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sulla stampa
a cura di G.C. - 30 settembre 2005


Sarà una manovra da 20 miliardi
Antonella Baccaro sul
Corriere della Sera

ROMA - Sarà una manovra da 20 miliardi, in gran parte per ridurre il deficit, ma con una novità importante anche per la riduzione del debito. Arriva infatti la "poison pill", una norma civilistica che permetterà la dismissione di altre quote importanti di Eni ed Enel, mantenendo allo Stato un diritto in caso di opa ostile. Dei 20 miliardi, 11,5 serviranno per gli impegni sul deficit presi con la Ue, 4,5 per le spese inderogabili, più 4 per lo sviluppo e la solidarietà. La copertura sarà assicurata per 6 miliardi dalla riduzione del 10% alle spese intermedie dello Stato, per 3 miliardi dai tagli agli enti locali, per 2,5 dalla sforbiciata alla spesa tendenziale della sanità e per un miliardo dal pubblico impiego. Il resto arriverà dalla manutenzione del gettito, ovvero dalla rivalutazione dei beni d'impresa, dalla tassa sulle reti infrastrutturali, poi dalla lotta all'evasione e l'elusione. Più qualche intervento sui giochi e sul demanio. Altri 3 miliardi, oltre i 20 della manovra, e spesati con cartolarizzazioni, saranno destinati all'agenda di Lisbona. Tra le spese "incomprimibili" c'è il finanziamento del contratto del pubblico impiego (230 milioni per il 2006) e quello dei forestali calabresi (160), oltre ai contributi per l'autotrasporto (300). Nel capitolo "sviluppo" c'è un taglio dell'1% del cuneo fiscale per le imprese, pari a 2 miliardi. Viene invece rinviato quello dell'Irap. Sempre per le imprese il ministro dell'Economia Giulio Tremonti annuncia l'abolizione della "tassa sull'intelligenza", cioè la detassazione dei brevetti e la defiscalizzazione degli investimenti in ricerca. Nascono i nuovi distretti industriali con la possibilità di emettere bond e di avere un rating. Per le famiglie ci saranno interventi per 1,4 miliardi, forse deduzioni. Al Tfr saranno girate risorse per 200 milioni nel 2006. Circa 700 milioni, che si stima verranno dal 5 per mille dell'Ire (volontario), saranno destinati a finanziare il volontariato e la ricerca. Mentre il recupero dei conti correnti "dormienti" compenserà le vittime dei crac come Parmalat e Cirio. Quanto all'evasione fiscale, ci si attende molto dalla costituzione della nuova società di riscossione e dal contributo dei Comuni all'accertamento fiscale, incentivato con il 30% delle somme riscosse. Non saranno tassate le rendite finanziarie ma, con la modifica di alcune norme, si cercherà di scoraggiare la speculazione.



