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a cura di G.C. - 27 settembre 2005


Falso in bilancio, premier assolto
Luigi Ferrarella sul
Corriere della Sera

MILANO - Dopo 9 anni di un processo di primo grado, tre volte azzerato da eccezioni procedurali e dunque quattro volte ricominciato da capo, la seconda sezione del Tribunale di Milano assolve Silvio Berlusconi dall'imputazione di falsità contabili per 1.000 miliardi di lire nei bilanci Fininvest 1989-1995 "perché il fatto non è più previsto come reato dalla legge" nuova sul falso in bilancio. Quella approvata nell'aprile 2002 dalla maggioranza parlamentare dell'imputato diventato nel frattempo presidente del Consiglio, ed elaborata con l'apporto significativo di uno dei suoi avvocati, il professor Gaetano Pecorella, deputato di Forza Italia e presidente della Commissione Giustizia della Camera. La formula arricchisce la gamma dei proscioglimenti di Berlusconi, aggiungendosi a 6 prescrizioni, 4 assoluzioni nel merito e una amnistia.

L'AVVIO - Dal 1996 la Procura, ritenendo d'aver individuato la "tesoreria" occulta di Fininvest nella galassia off-shore architettata dall'avvocato inglese David Mills attorno alla "All Iberian", imputava all'imprenditore Berlusconi di aver utilizzato i contestati fondi extrabilancio per "l'ottenimento di frequenze televisive in violazione dei presupposti di legge"; per "scalate occulte di società quotate ( Rinascente, Standa e Mondadori , ndr); e per "illeciti finanziamenti di uomini politici", ovvero i 21 miliardi al leader psi Bettino Craxi nel 1991, estero su estero. Nel giugno 1998, allorché il processo è a un passo dalla sentenza, la Fininvest (di Berlusconi) lamenta di non aver ricevuto dalla magistratura la notifica quale "parte offesa" teoricamente interessata a costituirsi parte civile contro l'imputato (Berlusconi) accusato di falsità contabili in suo danno.

LO SDOPPIAMENTO - Il Tribunale sdoppia allora il processo: accoglie l'eccezione e fa ricominciare il processo per il falso in bilancio, va invece avanti sui soldi a Craxi e infligge a Berlusconi 2 anni e 4 mesi per finanziamento illecito del Psi. Condanna che però viene cancellata dalla prescrizione del reato, che interviene subito in Appello. Il processo per falso in bilancio ricomincia nel settembre 1998, ma "salta" su un'altra eccezione difensiva, accolta dal Tribunale: indeterminatezza del capo d'imputazione. Come nel gioco dell'oca, si retrocede alle indagini preliminari. Nuovo rinvio a giudizio, e poi terzo inizio di processo, ma altro capitombolo: la difesa ricusa uno dei giudici perché già giudice del patteggiamento di un coimputato. Alla quarta volta che il processo ricomincia da capo, nel 2002 cambia la legge sul falso in bilancio. Per le società non quotate (come Fininvest) la condizione per perseguire il reato è la querela di un socio o di un creditore che si ritengano danneggiati: e qui nessun socio Fininvest (Berlusconi stesso) né alcun creditore sporge querela. La legge esclude inoltre la punibilità se le falsità restano sotto le soglie del 5% del bilancio, dell'1% del patrimonio netto o del 10% di valutazioni estimative di singole poste: e in questo processo non c'è, agli atti, una quantificazione di questo genere per ciascuno degli anni in contestazione. Dal 2002, perciò, la Procura non fa che tentare invano di sottrarre all'eutanasia giudiziaria il processo: propone una serie di ricorsi alla Corte Costituzionale e alla Corte Europea di Giustizia, tutti però risoltisi senza censure dirette all'operatività della nuova legge. Così ieri i giudici Busacca, Meyer e Fagnoni staccano la spina del processo: non per prescrizione (come chiede il pm Francesco Greco), ma (come ottengono le difese) "perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato". Assoluzione estesa anche agli ex dirigenti Fininvest Giancarlo Foscale, Alfredo Zuccotti e all'ex amministratore delegato Ubaldo Livolsi, poi artefice della quotazione di Mediaset, oggi banchiere d'affari, presidente di Cinecittà, e consulente dell'immobiliarista Stefano Ricucci, primo azionista del Corriere con il 20% di Rcs.



