
sulla stampa
a cura di G.C. - 24 settembre 2005
Fini e Casini licenziano Berlusconi
A. Padellaro su l'Unità
Cosa voleva dirci Berlusconi quando l'altra sera, da Bruno Vespa, ha insinuato che le primarie dell'Unione possono essere falsate da chi "vuole creare problemi al centrosinistra"? Gli ha risposto bene Bertinotti che tutto dipende dalla "onorabilità delle persone": concetto evidentemente non troppo familiare alla cultura politica del premier, nella cui testa qualcosa di poco onorevole stava comunque frullando. Che per truccare le primarie si possano comprare cospicui pacchi di voti e concentrarli su questo o quel candidato, lo sapevamo di già. Dipende da quanti partecipano alla consultazione. Sulle molte centinaia di migliaia di persone a cui l'Unione punta ci sembra difficile (oltre che costoso) organizzare un imbroglio di massa. E poi con quale obiettivo? Gonfiare il voto di Bertinotti in modo da indebolire Prodi e poter strillare: oddio i comunisti al governo? Via, un'ideuzza troppo stupida.
Che il leader di Rifondazione comunista raccoglierà un lusinghiero risultato lo sanno tutti: a cominciare da Prodi, non certo spaventato da una competizione fortemente voluta in quanto sale della democrazia. No, accennando a possibili trucchi Berlusconi parlava di ben altre primarie: quelle che lo riguardano da vicino; quelle che Follini e Fini gli hanno imposto onde scegliere il candidato premier della Casa delle libertà che l'unto del signore credeva fosse stato già scelto dalla provvidenza divina; quelle che è stato costretto a trangugiare in diretta televisiva nel dramma psichedelico seguito al ritorno dell'incredibile Giulietto Tremonti alla guida dell'economia italiana crescita zero (ma sempre meglio di come l'aveva lasciata).
Voleva dirci dunque Berlusconi che lui queste primarie le osteggerà fin che può. Primo, per la carica eversiva che esse introducono nel sistema monocratico padronale che da dieci anni governa il polo. Secondo, perché è possibile che chiamato a una libera consultazione, dopo anni di fallimenti e sconfitte, il deluso popolo della destra scelga un altro al posto suo. Gianfranco Fini, per esempio, che in tutti i sondaggi scavalca il premier di almeno un paio di spanne. Senza contare i voti che può raccogliere Pierferdinando Casini tra i nostalgici della cara, vecchia dc.
È credibile che nelle stanze ormai diroccate della Casa il proprietario accetti di essere braccato dagli inquilini che ha ospitato, sfamato e miracolato innalzandoli alle più alte cariche ministeriali e istituzionali? No che non lo farà, a meno che non siano l'ultima possibilità per restare a galla. Ma prima di arrivarci, vedrete, le proverà tutte. Convincendo, per esempio, Fini a non mettersi in competizione con chi lo ha già designato come erede a una successione che è solo questione di tempo. E se, come sembra, il leader di An farà il bravo difficilmente l'ambizioso presidente della Camera accetterà di correre da solo, con il rischio concreto di bruciarsi tutti i ponti alle spalle. Perciò pensiamo che difficilmente ci sarà un altro al posto di Berlusconi nelle politiche del 2006. Perciò è probabile che, alla fine, sia pure con qualche marchingegno elettorale l'Udc resterà nella sgarrupata coalizione. Questo almeno suggerisce la logica anche se è l'impazzimento che oggi sembra prevalere nel bunker della destra.
La Lega non dice più "Aridatece Giulio"
Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera
Per l'accorato appello, La Padania usò perfino l'odiato romanesco: "Aridatece Tremonti!". Eppure, 15 mesi dopo le sperticate lodi al ministro dell'Economia defenestrato dopo gli scontri con Fini, il suo ritorno alla scrivania di Quintino Sella su cui un tempo teneva il celebre barattolo di pelati Cirio, a perenne memoria dello scontro in corso sul risparmio con Fazio, è stato accolto dal quotidiano leghista senza squilli di tromba. Anzi. Certo, nessun veleno per l'uomo così vicino alla Lega che Umberto Bossi gli offrì, dal suo letto di dolore, il posto al ministero delle Riforme che doveva lasciare.