Finanziaria: Berlusconi ha già pronta la fiducia
Bianca Di Giovanni su
l'Unità

Dunque, ok? Per Gianni Alemanno "non si farà neanche nel maxiemendamento". Vedremo. Quello che è certo fin da ora è che sulla Finanziaria si chiederà la fiducia, visto che il Consiglio dei ministri ha concesso la delega a chiederla ai due vice premier Tremonti e Gianfranco Fini. Non era mai successo che fosse annunciata così presto: è già blindatura.
I numeri La manovra complessiva è di 20 miliardi di euro: 11,5 miliardi rappresentano la correzione del deficit (manovra netta) richiesta da Bruxelles, pari allo 0,8% del Pil. Altri 4,5 miliardi sono destinati a cosiddette "spese incomprimibili", come il rinnovo dei contratti del pubblico impiego o il rifinanziamento del bonus per l'autotrasporto. Ma a giudicare dalla prime indiscrezioni i rinnovi contrattuali considerati corrispondono a circa la metà di quanto chiedono i sindacati. Infine, 4 miliardi saranno destinati allo sviluppo e alle politiche per la famiglia, che però saranno definite in Parlamento. Tremonti preferisce rivelare subito il numero di ore in cui è riuscito a scrivere la legge. "Un atto che è stato fatto in 80 ore e che è stato deciso in 4 ore, forse anche meno", ha detto. Un record? È una gara?
Non chiamateli tagli. Agli enti locali si "chiedono" 3 miliardi. "Ma la spesa sociale non sarà toccata - dichiara il ministro - si riduce in misura di 3 miliardi la spesa intermedia cioè auto blu, consulenze, costi della politica, costi amministrativi. Chi per propaganda dice che sarà toccata lo fa per lucrare non so quale rendita politica". Si sa benissimo che né dalle auto blu (eliminate ad ogni finanziaria) né dalle consulenze si avranno quei 3 miliardi. Chissà qui chi vuole lucrare... Sui 6 miliardi tagliati dal bilancio pubblico l'atmosfera diventa surreale. Tremonti lo ha definito un "intervento simmetrico per i governi locali", mentre Silvio Berlusconi si è augurato che i cittadini siano contenti della misura, visto che "sono loro che risparmiamo. Il nostro concetto è far costare meno lo stato ai cittadini". Il premier è entusiasta, visto che non c'è "il paventato(da chi? da lui?) aumento delle rendite finanziarie". Cosa dice l'Udc che lo aveva chiesto a Siniscalco?
L'inganno su sanità e pubblico impiego Anche in questo caso non si tratta di tagli ma di "risparmi sulla dinamica di spesa". Cioè? Per legge (sottolineiamo: legge) il fondo sanitario dovrebbe passare da 90 a 95 miliardi: invece passerà a 93 (anzi, a 91, perché 2 saranno destinati alla riduzione delle file d'attesa). Il fatto è che 95 miliardi sono il costo del livello minimo di assistenza adeguato ai "prezzi" del 2006. Se saranno garantiti solo 93 miliardi, nei fatti è un taglio di due miliardi. Ma non si può dire. Stesso meccanismo per il pubblico impiego, a cui si sottrae un miliardo.

Resta la tassa sul tubo delle imprese energetiche pubbliche (Eni ed Enel): scompare per Telecom (privata). Da dove arrivano gli altri 8 miliardi?
La favola degli immobili "Dovremo vendere immobili pubblici per 6 miliardi. Ci riusciremo", annuncia serafico Tremonti. Già nel 2005 sono rimaste al palo cessioni per 3 miliardi (Scip 3), mentre non si è chiusa la vendita delle strade. Se Tremonti dice che ci riusciremo, c'è da credergli.
Lotta all'evasione La misura, che "vale" i rimanenti 2 miliardi di euro, è contenuta nel decreto legge che sarà immediatamente attuativo. Dal primo ottobre cesserà il sistema di affidamento in concessione della riscossione e "tali funzioni- si legge in una nota- sono attribuite all'agenzia delle entrate che le eserciterà per il tramite di “Riscossione spa” (che verrà costituita dall'agenzia stessa e dall'Inps)". Molto soddisfatto il ministro Tremonti: "Abbiamo fatto una vera riforma del sistema esattoriale", Detto da un governo che vuole meno Stato e niente tasse, è una certezza.

Imprese e famiglie Le prime beneficeranno dell'abbattimento degli oneri impropri per due miliardi. Niente Irap, anche se "la sua abolizione resta un impegno per noi" aggiunge Tremonti. Uno smacco per chi ha fatto della cancellazione di quella tassa un vero cavallo di battaglia. L'acconto di giugno dovrà essere versato senza possibilità di appellarsi alla "situazione di incertezza". Confindustria tace (acconsente?). Alle famiglie è destinato 1 miliardo e 200 milioni da attingere a un fondo (4 miliardi) attivato presso la presidenza del consiglio. Le modalità con cui sarà utilizzato quel miliardo saranno definite in Parlamento: per ora dunque niente bonus. Per il resto è tutto molto "creativo": 5 per mille per la solidarietà, niente tassa sui brevetti, vantaggi fiscali sulle plusvalenze (quelle di Ricucci e altri) diminuiti (il periodo di detenzione delle azioni sale a 18 mesi e l'imponibile su cui si applicano gli sconti scende al 95%). Ma quei vantaggi, inseriti da Tremonti, restano sempre.


