
sulla stampa
a cura di G.C. - 29 settembre 2005
Legge elettorale, è scontro in Parlamento
Simone Collini su l'Unità
L'opposizione ha già abbandonato l'aula per protesta quando la commissione Affari costituzionali della Camera approva i due subemendamenti della Casa delle libertà che riformano il sistema elettorale. Dentro, per l'Unione, è rimasto solo Marco Boa-
to, incaricato di portare avanti l'ostruzionismo. Con un intervento che sembra non finire mai il deputato Verde denuncia il "colpo di mano istituzionale" che cancella la decisione presa con il referendum del '93 per soddisfare "una spartizione interna alla maggioranza". Poi il tempo a disposizione del centrosinistra finisce e in una manciata di secondi i deputati del centrodestra danno il via libera al testo che prevede il proporzionale con indicazione del premier, premio di maggioranza, liste bloccate e una doppia soglia di sbarramento: 2% per i partiti che fanno parte di una coalizione, 4% per gli altri, 10% per le coalizioni stesse.
È dunque in un clima di scontro tra maggioranza e opposizione che inizia oggi la discussione nell'aula di Montecitorio. È scontato che l'Unione continuerà l'ostruzionismo: "Trovano accordo solo sulle cose sciagurate", dice Romano Prodi assicurando una "opposizione assoluta"; "non si cambia una legge elettorale perché si ha paura delle elezioni", denuncia Piero Fassino. Non è invece altrettanto scontato che la maggioranza proceda compatta in aula come ha fatto in commissione. Il provvedimento dovrà infatti passare il vaglio del voto segreto, che quasi certamente verrà chiesto (e, da regolamento della Camera, concesso) già a partire dalle pregiudiziali di costituzionalità. Se è vero che il relatore del provvedimento, il presidente della commissioni Affari costituzionali Donato Bruno (Fi), dice di non temere il voto segreto, è anche vero che dentro la Cdl si agitano neanche troppo velati malumori. "Il testo non tiene conto degli emendamenti che erano stati proposti sulle pari opportunità nell'accesso alle candidature. Ritengo questo fatto grave sia sotto il profilo formale che politico", è la critica che muove agli alleati il ministro Stefania Prestigiacomo richiamando la Costituzione e puntando il dito sul sistema delle liste bloccate (e l'"espediente di relegare le donne agli ultimi posti"). Una questione, questa, su cui anche l'Udc mostra un atteggiamento ambivalente: dice che non alzerà le "barricate", ma intanto presenta per l'aula un emendamento in cui si chiede l'introduzione del meccanismo delle preferenze (che Fi però non vuole).
L'opposizione, come annuncia il presidente dei deputati Ds Luciano Violante, continuerà l'ostruzionismo. Un vertice dell'Unione convocato per oggi su richiesta di Fassino e Prodi deciderà come portare avanti la battaglia. E se Rifondazione comunista, Verdi e anche il diessino Peppino Caldarola chiedono di "alzare il livello dello scontro" ricorrendo anche a manifestazioni di piazza, per quanto riguarda il fronte parlamentare, il centrosinistra ha già presentato circa 600 emendamenti e tre pregiudiziali: una di costituzionalità, una di merito e una richiesta di sospensiva.
Gli occhi saranno puntati sul presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, che viene investito dalla polemica. "Non sta svolgendo un ruolo di arbitro, ma è egli stesso parte in causa", denuncia il diessino Vannino Chiti. E Franco Monaco, tra i deputati Dl più vicini a Prodi, parla di "forzatura" sul calendario dei lavori e accusa: "Il presidente della Camera, sordo persino a qualche scrupolo del suo partito, sarebbe il più solerte artefice della truffa e della sopraffazione sulla legge elettorale". Accuse alle quali Casini reagisce infastidito: "La legge elettorale non mi riguarda. Sono sereno. Io sono un presidente di garanzia. È raro trovarne uno come me".
L'arbitro parziale
Curzio Maltese su la Repubblica
La farsa della legge elettorale ad personam, concepita per ridurre la probabile sconfitta del cavaliere e attenuare la possibile vittoria dell'Unione, avanza e non sarà facile fermarla. Una maggioranza che si disinteressa dei conti pubblici fuori controllo, della recessione, degli allarmi del Fondo Monetario o dell'Ue e in definitiva del Paese che governa, ha deciso di concentrare l'ultimo scorcio di legislatura su un unico miserabile obiettivo. Cambiare le regole del voto a sei mesi dalle elezioni. Cambiarle col solo concorso della maggioranza che sa di diventare minoranza nelle urne, e dunque pensa di modificare le urne.