Si riapre lo scontro tra politica e giustizia
Massimo Franco sul
Corriere della Sera

L'assoluzione di Silvio Berlusconi nel processo All Iberian riapre un fronte giudiziario che sembrava ai margini dello scontro fra il governo e i suoi oppositori. I magistrati hanno motivato il proscioglimento spiegando che "il fatto non è più previsto dalla legge come reato": una precisazione che porta l'opposizione a parlare di "assoluzione ad personam ". In quel "non è più previsto" si ricorda implicitamente che il Parlamento ha approvato una riforma abrogativa di una parte del falso in bilancio: quello per il quale il premier e altri tre manager Fininvest erano stati rinviati a giudizio. Ma il fiotto di veleno che sta riaffiorando anticipa quanto potrà accadere anche sulla cosiddetta "ex Cirielli". E' la legge che, abbreviando i termini di prescrizione per alcuni reati, avvantaggia anche l'ex ministro berlusconiano Cesare Previti. Il governo è quasi obbligato ad approvarla entro l'inizio di novembre: altrimenti, l'incrocio con l'epilogo processuale di un altro imputato renderebbe tutto inutile. Palazzo Chigi ha cercato di prevenire le obiezioni del Quirinale, facendo cambiare dal Senato alcune norme vistosamente incostituzionali. Se le modifiche che dovevano cancellare le perplessità di Carlo Azeglio Ciampi non basteranno, tuttavia, sono prevedibili nuove tensioni. E stavolta, non soltanto con il centrosinistra ma con lo stesso presidente della Repubblica. Qualora il capo dello Stato nutrisse ancora dubbi, per Berlusconi si aprirebbe un altro conflitto a pochi mesi dalle elezioni. E in ogni caso, riaffiorerà l'accusa di avere fatto approvare di nuovo una "legge ad personam" per Previti. D'altronde, il Quirinale è incalzato anche da un'Associazione nazionale magistrati in rotta di collisione col ministro della Giustizia Roberto Castelli, leghista. Fra l'altro, l'Anm accusa Castelli di non fornire dati sulla ricaduta della ex Cirielli. Ieri, mentre la legge approdava alla Camera, l'Associazione ha sostenuto che avrà l'effetto di prescrivere "fra i 40 e i 70 mila processi". Insomma, il braccio di ferro col potere politico sta riesplodendo. E l'assoluzione di Berlusconi si incornicia in questo contesto, esasperandolo. Massimo Brutti, responsabile Giustizia dei Ds, invita a "stendere un velo pietoso" sulla vicenda All Iberian, la società off shore accusata di filtrare i soldi della Fininvest. "Del resto", ricorda Brutti, "la legge sul falso in bilancio è stata cambiata per garantire l'impunità degli imputati". Naturalmente, il centrodestra replica sostenendo che la legge "è in linea con l'Europa".

E' una polemica che la campagna elettorale promette di rendere fortemente strumentale; e di alimentare, dando spazio alle posizioni più estreme su entrambi i fronti.


"E adesso la salva-Previti"
A rischio migliaia di processi
Liana Milella su
la Repubblica


ROMA - Le toghe e gli avvocati penalisti, per una volta uniti, stanno appena fuori il palazzo. Il presidente dell'Anm Ciro Riviezzo confabula con il leader delle Camere penali Ettore Randazzo quasi sulla soglia della Camera. Si scambiano un allarme profondo e condiviso: con la legge Cirielli, o ex Cirielli visto che il deputato aennino che ne fu l'originario padre l'ha poi ripudiata, o ennesima legge "salva Previti" come ormai la chiamano tutti, i parlamentari dell'Unione e gli stessi magistrati, sono destinate a saltare "decine di migliaia di processi". Il drastico taglio dei tempi di prescrizione, accorciati fino alla metà, sortiranno l'effetto di un colpo di spugna. Il vicesegretario dell'Anm Nello Rossi, giudice in Cassazione, azzarda anche una stima numerica, la prima dopo l'insopportabile dietro front del ministro della Giustizia Roberto Castelli che una settimana fa ha negato i prospetti e si è trincerato dietro una loro presunta parzialità. La stima di Rossi è pesante. "Sarebbero tra i 40 e i 70mila i procedimenti che rischiano di concludersi con la prescrizione in appello". Tanti, troppi, completamente al buio. Una "criptoamnistia permanente" come la chiama il docente di procedura penale Franco Cordero perfettamente inserita nella "filosofia dell'impunità" perseguita dal governo Berlusconi in un'intera legislatura.