Ora si può parlare di "sacrifici"
Valerio Gualerzi su
la Repubblica

ROMA - Lui sostiene di averne fatti tanti, ma non ne aveva chiesti praticamente mai. Fa scalpore che Silvio Berlusconi per descrivere la prossima finanziaria scelga la parola "sacrifici", un vocabolo che rimanda immediatamente alle manovre economiche della prima repubblica, ai tempi difficili dell'Austerity, ai conti pubblici in perenne affanno.

Una parola che evoca subito associazioni negative, immagini cupe, persino il dolore fisico legato agli antichi riti pagani. Non a caso la prima definizione che si incontra nel vocabolario alla voce sacrificio è quella legata al suo significato religioso, quindi a Dio che chiede ad Abramo di rinunciare al suo unico figlio in un atto di fede, o al Cristo che muore sulla croce.

Nel 1994, al momento della sua "discesa in campo", Berlusconi spiegava che "rinunciare a guidare il gruppo che ho fondato è per me un grande sacrificio". Poi, un anno dopo, quando la saldezza della sua leadership iniziava a vacillare e si profilava la possibilità di dover rinunciare a palazzo Chigi, ripeteva: "Se ci sara' da sacrificarsi, mi sacrificherò". Più recentemente, appena poche settimane fa, il premier ha quindi spiegato che ricandidarsi alle politiche del 2006 rappresenta per lui "un sacrificio".

Ora invece i sacrifici toccano agli italiani, che negli ultimi anni non hanno mai smesso di farli, ma senza che nessuno glielo avesse chiesto formalmente. "L'ultimo ad usare questa parola fino all'abuso fu Giuliano Amato, che nel 1992 infilò tre manovre una dietro l'altra, sempre nel nome dei sacrifici, e ogni volta si diceva che sarebbe stata l'ultima", ricorda Giorgio Benvenuto, oggi parlamentare dei Ds, ma per oltre 16 lunghi anni segretario generale della Uil. Uno che di finanziarie con i governi che si alternavano rapidamente a Palazzo Chigi ne ha discusse davvero tante.

"E' una parola che è comparsa praticamente insieme alla Finanziaria - ricorda ancora Benvenuto - Io ho fatto incontri a nome del sindacato per un decennio e l'ho sentita sempre, come un ritornello. Solo nel periodo del Compromesso storico era stata sostituita dal termine austerità".

Erano gli anni, quelli, dell'Unità nazionale tra Dc e Pci, e l'invocazione dei sacrifici arrivò insieme allo shock petrolifero che a metà dei Settanta risvegliò bruscamente gli italiani dai sogni del boom economico. "All'epoca però - rievoca Benvenuto - dichiararsi per i sacrifici era sinonimo di rigore e di serietà e i politici che cercavano di distinguersi in tal senso, soprattutto democristiani e repubblicani, l'accompagnavano spesso dalla citazione sulle 'lacrime e sangue' di Churchill".

Ma non tutti la pensavano così e il rifiuto dei sacrifici pretesi dalla classe dirigente, politica e industriale, con la responsabile moderazione del Pci di Berlinguer, furono uno dei carburanti per alimentare la stagione dei movimenti del '77 e la contestazione studentesca.

Un'avversione, quella per i sacrifici, che in un contesto e per finalità completamente diverse, aveva sfruttato anche Berlusconi, l'uomo che invitava gli italiani a cogliere con facilità lusso e successo, così come era avvenuto per lui. "Il premier - dice ancora Benvenuto - irridendo ai sacrifici ha costruito una campagna elettorale vincente". "Certo - conclude, tradendo un accenno di risata - fa una certa impressione sentire ora Berlusconi parlare di sacrifici, ma il problema non è tanto chiederli, ma il fatto che alla fine a farli sono sempre gli stessi".


