«In questo modo si sprecano 150 milioni di euro», replica il Professore e ricorda che a proporre inizialmente l'accorpamento fu proprio il Premier: «Vorrà dire che ha cambiato idea». Anche Francesco Rutelli reagisce: «Ma non dovevamo risparmiare?». Il Presidente dei Ds Massimo D'Alema accusa Berlusconi di dire di no «ogni volta che c'è una proposta utile per il paese». Berlusconi sostiene di essersi detto a favore del voto nello stesso giorno solo per le elezioni locali, non per quelle nazionali. Ma anche nella Cdl sono in molti a non essere convinti. Bruno Tabacci, dell'Udc, sottolinea che le elezioni comunali, ad esempio a Milano, non meritano di passare in secondo piano, quasi fossero quelle di «un condominio». Ma quella che pesa nella maggioranza è soprattutto la posizione di Gianfranco Fini, favorevole alla richiesta di election day : «Le amministrative si svolgono con il doppio turno, per cui mi sembra illogico chiamare tre volte gli italiani alle urne».
Silvio Berlusconi ha annunciato la sua decisione all'assemblea costituente del partito unitario, da dove ha lanciato la controffensiva del Governo, dopo il successo delle primarie del centrosinistra. Così si dice pronto a chiamare al voto i suoi elettori per le primarie sul programma e promette un'iniziativa di piazza per il 9 novembre, ricorrenza della caduta del muro di Berlino, «giorno della libertà» - sottolinea - istituito con una legge dello Stato dall'aprile 2005.
Il Presidente del Consiglio attacca banche e sindacati, accusati di essere una sorta di quinta colonna del centrosinistra: le prime con i loro amministratori delegati visti in fila per votare alle primarie dell'Unione; i secondi con le richieste sul Tfr e l'Inps tutte volte a poter gestire «montagne di soldi» non certo «per il bene comune».
Berlusconi scandisce tutti i passaggi politici che dovranno portare la Casa delle Libertà a vincere le elezioni; parla degli ultimi sondaggi che danno la maggioranza sotto «solo di tre punti» rispetto al centrosinistra; cita tra l'operato del Governo alcune iniziative che definisce «epocali», come il progetto per il ponte sullo Stretto, in un quadro economico che «non è proprio così negativo» come qualcuno vuol fare apparire; anzi dice di considerare l'Italia un paese ricco, con una produzione industriale che tira ed un reddito reale dei cittadini, camuffato purtroppo dal sommerso e dalla piaga dell'evasione. E torna ad addebitare il problema anche alle «speculazioni» sull'euro, moneta sopravvalutata rispetto alla lira, responsabilità che scarica nuovamente tutta sui governi dell'Ulivo.
Berlusconi accusa: le banche sono in mano alla sinistra. La sinistra replica indignata: magari.
Un buon imprevisto
Gabriele Polo su il Manifestodel 18.10
Si sono messi in fila, hanno riempito improbabili sezioni elettorali e traballanti urne di cartone. In tanti, tantissimi per una consultazione inedita. Persino allegri di potersi esprimere, sapendo che una scheda non cambia il mondo né la vita, ma un messaggio lo può lanciare. E che una coda a un seggio può essere comunque considerata una sorta di manifestazione, che non avrà i colori e i rumori di un corteo o una piazza, ma che è pur sempre un atto pubblico di partecipazione comune. Nessuno lo aveva preventivato - in queste dimensioni -, noi per primi, ma è stato un bell'imprevisto. Hanno scelto Romano Prodi - oltre le sue stesse aspettative -, votando contro Berlusconi e le sue leggi (non solo quelle ad personam), non ultima una truffaldina riforma elettorale che ieri ha ricevuto uno schiaffo di massa. Quasi un plebiscito a favore del candidato annunciato, per fargli coraggio contro l'orrore berlusconiano che subiscono da quattro anni e anche per difenderlo da manovre e manovrine che riempiono la quotidianità del ceto politico (Mastella è solo l'ultimo esempio di una lunga lista).
Le primarie dell'Unione, nate per risolvere equivoci tutti interni a una rappresentanza che ha il fiato corto e dare a Prodi un appiglio extraparlamentare, sono diventate un fatto politico. Ci dice chi dovrà sfidare il Cavaliere, ma anche un po' su cosa (le sue leggi da cancellare) e un pochino in che modo (dando voce alla società e ascoltandola).