Procedendo senza neanche cercare il consenso dell'opposizione e anzi modellando la regola elettorale contro l'opposizione e a suo preciso danno.
La legge farsa, ritoccata nei dettagli, ha già superato l'ostacolo della commissione e arriverà ora in Parlamento. Dove godrà di uno sponsor decisivo, Pier Ferdinando Casini. Il presidente della Camera è uno dei padri del ritorno al proporzionale, ma finora aveva cercato di coniugarlo con il tanto sbandierato moderatismo istituzionale. Oggi è proprio questa cultura centrista, esibita per tutta l'estate come baricentro della stabilità del Paese, che va in frantumi. Il presidente super partes della camera, garante di maggioranza e opposizione e soprattutto delle regole, è non il notaio (come continua a ripetere per nascondersi) ma il soggetto contraente attivo di una legge che cambia programmaticamente le regole del gioco a danno di una parte e a vantaggio dell'altra. Ecco perché i DS ieri hanno chiesto a Casini di dimettersi dalla presidenza della Camera sostenendo che chi è parte in causa non può svolgere il ruolo di arbitro.
I margini dell'opposizione per bloccare l'imbroglio sono assai limitati. Con l'avallo di Casini e la decisione di Berlusconi nel compiere il capolavoro delle leggi ad personam, la legge beffa rischia di passare a colpi di fiducia. Il sopravvento di uno scrupolo morale negli alleati di governo è serenamente da escludere. Bossi l'aveva definita un trucco e Fini aveva raccolto le firme per il maggioritario puro ma entrambi sono uomini di mondo e si sono arresi ai numeri sciorinati da Berlusconi.
Nell'Udc ci sarebbe l'ala moderata e frondista, fiera nei propositi ma sempre puntuale nei cinque anni di governo a chinare la schiena democristiana. Follini aveva escluso di incendiare il finale di legislatura con un muro contro muro fra maggioranza e opposizione ma oggi scopre che il suo leader ha il cerino in mano. E' vero che il ritorno al proporzionale non piace al Quirinale ma lo stesso Ciampi può fare poco o nulla contro una legge ordinaria che non tocca i principi costituzionali. Rimane la vaga speranza che qualcuno in questo Paese si ricordi che sul sistema elettorale c'è stato un referendum risolto con un plebiscito popolare in favore del maggioritario. Sono passati appena dodici anni ma finora l'hanno ricordato soltanto i radicali, che almeno a questo servono ancora. Il resto è silenzio, a cominciare naturalmente dai telegiornali.
Sarebbe l'occasione giusta per rilanciare la protesta. Le manifestazioni, i girotondi. Ma l'opinione pubblica è abituata al tradimento della volontà referendaria e la cosiddetta società civile chissà dov'è finita. Forse si è rassegnata nel frattempo a convivere con l'inciviltà di certe leggi. Non rimane allora che rassegnarci tutti all'inevitabile mascalzonata finale, nella certezza che non sarà neppure l'ultima. All'appello manca la legge salva Previti. Dopo ci sarà ancora lo spettacolo di Berlusconi e Vespa, che cercano di convincere gli italiani d'aver rrispettato il contratto firmato nel 2001. Infine si voterà, con il sistema migliore per Berlusconi, quindi il peggiore per l'Italia. Almeno in questo, per cinque anni abbiamo avuto un governo coerente.
Ds e Margherita tentati dalla riforma
Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera
ROMA - Oggi, nel vertice dell'Unione voluto da Piero Fassino, i leader del centrosinistra faranno il viso dell'arme, a uso e a consumo di giornali, agenzie di stampa e tv. Ma tra di loro, ieri, non si sono nascosti la verità: sulla riforma elettorale solo la maggioranza potrà affossare la maggioranza. I regolamenti parlamentari sono quelli che sono. Senza contare che l'opposizione, al di là delle dichiarazioni di facciata, non è poi così compatta. E in qualche partito dell'Unione, si iniziano a fare due calcoli e a capire che, tutto sommato, il proporzionale potrebbe portare più deputati.
