiamo contrapporre una politica intelligente. In Germania con l´agenda 2010 si è riusciti ad avviare le riforme necessarie ad assicurare la concorrenzialità del nostro Paese, e a creare una base solida al nostro sistema di sicurezza sociale.
Eppure, noi tedeschi non dobbiamo cedere all´illusione che tutto sia nelle nostre mani. A fronte delle dimensioni del cambiamento che si profila, noi europei dobbiamo operare insieme affinché l´ordine globale del Ventunesimo secolo si fondi sui principi che fin dall´Umanesimo e dall´Illuminismo si associano al nostro continente: rispetto della dignità del singolo individuo, libertà, stato di diritto, democrazia, giustizia e tolleranza sociale.

Noi in Europa ci troviamo di fronte ad un interrogativo fondamentale. Il mercato e le relative istanze di una sempre più estesa liberalizzazione devono diventare il criterio ultimo per l´azione politica? Oppure noi europei restiamo fedeli alla convinzione che la politica persegue l´obiettivo sancito dal punto di vista normativo di impostare la nostra realtà di vita sulla responsabilità sociale? Su questo punto non possono esistere ambiguità.
La gente è pronta a rischiare l´iniziativa privata ma non vuole la destatalizzazione totale. Non serve rammentare New Orleans per capirlo. La gente in Europa non vuole e non può privatizzare completamente il rischio, ma vuole uno Stato che, in parole povere, non gli stia davanti al naso, ma a fianco. Sono queste le aspettative cui ci orienteremo noi in Europa.
Che finora questo obiettivo non sia stato raggiunto lo dimostra l´esito dei referendum sulla costituzione europea in Francia e in Olanda. La Ue è entrata così in una grave crisi. È giunto il tempo di un dibattito di principio sugli obiettivi e i compiti della politica europea e della sua dimensione sociale.
Non si tratta di reinventare l´Unione europea. Il progetto Europa è nato negli Anni Cinquanta del secolo scorso per superare l´antagonismo delle nazioni nel cuore dell´Europa, in particolare l´inimicizia fra la Francia e la Germania. Inoltre, l´Unione avrebbe dovuto contribuire a creare le condizioni basilari per la ricostruzione economica del continente dopo le devastazioni causate dalla Seconda guerra mondiale. Entrambi gli obiettivi sono stati raggiunti. E con l´adesione di dieci nuovi Stati membri nel maggio 2004 abbiamo superato la divisione del continente una volta per tutte.
La decisione di entrare in un negoziato con la Turchia per la sua adesione alla Ue ha dato un´ulteriore dimensione di fondamentale importanza geostrategica alla promessa di pace e stabilità fatta dall´Europa. Niente ha dato tanto slancio alle forze riformiste in Turchia quanto la prospettiva di una futura appartenenza del paese alla Ue: non soltanto produrrà un cambiamento profondo della Turchia stessa, ma avrà anche ripercussioni sui Paesi confinanti e contribuirà a istituire un nuovo dialogo tra Occidente ed Oriente ispirato ai principi dell´Illuminismo.
Rimane la domanda se la Ue sia istituzionalmente preparata ad una tale adesione della Turchia. E prima ancora: le strutture decisionali comunitarie sono riuscite a metabolizzare l´aumento degli Stati Membri a 25?

Chi parla dell´Europa con la gente, sa che sono ben pochi coloro che hanno un atteggiamento fondamentalmente contrario al progetto d´integrazione europea. La stragrande maggioranza, invece, attribuisce responsabilità all´Europa laddove si tratta delle grandi sfide per il futuro. Gli uomini e le donne vogliono che l´Europa rappresenti i propri interessi nella realizzazione del futuro ordine economico mondiale, vogliono che l´Europa parli nel mondo con una sola voce e che, ove necessario, ad esempio nei Balcani, si assuma anche una responsabilità di tipo militare. Non ho trovato nessuno che mettesse in dubbio il ruolo dell´Europa nella lotta contro il terrorismo, la criminalità organizzata o il traffico di esseri umani. E tutti capiscono all´istante che potremo avvicinarci agli obiettivi di una tutela efficace del clima soltanto grazie ad uno sforzo europeo congiunto.

