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sulla stampa
a cura di G.C. - 26 settembre 2005


L'attacco di Tremonti, Fazio anticipa il rientro
Stefania Tamburello sul
Corriere della Sera

WASHINGTON - Il colpo di scena matura quando in Italia è già notte. Giulio Tremonti toglie ad Antonio Fazio il palco del Development Commettee e lo costringe così a fare le valigie e a tornare a Roma prima del tempo. Era tredici anni, da quando era stato nominato Governatore, che Fazio interveniva al Comitato per lo sviluppo a nome dell'Italia per parlare dei problemi della povertà nel mondo. E puntava a mantenere la consuetudine anche quest'anno. Nonostante il gelo e la tensione calata tra il governo e l'inquilino di Palazzo Koch. Fazio pensava forse che nessuno si sarebbe preoccupato di andare a vedere cosa succedeva in un organismo non di spicco della Banca mondiale come è il Development Commettee. Ma non aveva fatto i conti con Tremonti. E con la sua voglia di sovvertire usi e tradizioni, non potendo utilizzare le regole per mettere alle corde lo storico nemico. Il ministro lo aveva detto il giorno prima: è molto difficile trovare una soluzione normativa al caso Fazio, ma le consuetudini, quelle sì, che possono essere cambiate. Aveva iniziato venerdì con il cancellare, senza imbarazzo, la prassi della conferenza stampa congiunta ministro e Governatore al termine del G7. Ha proseguito ieri togliendo al Governatore la sedia di rappresentante italiano nel comitato.
Non era mai successo. Lo strappo di Tremonti è clamoroso. Anche se, stando alle ricostruzioni fatte dal ministero, non premeditato. Tutto sarebbe nato dalla richiesta fatta dai funzionari della Banca mondiale della delega a partecipare al Comitato per lo sviluppo da parte del capo della delegazione italiana, cioè del ministro dell'Economia. La designazione finora era sempre avvenuta in automatico, senza troppi formalismi. Ma il ministro questa volta si è impuntato. "Posso indicare qualcun altro?" avrebbe chiesto prima di dare, seppure a fatica, il via libera al nome di Fazio. Alla risposta affermativa la scelta è caduta senza esitazioni su Ignazio Angeloni, responsabile per gli Affari Internazionali del ministero di via XX Settembre. Ma, come dirlo a Fazio? Qualcuno ha parlato di una telefonata di fuoco tra i due, ma visti i rapporti gelidi intercorsi nei due giorni di permanenza a Washington è difficile immaginare un qualche contatto seppure burrascoso. Se Tremonti ha fatto qualche telefonata da Washington semmai l'ha fatta al presidente del Consiglio per metterlo al corrente del passo fatto.

Dopo due ore, al ricevimento all'Ambasciata italiana organizzato da UniCredito e dal suo nuovo partner Hvb, il Governatore non arrivava. Dall'entourage di Fazio, passato dal silenzio al mutismo, non arrivavano spiegazioni e i rappresentanti della Banca presenti all'evento, il vicedirettore generale Pierluigi Ciocca e il responsabile per i mercati monetari Ignazio Visco, si dileguavano senza dire una parola al termine del concerto. Che farà il Governatore dopo questo ennesimo schiaffo di Tremonti? Qualcuno rilancia l'ipotesi di autosospensione ma non sembra che Fazio abbia intenzione, per il momento, di cambiare strada. E di gettare la spugna, fiaccato dagli assalti della politica. Non per nulla la nota diffusa dalla Banca d'Italia sdrammatizza la situazione. Fazio, dice la nota, "a Washington ha preso parte regolarmente a tutti gli incontri previsti per i governatori" mentre la partecipazione al Development committee "è un potere-dovere dei ministri".


Il grottesco spettacolo al FMI
Vittorio Zucconi su
la Repubblica

Ho "coperto", come si dice nel gergo giornalistico, la riunione del Fondo Monetario Internazionale a Washington, dove l'ex e insieme neo ministro dell'economia Giulio Tremonti e il "fantasma che cammina", il governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, sfiduciato da tutti meno che dal Vaticano e da alcuni pastori delle Prealpi, hanno partecipato senza riviolgersi la parola, come se neppure parlassero la stessa lingua, come se appartenessero a due nazioni, a due pianeti, a due tribù diverse e ostili.