Però... Già la foto della prima pagina ieri mattina era tutto un programma: un'immagine molto sfocata dove si intravedevano Berlusconi, Fini, Follini, Buttiglione e lui, Tremonti. E in rilievo un titolone: "Tutto chiaro, no?". Catenaccio: "Fazio ora non va più bene, Berlusconi torna in discussione come premier e Tremonti dà ragione a Siniscalco". Per carità, niente attacchi diretti. Al contrario, dopo avere sdiluviato tutte le sue rimostranze sull'origine, lo svolgimento e la soluzione del pasticcio Siniscalco, il direttore del giornale del Carroccio chiudeva con una postilla: "p.s. In bocca al lupo comunque al nostro amico Giulio Tremonti: la partenza non è stata delle migliori ma lui su Fazio l'ha sempre pensata così. Ora, da ministro, vogliamo fatti in tema di dazi e di Europa. Ci possiamo contare?".
Subito sotto quel punto di domanda gravido di dubbi, un titolone: "La "finanza creativa" torna in via XX settembre". Parole che non saranno piaciute all'"amico". La cui solida fama di permalosetto è uscita, dall'assedio asfissiante a Siniscalco, ancora ingigantita. Si è crepato qualcosa? Lo vedremo nelle prossime settimane. Ma certo i rapporti tra il "Genio" e la Lega avrebbero fatto pensare a qualche entusiasmo in più. Beninteso, isolati "screzi", chiamiamoli così, c'erano già stati. Sepolto il governo Berlusconi, ad esempio, il parlamentare leghista Nello Provera presentò nel 1995 un'interrogazione per avere notizie su un'indagine fiscale sulla società tremontiana "Immobiliare Crocefisso" spiegando che dalle indagini sarebbero risultate "gravissime anomalie di rilevanza fiscale che hanno portato a una denuncia all'autorità giudiziaria". Si trattò, però, di una scaramuccia isolata.
Mentre ancora Bossi sparava contro il Cavaliere bollandolo come "un suino", un "brutto mafioso che guadagna i soldi con l'eroina e la cocaina", un "cornuto", "una febbra malarica" e altro ancora, già lui tesseva la tela della riconciliazione. Fu anzi quella sua missione a marcare il suo passaggio da "tecnico" a "politico". Ci fu un preciso momento di svolta, raccontano. Quello in cui l'Umberto, preso atto che Sua Emittenza aveva incoraggiato gli elettori di destra a votar pure un leghista, là dove non c'era alle elezioni amministrative un candidato del Polo, lanciò l'amo, sia pure ironizzando su un dettaglio della famosa riunione con D'Alema e Buttiglione in cui era stato deciso il ribaltone: "Se Berlusconi vuol parlare con me gli offro una scatola di sardine". Giulio raccolse al volo: "Le idee nuotano più veloci delle sardine".
I primi appuntamenti furono segretissimi e bui. Notti e notti in pizzeria. Finché Tremonti, guadagnata la fiducia del Senatùr, non uscì allo scoperto cominciando a "ricostruire" l'immagine del leghista ancora impresentabile agli occhi di gran parte del popolo di destra tradito nell'autunno 1994. Lui lo accompagnò nel maggio 1999 a cena a casa di Maria Angiolillo sdoganandolo anche nei salotti romani. Lui lo difese dagli attacchi della sinistra dicendo che "dopo l'ingresso dell'Italia nell'euro, accusare Bossi di secessione è come accusare un orfano di tentato matricidio".
Tale fu la passione messa nell'impresa, che si avventurò in un paio di forzature indimenticabili. Dicendo prima che il linguaggio bossiano gli andava bene così: "E' un fatto di bon ton: ma trovo molto più cariche di violenza le parole di un Bobbio o di un Asor Rosa che quelle di Bossi e dei suoi". Poi assolvendolo perfino dal ribaltone: "Se rifletto sul tasso di lealtà dei protagonisti dei giorni del '94 penso più a Dini che a Bossi. E' stata la sua demenziale riforma delle pensioni a scatenare lo sciopero generale e poi la crisi del governo". Ma come, direte voi, non è Berlusconi che ha detto più volte che se gli "avessero lasciato fare quella riforma adesso i conti sarebbero in ordine"? Spallucce: è la politica, baby. E la coerenza? Boh... Tutta la storia della Casa delle libertà ruota da anni sul perno del rapporto costruito da Tremonti con Bossi.