Forse era inevitabile che le «ambigue primarie» del centrosinistra si risolvessero nell'incoronamento di Romano Prodi, riducendo al lumicino il peso di tutti gli altri, distanziando di gran lunga Bertinotti, il candidato che più di ogni altro ha lanciato i messaggi di merito più chiari. Ma ora che è accaduto, ora che il «chi» è definito, il professore deve stare molto attento a quel mandato pieno e ampio che ha incassato, deve trattarlo con cura, senza vestire i panni del condottiero indiscutibile. Non deve rispondere ai partiti che lo hanno sostenuto, ma a più di quattro milioni di persone. Quelle che hanno manifestato contro le guerre (preventive o umanitarie), contro l'abrogazione dell'articolo 18 dello statuto dei lavoratori e la cancellazione dei diritti sociali, contro la riduzione dell'informazione a merce servile e della giustizia a suddita di corte, contro il moderno schiavismo di Lampedusa e contro il neo-guelfismo del Vaticano che sembra fare il verso agli integralisti di altre parti del mondo. Ma anche contro l'abbandono a se stesse di intere zone del paese, sotto l'arbitrio dei nuovi poteri forti criminali, quelli che domenica hanno ammazzato davanti a un seggio il vice-presidente del consiglio regionale calabrese: non un episodio di cronaca nera, ma un omicidio che fa politica e la chiama in causa.
E' l'effetto schiuma, come lo chiamano i sociologi: uno stato improvviso d'effervescenza, qualcosa di non previsto che diventa di colpo visibile. I quasi quattro milioni di elettori delle primarie non sono solo gli antichi e fedeli elettori della sinistra che si mobilitano - le piazze d'Italia, come ha detto un commentatore del centrodestra - ma un fenomeno simile a quello che accade nella moda o nel costume quando improvvisamente si afferma un colore, un vestito, una tendenza, uno stile non programmato. L'infezione, come dimostra la paventata pandemia, o febbre aviaria, si trasmette in modo casuale.
Il contagio è sempre possibile e domenica lo si è visto.
Nessuna o quasi pubblicità, niente Sms, scarse e-mail, eppure quattro milioni di persone sono andate a farsi registrare, hanno versato un euro o più a testa, e hanno votato. Cosa significa? Che nella società italiana esistono degli effetti di retroazione, feedback che sfuggono alle previsioni dei sondaggisti e dei pubblicitari. Qualcosa su cui riflettere, al di là del significato politico del voto. La nostra società è infatti qualcosa di poroso e di lasco in cui la capacità di influire sulla vita degli altri è davvero una proprietà reciproca.
Nella nostra, permeata dalla moda e dalla pubblicità, non contano più le maggioranze silenziose, bensì, come hanno dimostrato la Lega e lo stesso Berlusconi, le minoranze rumorose. Sono loro che possono determinare i possibili punti di svolta, rovesciare la direzione di un avvenimento, innestare una serie di cambiamenti a catena. Esiste la «legge dei pochi» che in particolari condizioni, e in precisi contesti, decide per tutti. La moda coltiva in modo scientifico questo sistema attraverso figure professionali, consulenti che anticipano i mutamenti del gusto: vedono anzi tempo le canottiere sopra l'ombelico, i sandali della doccia, le calze tubolari in qualche quartiere di New York o di Pechino e le impongono agli altri. Hanno fiuto e intuito. Le primarie, volute da pochi - Arturo Parisi, in primis - sono diventate una vittoria di tanti, se non di molti. Succede. Silvio Berlusconi ha praticato per almeno due decenni la «legge dei pochi»: è stato lui il Grande Esperto che anticipa la Maggioranza ritardataria. Una cosa ci ha insegnato: tutti possono a vario titolo, se lo vogliono, perturbare la vita degli altri nel bene e nel male. Bisognerà tenerne conto.
Il popolo delle primarie
Edmondo Berselli la Repubblica
ADESSO converrebbe non fermarsi alla disputa nominalistica. Alla politologia bizantina sul partito democratico e viceversa sul partito riformista. Prima di sottilizzare sul sesso del centrosinistra futuro occorre prendere atto che domenica scorsa 4 milioni e 300 mila cittadini si sono iscritti in massa al partito dell´Unione. Chiunque si sia affacciato in un seggio delle primarie ha notato un´identificazione che prescindeva largamente dai singoli partiti e dai singoli candidati. Evidentemente ci voleva davvero uno strappo cognitivo, l´immagine sbalorditiva delle code ai seggi, la domenica festosa del popolo ulivista, per ricomporre l´immagine reale del centrosinistra, non deformata dai calcoli d´interesse dei partiti.
