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sulla stampa
a cura di G.C. - 28 settembre 2005


Finanziaria, la manovra non piace a nessuno
Redazione de
l'Unità

"Siamo in emergenza, capiteci". Si sarebbe giustificato così il sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta di fronte alle parti sociali, durante l'incontro a palazzo Chigi. Dopo una serata di domande puntuali senza alcuna risposta, tutti se ne sono andati scontenti. "Ci sono solo i titoli – sintetizza il segretario della Cisl Savino Pezzotta – Sono scomparse anche le cose lette sui giornali. Non c'è nessun elemento di concretezza". E tuttavia, "se tengo conto delle indicazioni del Dpef e le confronto con quelle di Tremonti posso dire che le proposte non sono adeguate".
Guglielmo Epifani, leader Cgil, rivela che il governo vorrebbe incassare 9 miliardi di euro dalla dismissione di immobili: "Cifre impossibili da realizzare". Se ne vanno scontenti i rappresentanti degli artigiani, parlando di riunione "desolante" e "imbarazzante". Confindustra (Montezemolo assente) è laconica: "Apettiamo che il governo precisi le sue proposte".
Insomma, le idee sono poche e confuse: la Finanziaria ancora non c'è. Per presentarla restano due giorni: scadenza il 30 settembre. Intanto Tremonti promette niente tagli alla sanità né tasse aggiuntive, anzi qualche spesa in più. La fantasia torna al potere, e già trapelano le prime vittime. Si profilano infatti tagli intorno al 6,7 per cento della spesa corrente degli enti locali e il congelamento del fondo per le politiche sociali. È previsto inoltre solo un alleggerimento del blocco degli investimenti per le amministrazioni locali mentre le Regioni chiedono la fine del blocco al tetto degli investimenti. Ed ecco dunque il contentino: i comuni che collaboreranno nella lotta all'evasione fiscale saranno premiati con un contributo del 30% sulle somme effettivamente recuperate.
Un menù che il presidente presidente della conferenza Stato - Regioni Vasco Errani, al termine dell'incontro a palazzo chigi, giudica "deludente e preoccupante. L'esecutivo non ha chiarito molte cose, non indica strada che verrà seguita, e soprattutto non ha affrontato il nodo del rilancio del paese".
Sul taglio all'Irap di 2 miliardi, previsto dall'ex ministro Domenico Siniscalco, il caos è totale. Dopo tanti annunci, pare che dovrebbe essere sostituito con un più generico "intervento sul cuneo fiscale" per lo stesso valore.

Ma nessuno conferma.
Incertezza anche sulla portata della manovra. Per il sottosegretario all'economia, Michele Vietti (Udc), l'importo del provvedimento dovrebbe essere "grosso modo 22,5 miliardi". Dunque non una manovra da 25 miliardi come aveva annunciato Berlusconi alla Camera. "Ci stiamo ragionando - spiega Vietti - …


Intesa nel Polo sul proporzionale
Roberto Zuccolini sul
Corriere della Sera

ROMA - Si parla di accordo. E, almeno in apparenza, a un accordo nella Casa delle Libertà si è arrivati. Ma è incompleto perché finora riguarda solo alcuni aspetti generali della riforma elettorale (il cosiddetto "modello toscano") e non gli altri punti rimasti in sospeso, come le primarie per le quali l'Udc ieri sera ha presentato una bozza di proposta. E, soprattutto, è un'intesa che fa emergere una forte fibrillazione all'interno dello stesso partito centrista: da una parte la linea Follini, più dura ed esigente, dall'altra la linea Casini, più aperta alla mediazione con gli alleati di governo. Mentre dall'altro fronte, quello dell'Unione, che ieri ha abbandonato i lavori della commissione per protesta, si promette un muro contro muro in Parlamento.