Ancora una volta, e i cinque anni stanno per concludersi, la storia si ripete, inesorabile ed uguale: chi protesta rimane fuori del palazzo, ma dentro al palazzo la legge Cirielli va avanti. E pure di corsa. Con la mossa, anche questa già sperimentata, di rinviare la discussione di una settimana, quando i tempi parlamentari saranno contingentati, quando alla pattuglia dell'opposizione non resterà che una manciata di minuti per rendere pubblico tutto il suo sconcerto. È sempre accaduto con tutte le leggi ad personam, le leggi sulla giustizia volute da Berlusconi per salvare se stesso e il suo ex avvocato di fiducia Previti. Sta accadendo di nuovo. Ecco che ieri, in un'aula deserta, s'avvia la discussione generale sulla Cirielli. Non è una sorpresa. Il presidente della Camera Casini l'aveva messa in calendario sin dall'inizio di settembre. Ed era previsto che se ne parlasse subito dopo aver liquidato e passato al Senato un'altra legge altrettanto discussa, quella proposta dall'azzurro Gaetano Pecorella che toglie al pubblico ministero la possibilità di presentare appello se ha perduto il processo e l'imputato è stato assolto. Il primo a fruirne sarà, guarda il caso, giusto Berlusconi per l'appello della Sme. Sistemato il capo, si passa al gregario.

Al Quirinale sono in allarme da settimane. A fine luglio, subito dopo il voto al Senato, dal Colle è partito un messaggio informale per via Arenula. L'impatto sui processi è importante. L'opposizione, ancora Fanfani, lo ha chiesto sin dal 15 dicembre 2004 quando si svolse il primo dibattito alla Camera. Castelli disse subito che "era difficile". Ma promise che avrebbe poi chiesto gli elementi alle Corti di appello. Nel dossier del Quirinale è schedata la dura reprimenda della Cassazione che a stretto giro, con una nota piccata, spiegò come rischiavano di saltare tutti i processi per reati puniti con cinque e sei anni, mentre erano in bilico quelli da otto. Al Senato è toccato al sottosegretario azzurro Luigi Vitali dire che il ministero non era ancora pronto, che i dati non c'erano. Ma in pieno agosto, al Sole 24 Ore, il direttore dell'ufficio statistica Fausto De Santis rivela che i dati ci sono, sono stati inviati al ministro, dimostrano che "la Cirielli avrà un impatto molto, molto forte sui processi".

A quel punto sui dati cade il black out. Negli atti della Camera sono registrate le parole che Bonito ha pronunciato ieri: "Vi sono motivi, elementi e fatti che ci consentono di affermare con la dovuta e necessaria certezza che il ministro ha mentito al Parlamento e questo costituisce fatto politico di rilevanza e gravità eccezionali". Di fronte alla platea dell'Anm il responsabile Giustizia dei Ds Massimo Brutti coinvolge pesantemente Casini: "Il presidente della Camera non ha nulla da dire di fronte al diniego verso il Parlamento?". Ma il sottosegretario Vitali reagisce all'insegna del più assoluto understatement con la singolare premessa che "il governo non ha un particolare interesse per questa legge".

Poi aggiunge: "Mi preoccupo poco del nuovo impatto di una norma nel sistema complessivo del nostro Paese, ma sono molto interessato alla giustezza di quella norma. Anche il dato sull'impatto può essere importante ma non è sufficiente per giustificare l'abbandono di un'iniziativa legislativa parlamentare se questa ha un senso, una logica, un fondamento". Peccato che sul Colle non la pensino affatto così e si preparino a radiografare una legge che puzza di "irragionevolezza costituzionale".