Per il segretario leghista lui era il "garante del Nord". Lui il compagno di bicicletta per le valli austriache. Lui lo "zio Giulio" che si sorbiva i figli Eridano e Roberto Libertà Bossi nelle camminate in Valcamonica. E poi ancora lui il padrone di casa che aveva riunito a Lorenzago (dove un abitante su sei fa di cognome Tremonti e sono solo Tremonti da un sacco di tempo sia i sindaci sia gli sfidanti) i cosiddetti "saggi" che misero a punto la "devolution" tra abbuffate di polenta e soppressa, pennichelle di Domenico Nania e nottate all'albergo Trieste, una sola stella dopo cento anni di vita, con Bossi che rispolverava al pianoforte il suo passato di cantante e lui (lui! Il signor professore andato in cattedra giovanissimo! Il ministro dell'Economia!) che batteva il tempo schiaffeggiandosi le cosce: "O mare nero / o mare nero / o mare ne... / tu eri chiaro e trasparente come me".
Tremonti sul caso Fazio: "Situazione particolare"
Redazione de la Repubblica
WASHINGTON - "Oggettivamente una situazione molto particolare". Così il ministro dell'Economia Giulio Tremonti commenta la partecipazione del governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio al G7 e alle riunioni del Fondo monetario internazionale a Washington. I due evitano accuratamente di parlarsi e di incrociarsi e il numero uno di palazzo Koch non prende parte alla conferenza stampa. Ma il titolare del Tesoro, fresco di nomina dopo le dimissioni di Domenico Siniscalco, non nasconde il suo pensiero e ribadisce la sua avversità per Fazio: "Sono tre anni che dico le stesse cose. Il mio punto di vista non è cambiato. Credo di essere l'unico ad avere titolo per dire certe cose".
Tremonti allontana poi l'ipotesi che un giorno ministro dell'Economia e governatore possano tornare a commentare congiuntamente i risultati dei grandi vertici internazionali. "Usi e costumi evolvono. Le tradizioni sono sempre oggetto di cambiamento", osserva.
In generale, comunque, Tremonti sottolinea che il "caso Fazio" non è stato affrontato nel corso delle riunioni. "Nei colloqui bilaterali - dice - si sono affrontati i temi tipici trattati in tanti anni precedenti: attività economica e situazioni di bilancio. La natura dei rapporti personali e non solo personali mi è sembrata sostanzialmente invariata".
Della vicenda Fazio parla anche il presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet. Per assicurare che il caso Bankitalia "certamente non danneggerà la credibilità della Bce" e per ribadire che Francoforte continua a seguire attentamente la situazione. Quindi Trichet annuncia che la Bce prenderà la sua decisione su Fazio a breve, "entro poche settimane": per ora "sta esaminando le risposte ricevute" sulle opa lanciate da Abn Amro e Bbva su Antonveneta e Bnl.
Una strada senza miracoli
Sergio Romano sul Corriere della Sera
Ai giornalisti che volevano un commento sul suo ritorno in via XX Settembre, Giulio Tremonti ha dato una risposta nel suo stile: ironica e blasé.Ma avrebbe avuto il diritto di esprimere maggiore soddisfazione. Non ha ancora vinto la sua battaglia contro Fazio ma avrà accanto a sé, nelle riunioni cui dovranno partecipare insieme, un Governatore imbronciato, taciturno, privo di autorità internazionale. Ed è stato richiamato al ministero dell'Economia da coloro che avevano maggiormente contribuito alla sua defenestrazione. Non è poco, soprattutto per un uomo che ha sempre avuto un alto concetto di sé e una modesta stima per molti dei suoi colleghi.
Ma l'uomo che torna in via XX Settembre non è quello che se ne andò quindici mesi fa. Quando divenne ministro dell'Economia, dopo le elezioni del 2001, Tremonti aveva un programma e molte certezze. Avrebbe risanato i conti dello Stato servendosi di alcuni condoni. Avrebbe ridato fiducia al "popolo delle partite Iva". Avrebbe garantito a Berlusconi la collaborazione della Lega e a Bossi l'approvazione della devolution. E soprattutto avrebbe creato le condizioni per la riduzione dell'imposizione fiscale: obiettivo e speranza del governo Berlusconi sin dalla sua nascita.