E per far capire che quel popolo stava di nuovo cercando casa, dopo avere assistito alla demolizione della lista unitaria.
Sono dieci anni che dietro alcune vittorie elettorali e qualche disastro politico del centrosinistra aleggia l´idea del partito democratico, "all´americana". I nomi non hanno troppa importanza: poteva trattarsi dell´Ulivo "mondiale", con cui Romano Prodi e Walter Veltroni avevano pensato di ancorare il nostro paese al ciclo clintoniano; ma era anche il "partito riformista" teorizzato da Michele Salvati come embrione e motore di una gestione moderna del capitalismo avanzato. Era l´Ulivo, il simbolo inventato da Arturo Parisi, reduce dalla sua esperienza nei primi anni Novanta al Bowdoin College, nella convinzione che anche la politica italiana in futuro avrebbe ricalcato lo schema bipartitico americano.
La prima ragione deriva dalla consapevolezza che la Repubblica "dei partiti" (secondo la celebre definizione di Pietro Scoppola) è fallita nel 1992, anno di Tangentopoli. Da quel momento in poi la società italiana ha compiuto una traversata fra le macerie, fra partiti disintegrati, che mutavano nome e identità, mentre il sistema maggioritario faceva sentire il suo effetto divaricatore. Dopo di allora, richiamarsi alle famiglie politiche tradizionali ha avuto un senso più che altro culturale: ma non è detto che quelle culture dovessero restare incamiciate dentro apparati politici specifici.
Portatori gelosi di identità e memorie politiche particolari, come Francesco Cossiga, hanno sempre considerato i progetti ulivisti come uno stravolgimento di radici culturali e storiche: tutt´al più, in questa interpretazione, si poteva pensare a un´alleanza negoziale e programmatica fra il cattolicesimo democratico e la tradizione socialista; ma senza "fumisterie" unioniste, senza "truffe" prodiane. Era una posizione non infondata guardando alla storia del Novecento, ma che tendeva a ignorare, per ciò che riguarda l´Italia, il grippaggio del sistema dei primi anni Novanta e la morte o trasformazione dei partiti maggiori: Dc e Psi si sono frantumati, mentre il Pci è uscito dall´alone comunista senza per questo scegliere fin da subito un esplicito e coerente orientamento socialdemocratico.
Dottor Faust a Bankitalia
Alberto Statera su la Repubblica
QUELLE che Guido Carli amava chiamare le «seduzioni economiche di Faust» si sono quasi materializzate ieri nell´aula del Senato in cui il suo tardo successore Antonio Fazio ha tenuto una soporifera ma furbetta audizione, dinanzi a un manipolo di fazisti.
Nel caso del governatore dimezzato, ad operare la seduzione non è stato il Maligno, ma la Finanziaria del suo nemico (ex?) Giulio Tremonti, nella quale, contrariamente a quella dell´anno precedente di Domenico Siniscalco, che ha fallito, egli coglie «delle luci».
Non i bagliori dell´inferno - come potrebbe il massimo ermeneuta vivente di San Tommaso - ma «obiettivi su cui siamo d´accordo», lo sforzo di «sostegno all´economia e di rilancio dello sviluppo», la conciliazione «tra riequilibrio dei conti e rilancio dell´economia», un´«ampiezza e un´incisività» dovute «alla ferma volontà politica del governo e del Parlamento». Insomma, pur con qualche inevitabile pecca, forse la miglior Finanziaria dai tempi in cui il governatore, agli albori del governo Berlusconi, si diceva fiducioso in un nuovo miracolo economico.
Dito indice alzato, delucidazioni didascaliche su dettagli già ben noti agli studenti dei primi corsi di ragioneria, invito ripetuto agli astanti a stare attenti, il governatore, come un immortale Faust, è apparso alquanto in forma, nel suo panciotto da banchiere old style. Ha persino riso rumorosamente per tre volte, quando ha sfiorato, pur da miglia di distanza, le questioni per le quali è sotto accusa.
Un risolino meno esplicito gli è scappato anche, quando, rivolto alla platea di parlamentari, ha concesso bonario: «Mi farete una domanda, vi anticipo la risposta». Per la verità, dire che siano venute domande che meritassero risposte è un po´ ardito.