Ai Ds, per esempio. Come spiegava ieri a un collega di partito Peppino Caldarola: "Se dovessimo ragionare secondo il mero interesse di partito questa legge a noi conviene, ma siccome abbiamo una visione strategica così non è". Del resto, è stato lo stesso Luciano Violante, l'altro giorno, a rassicurare i "suoi" deputati in allarme per la riforma spiegando loro che se alla fine la nuova legge elettorale dovesse per sventura passare, la Quercia avrebbe una pattuglia parlamentare più estesa. Lo stesso dicasi per Rifondazione comunista. "Noi avremmo molti seggi in più", ammetteva Ramon Mantovani.
Il clima è tale che quasi tutti, nel centrosinistra, danno per scontato che i franchi tiratori saranno nell'Unione più che nella Cdl.
Un ragionamento che fa anche Franco Marini. Il segretario organizzativo della Margherita è uno che di queste cose se ne intende. "All'ultima direzione - ha raccontato - avevo avvertito i miei compagni di partito. Avevo spiegato loro: "Io che sono mediamente più intelligente di voi vi dico che il centrodestra farà la riforma elettorale e che quindi noi dobbiamo attrezzarci"". Già, anche perché è convinzione dell'ex leader del Ppi che una volta fatta la riforma Berlusconi "cederà il testimone nella mani di Casini e allora per noi saranno guai".
Dunque, che fare? Non perdere la calma, innanzitutto: "Se nel 2001 si fosse votato con il proporzionale sommando tutti i consensi del centrosinistra, inclusi quelli di Di Pietro e di Rifondazione, avremmo vinto le elezioni", osservava Marini. Come a dire: anche se la legge cambia, pazienza. Pazienza sì, ma fino a un certo punto. Perché con la riforma Romano Prodi resterebbe senza "casa". Nel senso che dovrebbe per forza optare per una lista di partito in cui candidarsi, oppure scegliere di rinunciare alla competizione elettorale. I Ds? No, rispondono all'unisono i suoi uomini. "Potrebbe venire nella Margherita", concedeva magnanimo e sorridente Ciriaco De Mita. Certo una bella strada senza uscita per il candidato premier dell'Unione. A meno che... A meno che non riparta il tormentone della lista unitaria. Ma Marini già ieri lo stoppava con poche e convincenti parole: "Il listone con il proporzionale? E che vogliamo perdere?". Discorso morto e sepolto.
La lista Prodi, allora? Ne ragionavano con qualche preoccupazione nel cortile di Montecitorio i margheritini Paolo Gentiloni, Roberto Giachetti e Dario Franceschini. Un'operazione del genere - era la loro apprensione - toglierebbe voti al partito di Rutelli. Ma Fassino - era la loro speranza - si opporrebbe perché comunque la lista Prodi complicherebbe le cose anche ai Ds.
Finanziaria: "lobby continua" al lavoro
Mario Sensini sul Corriere della Sera
ROMA - Ancora una volta il "lavoro sporco" lo farà il Parlamento. Perché tra le centinaia di emendamenti alla legge finanziaria che la maggioranza sta già mettendo a punto, ce n'è già qualcuno sui quali sono tutti d'accordo a chiudere un occhio. La riapertura del condono fiscale al 2003, per esempio. O qualche nuova "una tantum", per finanziare altrettante spese "una tantum", o se si preferisce straordinarie. Se non, più esplicitamente, elettorali.
La manovra che il neo ministro dell'Economia ha presentato ieri ai partiti di maggioranza in vista dell'approvazione prevista per questo pomeriggio in Consiglio dei ministri, nasce infatti nel segno del rigore. Con realismo, e grande astuzia, Tremonti ne ha blindato tre quarti. Per la precisione, 16 miliardi di euro sui circa 22 complessivi, tra gli oltre 11 che servono per ridurre il deficit e gli oltre 4 degli "oneri incomprimibili" che bisognerà spesare obbligatoriamente il prossimo anno. Poi ha messo un punto fermo sui 2 miliardi che saranno destinati alle imprese con la riduzione del cuneo fiscale e contributivo.