Le cose sono andate diversamente e quasi tutti gli obiettivi iniziali dell'esecutivo sono stati mancati. Tremonti risponderebbe che gli attacchi alle Torri gemelle hanno completamente modificato il quadro dell'economia internazionale. È vero soltanto in parte. Altri Paesi (la Gran Bretagna, la Spagna e, per un certo periodo, la Francia) hanno registrato risultati miglior i . La Germania di Schröder è cresciuta poco e male, ma ha fatto in questi anni più riforme strutturali (sanità, previdenza, mercato del lavoro) di quante ne abbia fatte l'Italia. I condoni si sono rivelati un'arma a doppio taglio. Hanno rimpinguato, spesso meno del previsto, le casse dello Stato, ma hanno creato la diffusa sensazione che il governo, prima o dopo, perdoni gli evasori. E la riduzione delle tasse si è allontanata come un miraggio nel paesaggio piatto dell'economia italiana.
Credo che certe sortite di Tremonti in questi anni contro l'Europa, contro la Cina, a favore del neocolbertismo (un modo colto per definire il vecchio Stato imprenditore) esprimessero le frustrazioni di un uomo molto intelligente che non poteva né rilanciare l'economia né diminuire le tasse, ma che non conosce la modestia e non ama fare mea culpa.
Il ritorno avviene in circostanze completamente diverse. Nessuno in questo momento può chiedergli miracolose riduzioni fiscali. Quella parte della società che tiene al suo Paese gli chiede una Finanziaria che combini per quanto possibile, senza voli pindarici, qualche provvedimento utile al rilancio dell'economia con il rigore: l'unica qualità che possa convincere il mondo ad avere fiducia nell'Italia, soprattutto dopo il caso Fazio e le improvvise dimissioni del suo predecessore. Gli chiediamo in altre parole di non lavorare per il risultato delle elezioni, ma di utilizzare le sue doti di carattere e le sue competenze tecniche per il futuro del Paese.
Tariffe, un salasso per le famiglie
Aumenti dell'8% per la luce e del 4% per il gas
Luigina Venturelli su l'Unità
Sempre peggio. Una stangata ben superiore alle aspettative più funeree: è quella che sta per abbattersi sui consumatori italiani attraverso le bollette di luce e gas. Si pensava ad incrementi del 3-5%, qualcuno azzardava addirittura un 6%, ma nessuno immaginava un salasso dell'8%. Vale a dire, l'aumento più pesante degli ultimi anni.
Secondo le stime dell'Osservatorio Energia del Ref, infatti, gli aumenti in arrivo dal primo ottobre si aggireranno intorno all'8% per le bollette della luce, con una spesa aggiuntiva di 23 euro l'anno per una famiglia tipo con consumo di 2700 kWh/anno, mentre per il gas l'incremento stimato è del 4%. Un'impennata delle bollette, spiegano gli esperti dell'istituto guidato da Pia Saraceno, dovuta principalmente alla crescita dei costi dei combustibili, in particolare del petrolio, che quest'estate ha superato il record dei 70 dollari al barile: "Ipotizzando prezzi che continueranno a mantenersi su livelli superiori ai 60 dollari per i prossimi tre mesi, le previsioni di spesa dell'Acquirente Unico, il soggetto che acquista l'energia elettrica per famiglie e piccole imprese, andranno aumentate di 600 milioni di euro".
Aumenti che difficilmente potranno essere contenuti. L'Autorità per l'energia, argomenta il Ref, potrebbe riuscire a tamponarli parzialmente riducendo le componenti tariffarie destinate alla copertura dei costi "impropri" del sistema, ossia di quei costi non direttamente legati alla produzione dell'energia elettrica quali le incentivazioni ai produttori da fonti rinnovabili o lo smantellamento delle centrali nucleari.
Ma stavolta gli incrementi "difficilmente potranno essere del tutto sterilizzati come la volta scorsa". Si tratterebbe infatti "di provvedimenti tampone, che dilazionano nel tempo pagamenti comunque dovuti e che ricadranno sui consumatori futuri".