Ma se Bondi si offre lo prendiamo?
Antonio Padellaro su
l'Unità

Mettiamo che un giorno, anzi che una notte, Sandro Bondi (sì, Bondi il numero due forzista, l'uomo più devoto a Berlusconi) decida di cambiare vita, di attraversare le linee nemiche e di offrirsi all'Unione per essere candidato alle elezioni del 2006. Che fa l'Unione, lo prende? Chiediamo scusa a Bondi se abusiamo del suo nome per estremizzare (e dunque per rendere più nitido) un problema che non riguarda lui bensì la discussione che anima e divide il centrosinistra sui cosiddetti transfughi del Polo.
Da che mondo è mondo passaggi di campo armi e bagagli e improvvisi mutamenti di casacca partitica ci sono sempre stati. Così come è normale che alla figura del voltagabbana si accompagnino riprovazione e dileggio da parte di chi ha una visione, diciamo così, non mercantile della politica. Il fatto è che la crisi galoppante della Casa della libertà sta dando al fenomeno del trasformismo dimensioni inattese, soprattutto a livello locale dove gli esponenti della (ex) maggioranza che hanno saltato il fosso sono almeno una cinquantina.
Pur pensando che ciascuno dovrebbe tenere alla propria reputazione, e a maggior ragione chi ricopre ruoli elettivi, proviamo a osservare la questione esclusivamente sotto l'aspetto pragmatico. Quindi non se sia eticamente giusto o ingiusto ospitare chi viene dal Polo, ma se ciò sia utile alle fortune dell'Unione o invece controproducente. Ebbene, stando alle regole sul trattamento dei transfughi che i leader unionisti faticosamente mettono a punto, uno come Bondi, teoricamente, dovrebbe essere accolto a braccia aperte. Non ha detto infatti Prodi, illustrando la sua "dottrina" che occorre distinguere "i transfughi che sono a caccia di un posto e, invece, i cambiamenti dei partiti, dei movimenti, le prese d'atto di una crisi irreversibile del Polo"? Una presa d'atto che un Bondi (sempre con rispetto parlando) o un qualunque altro leader della destra non farebbe fatica a concedere all'atto del suo ingresso nella sede di Santi Apostoli. Allo stesso modo di quei tanti ex iscritti al Pci che non esitarono a entrare, per esempio, in Forza Italia, spinti a farlo (almeno così dissero) dalla crisi irreversibile del comunismo.
No, se come sostiene l'ulivista Santagata "fare prigionieri" e poi arruolarli sotto le insegne unioniste è cosa buona e giusta, allora non occorre neppure sottoporli al purificante purgatorio ipotizzato dal Professore: se sono utili alla causa prendiamoli tutti e non se ne parli più. Allora ha ragione da vendere anche Claudio Rinaldi quando invita quelli del centrosinistra a non fare troppo gli schizzinosi. Insomma: se l'obiettivo è la vittoria finale su Berlusconi, a cosa serve "ostentare un'improbabile purezza etnico-culturale?".
Già, ma siamo davvero sicuri che inzeppare le liste dell'Unione di ex deputati e senatori del Polo, saliti sul carro del vincitore all'ultimo minuto porti acqua al mulino della coalizione? E gli elettori? Per caso, qualcuno ha pensato a come la prenderanno i “nostri” elettori? Non ci riferiamo alle ex clientele della destra che gli onorevoli trasformisti cercheranno di riciclare in clientele del centrosinistra. Parliamo delle persone che in questi quasi cinque anni sono stati sempre con l'opposizione; e ne hanno sempre condiviso tutte le battaglie per la pace, i diritti e la legalità; e per l'opposizione hanno sempre votato trasformandola nella maggioranza di quasi tutte le regioni e di quasi tutte le città. Donne e uomini che per quasi cinque anni hanno vissuto sulla propria pelle le tante anomalie democratiche generate dal governo Berlusconi: a cominciare dalle indecenti leggi ad personam di cui proprio in queste ore (sentenza All Iberian) la giustizia continua a subire gli effetti nefasti.
Come si pensa reagirebbero questi cittadini qualora vedessero spuntare sulla scheda dell'uninominale, sotto il simbolo dell'Unione, il nome di qualche ex soldatino azzurro o di qualche suo collega leghista o udc o an, sempre allineati e coperti ogni volta si doveva votare le leggi care al premier- proprietario?



Parlamento, la Lega fa lo scambio di coppie
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera

Sorpresa: gli scambisti sono sbarcati in politica. Certo, non gli scambisti a luci rosse dei club privé. Almeno che si sappia. Ma due deputati leghisti, forse per marcare una innovazione padana nei confronti del vecchio nepotismo partitocratico, si sono scambiati davvero le mogli.

Ognuno ha assunto in ufficio, a spese dello Stato e quindi di noi cittadini, la moglie dell'altro.
Una bella pensata che, aggirando gli stucchevoli paletti di una legge bigotta contro il familismo, apre nuovi orizzonti al mantenimento di figli e cugini, generi e cognati, zie e concubine. Senza più il fastidioso ingombro di provvedere al vitto e alloggio dei propri cari, comodamente collocati a carico delle pubbliche casse. I protagonisti della nostra storia, che pare fosse nota a un mucchio di addetti ai lavori rigorosamente omertosi ma non ai cittadini, sono Maurizio Balocchi ed Edouard Ballaman. Due personaggi piuttosto noti.