LEGGE ELETTORALE - L'incontro tra Marco Follini e il leghista Roberto Calderoli, nel quartier generale dell'Udc a via Due Macelli, appare subito in salita. Soprattutto quando si vede che Calderoli insiste con il sistema in vigore nella Regione Toscana, modello che il segretario centrista non ha mai digerito, e che non accetta di reintrodurre le preferenze.
Ma nelle stesse ore alla Camera si svolge un vertice tra Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini: quasi due ore di confronto al quale si aggiunge il presidente della commissione Affari costituzionali Donato Bruno e, dopo una pausa, il forzista Fabrizio Cicchitto e Vincenzo Nespoli di An. Il presidente della Camera, tra un impegno in aula e un altro, continua comunque a seguire la trattativa. Ed ad un certo punto parte una telefonata tra Montecitorio e Due Macelli. Ma Casini non parla con Follini. È Fini a presentare al segretario udc la necessità di accettare l'accordo per voltare pagina e passare agli altri argomenti ancora in sospeso all'interno della Cdl. Un invito che ha comunque l'appoggio di Casini.
Follini alla fine è costretto ad accettare, ma tiene il punto manifestando tutto il suo scetticismo e lasciando a Calderoli i commenti: "Abbiamo raggiunto un accordo tecnico". Perché quello politico manca ancora. Dal segretario udc neanche una parola. L'intesa viene ad ogni modo tradotta in un testo unitario, già presentato in commissione, che ricalca il modello toscano. Prevede l'abolizione dei collegi uninominali e il ritorno al proporzionale con lo sbarramento al 2% per le formazioni "coalizzate", al 4 per i partiti che si presentano da soli e al 10 per la coalizione. I voti dati ai partiti che non ce la fanno (sotto il 2%) verranno comunque conteggiati. Su questo punto l'Udc aveva fatto una battaglia, ma resta delusa dall'eliminazione delle preferenze per le quali presenterà un nuovo emendamento in aula.
Protesta intanto l'Unione abbandonando i lavori della commissione e promettendo un ostruzionismo "totale" nei prossimi giorni. Denuncia Romano Prodi: "Si tratta di una vera e propria sopraffazione".

PRIMARIE - Sulla consultazione popolare, che dovrebbe scegliere anche nel centrodestra chi sarà il leader della coalizione, ieri c'è stato un altro braccio di ferro. Silvio Berlusconi ha sfidato l'Udc: "Aspettiamo una vostra proposta operativa e concreta". Che in serata è arrivata sotto forma di bozza. Il testo stabilisce che le primarie della Cdl si tengano il 10 e 11 dicembre, con candidature da presentare entro il 31 ottobre. Il diritto al voto viene garantito a tutti i cittadini che dichiarino di appartenere al centrodestra dietro il versamento di 2 euro. I candidati si dovranno impegnare a non spendere più di un milione di euro nella campagna elettorale mentre i costi per la consultazione verranno fissati da un apposito ufficio di coordinamento elettorale.

La proposta verrà discussa nei prossimi giorni, ma già arrivano i mal di pancia dal quartier generale di Forza Italia che non apprezza un modello troppo vicino a quello delle primarie organizzate dall'Unione. Mentre anche l'Udc siciliana, a partire da Salvatore Cuffaro, fa sapere che di primarie non vuol sentir parlare, in una regione dove la forza della Cdl sta nell'accordo tra forzisti e centristi. E Gianfranco Fini ammette le difficoltà in atto quando dice che "per le primarie ci vorrebbe un colpo di genio".


La Chiesa contrattacca: continueremo a parlare forte e chiaro
Luigi Accattoli sul
Corriere della Sera

ROMA - "La Chiesa non si lascia intimidire" e continuerà a "parlare in modo forte e chiaro": è la risposta della Cei ai fischi di Siena contro il cardinale Ruini e ai "commenti" sull'"ingerenza" che li hanno seguiti. La replica è venuta ieri per bocca del vescovo Giuseppe Betori, segretario della Conferenza episcopale, durante una conferenza stampa di presentazione del "comunicato conclusivo" del Consiglio permanente che si era tenuto la settimana scorsa.

LA CONTESTAZIONE - Con la prolusione letta ad apertura di quel Consiglio, lunedì 19, il cardinale Camillo Ruini aveva pronunciato a nome dell'episcopato un "no" netto ai Pacs e a qualsiasi forma di "riconoscimento giuridico" delle unioni di fatto. Per quel "no" era stato fischiato venerdì a Siena da una quarantina di studenti, mentre riceveva il premio "Liberal 2005".
A presidente freddo, segretario misurato: se il cardinale presidente della Cei aveva definito quel gesto di contestazione un "piacevole intermezzo", il vescovo segretario ha tenuto lo stesso atteggiamento, ripetendo quella battuta minimizzatrice e aggiungendo che "episodi di intolleranza purtroppo si sono registrati anche in passato, stupiscono piuttosto taluni commenti che hanno voluto caricare la vicenda di significati politici".