E' dal 1970, quando il direttore della "Stampa" , Alberto Ronchey, ebbe la temerarietà di mandarmi a Bruxelles come corrispondente, che assisto, che "copro", incontri fra ministri, presidenti, diplomatici. Ho visto all'opera tragici politicanti italiani incapaci di parlare l'italiano, lasciamo pedere lingue straniere. Ho visto ministri completamente all'oscuro delle materie trattate. Ho visto ministri scappare via dal garage per evitare di incontrare i giornalisti e i fotografi come attricette sorprese a letto con un uomo diverso dal marito, ho visto ministri abbioccarsi come vecchissimi neonati, ho visto primi ministri avventurarsi in conversazioni in francese o in inglese di fronte a interlocutori che lottavano eroicamente per non scoppiare a ridere.

Eppure mai, come ieri, ho vissuto l'imbarazzo, la vergogna, di essere rappresentato da un governo che ha messo in scena lo spettacolino grottesco, il "blob" di un vice presidente (Tremonti) che rifiuta addirittura di pronunciare il nome, di riconoscere la presenza nello stesso edificio, di colui che occupa la massima carica istituzionale della finanza pubblica, del custode e guardiano dei nostri borsellini.

Lo stesso Tremonti, quando gli ho chiesto se mai, nella sua formidabile memoria, ricordasse una situazione nella quale un governo non parlasse con sè stesso ha risposto seccamente "No". Mai. Prima o poi, se questa follia senza precedenti continuasse, il mondo obbiettivamente spietato della finanza internazionale ci castigherebbe, frustandoci con quel meccanismo del "rating", del voto ai nostri debiti che si traduce in un aumento immediato del costo del danaro, dunque degli interessi che deve pagare chi ha un mutuo immobiliare a tasso variabile, chi compera a rate, chi usa carte di credito, chi deve finanziare con prestiti la propria attività commerciale o industriale.

Pagheremo caro, pagheremo tutti, l'agonia tragicomica di un governo morto che ancora osa vantarsi di "avere accresciuto il prestigio internazionale" dell'Italia. Se quello che ho visto in queste ore a Washington e ha scosso anche un cinico corazzato da 35 anni di miserandi spettacoli offerti dalla politica italiana sui set internazionali, continuerà, non ci resta che fare quel gesto del Presidente del Consiglio che tanto prestigio portò alla nazione. Le corna.


Prodi lancia l'allarme: la tv non è imparziale
Simone Collini su
l'Unità

"Sono molto preoccupato da quello che si vede adesso in televisione: non sta svolgendo un ruolo imparziale". Non è la prima volta che Romano Prodi punta il dito su un sistema dell'informazione influenzato dal mondo della politica e viziato da un conflitto di interessi mai veramente superato. A febbraio, quando era ancora in piedi il precedente Cda Rai, di fatto monocolore, non aveva esitato a parlare di "emergenza democratica": "La parzialità, e talvolta persino la faziosità, della nostra informazione televisiva, e purtroppo anche di quella affidata al servizio pubblico, sono sotto gli occhi di tutto il Paese", era stata la denuncia avanzata dopo aver incontrato a Santi Apostoli i parlamentari dell'opposizione che fanno parte della commissione di Vigilanza Rai. Da allora c'è stato un il cambio dei vertici di Viale Mazzini, ma evidentemente secondo Prodi il problema di fondo ancora non è stato superato.