Il primo è sottosegretario agli Interni, il secondo questore della Camera. Il primo, un genovese di nascita fiorentina, è stato il fondatore dell'Associazione italiana amministratori di condomini, è parlamentare dal 1992 e della Lega è stato il segretario amministrativo. Il secondo, nato in Svizzera ma cresciuto a Pordenone, è un commercialista finito spesso sui giornali. Prima per aver dato fuoco in diretta tivù al concordato fiscale del governo Dini. Poi per aver battuto Vittorio Sgarbi nell' uninominale anche grazie a volantini in cui invitava i cattolici a votare per lui (insegnante in una scuola salesiana) e non per gli avversari giacché uno era "comunista" e l'altro un "noto libertino frequentatore di pornostar". Quindi per aver proposto per due volte l'abolizione del "made in Italy" da sostituire al Nord con "made in Padania. Per non dire delle sparate sul diritto di Pordenone a diventare una provincia autonoma o di un'intervista al "Sole delle Alpi" dove alla domanda su cosa detestava rispondeva: "Il tricolore". Amici da anni, i due hanno vissuto insieme almeno tre avventure finanziarie. La prima fu la tentata speculazione immobiliare leghista a Punta Salvore, in Istria, che vide come progettista il futuro presidente del consiglio regionale veneto Enrico Cavaliere e come investitori nella "Ceit srl" un sacco di esponenti del Carroccio, a partire dalla moglie di Umberto Bossi: un'operazione disastrosa, finita con la sparizione di due miliardi, il fallimento e la decisione del pm Paolo Luca di contestare all'intero consiglio di amministrazione la bancarotta fraudolenta e il falso, "per aver segnato sui libri contabili della società che le quote ammontavano a cento mila lire, quando in realtà le azioni costavano dai quaranta milioni in su".

La seconda fu la fondazione, ancora con soci leghisti come Stefano Stefani e il solito Enrico Cavaliere, della società "Santex" per gestire il casinò dell'Hotel Istria di Pola. Una vicenda chiusa con la vendita delle quote. A chi? Giuseppe Ragogna e Stefano Polzot, nel libro "L'aquila tradita", scrivono che "secondo alcuni periodici croati sarebbero state cedute a Moshe Leichner e al figlio Zvi, due americani di origine israeliana arrestati a Los Angeles per una presunta truffa valutaria da 77 milioni di dollari ai danni di un centinaio di risparmiatori ".

La terza avventura fu quella delle sale Bingo. Maurizio Balocchi puntò sulla "Bingonet", della quale era amministratore unico e azionista di maggioranza. Il secondo, allora vicepresidente della commissione Finanze, sulla "Cristallina", una sua creatura che riuscì a ottenere la concessione di quattro sale: a Pordenone, Treviso, Belluno e Trieste. "Che male c'è?", rispose a chi sollevava perplessità. E spiegò: "Quando ho saputo che gli imprenditori romani volevano venire qui a far soldi mi sono attivato affinché la gestione fosse targata Destra Tagliamento". Finì malissimo.

Fallì la "Bingonet", nonostante lo sconcertante prestito avuto dalla padana "Credieuronord", la banca di cui Balocchi era consigliere d'amministrazione (!) e i cui soci, piccoli risparmiatori leghisti rovinati, deliberarono "un' azione di responsabilità nei confronti degli amministratori e dei direttori generali per il risarcimento dei danni". E fallì, anche qui con uno strascico di denunce di soci che si ritenevano truffati, pure la "Cristallina". La quale, nata con un capitale di 20 milioni di lire, aveva puntato a rastrellare 14 miliardi e distribuito quote per oltre 4. Ma tra tante disavventure, almeno un'idea è stata per entrambi un affare.

Quella che i due ebbero subito dopo la vittoria elettorale del 13 maggio 2001, quando la possente ondata liberale e liberista avrebbe dovuto spazzare il vecchio sistema clientelare del passato: perché non fare cambio delle mogli? Professionalmente, si capisce. E così, detto fatto, alla metà di giugno il neosottosegretario agli Interni Maurizio Balocchi prese come collaboratrice Tiziana Vivian, da quattro anni signora Ballaman. E contemporaneamente, la stessa settimana, il neoquestore della Camera Edouard Ballaman arruolò nel suo ufficio a Montecitorio la signora Laura Pace, cioè la nuova compagna che a Balocchi, separato dalla prima moglie, avrebbe di lì a poco dato un figlio di nome Riccardo.

Dicono ora, nel piccolo mondo della politica, che erano in tanti a sapere. Come in tanti sapevano della scelta del sottosegretario azzurro alla sanità Elisabetta Casellati di assumere come capo della segreteria sua figlia. O del figlio Riccardo e del fratello Franco di Umberto Bossi mandati a fare i consiglieri a Bruxelles e fatti rientrare solo dopo lo scoppio dello scandalo.