LA REPLICA - Poi l'affermazione chiave della conferenza stampa: "La Chiesa non si lascia certo intimidire e non verrà mai meno al suo dovere di parlare in modo forte e chiaro per illuminare i credenti e tutti gli uomini di buona volontà su materie che riguardano la fede e la vita ecclesiale sia su temi di grande rilevanza morale, come la vita umana, la famiglia, la giustizia e la solidarietà".
"Tali interventi della Chiesa - ha detto ancora - non possono in alcun modo essere considerati un'indebita interferenza e tanto meno un'ingerenza nella vita del Paese, rappresentano piuttosto il costruttivo contributo del cattolicesimo al bene e allo sviluppo della nostra amata nazione".
A precisazione della posizione dell'episcopato sulle unioni di fatto, Betori dice: "Non siamo affatto contrari a venire incontro alle necessità delle persone, con strumenti del diritto comune. Già ve ne sono e altri possono essere introdotti. Ciò che ci preme è che non si configuri qualcosa che somiglia alla famiglia senza esserlo".

LE REAZIONI - Pioggia di commenti sulle dichiarazioni del segretario della Cei. L'Arcigay osserva che "se i vescovi sono liberi di fare politica, le altre organizzazioni politiche sono libere di contestarli".

Roberto Villetti (Sdi): "Quanto più la Chiesa si presenta come un attore politico, tanto più si pongono le premesse per il superamento dei suoi privilegi".


A sinistra del Signore
Bruno Gravagnuolo su
l'Unità

Di tutte le accuse che di questi tempi il centrodestra rivolge al centrosinistra, e in particolare alla sinistra diessina e non, ce ne è una particolarmente grottesca e strumentale. Quella di "laicismo ottocentesco e intollerante", e di materialismo ateo e inconfessato. L'accusa è una pistola ad acqua scarica o, forse, anche carica. Ma che colpisce proprio quelli che la impugnano.
Come non sorridere infatti, quando certi discorsi "teocons" risuonano sulla bocca di chi, come Marcello Pera, fu fierissimo mangiapreti e tifoso della fecondazione assistita, sino a qualche anno fa. O di chi, come Ferdinando Adornato, fu negli anni 80 supporter di Nietzsche e Agnes Heller e all'insegna delle ideologie libertarie del corpo, mentre oggi deplora "l'edonismo di massa" e proclama il ritorno all'ordine "liberale e cristiano" d'Occidente. Oppure ancora quando le intemerate provengono da sacerdoti cattolici, già ex conciliaristi e dialoganti con la "potenza mondana" del Pci, dopo essere stati tradizionalisti all'ombra del Cardinal Siri e poi nella penultima fase socialisti craxiani, ma giusto un attimo prima di avvertire in Silvio Berlusconi l'alito dello Spirito Santo.

Loro sì "redenti" in quattro e quattr'otto, senza tappe intermedie o rendiconti. Nondimeno, di là di queste miserie, c'è un grande tema che è giusto riesumare e mettere a fuoco. Per sottrarlo alla propaganda di destra e meglio intendere la sostanza storica di un rapporto profondo che spiega anche certi aspetti della sinistra di oggi: il rapporto tra sinistra e mondo cattolico.
Si potrebbe partire addirittura dalla sinistra mazziniana. Anticlericale per necessità, laddove la Chiesa di Pio IX era ancora un fermo baluardo contro l'Unità d'Italia. Sinistra avversa al Vaticano ma non certo anticristiana, intrisa com'era di valenze cristiane e solidali, all'insegna del primato cosmopolita dell'Italia. O viceversa dal primo socialismo, quello del mazziniano Turati, di certo radicaleggiante e positivista, ma nel quale i busti di Marx, Garibaldi e Cristo giungevano a confondersi nell'iconografia popolare. E tuttavia il primo a porre il tema, con rigore e apertura di orizzonti alla coscienza del movimento operaio, fu Antonio Gramsci. "Quistione vaticana", scriveva nei Quaderni del Carcere in pieni anni trenta, alludendo a tante cose con quella formula. Intanto al peso del "temporalismo" nella mancata formazione dello stato unitario, e fin dal medioevo, quando la Chiesa sventa il tentativo di Federico II di Svevia, più monarca nazionale che imperatore per Gramsci. E ci riesce grazie proprio al pluralismo cittadino, e alla nobiltà, refrattari ad un possibile stato assoluto. Ma più ancora Gramsci indaga il ruolo capillare della Chiesa nel forgiare lo stile degli "intellettuali": cortigiani e localistici, da un lato, cosmopoliti e universalisti dall'altro, senza legami organici con una società civile nazionale poco avanzante e poco laica.
Non c'è "damnatio" nel pensatore sardo, ma considerazione attenta del valore "strutturante" della Chiesa cattolica. Dell'egemonia mediatrice che essa esercita tra umili e potenti. E la sua è una riflessione sull'inevitabilità di un raccordo con il "senso comune" cattolico cristallizzato nei secoli.