L´aula era semivuota - sorda e grigia - dopo l´abbandono dei parlamentari del centrosinistra e le modeste truppe cammellate faziste del senatore Luigi Grillo erano un po´ raffazzonate. Comunque, avevano l´ordine di non fare domande, ma di esprimere solidarietà al governatore proditoriamente attaccato dagli sciocchi aventiniani unionisti.
Ma se l´aspetto esteriore del governatore era pseudo-faustiano, accentuato da quell´accento ciociaro usato quasi come un vezzo, il suono delle sue parole è apparso quello di un uomo costretto a pagare prezzi salati, persino al suo nemico Tremonti, che non più tardi di pochi giorni fa l´ha pubblicamente sbeffeggiato a Washington, per poter resistere a oltranza sulla sua poltrona di palazzo Koch. Il plotoncino di Grillo non aveva più davanti l´indiscutibile autorità morale, il tecnocrate superpartes, l´originale cattolico un po´ monetarista e un po´ solidarista inventore di modelli econometrici. Aveva di fronte uno che, come loro, deve molto a qualcuno, a chi fino in fondo è riuscito a rispettare l´accordo dello Sciacchetrà, dal nome del vino che servirono a Palazzo Chigi quando il governatore decise con Berlusconi la difesa dell´italianità delle banche e chissà che altro.
L´ulteriore debito è con la Lega e non poteva essere onorato con parole più flautate per Bossi: il decentramento territoriale «può contribuire all´indispensabile recupero di efficienza nel settore pubblico». Santificata la devolution, sarà un po´ più difficile per Fazio difendere l´operazione Credieuronord, la banca della Lega fallita fatta salvare da Fiorani, la cui vicenda trascolora ormai nella criminalità comune, da quando la procura milanese ha scoperto che tramite gli sportelli leghisti venivano riciclati i miliardi sottratti al Tribunale fallimentare.
Il governatore ha concluso tranquillo alla buvette col manipolo di fazisti la sua passeggiata parlamentare e in serata si è preso il grazie di Berlusconi. E´ stata giusta, allora, la scelta aventiniana del centrosinistra, di fronte alla prima occasione che capitava per chiedere conto non solo di Credieuronord, ma di Fiorani, di Gnutti, di Ricucci e soci? Le domande vere non avrebbero potuto finalmente incrinare la sua indomabile alterigia intellettuale?
Ha chiosato il senatore Luigi Zanda: «Abbiamo voluto lasciare nell´intimità il governatore e i suoi cari».
Fortugno, Berlusconi se ne lava le mani: «Ho mandato Pisanu. Cosa fare di più?»
sommari de l'Unità
«Non siete soli», ha detto Ciampi ai calabresi. E un'intera regione si mobilita. Insieme agli studenti anche il corteo silenzioso di medici, infermieri e del personale dell'ospedale di Locri in cui Fortugno era primario. Proprio a Locri, nel pomeriggio, i funerali. La vedova accusa: «Da Berlusconi neanche una parola». La replica stizzita: «Ho inviato un messaggio del governo, il ministro Pisanu è andato fisicamente a Reggio Calabria. Il governo cosa deve fare di più?».
Saddam è entrato in aula sorridente e spavaldo, si è rifiutato di dare le proprie generalità. E ne è uscito dopo aver strattonato le guardie che volevano portarlo fuori come un prigioniero. Accusato di crimini contro l'umanità e del massacro di 143 sciiti, tra cui il fratello del premier Jaafari, del villaggio di Dujail nell'82, l'ex rais ha detto di non riconoscere il tribunale speciale né la legge che lo giudicherà. Il processo accende gli animi degli iracheni, degli sciiti e dei curdi vittime dei massacri e delle persecuzioni e dei sunniti di Tikrit che lo difendono. «La sentenza è già scritta», sostiene l'avvocato del dittatore Dulaimi. Il procedimento slitta ora al 28 novembre.