"Bankitalia ci ha spiazzato, violate tutte le regole"
Alberto Statera su
la Repubblica

L'uomo che, suo malgrado, ha creato la più grave crisi istituzionale che l'Italia ricordi negli ultimi anni, con un ministro dell'Economia dimissionario, un ex ministro prima licenziato con ignominia, che torna ristorato dall'eclissi del suo avversario, un governatore della Banca d'Italia roccioso come un "orso marsicano" ormai surgelato in freezer, e un presidente del Consiglio che annaspa, incapace di decidere che fare, si chiama Rijkman Groenink. E' un cinquantaseienne protestante nato nel paesino olandese di Den Helder, che ha fatto tutta la sua carriera nell'Abn Amro, l'ex Banca della Regina, fino a diventarne chairman del board nel maggio del 2000.

Rijkman credeva di conoscere l'Italia perché, quando si vuole rilassare, sale sulla sua Mercedes ad Amsterdam e - poveretto - guida fino alle campagne di Siena, dove possiede una cascina. Ma mai avrebbe immaginato che i bizantinismi di questo nostro paese ne avrebbero fatto l'uomo che involontariamente scardina l'asfittico sistema bancario e capitalistico italiano, terrorizzato da una parola che si pronuncia in tutto il mondo, come "concorrenza" o, peggio, globalizzazione.


Mister Groenink, avrebbe immaginato che il controllo dell'Antonveneta da voi rivendicato e ottenuto dopo una grande battaglia finanziaria, avrebbe provocato una così grave crisi istituzionale in Italia?
"Mai avremmo potuto pensarlo. Non potevamo neanche immaginare che la Banca d'Italia avrebbe assunto l'atteggiamento che ha assunto e che questo avrebbe fatto precipitare quella che lei chiama una crisi istituzionale. Questo non ha avuto alcun ruolo nei nostri ragionamenti. Noi siamo banchieri venuti in Italia già tanto tempo fa, nel 1974, ritenendo che questo paese offra molte opportunità. Nel momento in cui tutto ciò sembrava venire frustrato, l'unico obiettivo è stato proteggere i nostri interessi".
Quando avete capito che vi volevano fregare?
"Quando abbiamo visto che non si rispettavano le regole del gioco. In gennaio si era sparsa la voce che la Banca popolare di Lodi e i suoi alleati avevano acquisito una quota di Antonveneta. I nostri colloqui con Banca d'Italia e con Lodi furono irrimediabilmente senza esito. Nel frattempo, la quota posseduta dalla Lodi in Antonveneta cresceva senza che ne fossero informate la Consob e la Banca d'Italia. Che dovevamo fare se non proteggere le nostre posizioni?"
Perché la Banca d'Italia ha permesso che non si rispettassero le regole del gioco?
"Ce lo siamo chiesto e questo è proprio quello che ci ha più stupiti. Non ci spiegavamo come la Banca d'Italia potesse permettere alla Lodi di prendere il cento per cento di Antonveneta. Non avremmo mai pensato che una piccola banca con un "capital ratio" come la Lodi potesse essere autorizzata a un'operazione del genere. Ci ha sollevati il fatto che la Consob ha agito, contrariamente ad altri, in modo imparziale, in conformità alle norme. E che la Procura di Milano è intervenuta congelando la nomina del nuovo consiglio d'amministrazione di Antonveneta ed esautorando il signor Fiorani".
Mister Groenink, erano arrivati i "furbetti del quartierino".
"Quartierino, quartierino. I don't know quartierino. Ma I know mister Gnutti, lo conosco molto bene mister Gnutti, è stato uno dei firmatari del patto parasociale per Antonveneta. Era molto, molto contento che Abn Amro fosse un azionista importante di Antonveneta".
Poi ha tradito?
"Forse a un certo punto il signor Gnutti ha pensato che Antonveneta fosse un oggetto troppo interessante per lasciarla ad Abn Amro".
E Ricucci, l'ex odontotecnico di Zagarolo, eroe dell'estate italiana?
"Mai conosciuto".
E il governatore Fazio?
"Certo che l'ho conosciuto e per molti anni ho avuto il privilegio di essere in contatto con lui. Noi siamo stati schietti e anche lui è stato franco nell'illustrare i suoi progetti per il sistema bancario italiano".
E poi?
"Poi abbiamo concordato sul fatto di non essere d'accordo. Lui ha detto: "Io ho la mia agenda". Io gli ho risposto: "Governatore, sono disposto a muovermi secondo la sua agenda". Ma purtroppo negli ultimi mesi le nostre agende non si sono incontrate".
Il punto di contrasto era l'"italianità" rivendicata da Fazio?
"Riesco a comprendere che un paese voglia mantenere banche importanti nel proprio territorio e penso che Fazio e l'Italia non facciano eccezione. Per cui nutro simpatia per l'idea di mantenere industrie d'importanza cruciale in mani italiane. Ma allo stesso tempo dev'essere chiaro al governatore della Banca d'Italia e a tutti che l'integrazione a livello europeo di industrie e banche sta già avvenendo e continuerà in futuro, perché anche un mercato locale grande come l'Italia non sarà sufficiente per sopravvivere nell'arena internazionale. Un banchiere come Profumo e una banca come Unicredito l'hanno capito. I governatori, a loro volta, devono capire che non ha alcun senso mettere un freno a questo movimento, è controproducente per gli interessi nazionali. Il governatore della Banca d'Italia avrebbe tutto l'interesse ad avere banche internazionali molto forti nel proprio giardino".
Se tentassero di scalare Abn Amro, cosa farebbe il governatore olandese nel suo giardino?
"L'unica cosa che farebbe, sarebbe di valutare se l'eventuale acquirente è solido, gestito correttamente e in buono stato finanziario. E anche se forse personalmente gli potrebbe dispiacere che Abn Amro non fosse più in mani olandesi, non tenterebbe di ostacolarne l'acquisizione".
Ma Fazio, mister Groenink, sembra temere che voi, già soci di Cesare Geronzi in Capitalia e ora padroni di una grande banca del Nordest, vogliate mangiarvi i gioielli del capitalismo italiano: Mediobanca, magari le Generali e la Rizzoli Corriere della sera.
"... e poi, perché no?, tutta l'Italia. Magari poco a poco. Scusi se sorrido, ma devo confessare che Abn Amro non ha progetti così grandiosi. Non abbiamo nessuna intenzione di entrare nell'arena politica italiana, che per noi è un po' ostica".
In questa vicenda avete ricevuto pressioni da qualche leader politico italiano?
"No, non conosco alcun leader politico italiano. La nostra cultura aziendale è diversa, vogliamo tenerci fuori da qualunque influenza politica, siamo un'impresa industriale, non politica, e in questa logica ci comportiamo in tutti i paesi in cui siamo presenti nel mondo".
Lei lo sa, mister Groenink, che gli ambienti cattolici, il Vaticano e l'Opus Dei, difendendo il governatore Fazio, hanno evocato filoni laico-massonici del Nord Europa?
"Credo che chiunque in un sistema democratico abbia il diritto di esprimere la propria opinione. Certamente questo vale anche per la Chiesa e per le sue istituzioni come l'Opus Dei. Ma questo non ci crea alcuna preoccupazione perché noi ci dobbiamo occupare dei clienti Antonveneta, del personale, del management, degli azionisti e delle autorità di controllo. La Chiesa può stare tranquilla, dire la loro è un diritto, ma non sta a me fare commenti".