Il Professore si è detto "molto preoccupato" per una tv "non imparziale", specificando tra l'altro che la sua preoccupazione riguarda sia l'atteggiamento "di Mediaset che della televisione di Stato". Non ha fatto riferimento in particolare a determinate trasmissioni o telegiornali. Così come non ha risposto a chi gli domandava cosa ne pensasse del sondaggio reso pubblico lunedì scorso durante la trasmissione di Enrico Mentana “Matrix”, che contrariamente a molte altre ricerche demoscopiche in circolazione dava l'Unione in vantaggio sulla Casa delle libertà di soli pochi punti percentuali. "Quando l'ho visto, l'ho chiamato subito", ha detto la moglie di Prodi, Flavia Franzoni, che era al suo fianco. Il Professore si è limitato ad annuire, spostando l'attenzione su un altro piano. Perché se è vero, come ha denunciato più volte, che Berlusconi "controlla" una quota consistente delle tv private e "indirettamente" un'altrettanto consistente quota del resto dell'informazione televisiva, e se è anche vero, come ha confidato ai suoi, che "la tv è il vero strumento di influenza in campagna elettorale", è anche vero che il potere della tv non è illimitato. "Dobbiamo fare una campagna di verità, raccontare come stanno le cose, perché la verità porta alla vittoria", ha detto Prodi dopo aver salutato Scalfarotto con il classico "vinca il migliore". "Fra la gente c'è molta preoccupazione e mai come negli ultimi tempi c'è bisogno di speranza. C'è la necessità di cambiare strada e dare il segnale che tutti hanno diritto a qualcosa, e non solo alcuni", ha aggiunto il Professore.
E mentre nell'entourage di Prodi si precisa che l'uscita di ieri non era una critica nei confronti dell'attuale Cda Rai ma l'ennesima denuncia di un problema più vasto, dicono di condividere la preoccupazione del Professore anche il diessino Beppe Giulietti, che punta il dito sulla "situazione di grave anomalia che caratterizza il sistema tv, stravolto dall'irrisolto conflitto di interesse del presidente del Consiglio", ma anche altri due candidati per le primarie del centrosinistra: il Verde Pecoraro Scanio, che invoca per Rai e Mediaset un codice deontologico "per rispettare il pluralismo", e Antonio Di Pietro, che chiede un pari trattamento non solo tra i due schieramenti, ma anche per quanto riguarda gli spazi dedicati alle diverse forze dell'Unione.


Facce nuove vecchie famiglie
Socialisti e radicali
Paolo Franchi sul
Corriere della Sera

Non è di sicuro la "Livorno al contrario" di cui dice con un eccesso di enfasi Marco Pannella, l'archiviazione del secolo delle scissioni, l'avvento del tempo dell'unità. Ma anche chi preferisce volare più basso dovrebbe registrare che in questi giorni tra i socialisti, e tra i socialisti e i radicali, sta capitando qualcosa di importante. O meglio: qualcosa di potenzialmente importante. Perché basta conoscerne un po' i genitori per capire quanto sia alto il rischio che provvedano proprio loro a strangolare la creaturina in culla. Magari per sbadatezza. Persino per troppo amore. Si trattasse solo di un'unità socialista in sedicesimo, la cosa interesserebbe solo gli interessati e i loro cari: qualche centinaio di professionisti politici, e qualche centinaio di migliaia di elettori.
Che in questi anni hanno trovato riparo, in attesa di tempi migliori, in parte (lo Sdi) nel centrosinistra, in parte (il nuovo Psi) nella Casa della Libertà. Ma la questione socialista, nella storia italiana, è qualcosa di più importante, di più complesso e anche di più interessante delle fortune di Enrico Boselli e di Gianni De Michelis, dei fratelli Craxi e di Roberto Villetti. Una quindicina di anni fa, ai tempi di Mani pulite e del crollo della Prima Repubblica, gli eredi del Pci (e non solo loro) pensarono che il modo migliore per venirne a capo fosse toglierla di mezzo, magari trattandola alla stregua di un capitolo della questione criminale. Commisero non solo un'ingiustizia, ma anche (e la cosa, in politica, è persino più grave) un serio errore, speculare a quello compiuto da Bettino Craxi quando, poco prima, aveva sperato di annettersi le armate in rotta del comunismo italiano: ci sono voluti parecchi anni, dure repliche della storia, e un segretario come Piero Fassino, perché finalmente lo riconoscessero. Ma la questione socialista non era (solo) il Psi e Craxi.
E oggi non è (solo) lo Sdi e il nuovo Psi che si ritrovano, complice la crisi probabilmente senza appello del centrodestra, dall'unica parte dove sotto ogni cielo possono ritrovarsi dei socialisti, e cioè a sinistra. Ha molte ragioni Giuseppe Tamburrano quando sostiene che fa sorridere la sola idea di Pannella, che socialista non è stato mai, "coartefice di una duratura alleanza tra i socialisti". Ma anche Tamburrano, che è un bravo storico del socialismo, passerebbe dalla parte del torto se dimenticasse quanto importante, antico e complicato sia il rapporto (in un certo senso di amore e odio) intercorso, negli anni Sessanta e poi nei Settanta e poi ancora negli Ottanta, tra socialisti e radicali. Elenchiamo pure alla rinfusa: i diritti civili (il divorzio e l'aborto anzitutto, ma non solo il divorzio e l'aborto), il garantismo anche nelle stagioni più difficili, la tolleranza, la difesa della laicità dello Stato, la propensione a svecchiare i programmi e la cultura stessa della sinistra, aprendola al mercato e all'innovazione, insomma l'alleanza tra i meriti e i bisogni. Forse è poco per parlare di una storia comune, ma è abbastanza per prendere atto che la storia dei socialisti e quella dei radicali si sono intrecciate e si sono condizionate reciprocamente, in Italia, negli ultimi quarant'anni, forse più di ogni altra. Quando hanno smesso di intrecciarsi, le cose (per loro, per la sinistra, per la modernizzazione del Paese) sono andate molto peggio. Stiamo parlando di un album di vecchie foto di famiglia ingiallite, buono per il cassetto dei ricordi, ma del tutto inutile per una moderna sinistra riformista e di governo?