Dunque nessun anticlericalismo, già in Gramsci, Bensì attenzione spasmodica e niente affatto strumentale o ateistica, ostile all'ateismo di stato proclamato dal bolscevico Bucharin nel suo Abc marxista.
E però un dato è certo. Il vero salto di qualità sui cattolici, reca impresso un nome: Togliatti. Salto di qualità nel segno del realismo? Sì, ma con dentro molto di più. Ecco la differenza rispetto a Gramsci: non si tratta tanto di incorporare i valori cattolici, svolgendoli in laicità. No. Togliatti riconosce intanto l'autonomia della sfera religiosa, quasi come "categoria" permanente, che non deperisce in quanto "oppio dei popoli" nello stato disalienato comunista (e lo stesso vale per i valori nazionali). Poi, tra infinite polemiche, riconosce uno statuto costituzionale alla religione cattolica, tramite l'inserimento del Concordato nell'art. 7, che pure ribadisce la distinzione tra Stato e Chiesa. Una mossa controversa, che apre molti problemi ancora irrisolti e cede al cattolicesimo una "primazia" discutibile. Ma che evita una guerra religiosa, poco prima dell'esplosione delle madonne pellegrine. E che schiude la via ad una penetrazione del movimento operaio nel tessuto di una società arretrata, dove malgrado la scomunica di Pio XII, comunismo e cattolicesimo non saranno mai un ossimoro, ma un dato della cultura di massa. Via libera quindi anche alle speranze dei cattolici-comunisti, che già prima del crollo del fascismo avevano cominciato ad accorrere sotto le bandiere del Pci. i Rodano, Barca, Ossicini. E a Torino, per poi rientrare all'ombra del tradizionalismo, Balbo e Del Noce. Poi Melloni, e Chiarante, più in là. L'operazione ha dei costi laici, ma include vantaggi. Neutralizza in parte l'integralismo, unifica la coscienza di massa e aiuta indirettamente il collateralismo laico di De Gasperi, impegnato a sottrarre la Dc dall'abbraccio della gerarchia, per fare un partito di centro attento alle istanze sociali e democratiche. Togliatti farà di più. Trova altri due punti di incontro forte coi cattolici: la pace e i "valori". Nel giro di dieci anni, tra il 1953 e il 1963, chiarisce che la prima va ben al di là della lotta di classe, nel mondo dominato dallo spettro nucleare. E che, quanto ai secondi, quelli cristiani sono naturaliter inclinati verso la giustizia e la dignità umana, e non c'è "marxismo-leninismo" che tenga. Ed è la trasposizione politica coerente di qualcosa che già la Carta costituzionale racchiude: un compromesso tra valori socialisti, cattolici e liberali.
Gli stessi che di fatto hanno animato la Resistenza. La storia andrà avanti: il Concilio, le comunità di base. E il dialogo continuo tra marxismo e cristianesimo. Anche nei momenti di massima frizione, come sul divorzio, la linea del Pci è quella di far evolvere i mondi contrapposti, verso una sintesi plausibile plurale di valori. Senza guerre di civiltà o primato di ideologie di stato. Nel segno di un incontro ormai consolidato sui terreni della pace, della lotta alla povertà, della solidarietà e della libertà di coscienza. I paletti, ieri come oggi e dopo la crisi delle "appartenenze"? Rifiuto del confessionalismo, e lotta al dogma trapiantato nello stato. E poi rispetto della libertà e della dignità di tutti, e tutela di tutti gli "stili di vita". E per un mondo dove non ci si stupisca più di tanto se un leader di sinistra dichiara di essere credente. Ma dove nemmeno il contrario faccia scandalo.