Il processo in diretta tv per sfatare il mito Saddam
Bernardo Valli su la Repubblica
BAGDAD - C´È CHI lo vorrebbe impiccato, fucilato, insomma cancellato dalla faccia della terra. Perché fin che respira, sia pure nel fondo di una prigione, fisicamente isolato dal mondo, costituisce un pericolo. È il sentimento di non pochi iracheni. I quali non pensano a un fantasma capace di esercitare la sua influenza attraverso le mura di un carcere, ma al sessantottenne Saddam Hussein in carne ed ossa che oggi comparirà davanti a un tribunale di cinque giudici, dei quali non è stata rivelata l´identità nel timore vengano presi di mira, con le loro famiglie, da guerriglieri e terroristi che considerano l´accusato ancora il loro raìs. E sperano di rivederlo un giorno al potere. Se Saddam si dissolvesse nel nulla anche il miraggio cui guarda l´insurrezione armata, svanirebbe.
È quel che immaginano molti iracheni affamati di pace.
Insieme all´illusione di un possibile ritorno del raìs sanguinario si spegnerebbe la violenza. Nelle leggende muore il mostro e finiscono i suoi malefici. Qui, scomparso Saddam, dovrebbe finire la guerra civile e ritornare la pace.
Tutto questo assomiglia a un sogno. La realtà è un´altra.
Saddam è un incubo e un simbolo. Guerriglia e terrorismo hanno radici concrete, indipendenti da lui. Eppure il processo di stamane ha come obiettivo anche di influenzare i fantasiosi pensieri di non pochi iracheni. In un certo senso ha a che fare con l´esorcismo. Durerà, sembra, poche ore. Il tempo di leggere i capi d´accusa.
Quelli riguardanti uno dei primi grandi misfatti, in ordine cronologico, di Saddam (il massacro nel villaggio sciita di Dujail nel 1982, con 143 morti). Un semplice assaggio, nell´attesa di giudicare una serie di altri crimini, assai più gravi, per i quali saranno necessari almeno dodici processi, da istruire con quintali di documenti. Sarà insomma un preludio, con un rinvio a dicembre per dar tempo ai difensori di conoscere gli atti processuali.
L´udienza isolata, trasmessa in diretta alla televisione, in un momento politico e militare cruciale, ha un obiettivo preciso: mostrare l´ex raìs prigioniero, inoffensivo, sottoposto a giudizio, come un criminale comune. Un raìs sconfitto, messo davanti alle sue colpe. Dissacrato ma in vita, come non capita mai da queste parti, dove i raìs esautorati finiscono subito sotto terra. Un raìs umiliato.
E questo proprio mentre il Paese aspetta il risultato del referendum che farà formalmente dell´Iraq «uno stato federale democratico». E´ come dire che la storia volta pagina. Si fa giustizia dell´uomo che incarna il terribile passato e comincia una nuova epoca.
Il messaggio è chiaro: il destino di Saddam Hussein anticipa, annuncia quello dell´insurrezione armata che si richiama a lui. Per questo il governo ha stretto i tempi, ha convinto i supervisori americani riluttanti (che assicurano la custodia dell´imputato) ad anticiparli.
Giustizia va fatta. Non c´è dubbio. Una giustizia internazionale sarebbe stato più opportuna. Ma gli stessi americani non riconoscono il Tribunale penale internazionale dell´Onu. Quindi sarà la giustizia dei vincitori. L´insurrezione armata, espressione dei vinti che non accettano la sconfitta, considera il processo alla stregua di un´offensiva, nel quadro della guerra civile.
Oltre alla guerriglia sunnita, per la quale l´ex raìs resta un punto di riferimento, Saddam serve a molti, nelle tribolazione quotidiane, come un termine di paragone. Quando chiedo come vanno le cose a un iracheno, un autista, un impiegato in un ufficio viaggi, un interprete, un cameriere, un giornalista, la risposta è spesso: «Si stava meglio ai tempi di Saddam». Replico che allora non c´era libertà: né di parola, né di stampa, né di obiettare a una qualsiasi decisione del regime. Era la morte. La risposta non cambia. La si può riassumere così: «Adesso non c´è spesso la libertà di campare».
E´ quasi una sentenza. Ed è severa per chi occupa il paese militarmente da due anni e mezzo e per chi cerca di governarlo. La stragrande maggioranza non ha nostalgia del passato, né rimpiange la persona di Saddam. Senz´altro non lo rimpiangono gli sciiti e i curdi, che ne furono le principali vittime. E in quanto ai sunniti, se sono in molti ad esaltarlo è anzitutto perché ai suoi tempi loro erano la classe dominante, nell´amministrazione, nell´esercito e nel partito onnipotente.