Di una forza socialista, radicale, liberale e libertaria, minoritaria ma non insignificante nella società italiana, il centrosinistra e la sinistra hanno bisogno: e nessuna delle forze attualmente in campo, non certo la Margherita così attenta alle ragioni della Cei, ma neanche i Ds così attenti a queste attenzioni, può farne le veci. A rendere inutile sul (ri) nascere una simile forza, semmai, possono benissimo provvedere i soci fondatori, e forse già vi provvedono: Pannella straripando, i socialisti delle due specie immiserendola in mediocri beghe di partitini, riducendola a un espediente per assicurarsi la sopravvivenza. E' probabile che le cose vadano a finire così. Sarebbe un peccato. L'ennesimo.

C'è bisogno di una forza liberale e libertaria


Le primarie del centrodestra
"Le fa l'opposizione, non chi governa"
M. Gal. sul
Corriere della Sera


ROMA - Per Berlusconi non cambia nulla: ha accettato le primarie considerandole un sacrificio, non farà nulla per favorirle, continua a ritenerle - nel migliore dei casi - totalmente inutili. In questa cornice le risposte di ieri a Casini, arrivate dai vertici di Forza Italia, aggiungono solo sfumature. Alcune però degne di rilievo. La prima è l'esegesi delle parole del presidente della Camera. Negli ambienti azzurri si rileva come fra le righe Casini abbia voluto in qualche modo richiamare anche Follini: chiedendo una moratoria delle polemiche e delle diffidenze reciproche sembrava rivolto - dicono gongolando in via dell'Umiltà - più al segretario dell'Udc che al Cavaliere.
La seconda è stata sottolineata esplicitamente da Fabrizio Cicchitto che non parla se non interpretando fedelmente il pensiero del capo del governo: "Adesso - ha dichiarato ieri il numero due di Forza Italia - bisognerà che non i tecnici ma i politici verifichino i contenuti, le modalità, i tempi, che consentano di rispondere in modo positivo anche agli interrogativi che ci rivolge Galli della Loggia sul Corriere della Sera . Infatti nessuno dovrebbe dimenticare che stiamo in un sistema bipolare, per cui lo stillicidio di polemiche quotidiane è autolesionista per l'intera coalizione".
La citazione di Galli della Loggia non è stata casuale: gli argomenti usati ieri mattina dal commentatore politico per bocciare le primarie nel centrodestra sono stati per l'intera giornata in bocca agli esponenti azzurri.