Il risultato è che Tremonti ha ridotto ad appena 2 o 3 miliardi i margini concessi alla discrezionalità politica. Almeno sulla carta, perché c'è un secondo tempo di quest'ultima Finanziaria della legislatura, tutto da giocare in Parlamento. Dove può succedere, appunto, di tutto. Qualche complicazione, comunque, è già venuta fuori in questa prima fase. Perchè qualcuno ha capito il giochino, e per il ministro dell'Economia, da ieri pomeriggio, le cose si sono fatte un po' più complicate. Lo dimostrano un paio di incursioni di non poco conto già avvenute e registrate proprio nel capitolo degli "oneri incomprimibili". Dove accanto ai debiti pregressi, le eccedenze di spesa del 2005, i fondi per il contratto del pubblico impiego per il 2004-2005, sono improvvisamente spuntati 160 milioni di euro per i forestali calabresi che dal 2006 sarebbero rimasti senza un soldo. Pretesi da Alleanza Nazionale, come la proroga delle agevolazioni fiscali per l'agricoltura, quasi 900 milioni, ed altri 100 per il Fondo delle politiche agricole. O i 50 milioni per le calamità naturali che avrebbe fatto inserire la Lega Nord. O, ancora, i 300 milioni per gli autotrasportatori chiesti da Forza Italia. I soldi per gli Lsu della scuola dell'Udc, i 350 milioni per i medici specializzandi di Francesco Storace. E così via.
Gli "oneri incomprimibili" crescono.
Chi guarda con la maggior preoccupazione ciò che sta accadendo, oggi, è soprattutto la Confindustria. Ben sapendo che non c'era copertura per la riduzione dell'Irap nel 2007 e nel 2008, e che lo sgravio per il 2006 rischiava di rimanere isolato, aveva accettato la riduzione dell'1% del cuneo fiscale. Meglio 2 miliardi strutturali che 5 una tantum, con il rischio, per giunta, di doverli dividere con lattai e barbieri. In una Finanziaria responsabile, come appare quella di Tremonti, ci poteva stare. Lo strano silenzio di Luca di Montezemolo, a parte la prudenza di chi da un anno ne ha sentite di tutti i colori sulla promessa riduzione dell'Irap, diceva questo. Ma chi sa se venerdì mattina, a Finanziaria approvata, il presidente della Confindustria manterrà lo stesso aplomb.
La scure sui sindaci
Massimo Riva su la Repubblica
La vendetta è un piatto che va servito freddo. Memori di questa cinica massima, Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti la stanno ora mettendo in pratica con accorta determinazione. Gli italiani non hanno votato per il Cavaliere e soci in tutte le ultime tornate amministrative, consegnando al centrosinistra la guida di importanti città e regioni? Ebbene, ecco arrivato il momento per fargli pagare il conto della loro impertinente ribellione al mago di Arcore.
Solo questa considerazione di basso interesse politico-elettorale, infatti, può spiegare la scelta di imporre il taglio più drastico e pesante ai bilanci degli enti locali. Che l'intera struttura amministrativa dello Stato, dal Brennero a Pantelleria passando per Roma, sia oggi in dovere di dare un sostanzioso contributo alla chiusura della falla aperta nei conti pubblici è un obiettivo fuori discussione.
Ma l'idea che dal centro dello Stato si decida di caricare il maggiore sforzo di aggiustamento sulle amministrazioni periferiche è un'iniquità economica e sociale, che può comprendersi soltanto in forza di motivazioni di convenienza politica.
Certo, l'emergenza è tale che ormai non serve neppure attardarsi troppo a sottolineare quanto - ahinoi - quel buco sia effetto di una strategia finanziaria sbagliata e ingannevole concepita dagli stessi che ora sono chiamati a porvi rimedio. Per non perdere il controllo della finanza pubblica (e la faccia in Europa), l'Italia deve tagliare quest'anno il suo deficit di quasi un punto percentuale sul Pil, vale a dire di una somma fra gli 11 e i 12 miliardi di euro. E' logico che tutti debbano fare la propria parte. Dunque, era immaginabile ed è francamente scontato che la cinghia debba essere stretta anche sui bilanci degli enti locali.
Solo che un taglio in una misura che in pratica potrà sfiorare il 10 per cento non è una stretta: in molti casi, perfino nelle più grandi e ricche città o regioni, rischia di far saltare servizi pubblici essenziali e migliaia di posti di lavoro. Fra l'altro, con conseguenze pesanti, ma evidentemente sottovalutate, di depressione di una domanda interna già da tempo languente.
Si sovrappongono poi in questa ipotesi dell'accoppiata Berlusconi - Tremonti elementi di ritorsione politica e di incapacità gestionale. Va notato, infatti, che l'ingiunzione di questo sacrificio ai bilanci degli enti locali viene dallo stesso governo che, per quanto riguarda le spese di sua stretta pertinenza, aveva varato il famoso decreto di taglio del due per cento alle uscite di tutti i ministeri. Una misura - si badi bene: pari ad appena un quinto di ciò che oggi si vorrebbe togliere a comuni, provincie e regioni - che si è rivelata un buco nell'acqua perché nessuno di coloro che siedono attorno al tavolo del Consiglio dei ministri l'ha rispettata o neppure tentato di farlo.