E tutti gli abitanti di Bagdad possono essere sorpresi dall´esplosione di un´autobomba o capitare nel mezzo di uno scontro a fuoco. La città è in una condizione di semiabbandono. Ci si imbatte in montagne di immondizie. In alcuni quartieri rendono ancora più difficile il traffico già complicato dai muri di cemento armato eretti a protezione degli edifici pubblici. L´apparizione di pattuglie blindate americane fa salire l´adrenalina, perché sono al tempo stesso un obiettivo dei terroristi e una fonte di grande pericolo. I marines hanno il grilletto facile.
Quando gli iracheni dicono che «le cose vanno peggio di quando c´era Saddam» si riferiscono a questa situazione.
Far giustizia di Saddam è un dovere sacrosanto. Ma l´ex raìs viene esibito come un trofeo di guerra proprio in un momento in cui non c´è motivo alcuno per trionfare.
Formalmente le istituzioni democratiche vengono via via promosse, ma al tempo stesso l´insurrezione armata si rafforza. E lo scontento nel Paese cresce, a sostenerlo sono i rapporti dei servizi di informazione americani. I quali sono concordi nel prevedere una maggiore intensità di attentati e azioni di guerriglia. I tempi si allungano.
Invece di delinearsi, la prospettiva di ridurre progressivamente la presenza americana sembra allontanarsi. Il Pentagono dice che le forze militari irachene compiono progressi, ma non sono in grado di contenere l´insurrezione da sole. Lo saranno forse nel 2007, se riusciranno a impegnare, a mettere sul terreno, almeno 325 mila uomini.
Mesi orsono si pensava che con un effettivo di 270 mila ce l´avrebbero fatta nel 2006. Il tutto è aumentato del 20 per cento e allungato di un anno. Saddam alla sbarra è per gli uni l´attesa punizione di un despota e di un nemico, per gli altri un nuovo capitolo della guerra civile. Una giustizia semplice, lineare, sarebbe preferibile.
Allarme Fao: Africa ad alto rischio di contagio
S.Bio. su Il Sole 24 Ore
L'Africa duramente colpita dalla grave piaga dell'Aids rischia di cadere vittima anche dell'influenza aviaria. L'allarme arriva dalla Fao. secondo l'organizzazione internazionale sia la Romania sia la Turchia hanno reagito con prontezza ai recenti focolai e presto questi paesi dovrebbero essere in grado di contenere il virus. Tuttavia le nostre preoccupazioni maggiori sono per la potenziale diffusione del virus nella parte settentrionale ed orientale dell'Africa», ha detto Joseph Domenech, Veterinario Capo della Fao. «C'è il serio rischio che questa possibilitá possa diventare realtà» dal momento che se «il Medio Oriente ed i paesi nord-africani dovrebbero essere in grado di porre una barriera di difesa contro l'influenza aviaria», c'è invece grande preoccupazione per «la
situazione in Africa orientale, dove i servizi veterinari potrebbero avere più difficoltà a svolgere efficaci campagne di contenimento basate sull'abbattimento degli animali infetti e sulle vaccinazioni»
Intanto arrivano novità anche dal fronte della produzione del farmaco Tamiflu. La società svizzera produttrice dell'antivirale Roche ha fatto sapere che sta considerando di produrre a Taiwan una versione generica del farmaco.
«Il fatto che abbiamo l'influenza aviaria in Europa non comporta la possibilità di una pandemia di influenza aviaria». Lo ha detto il capo della Sanità dell'Unione Europea, il commissario Markos Kyprianou, precisando che la presenza dell'influenza aviaria nell'Europa sudorientale non accresce il rischio di una pandemia di influenza umana.
La casa farmaceutica Roche , sotto pressione per aumentare la produzione del suo agente antivirale Tamiflu, ha detto che sta valutando di affidare la licenza ad altre società per produrre il farmaco.
Nei Paesi della Ue si sta registrando una corsa al farmaco con l'accrescersi dell'allarme. Il segretario britannico agli Esteri Jack Straw, che presiede il vertice Ue, ha detto che lo scopo principale è rassicurare i cittadini che si sta assumendo ogni possibile precauzione per impedire che l'epidemia di febbre aviaria si trasformi in una pandemia che potrebbe uccidere gli esseri umani.
Finora non si sono registrati casi di contagio di esseri umani in Europa. L'Organizzazione mondiale della Sanità ha espresso la paura che l'allarme in Europa possa distrarre l'attenzione dalla reale area di pericolo, che è il Sudest asiatico, dove sono morte più di 60 persone dal 2003.