Televisione: Lo Schermo in Divisa
Vittorio Emiliani su
l'Unità


Dopo aver letto che Romano Prodi veniva accusato di essere stato "vago" nel denunciare la parzialità dell'informazione radiotelevisiva, Rai e Mediaset, sono corso a leggere il Televideo Rai di lunedì 26, tarda mattinata. Bene, su quattro titoli del notiziario politico, tre erano della CdL (Bondi, Cicchitto e Landolfi) e uno solo (Santagata) era dell'Unione.
Per curiosità, sono passato a Mediavideo.
Fino a non molti mesi fa Mediavideo era più ricco di informazioni politiche, e anche più equilibrate (cosa non impervia), rispetto a Televideo. Si vede che, sin da ora, sono mobilitati, in divisa, per la campagna elettorale: tutti, ma proprio tutti gli "strilli", e quindi le dichiarazioni, erano del centrodestra. Dettagli? Proprio no, Televideo e Mediavideo hanno più lettori di tutti i quotidiani italiani messi assieme, un bel po' di più.
Per i Tg della Rai sta facendo un lavoro pluriennale di vaglio quotidiano Paolo Ojetti su questo giornale e può raccontarne di ogni sorta e colore, anche sugli ultimi mesi. Quanto ai Tg berlusconiani, martedì sera alle 20, il Tg5, evidentemente nell'imbarazzo, non ha dato alcun annuncio della assoluzione del presidente del Consiglio in forza della legge, da lui fortemente voluta, che ha in pratica cancellato il falso in bilancio. I radiogiornali Rai sono stati scandalosamente omologati, tutti e tre, subito dopo le nomine fatte da Berlusconi, pardon da Baldassarre-Saccà, con una occupazione di tipo "militare" della Rai, nella primavera del 2002. E non li smuove nessuno.

"Vago" Prodi dunque? Beh, ce ne vuole per affermarlo. Come i dati sopraccitati confermano. Telescripta manent. Sono talmente abituati a manipolare l'informazione che non si sono nemmeno accorti che il CdA della Rai è cambiato e che il nome del direttore generale è mutato anch'esso (il nome, s'intende). Tirano diritto, loro. Certo, Giovanni Masotti ha esagerato pretendendo di continuare come e peggio di prima, punto e a capo, con opinionisti altamente "trasgressivi" (figurarsi) quali Sgarbi e la Mussolini e Kalimero è stato giustamente rimandato in ufficio. Ma Gigi Moncalvo qualcuno lo vede? Inizia i suoi confronti facendosi il segno della croce, ma dove crede d'essere? E chi crede d'essere? Un crociato? Un missionario? Bruno Vespa, al confronto, sembra il monumento del pluralismo. Soprattutto quando parla di diete. Secondo voi, qualcuno si rende conto, dal Tg1 e dal Tg2, dai succitati radiogiornali e da Televideo, che, per esempio, una cinquantina di province italiane - una su due, quindi - denunciano un serio stato di crisi industriale, come sta scritto nel rapporto ufficialissimo del Ministero delle Attività Produttive? C'è bisogno di dati internazionali ufficiali per ammettere a denti stretti, come quinta o sesta notizia, che lo stato dei conti pubblici e del Pil è sconsolante, ma se da qualche parte arriva, un giorno radioso, la notizia che la crescita non sarà pari a 0 ma a 0,1, chi è di turno al Tg1 e al Tg2 lo annuncia con gaudio magno. Vogliamo parlare della satira? Era tutta fuori da Viale Mazzini e fuori, per ora, è rimasta. C'è soprattutto Blob a ricordare anni che sembrano remoti, mai esistiti forse, e che invece sono ieri l'altro. Adesso ci prova il bravo Gene Gnocchi dopo il Tg2, auguri. I successi di "audience"? Tutti programmi di straordinario spessore culturale, tipici del servizio pubblico: Affari tuoi in versione Pupo, L'Isola dei famosi nella versione di sempre, Miss Italia con Carlo Conti che ormai presenta tutto, Ballando sotto le stelle e così via. Poi, certo, c'è stato il ritorno di Montalbano che non si vedeva da anni; il suo debutto, però, risale, se non erro, al 1999, epoca Munafò-Freccero (dove sei finito, Carlo?). Attenzione, perché il ministro Mario Landolfi ha puntato l'indice accusatore contro la "fiction comunista".
È lo stesso Landolfi che, come il suo predecessore Gasparri, non vuol concedere alla Rai nemmeno un euro di aumento del canone (che pure è il più basso d'Europa). Così la Tv pubblica dipenderà ancor più dalla pubblicità, e la pubblicità la attirerà soltanto con programmi marcatamente commerciali, oppure - Montalbano insegna - con prodotti di alta qualità. Che però, forse, sono "comunisti". Fra l'altro, nel 2005 la pubblicità Rai non sta andando granché bene. Secondo Il Sole 24 Ore, gli introiti della Sipra sono di 30-40 milioni di euro inferiori alle previsioni. Mentre Publitalia-Mediaset viaggia col vento in poppa. Un'alternativa ci sarebbe: una caccia meno pigra a chi non paga il canone (20-21 per cento). Pensate cosa succederebbe se Landolfi, che è di Mondragone (Caserta), la volesse praticare: al suo paese e quindi nel suo collegio scoppierebbe il finimondo, visto che il canone Tv non lo paga nemmeno il 50 per cento, un utente (scarso) su due. Contro l'87-88 per cento di Ferrara, di Livorno, di Ravenna, di Siena, della stessa Bari, o di Lodi.
Tanto per alzare "polveroni" pre-elettorali e vittimistici, adesso la CdL accusa Prodi di voler procedere a vistose "epurazioni" in caso di vittoria alle elezioni. Sul piano del costume democratico sarebbe, da sola, una misura disastrosa, anche se alcuni vertici si sono comportati e si stanno comportando, dal punto di vista dell'interesse pubblico, in modo scandaloso. Il problema-chiave è un altro: fare piazza pulita, appena possibile, della vergognosa legge Gasparri, liberare la Rai dall'abbraccio mortale del governo e dei partiti (di tutti i partiti), dare cioè ad essa quegli organismi e quegli strumenti di garanzia istituzionale che, in giro per l'Europa, tutelano l'autonomia politica e aziendale della Bbc, della radiotelevisione scandinava, di quella francese o tedesca. Su questo Romano Prodi ha il diritto-dovere di dire parole chiare, di prendere impegni netti, inequivocabili. Al più presto.