Piazza della salute pubblica
Antonio Padellaro su
l'Unità

Prodi e i leader dell'Unione dicono: opposizione con ogni mezzo a chi violenta lo spirito della democrazia e si aggiusta la legge elettorale a proprio uso e consumo. E annunciano una grande manifestazione contro il governo dei soprusi. Sono le stesse parole, gli stessi sentimenti di rivolta che ritroviamo nelle lettere indignate all'Unità, nelle parole drammatiche dei tanti costretti a soffrire le imposizioni di una (ex) maggioranza in agonia. I metalmeccanici senza contratto e, spesso, senza più una fabbrica. I ricercatori dell'università trasformati in precari a vita. I dipendenti degli enti locali messi in mobilità dai tagli della Finanziaria iniqua.
I cittadini che avranno meno trasporti urbani, meno assistenza sanitaria, meno servizi mensa e meno scuolabus per i loro figli, meno illuminazione pubblica, meno buoni casa, meno attività culturali. Ecco allora che lo strappo berlusconiano sulle regole elettorali diventa il detonatore di una protesta di massa: ceti impoveriti, famiglie non aiutate, categorie dimenticate. Si diffonde come un senso collettivo di ingiustizia che l'opposizione parlamentare non può far altro che tradurre in un ostruzionismo intransigente ma frenato dai lacci regolamentari. L'aria si fa irrespirabile, tutto si decide tra quattro personaggi in quattro mura. Manifestare diventa dunque una questione di salute pubblica, un'esigenza della democrazia che i leader dell'Unione hanno ben compreso poiché c'è sempre un momento in cui bisogna uscire fuori per mescolarsi alla propria gente, ascoltarla, rassicurarla. In attesa c'è un popolo grande, appassionato che neppure una piazza potrebbe contenere tutto.


Berlusconi: c'è l'intesa si voti il proporzionale
Lorenzo Fuccaro sul
Corriere della Sera

ROMA - Sulla legge elettorale il dado è tratto. È un annuncio secco quello di Berlusconi. "L'accordo politico all'interno della Casa delle libertà c'è. È chiuso. E quindi si vada al voto". Il premier si rivolge anche al centrosinistra, che già sta scaldando i muscoli per dare battaglia in Parlamento e nelle piazze. "Se retrocedessero - dice - da una posizione pregiudiziale e vedessero che questa legge è quella che volevano proporre proprio loro qualche tempo fa, nella passata legislatura, vedrebbero che è un proporzionale normale con un premio di governabilità".

OSTRUZIONISMO - Le parole di Berlusconi - che in serata a Milano elogia Bossi definendolo il suo "alleato più saggio e fedele" - , giungono nel momento in cui la riforma del sistema di voto arriva nell'aula di Montecitorio. Ma l'esame slitta all'11 ottobre - prima della devolution fissata per il 20 ma dopo l'ex Cirielli che inizia l'iter la prossima settimana - quando i tempi saranno contingentati. Tutto lascia intendere che lo scontro tra Cdl e Unione sarà durissimo, e non lascerà fuori neppure il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini già accusato dalle minoranze di non essere super partes . "Li conosco bene questi attacchi - commenta comprensivo Berlusconi - sono dodici anni che li subisco".
Il clima è arroventato perché da giorni l'opposizione ha scelto l'ostruzionismo nel tentativo di impedire l'esame della legge. In questo contesto il relatore Donato Bruno illustra il testo di un provvedimento che reintroduce la proporzionale. Un testo che può essere riassunto così.
La ripartizione dei seggi è in proporzione ai voti raggiunti; qualora una coalizione di liste non abbia conseguito almeno 340 seggi si procede - ed è questo il premio di maggioranza - ad attribuire il numero necessario per raggiungere tale tetto. Accedono al riparto proporzionale le coalizioni che abbiano ottenuto il 10 per cento dei suffragi e che abbiano una lista che abbia conquistato almeno il 2 per cento dei consensi. Eventuali liste non collegate a una coalizione devono raggiungere il 4 per cento per accedere all'assegnazione dei seggi. È previsto altresì il vincolo di maggioranza, cioè i partiti collegati tra di loro depositano contrassegno, programma elettorale comune e indicano il nome del presidente del Consiglio. Con la relazione di Bruno la riforma, come si dice in gergo parlamentare, viene incardinata e comincia la discussione generale.