Continua intanto la caccia al volatile in Romania, dove i casi di pennuti affetti da influenza aviaria sono in aumento. Alcuni cigni e un'anatra sono risultati positivi ai test degli anticorpi del virus, a circa 10km dal confine con l'Ucraina.
Secondo gli esperti, il virus è stato introdotto in Russia probabilmente dagli uccelli migratori provenienti dalle frontiere con la Cina. Proprio per questo motivo il vicepresidente della Commissione europea Franco Frattini non ha escluso la possibilità di sospensione della caccia nel territorio dell'Unione. Intanto il ministro della Sanità tedesco, Ulla Schmidt, ha comunicato che un prototipo di vaccino contro l'influenza aviaria sta per essere messo a punto da un'equipe di ricercatori in Germania. Per realizzare il vaccino (che dovrebbe essere pronto per la fine dell'anno) il governo di Berlino ha stanziato 20 milioni di euro.
LINK UTILI su Il Sole 24 Ore http://www.ilsole24ore.com/fc?cmd=art&codid=20.0.1478911191&chId=30&artType=Articolo&DocRulesView=Libero
- In Italia via ai controlli sugli allevamenti rurali
- Le raccomandazioni dell'Oms
- Ticket obbligatorio per il pollame
- Task force in campo per i controlli
- Rischio pandemia: un disastro per l'economia globale
Dalla Cina all'Iran, la censura ai tempi del web
Valentina Petrini su l'Unità
Provate ad andare in Cina e a cercare su internet informazioni su Taiwan o sui monaci tibetani. Poi, invece, raggiungete l'Iran o l'Arabia Saudita, o, perché no, un paese occidentalizzato come la Tunisia e provate a leggere le notizie sul web sgradite al governo. È probabile che non riuscirete a fare nessuna di queste cose, e se anche ci riusciste sappiate che la vostra libertà è a rischio. Il favoloso mondo della rete, apparentemente così libero, in realtà ha molti occhi puntati addosso.
La questione fondamentalmente è questa: negli ultimi anni lo strumento internet si è ingrandito a dismisura, «anche se in Italia -spiega Paolo Nuti, uno dei primi provider italiani con McLink- gli utenti del web sono di meno rispetto agli altri paesi e si fa ancora un uso primordiale di tale strumento». Nel mondo, comunque, sono in costante aumento i cybernavigatori che usano il web non solo per passare il tempo nelle pause da lavoro, ma anche per operazioni finanziarie, contatti con familiari e amici dall'altra parte del mondo, o anche per dar vita a blog o siti specifici informativi che possano diffondere notizie o addirittura lanciare campagne ovunque.
«Noi non ci rendiamo conto delle potenzialità di internet -spiega Nuti- È per questo che tale strumento di comunicazione è temuto da molti governi i quali oggi provano a far passare leggi per manipolarlo e controllarlo con il solo risultato di stravolgere i principi su cui la rete è andata sviluppandosi». Nascono e si moltiplicano le comunità virtuali, internet ha spazio per tutti e per tutte le ideologie. Per questo è considerato il più efficace mezzo di coinvolgimento. Conseguenza? La censura avanza per mettere le mani sul gigante mediatico. Reporters sans frontières annualmente fornisce i dati sulla libertà di espressione garantita nel web. Si scopre che in Cina nel 2005 ci sono decine di reporter on line incarcerati. Sono 62 quelli di cui si hanno notizie certe. È qui che nascono i «cyberprisoners», attivisti indipendenti che aggirano i controlli dei governi e diffondono in rete informazioni altrimenti «censurate».
Emerge che in Corea del Nord è impossibile connettersi; che in Afghanistan solo un centinaio di utenti navigano regolarmente. Poi c'è l'Iran, apparentemente paese libero con quasi una cinquantina di cybercaffè. Peccato che qui, però, si possano visitare solo siti «islamici». Gli altri? Cancellati, filtrati, oscurati dalle autorità. Stessa cosa in Arabia Saudita, in cui si esercita il controllo più rigido e totalizzante. Nella ricca e ipertecnologicizzata Arabia, l'accesso a internet è consentito solo dal 1999. I sauditi possono navigare all'interno della cerchia di indirizzi riconosciuti dal proxy server (struttura informativa finalizzata al controllo, finanziata dal governo saudita). Si ha l'impressione di navigare liberamente, in realtà si sfoglia un copione scelto dal governo.