Immediato l'allarme delle associazioni dei consumatori: "Se le previsioni del Ref si rivelassero esatte - afferma Rosario Trefiletti, presidente di Federconsumatori - si tratterebbe del salto economico più elevato degli ultimi anni. La ricaduta della bolletta elettrica sarebbe pesantissima per le famiglie, con almeno 32 euro in più di spesa all'anno, ma anche per le imprese che vedrebbero lievitare i costi della produzione. Con due possibili effetti: l'abbattimento della produttività e l'innalzamento dei prezzi dei beni di largo consumo".
Una preoccupazione ampiamente condivisa da Confindustria, che parla di "situazione allarmante e difficilmente sostenibile per il settore industriale, già penalizzato da prezzi dell'energia decisamente più elevati della media europea". L'associazione guidata da Luca Cordero di Montezemolo sollecita al governo misure "anche di tipo transitorio" per consentire ai consumatori industriali di "non perdere ulteriore terreno sul piano internazionale".
Siena, gli studenti contestano il "liberal" Ruini
Redazione de l'Unità
La consegna del premio "Liberal" al cardinal Camillo Ruini è stata accolta con fischi e grida da un gruppo di studenti senesi. Il presidente della Cei, a Siena per partecipare alla cerimonia organizzata in suo onore dalla Fondazione Liberal di Ferdinando Adornato (deputato di Forza Italia), aveva appena cominciato a parlare quando è stato interrotto dai contestatori.
Gli studenti, delle scuole superiori e dell'università del capoluogo toscano, hanno esposto slogan come: "Libero amore in libero Stato", "Vogliamo fare un pacs avanti nei diritti", "Siamo tutti omosessuali". Una protesta pacifica contro "le ripetute intrusioni, ingerenze della Chiesa negli affari dello Stato" e promossa da militanti di una serie di associazioni come Udu-Unione degli universitari, Farfalle rosse, Giovani comunisti, Uds e anche Arcigay e Arcilesbica.
Dopo dieci minuti i contestatori sono stati allontanati dalla sala della cerimonia e Ruini ha potuto riprendere a parlare. Per poi commentare, sorriso a fior di labbra: "È stata una inattesa e piacevole interruzione". Inevitabili le polemiche politiche. Prodi: "Biasimo profondamente queste contestazioni". E Fassino sottolinea: "In una società democratica e libera i fischi non sono un argomento. La Chiesa esprime il suo punto di vista". Ma "un conto è il punto di vista della fede e un altro la funzione dello Stato".
Non voleva il crocifisso in aula: giudice sotto processo
Redazione de la Repubblica
ROMA - Giudizio immediato per il magistrato di Camerino (Ancona) Luigi Tosti, accusato di omissione di atti di ufficio, per "essersi indebitamente astenuto dal tenere le udienze a causa della presenza del crocifisso nelle aule giudiziarie". L'udienza è stata fissata dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale dell'Aquila per il 18 novembre prossimo.
La notizia della fissazione del giudizio immediato è stata confermata dallo stesso Tosti. Il giudice ha annunciato che, anche in veste di imputato, riproporrà il problema, cioè non vorrà essere giudicato in un'aula con simboli religiosi. "Il 18 novembre prossimo - ha detto il magistrato - dovrò entrare in un'aula giudiziaria non in qualità di dipendente dell'Amministrazione giudiziaria ma come "utente", cioè da imputato: dal momento, però, che si riproporrà la stessa identica questione, inoltrerò al tribunale dell'Aquila e al ministro di Giustizia la richiesta di rimuovere i simboli religiosi dalle aule giudiziarie, preannunciando il mio rifiuto a presenziare all'udienza in caso di inottemperanza".
Il giudice Tosti solleverà eccezione di incostituzionalità dell'articolo 420 del codice di procedura penale, nella parte in cui esclude che costituisca legittimo impedimento a comparire dell'imputato il rifiuto a presenziare motivato dall'obbligatoria presenza del simbolo religioso nelle aule giudiziarie: "Mi sembra francamente grottesco - ha aggiunto - dover essere giudicato, oltretutto per fatti collegati proprio all'indebita presenza del crocifisso, da giudici confessionali sovrastati da quel simbolo partigiano e che giudicano in nome del Dio dei cattolici".
24 settembre 2005