L'incubo del governatore Fazio, con i protestanti olandesi che dilagano nelle contrade cattoliche.
"Scusi ancora se sorrido, ma il governatore Fazio può stare tranquillo".


Ambrosoli, l'Onestà si fa Largo
Corrado Stajano su
l'Unità

Stamattina, alle 11,15, il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi inaugura a Roma, nella villa Paganini, sulla via Nomentana, un Largo dedicato a Giorgio Ambrosoli, l'avvocato di Milano assassinato da un killer venuto dagli Stati Uniti su mandato del finanziere Michele Sindona. L'idea del sindaco Walter Veltroni, da sempre affezionato alla figura di un uomo che si fece uccidere in nome dell'onestà, avviene in occasione della visita ufficiale del presidente Ciampi alla Città di Roma.
Forse i giovani di oggi e anche molti tra i meno giovani non sanno neppure chi è Giorgio Ambrosoli.
Nominato dal ministro del Tesoro Carli, nel 1974, commissario liquidatore della Banca Privata Italiana mandata in rovina da Sindona, l'avvocato di Milano, che era di idee politiche moderate, si impegnò con grande passione e intelligenza per tutelare i cittadini rimasti vittime degli intrighi di Sindona.
Ambrosoli, che aveva appena compiuto quarant'anni, subì fin dall'inizio del suo mandato, pressioni, inviti ad aggiustare le cose, ad accettare compromessi, ad avallare pratiche fuorilegge per arrivare al salvataggio della banca di Sindona voluto dal potere politico di maggioranza.
Queste pressioni, sempre più pericolose, Ambrosoli le riceveva in modo diretto o mascherato dai governanti, dagli uomini dello Stato, da ministri, generali, persone che avrebbero dovuto essere naturalmente al suo fianco per ripristinare la legge violata, per risarcire i risparmiatori delle banche truffati da Sindona, longa manus del potere politico dell'epoca.
Aveva nemici potenti, Giorgio Ambrosoli: oltre a non pochi uomini politici di governo, gli uomini dei servizi segreti italiani e americani, gli emissari della City di Londra, delle banche svizzere, di Wall Street e, soprattutto, dell'Istituto delle Opere di religione del Vaticano, lo Ior. Con la loggia massonica P2 che fece minuziosamente da regista all'operazione sporca.
Dopo le blandizie, le proposte inaccettabili, i tentativi di corruzione, arrivarono le minacce. Sempre più violente. Per cinque anni Ambrosoli si difese, disse di no senza tentennamenti. Gli sarebbe bastata una piccola firma in calce a un foglio per salvarsi. Quella piccola firma, tra l'altro, sarebbe parsa come un atto dovuto e sarebbe passata inosservata in quel tempo violentato dal terrorismo e dai poteri criminali.