Precedente che illumina di incredula comicità il reiterato impegno alla potatura delle spese ministeriali. In realtà, nell'impotenza a fare ordine nei propri conti ora il governo fa calare la ghigliottina su quelli altrui.
Naturalmente, nessuno pensa che sia impresa facile - per giunta, in un paese ridotto alla crescita zero - reperire i soldi necessari per colmare i buchi che si sono lasciati aprire nel bilancio. Ma dove sta l'equilibrio di una manovra che propone la tosatura più forte mai immaginata per le casse degli enti periferici: sui quali - sia ricordato per inciso - gravano i maggiori costi per i servizi resi quotidianamente alla collettività? Dove sono tutti coloro che da anni ci stanno assordando con la retorica del federalismo? Dov'è la voce di Umberto Bossi e soci? Ovvero stavolta la famigerata "Roma ladrona" può fare quel che vuole nel silenzio assoluto dei sedicenti federalisti padani?
Dulcis in fundo, va segnalato che sembrano aver fatto breccia nel governo i forti dubbi sulla possibilità di ricavare da tre a quattro miliardi di maggior gettito con la lotta all'evasione fiscale. Nel testo della Finanziaria non se ne farà cenno ma, come già accaduto, durante l'esame parlamentare spunterà a copertura l'ennesimo condono, che il governo farà finta di subire. Cosicché la pistola puntata alle tempie degli evasori sarà niente meno che la terrificante arma dell'amnistia tributaria. Un espediente in grado di squalificare da solo tanto la manovra quanto il governo che la sta allestendo. Purtroppo, anche l'Italia intera agli occhi dell'Europa.
Regalo elettorale: la Chiesa non paga l'Ici
Maria Zegarelli su l'Unità
Se dovesse andare in porto l'ultima operazione cattura voti del centrodestra i Comuni perderebbero in un attimo oltre 300 milioni di euro di entrate. Sarebbe il colpo finale, dopo i pesantissimi tagli previsti dalla Finanziaria. Oppure, nella migliore delle ipotesi dovrebbero aprire un procedimento sul conflitto di competenza con lo Stato. Oggi in aula al Senato arriva un decreto legislativo che prevede l'esenzione per la Chiesa dal pagamento dell'Ici per tutte le attività commerciali di proprietà ecclesiastica. Scuole private, strutture ricettive, ostelli, ristoranti, negozi: migliaia di edifici sottratti dall'elenco dei contribuenti comunali. Si calcola che in Italia soltanto le strutture ricettive siano più di 3mila. Un vero colpaccio per le casse della Chiesa.
La norma è stata inserita in un insospettabile decreto legislativo su "Disposizioni urgenti in materia di infrastrutture", dove si parla di tutt'altro, dalla messa in sicurezza delle dighe allo stanziamento di 18 milioni di euro da destinare ai comuni con più di 300mila abitanti che devono stabilizzare i lavoratori stagionali. Cioè soltanto il Comune di Catania. Altra norma scandalo che ha fatto sollevare i comuni della Calabria (regione con il più alto tasso di lavoratori stagionali) che non conta neanche un comune con quelle caratteristiche.
All'articolo 6 del decreto legislativo, in discussione oggi, si estende l'esenzione prevista per gli edifici ecclesiastici anche "nei casi di immobili utilizzati per le attività di assistenza e beneficenza, istruzione, educazione e cultura ... pur svolte in forma commerciale se connesse a finalità di religione o di culto". "La volontà del governo di strangolare gli enti locali - ha denunciato ieri il senatore ds Esterino Montino che già in Commissione lavori pubblici ha duramente criticato il provvedimento - sta andando oltre ogni immaginazione. Mentre con la Finanziaria si stanno tagliando 3 miliardi di euro di trasferimenti, si vuole scippare ai comuni l'Ici dovuta per gli immobili di proprietà degli enti religiosi. Un danno per le casse dei Comuni che l'Anci ha quantificato in circa 300 milioni di euro in meno, dei quali ben 20-25 solo per Roma. È evidente che con una norma del genere Berlusconi e la sua maggioranza vogliono senza pudicizia trarre qualche vantaggio elettorale facendo pagare interamente il conto agli enti locali e ai cittadini".