Spacciatori dal colletto bianco
Carlo Bonini su
la Repubblica

A guardarlo dal fondo, è un segreto di pulcinella, fragile quanto l'ipocrisia che nasconde. Perché lo sanno anche i muri. La coca è tanta. E a buon mercato. E ormai non hai neppure più bisogno di farti al cesso, perché se "pippi" in pubblico ti andrà meglio che accenderti una sigaretta. Il generale Carlo Gualdi, direttore della Direzione centrale dei servizi antidroga, la racconta in due parole: "La cocaina è in mezzo a noi. E non crea diversi".

Il prefetto Nicola Cavaliere, direttore della Direzione centrale anticrimine, la anima: "In alcuni ambienti dello spettacolo, purtroppo, si sniffa dai tempi del cinema muto. Non è una scoperta. Il problema è che la cocaina è diventata la droga di tutti. Guardando il video di Kate Moss si capisce che, in certe situazioni, un vassoio con una decina di strisce ha lo stesso effetto dell'arrivo in tavola di una cuccuma di polpette al sugo. Nessuno si gira dall'altra parte. E anche chi non assaggia, dirà: "Però, che belle polpette. Quanto le fanno adesso?"". Tra i 50 e i 70 euro al grammo.

Una sciocchezza anche per tasche poco capienti. Più o meno il prezzo di vent'anni fa, quando un grammo oscillava tra le 120 e le 150 mila lire e la bianca era roba di ricchi. Oggi, appunto, è roba per tutti. Soprattutto perché, se proprio non ci arrivi, puoi sempre farti dell'immondizia che ha mandato in pappa Napoli: le "palline" (coca da fumare) a 15 euro, la "capocciata", (coca sciolta in acqua e bicarbonato) a poco meno. Dunque?