Ecco come. Primo: "In America le primarie riguardano in primo luogo il partito d'opposizione, non chi è al governo. Negli altri Paesi europei nessuno mette in discussione, com'è avvenuto in Germania, il leader della coalizione che guida l'esecutivo". Secondo: "Si è creata una situazione che non ha alcun senso e Follini si è isolato da solo. Che senso ha fare una competizione fra leader del centrodestra a tre mesi dal voto dopo che l'Unione l'ha fatta il 16 ottobre? Ne possono uscire fuori solo danni per l'intera coalizione e disorientamento ulteriore per i nostri elettori".


Fmi: "Conti pubblici, l'Italia rischia"
Roberto Mania su
la Repubblica

ROMA - La legge Finanziaria entra nel mirino del Fondo monetario internazionale, ma anche dell'agenzia Standard & Poor's che minaccia di declassare il rating dell'Italia. "Bisogna scrivere numeri credibili per ridare fiducia agli investitori, indipendentemente dalle prossime scadenze elettorali", ha detto ieri a Washington Alessandro Leipold, il capo della missione dell'Fmi. Perché - ha aggiunto - per riportare il deficit al 3,8 per cento come chiede Bruxelles non bastano 11,5 miliardi (quelli indicati dall'ex ministro Siniscalco per rispettare i parametri di Maastricht) tanto più che le coperture sembrano in gran parte affidate al recupero di gettito attraverso la lotta all'evasione fiscale. Mentre il deficit viaggia ormai oltre il 5 per cento e il debito è tornato a crescere.

"In Italia - ha detto Leipold - la finanza pubblica in eterna difficoltà è diventata un elemento decisivo di sfiducia per imprese e consumatori. Fornire un segnale importante che si vuole correggere questa tendenza in modo serio avrebbe effetti positivi.”


Ma a complicare il lavoro in corsa che dovrà realizzare il neo ministro dell'Economia Giulio Tremonti, rientrato proprio ieri da Washington, è anche Standard & Poor's: se la prossima manovra non sarà rigorosa c'è il rischio di un declassamento per l'Italia, dopo la recente revisione al ribasso dell'outlook.

È in questo clima, dunque, che Tremonti definirà oggi le linee guida della nuova manovra che domani illustrerà alle parti sociali, già ampiamente insoddisfatte per la mancanza di un confronto: "Quello del governo - ha dichiarato il segretario generale della Cisl, Savino Pezzotta - è un metodo inaccettabile, totalmente sbagliato. È chiaro che ancora una volta sulla Finanziaria non ci sarà alcun dialogo. Ne prendo atto. Siamo pronti a reagire anche duramente".

Di certo il tempo a disposizione è strettissimo perché entro venerdì la Finanziaria (a questo punto, necessariamente snella) dovrà essere presentata al Parlamento. Tremonti è intenzionato ad abbandonare il cosiddetto "metodo Gordon Brown" con il tetto del 2 per cento alla crescita della spesa pubblica, criticato anche ieri dall'Fmi ("non sta tenendo bene", ha detto Leipold). Verrà sostituito con l'introduzione di un meccanismo più selettivo.

Si rafforza, intanto, l'ipotesi di un ricorso ad un decreto legge fiscale da varare insieme alla Finanziaria. Ed è nel decreto che potrebbe finire il taglio dell'Irap, attraverso l'eliminazione dei cosiddetti oneri impropri dalla base imponibile (Siniscalco lo aveva quantificato in 2 miliardi di euro per il 2006), gli sgravi per i libri di testo promessi dal premier, Silvio Berlusconi, ma anche un micro condono previdenziale, caldeggiato in particolare da Alleanza nazionale. Che ieri ha lanciato un pacchetto di proposte, tra le quali, quella di invitare la politica a dare il buon esempio: un taglio ai costi, dagli stipendi dei parlamentari fino alle consulenze, per ricavare fino a un miliardo da destinare allo sviluppo. "In questo momento in cui tutti debbono fare sacrifici - ha detto il ministro per le Politiche agricole, Gianni Alemanno - il primo esempio deve venire dalla classe dirigente".