Dalla mafia politica al braccio armato della mafia alla quale fu affidato il colpo di grazia. Ambrosoli era ben cosciente dove l'avrebbe condotto il suo agire in nome dell'onestà, del vivere civile e della legge di uno Stato di diritto. Per lui contava solo la buona coscienza. Fu assassinato l'11 luglio 1979 sul marciapiede della sua casa, nel cuore di Milano, vicino alla Basilica di San Vittore. Al suo funerale non presenziò neppure un funzionario di prefettura, ma presenziarono i magistrati che avevano conosciuto l'uomo probo e capace e il governatore della Banca d'Italia Paolo Baffi e il responsabile della Vigilanza Mario Sarcinelli.
Stamattina il presidente Ciampi onora un uomo che ha lasciato agli italiani un'eredità di coraggio e di passione civile. Sarà presente la moglie dell'avvocato, Annalori, intrepida donna. Ci saranno con lei i tre figli, allora bambini, Francesca, Filippo, Umberto.
Non sarà una semplice cerimonia formale, quella della Nomentana, ma un atto riparatore dello Stato, altamente simbolico in un momento come questo in cui la Banca d'Italia che allora fu, con grande limpidezza, al fianco dell'avvocato, sembra travolta oggi dalle nuvole nere dell'arroganza e del mancato rispetto dei princìpi sui quali si fonda una comunità.


Israele, Sharon sconfigge Netanyahu
Ma. De. su
l'Unità

Sharon ha vinto a sorpresa una nuova battaglia, infliggendo di misura una sconfitta in seno al comitato centrale del Likud al suo grande rivale Benyamin Netanyahu, determinato a sostituirlo al più presto nella carica di capo del partito e del governo. Con 100 voti di scarto, i 3000 membri dell'esecutivo del più grande partito di destra hanno respinto la mozione di Netanyahu, che chiedeva di anticipare a novembre l'elezione del nuovo leader, confermando invece la scadenza naturale di aprile, sei mesi prima delle prossime elezioni politiche. L'ex-ministro delle finanze puntava invece a anticipare le primarie contando sull'onda dello scontento in seno al partito contro il ritiro da Gaza per battere Sharon e sostituirlo. Per il premier era invece, al contrario, importante allontanare il più possibile l'elezione del nuovo leader dalle immagini dei coloni cacciati dalle loro case nella Striscia per aumentare le proprie chances di sconfiggere lo sfidante.
L'esito del voto contraddice l'ultimo sondaggio, pubblicato ieri dal quotidiano israeliano Maariv, che prometteva al campo di Netanyahu l'appoggio del 50,7% dei membri del comitato centrale, contro solo il 42,3% a Sharon. Lunedì invece 1433 membri dell'esecutivo si sono pronunciati contro l'anticipazione delle primarie, 1329 in favore, ha indicato il ministro Zahi Hanegbi. La partecipazione al voto è stata del 91,4%. "Stasera abbiamo perso per pochi voti" ha detto Netanyahu dopo l'annuncio dei risultati, ''ma alla prossima occasione vinceremo". "Attorno a noi - ha aggiunto - abbiamo numerosi sostenitori, una corrente di idealisti, pronti anche ad andare contro il vento, a resistere alle pressioni pur di difendere l'ideologia del Likud".
Il rapporto fra Sharon e il suo partito rischia comunque di rimanere non facile: nemmeno stasera il premier è riuscito a rivolgersi ai membri del Comitato centrale. Sharon, dal ranch del Neghev, ha suggerito a un collaboratore di parlare alla platea mediante il suo telefono cellulare. Ma quando il collaboratore ha avvicinato l'apparecchio a un microfono, le parole del premier sono state coperte da fischi stridenti. Nemmeno un nuovo microfono ha risolto la situazione e Sharon ha dunque rinunciato. "Il premier voleva dire che vi ama"... ha poi informato il pubblico la parlamentare Ruhama Avraham.



  27 settembre 2005