Abbiamo voglia e bisogno di un´Europa forte, capace di affrontare le sfide e i cambiamenti radicali del nostro tempo. I presupposti sono buoni. Mi auguro che, fra una generazione, quando dei giovani cinesi, indiani o anche americani verranno in Europa, troveranno un continente nel quale libertà, democrazia, forza economica e coesione sociale si fondono in una sintesi valida per il futuro, che possa rappresentare un modello anche per altre regioni della terra.
Copyright Die Zeit - la Repubblica
(traduzione di Franziska Dörr e Emilia Benghi)



«La guerra agli indiani? Fu giusta e portò ordine»
Fa discutere il libro del giornalista. «La conquista del West come l'Iraq».
Secondo Kaplan i pellerossa vivevano nell'anarchia.

Ennio Caretto sul
Corriere della Sera

WASHINGTON — «Siamo dei dannati spartani, guerrieri con la laurea. Dio ci ha mandati qui perché siamo cristiani. Guardati attorno: è polvere, paura, privazione, come nei territori pellerossa (Injun country). Ma è il culmine della nostra vita».
Così dice a Robert Kaplan, uno dei più celebri giornalisti americani, il maggiore delle forze armate Usa Kevin Holiday in Iraq. « Injun country » è il nome dato al selvaggio West dalle mitiche Giubbe blu un secolo e mezzo fa, e le parole del maggiore Holiday avrebbe potuto pronunciarle l'attore John Wayne in un film western di John Ford. Ma dalla guerra del Vietnam, i soldati americani usano questa espressione per ogni Paese o zona ostile, dai monti afghani ai deserti iracheni alle giungle colombiane alle isole Filippine.
« Jnjun country » è il titolo del capitolo iniziale di « Imperial grunts: the American military on the ground », il discusso ultimo libro di Kaplan, l'inviato della rivista Atlantic Monthly, autore di «Gli spettri dei Balcani», un lavoro che fu molto apprezzato dall'ex presidente americano Bill Clinton. Ed è la chiave di lettura del libro, di cui il Corriere della Sera ha già pubblicato il mese scorso un estratto. Un capitolo controverso, dove il giornalista giustifica la sanguinosa conquista del West, la sua colonizzazione e la sottomissione degli indiani, da qualche storico equiparate oggi al genocidio. Per motivi di sicurezza e di stabilità, sostiene Kaplan, l'America agli albori e in rapida espansione dovette imporre l'ordine nei territori pellerossa «in preda a guerre etniche e a lotte intestine sulle risorse naturali» ed esposti a incursioni di bande armate.
L'imperialismo è una forma di isolazionismo, dichiara l'autore «in cui la necessità assoluta dell'ordine porta alla conquista del mondo e ne desta l'avversione». E cita la Repubblica di Venezia «la cui invasione della Dalmazia incominciò come una spedizione contro i pirati, e che più tardi occupò l'Egeo per difendersi dalla Turchia», nonché l'antica Roma, che spostò sempre avanti i propri confini. Per Kaplan, l'America fece esattamente la stessa cosa nel West, il suo primo impero.
Nell'Ottocento «una cavalleria di volontari sconfisse una panoplia di guerriglieri mobili, composta da diverse tribù indiane, che operavano al di là del fiume Mississippi» e costituivano un pericolo continuo. Fu «uno scontro analogo a quello delle nostre forze oggi con le milizie religiose in Asia e Africa».



Dare un futuro al passato: muore Jean-Michel Folon
sommari de
l'Unità

Folon - preventive peace
  
Donner un futur au passé, dare un futuro al passato. Jean-Michel Folon lo scrive nel Viale dei Pensieri della grande antologica che Firenze gli ha appena dedicato. Una mostra che è stata anche il coronamento di una storia artistica ed umana che si è conclusa giovedì 20 ottobre. Il pittore, scultore, illustratore belga, è morto a Monaco a seguito di una leucemia. Sua anche l'immagine della campagna Uniti nell'Ulivo per le elezioni del 2001.


  20 ottobre 2005