CAPIGRUPPO - … l'esame della riforma riprenderà il prossimo mese di ottobre. E infatti in quella sede, presente Pier Ferdinando Casini, si decide che i lavori comincino la prossima settimana con l'esame dell'ex Cirielli (riduce i tempi di prescrizione dei reati e il centrosinistra ritiene essere fatta apposta per venire in soccorso dell'ex ministro Cesare Previti) seguiti dalla conversione di alcuni decreti in scadenza (violenza negli stati e attività cinematografiche); l'11 ci sarà la legge elettorale e il 20 la devolution. "Perché - domanda il ds Luciano Violante - prima la proporzionale della riforma costituzionale?". "Perché ha una sua urgenza", taglia corto Casini.


Legge elettorale: la truffa nei dettagli
Giorgia Ariosto su
l'Unità

La “legge truffa” approda in aula a Montecitorio, ma l'Unione promette battaglia per fermare la corsa contro il tempo della Cdl che da martedì prossimo vorrebbe avviare le votazioni.
La nuova bozza di riforma, che ha ottenuto mercoledì il via libera della Commissione Affari costituzionali con i soli voti del centro destra (l'Unione infatti ha abbandonato l'aula), è ora in discussione alla Camera e i tempi sono stati contingentati per accelerare al massimo l'iter del provvedimento. Il testo prevede il ritorno al sistema proporzionale puro -per cui spariscono i collegi uninominali - con il premio di maggioranza per la governabilità ( un minimo di 340 seggi alla Camera e 170 al Senato) per lo schieramento che prende più voti, e ben tre soglie di sbarramento nell'assegnazione dei seggi per la Camera.
Niente seggi dunque per i partiti inseriti in una coalizione che non superano la soglia del 2%, al di sotto della quale non contribuiranno nemmeno al risultato complessivo dello schieramento mentre è stato mantenuto lo sbarramento al 4 per cento per i partiti non coalizzati. Le coalizioni invece dovranno superare nel complesso il 10 per cento dei voti. Naturalmente anche i partiti che non superano gli sbarramenti potranno partecipare al premio di maggioranza e quindi contribuire alla coalizione che ha più voti ma non otterranno seggi. Un sistema che secondo il deputato Ds Antonello Cabras "riduce lo spirito di coalizione" oltre a mettere in discussione la stabilità del governo nascente. Cabras promette battaglia in Parlamento "con tutti gli strumenti a disposizione per contrastare una legge che fa comodo a loro". Presentati infatti circa 300 emendamenti soppressivi. E intanto slitta anche la votazione che non è detto inizi dalla prossima settimana.
"È chiaro che un sistema maggioritario premia di più la coalizione che è candidata a vincere” evidenzia il deputato Ds secondo il quale il vantaggio dell'Unione nei sondaggi dimostra il tentativo della maggioranza di "farsi le regole su misura" alla vigilia delle elezioni.

Saranno anche bloccate le liste di partito per cui non sarà possibile per gli elettori esprimere preferenze tra i candidati della lista prescelta, mentre al momento di depositare i simboli i partiti saranno obbligati ad indicare il nome del proprio candidato premier.



Fazio indagato dal mese di luglio
Redazione de
la Repubblica

ROMA - La fiducia a Fazio del Consiglio superiore di Bankitalia giunge lo stesso giorno in cui da ambienti della Procura della Repubblica di Roma si apprende che il governatore è iscritto nel registro degli indagati già dai primi giorni d'agosto. Il reato ipotizzato è abuso d'ufficio nell'ambito dell'inchiesta sulla scalata ad Antonveneta.

La notizia, già riportata come indiscrezione su alcuni quotidiani, sembra non abbia pesato sul giudizio espresso dalla maggioranza del Consiglio superiore della Banca d'Italia che, dopo tre ore di discussione, nel primo pomeriggio ha emesso un comunicato nel quale riconferma a maggioranza la fiducia al governatore Fazio. "La gran parte dei consiglieri - spiega una nota letta dal membro anziano Paolo Emilio Ferreri - ha colto l'occasione per manifestare espressioni di fiducia nei confronti del governatore". Ferreri ha aggiunto che il Consiglio si è detto contrario all'ipotesi di una futura convocazione straordinaria indispensabile per la revoca del governatore della Banca centrale.