Ma le censure governative o i controlli polizieschi sono solo un pezzo del quadro. Oggi internet ha due grandi problemi: la sua governance, cioé chi ne decide le regole, e il peso ormai preoccupanti di alcuni grandi attori privati come Google, Yahoo! O le cybercostole di Microsoft: Hotmail e Msn. Parlare di governo della rete può sembrare un nonsenso. In realtà l'idea di un internet un po' anarchica, troppo grande per subire lacci e lacciuoli, non ha mai coinciso con la realtà.
Oggi la rete è sotto una stretta e occhiuta tutela statunitense. Il governo di Washington esercita il suo controllo attraverso una serie di strutture, il più importante dei quali è l'iCann che solo formalmente è un organismo internazionale. L'iCann decide, ad esempio, sulla creazione dei nuovi domini (cioè i vari .it, .com. eccetera) e sulla gestione degli esistenti.
L'altro fattore che condiziona la rete è forse ancora più problematico e incontrollabile sono i grandi attori, soprattutto i gestori dei motori di ricerca, Google, Yahoo. Prendiamo il caso Yahoo, di cui si è parlato qualche tempo fa: Shi Tao, 37 anni, redattore del «Contemporary Business News», viene prelevato da casa in manette. L'accusa: aver diffuso via rete documenti top secret. A Shi Tao il tribunale infligge 10 anni di carcere per aver inviato una mail ad alcuni suoi amici in cui dava notizia che il governo cinese aveva vietato ai giornalisti la commemorazione del 15esimo anniversario del massacro di piazza Tiananmen. Secondo Reporters sans frontières, Shi Tao non sarebbe finito dietro le sbarre se la filiale di Hong Kong di Yahoo non avesse fornito alle autorità cinesi l'account di posta del giornalista. Yahoo ovviamente respinge le accuse.
Anche in Italia negli ultimi anni abbiamo assistito a operazioni di oscuramento e sequestro di alcuni server. Indymedia è uno di questi. Inventati è un altro. «L'ultimo decreto Pisanu -dice paolo Nuti- è una vera e propria limitazione delle libertà fondamentali». Secondo le disposizioni ministeriali dal 16 agosto scorso i gestori di posta italiani devono conservare tutti i log, (un registro dal quale è possibile ricostruire i movimenti degli utenti: mail, indirizzi contattati, operazioni bancarie effettuate). «In Italia esiste ancora l'articolo 15 della Costituzione in base al quale solo un magistrato può autorizzare intercettazioni -commenta Nuti- ma intanto queste banche dati ci sono e chiunque può farne l'utilizzo che vuole».
Le foto che diventano icone
Lucia Simion World Press Photo Corriere della Sera
Omayra Sanchez, la bimba di 12 anni che agonizza in una pozza d'acqua e di fango; il Vietcong ucciso con un colpo alla tempia; il ragazzo coraggioso che - da solo - ferma una colonna di carriarmati in piazza Tienanmen; la bambina vietnamita che corre sulla strada, urlando di dolore, con il corpo bruciato dal napalm... Queste fotografie sono rimaste impresse nella memoria di tutti, come un'impronta incisa nella roccia. L'emozione che suscitano, o l'orrore, la paura, la compassione, il rispetto, l'ammirazione... non lasciano nessuno indifferente. Queste immagini (e altre ancora, come il soldato nero che si slancia verso l'amico bianco, ferito, in Vietnam....) sono ormai diventate un mito. Un'icona. Un simbolo. Ovunque nel mondo. Come ha scritto il fotografo e storico della fotografia Helmut Gernsheim: «La fotografia è l'unico linguaggiocompreso in ogni parte del mondo e, superando tutte le nazioni e le culture, unisce la famiglia umana. Indipendente da qualsiasi influenza politica - dove la gente è libera - rispecchia la vita e gli eventi in modo veritiero, ci permette di condividere speranze e disperazioni altrui, chiarifica condizioni politiche e sociali. Noi diventiamo testimoni oculari dell'umanità e della disumanità degli uomini...» Per capire come e perché una fotografia diventa un mito, la televisione olandese idtV con il patrocinio del World Press Photo ha prodotto un film di 52 minuti - Looking for an icon - che sarà distribuito nelle sale cinematografiche a livello mondiale. Nel filmato intervengono fotografi, Photo editor e storici della fotografia come Oliviero Toscani, John G. Morris, Fred Ritchin o David Turnley.