Israele, Sharon contestato alla riunione del Likud
Tornano le esecuzioni mirate
Maurizio Debanne su
l'Unità

A pochi giorni dal ritiro israeliano da Gaza e dalle scene di gioia della popolazione palestinese, sono ora invece immagini di guerra, di panico e di sangue quelle che di nuovo arrivano dalla Striscia, dove da venerdì è in corso un aspro braccio di ferro fra Hamas e Israele da un lato, fra gli integralisti e Abu Mazen dall'altro. In risposta alla pioggia di razzi Qassam lanciati da venerdì dai miliziani di Hamas contro la cittadina israeliana di Sderot il primo ministro Ariel Sharon ha annunciato di avere dato ordine all'esercito di combattere senza limiti gli integralisti.

Il governo Sharon ha dato anche via libera alla ripresa delle esecuzioni mirate dei miliziani dei gruppi armati. Domenica sera un missile lanciato da un aereo israeliano ha colpito un'auto con a bordo un comandante militare delle brigate Al Quds, il braccio armato della Jihad Islamica. Sono due gli integralisti uccisi, quattro i feriti, uno dei quali in modo grave. La Jihad promette vendetta mentre Hamas ha annunciato la "fine delle sue operazioni contro l'occupazione israeliana dalla Striscia di Gaza", ovvero gli attacchi con razzi Qassam. La decisione è stata presa nel "più alto interesse dei palestinesi", secondo quanto ha reso noto ieri sera Mahmoud al-Zahar, uno dei leader del movimento. Ma anche grazie all'intervento del Cairo, e della delegazione dei servizi di sicurezza egiziani arrivata ieri a Gaza per incontrare i vertici di Hamas.
Sul fronte della politica israeliana, Sharon sta affrontando una dura opposizione all'interno del proprio partito. Il primo ministro certamente sapeva che sarebbe stata dura. ma non che gli avrebbero persino impedito di parlare. La drammatica seduta del Comitato centrale del Likud si è infatti conclusa domenica sera quando il primo ministro israeliano è stato costretto a rinunciare a leggere il proprio discorso, dopo che l'unico microfono predisposto sul palco era stato sabotato da ignoti. Il premier ha compiuto due tentativi, ma invano. Complessivamente ha detto ai delegati del Comitato centrale solo poche parole: "Viviamo in uno stato.. " e poi è stato ridotto al silenzio. Dopo una decina di minuti di attesa si è infine alzato, ha stretto le mani dei ministri e ha abbandonato l'aula allestita in un padiglione della Fiera di Tel Aviv.

La riunione del Comitato centrale del Likud che lunedì sarà seguita dal voto di tremila membri è stata indetta per stabilire se alla luce della politica di disimpegno dai palestinesi intrapresa da Sharon (contro il parere di buona parte dei deputati) sia adesso necessario andare al più presto ad elezioni primarie e scegliere un nuovo leader.

Secondo Netanyahu, ex ministro delle Finanze, le primarie dovrebbero essere anticipate già a novembre. Sharon ritiene invece che non ci sia motivo per alterare la loro data originale, nella primavera del 2006. Ma Netanyahu è convinto di farcela a conquistare la maggioranza dei consensi nel Likud e così ha detto ai delegati che Sharon ha di fatto portato il loro partito alla sinistra del partito della sinistra sionista Meretz. "A Gaza abbiamo creato uno stato di Hamas", ha esclamato Netanyahu. "Adesso ci dicono che sono necessarie altre concessioni dolorose in Cisgiordania? Davvero vogliamo Hamas anche là? Davvero vogliamo continuare a fuggire davanti ai terroristi?" ha retoricamente chiesto Netanyahu fra gli applausi scroscianti di centinaia di membri del Comitato centrale. "E necessario decidere subito", ha concluso.

A questo punto era giunto il turno di Sharon di prendere la parola, ma il microfono ormai non dava più segni di vita. Nel testo distribuito ai giornalisti, Sharon ribadiva di aver dato all'esercito istruzioni severe allo scopo di far cessare gli attacchi di razzi sulla città di Sderot, al sud di Israele. Pochi minuti prima, peraltro, i delegati erano stati informati della uccisione a Gaza di un leader militare della Jihad islamica: un annuncio che aveva strappato gli applausi dei presenti. Sharon nel testo si è quindi lamentato di essere vittima di un tentativo di estromissione dalla carica di premier.


  26 settembre 2005