L'avvocato. "Non ho ricevuto nulla, tantomeno ha ricevuto qualcosa Fazio". L'avvocato Coppi ha risposto in questo modo alle voci che danno per imminente la consegna di un invito a comparire e di un avviso di garanzia per il Governatore Antonio Fazio. "Apprendo dalla stampa queste notizie - ha aggiunto il penalista -, se fossero fondate evidentemente vuol dire che chi doveva custodirle le ha portate a conoscenza di tutti tranne che ai diretti interessati".

"No comment" della Ue. "No comment su Fazio: è una questione interna italiana". Il commissario europeo per il Mercato interno Charlie McCreevy non ha voluto entrare nel merito della notizia del rinvio a giudizio del governatore. Identico commento è stato espresso dal commissario europeo per la Concorrenza Neelie Kroes che ha ricordato però che l'Antitrust Ue "sta monitorando da vicino gli eventi in Italia".

Sarcastico Tabacci. Sarcastico il commento di Bruno Tabacci parlamentare dell'Udc: "La fiducia a Antonio Fazio da parte del Consiglio Superiore della Banca d'Italia corrisponde alla richiesta rivolta all'oste se il vino è buono".


Il Presidente e il Rebus delle Dimissioni
Alberto Alesina e Luigi Zingales sul
Corriere della Sera

Le critiche sollevate da Dario Di Vico sul Corriere di ieri al nostro articolo sul Financial Times ci hanno sorpreso. Dal punto di vista formale, né il governo né il presidente della Repubblica possono forzare Fazio alle dimissioni. Entrambi possono solo esercitare moral suasion . Non si capisce quindi perché l'onere di esercitarla debba ricadere, come suggerisce Di Vico, solo sul governo. Nell'attuale situazione il presidente Ciampi non solo ha l'autorità morale per intervenire, ma anche il dovere di farlo. Ha l'autorità di convocare i membri del Consiglio superiore della Banca d'Italia (alcuni dei quali, tra cui il membro anziano, sono stati nominati da lui) ed esercitare moral suasion su di loro. E ha l'autorità morale per criticare apertamente l'operato di Fazio e invitarlo pubblicamente alle dimissioni. Ma ha anche il dovere di intervenire, non tanto perché, avendo lui nominato Fazio, è il primo responsabile della sua presenza a palazzo Koch, ma perché è l'unica persona in Italia con l'autorità per un' iniziativa bipartisan. Sarebbe un precedente pericolosissimo per l'indipendenza della Banca d'Italia se il Governatore fosse costretto alle dimissioni da un'iniziativa solo del governo o della maggioranza. Le dimissioni di Fazio non devono scaturire da un calcolo partitico, ma da un desiderio di ripristinare l'immagine del nostro Paese. Chi meglio del presidente Ciampi può incarnare questo ruolo?
Non è pertinente, dunque, l'invito di Di Vico a "non tirare in ballo il capo dello Stato, soprattutto dall'estero". Abbiamo il massimo rispetto per il presidente della Repubblica e troviamo giusto non coinvolgerlo in questioni politiche quotidiane, che non gli competono. Ma la crisi ai vertici della Banca d'Italia non è una questione politica, ma istituzionale. Ed è un fatto così grave e straordinario che richiede un intervento, straordinario.

Per finire, il nostro appello al capo dello Stato non è partito dall'estero ma dalle pagine de Il Sole 24 ore ed è stato firmato da 270 economisti italiani. Purtroppo il Corriere (come il resto della stampa italiana), l'ha ignorato fino a questo momento. L'abbiamo ripetuto dalle pagine del Financial Times perché, due mesi dopo, i fatti ci hanno dato tristemente ragione. Già nella nostra risposta a Giavazzi, Pagano e Spaventa, dicevamo che "sappiamo benissimo quali sono le istituzioni con l'autorità formale di rimuovere il Governatore, ma siamo anche ben consci che rivolgersi ad esse sarebbe stato inutile perché hanno già dato prova di non voler agire". Mai previsione fu più azzeccata.


  30 settembre 2005