Il decreto è in "odore di incostituzionalità", come spiega Montino, perché si creerebbero pesanti disparità di trattamento per gli esercizi commerciali civili e quelli ecclesiastici. "Perché - si chiede il senatore - un'attività commerciale laica dovrebbe pagare l'Ici, mentre la sua concorrente religiosa no?". Altro problema: gli immobili appartenenti ad istituzioni di altri culti religiosi sono completamente ignorati dal decreto legislativo.
Università, incidenti in piazza
Giulio Benedetti sul Corriere della Sera
ROMA - In un clima teso, tra blocchi stradali, tafferugli e giudizi critici espressi dalla maggior parte degli atenei, il Senato voterà stamani la fiducia sulla riforma dello stato giuridico dei prof universitari. Il voto probabilmente segnerà l'inizio di uno scontro tra il governo e gran parte del mondo accademico che potrebbe trascinarsi per tutto l'autunno. Ieri mattina le prime avvisaglie del nuovo clima.
I TAFFERUGLI - Alcune centinaia di docenti e giovani ricercatori provenienti dagli atenei di diverse parti d'Italia hanno organizzato un sit-in davanti all'ingresso principale di Palazzo Madama, in concomitanza con la discussione in Aula. I manifestanti hanno occupato la strada impedendo la circolazione delle auto. Dimostranti e forze dell'ordine sono anche venuti a contatto, quando alcuni docenti hanno srotolato uno striscione in mezzo alla strada. È volato qualche schiaffo, ci sono stati spintoni. Almeno un giovane è stato fermato e identificato dalle forze dell'ordine.
L'OTTOBRE CALDO - Si preannuncia un ottobre caldo. Il presidente della Conferenza dei rettori, Piero Tosi, ha chiesto un incontro al presidente della Camera, Casini. E' preoccupato, come lo sono tutti i rettori: "E' inaccettabile una forzatura parlamentare su un tema così importante". Teme che "il blitz" possa ripetersi a Montecitorio. Per Tosi non sono state "individuate reali possibilità, basate sul merito, per l'accesso nei ruoli universitari dei giovani meritevoli".
IL BLOCCO DELLE ATTIVITÀ - Sindacati e associazioni di docenti contrari alla riforma hanno intenzione di bloccare ogni attività degli atenei tra il 10 e il 15 del prossimo mese, il periodo in cui la riforma dovrebbe passare alla Camera. "Gli atenei italiani - ricorda Giuseppe Allegri, esponente della Rete dei ricercatori precari - si mantengono su lavoratori precari che per poche migliaia di euro tengono corsi durante tutto l'anno accademico, svolgono attività di tutoraggio, seguono i laureandi per le tesi di laurea e tengono gli esami". A rischio, dunque, nelle prossime settimane le lezioni in molti corsi e le sessioni di esame. Nei mesi scorsi, proprio per evitare reazioni esasperate, il testo è stato modificato dal governo. Il maxiemendamento che sarà votato oggi consente infatti alle facoltà di assumere ricercatori a tempo indeterminato fino al 2013, insomma il ruolo non sarà soppresso prima di otto anni. Era uno dei passaggi più contestati. E nei giudizi di idoneità per professore associato prevede una quota di posti aggiuntiva pari al 15 per cento, una vera e propria "riserva", di cui beneficeranno anche i ricercatori. Si è cercato, insomma, di dare una speranza di carriera a giovani docenti e studiosi, che però speravano in una terza fascia.
IL MINISTRO - "Un giusto riconoscimento ai ricercatori che per lunghi anni hanno svolto attività didattica all'interno dell'università, prevedendo per loro concorsi riservati - ha detto il ministro Moratti -. Diamo opportunità ai giovani ricercatori di accedere al ruolo di professore ordinario e associato e, in linea con tutti i Paesi europei, diamo più opportunità ai giovani di entrare nel sistema universitario garantendo nel contempo criteri di selezione e di merito".
LE OPPOSIZIONI - Chi contesta la riforma però è convinto che queste misure saranno in parte vanificate dalla mancanza di risorse. E' quello che temono i rettori. E' quanto denunciano le forze dell'opposizione. I senatori dell'Unione non hanno usato mezzi termini per commentare la fiducia chiesta dal governo: "insulto alla democrazia", "disprezzo per il Parlamento", "colpo di mano".
29 settembre 2005