Se ci si libera da curiosità pruriginose, e si capovolge la prospettiva, capita di fare qualche scoperta. Raffaele Grassi, direttore della seconda sezione del Servizio centrale operativo della polizia di stato, è un ferrarese schietto. Dice: "Il mercato della cocaina è florido, ad alto reddito e privo di conflittualità. C'è posto per tutti e tutti possono riempirsi la pancia. Oggi, chi è più il fesso o il disperato che si mette a fare rapine in banca, contrabbando di sigarette, sequestri di persona? Se hai bisogno o voglia di fare soldi in fretta, ti metti nel giro della coca. Ma non per fare il trafficante, ma lo spacciatore. Volete sapere ormai chi ci troviamo sempre più spesso di fronte nelle nostre operazioni antidroga? Il ceto medio. Impiegati, piccoli professionisti, commercianti. Insomma, incensurati. Che cominciano come consumatori e scoprono presto che con un po' di roba piazzata nella cerchia degli amici o comunque della gente che si frequenta, si risolvono un sacco di problemi. Soprattutto in provincia, con la coca ci si pagano i mutui, ci si comprano i bar, i ristoranti, i negozi. È gente che di delinquenziale in senso tradizionale non ha nulla".


Del resto, i ricarichi sulla merce sono straordinari. Un chilo di cocaina che, all'origine, e dunque in Colombia, in Albania o in Nigeria, costa 1.200 euro, lievita a 40 mila euro nelle mani dei grossisti di casa nostra per poi arrivare, al dettaglio, tra i 50 e gli 80 mila euro. Ora, tenendo presente, che, all'origine, la merce è purissima, con un principio attivo intorno al 90 per cento, mentre, al dettaglio, dopo essere stata "tagliata", la coca migliore conserva un 60 per cento di sostanza psicotropa, non è difficile farsi due conti. Noi li abbiamo fatti e i numeri dicono che il capitale investito in cocaina si triplica in soli 14 giorni".

È un irresistibile albero della cuccagna spinto nella crescita da una legge di mercato che gli addetti ancora faticano a leggere. Come spiega Fabio Giobbi, della sezione narcotraffico dello Sco. "Nessuno può dire con certezza se oggi è la domanda di coca che spinge l'offerta o, viceversa, se è la grande offerta e la concorrenza a ribasso dei prezzi che sta allargando il mercato. Una cosa è certa. È senz'altro vero che se compro 10 mila euro di roba da un grossista, me ne porto a casa 30 mila in un paio di settimane. Ma può andarmi anche meglio, perché troviamo cocaina tagliata fino ad otto volte".


La crescita di un "ceto medio" di incensurati consumatori che diventano incensurati spacciatori ha esploso il mercato e ne ha anche assestato e ridotto i rischi. "I padroni dell'import di cocaina - spiega Sebastiano Vitali, direttore del reparto operazioni della Direzione centrale dei servizi antidroga - quelli che trattano con i grandi cartelli, restano i calabresi. E Milano resta la città in cui si fa il prezzo della roba. Anche le rotte continuano ad essere quelle tradizionali dal Sudamerica verso Spagna e Olanda. Cui si sono aggiunte ormai stabilmente quelle dall'Albania, i corrieri dalla Nigeria e porti di stoccaggio in Africa Occidentale, a Capoverde e Togo. Quel che è cambiato, appunto, è che il crimine organizzato non ha più bisogno di una rete di smercio al dettaglio. Ci pensano quei consumatori diventati piccoli imprenditori, o "investitori", se si preferisce. Anche perché assicurano una penetrazione nel mercato ancora più capillare ed efficiente. C'è il giro dei medici, il giro dei piloti, dei giornalisti, degli impiegati statali".

A Milano, come a Torino, a Roma o in provincia. "È da qualche anno che la coca non la vai più a cercare in piazza, ma te la portano a casa con uno squillo sul cellulare. E quando il cellulare è un numero che cominciano a conoscere in troppi, si cambia scheda", dice il capo della squadra mobile di Roma Alberto Initini. Solo Napoli fa storia a sé. "La Camorra - dice Raffaele Grassi - è autonoma. Nell'approvvigionamento e nello spaccio. "Cavalli" e "cavallini" restano affare dei clan".

Le coltivazioni transgeniche di coca consentono ormai quattro raccolti l'anno. E le statistiche di polizia ne sono lo specchio. Nei primi nove mesi di quest'anno, sono state sequestrate soltanto in Italia poco meno di tre tonnellate e mezzo di cocaina, il 40 per cento in più del 2004. Le operazioni antidroga sono state oltre 14 mila con oltre 22 mila tra denunciati ed arrestati. A dirla tutta, i numeri dello sforzo immane di chi è chiamato a svuotare il mare con un secchiello.


  28 settembre 2005