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sulla stampa
a cura di G.C. - 23 settembre 2005


Liti su Fazio e manovra, Siniscalco lascia
Mario Sensini sul
Corriere della Sera del 22 settembre 2005

ROMA - Dissenso su "quasi" tutto. Domenico Siniscalco ha rassegnato ieri le sue dimissioni da ministro dell'Economia. Con una lettera a Silvio Berlusconi, ieri pomeriggio, dopo un lungo colloquio con il premier e il sottosegretario alla Presidenza, Gianni Letta, al quale sono seguiti in serata numerosi contatti tra i leader della maggioranza. Attaccato dalla Lega Nord e dall'Udc per la posizione durissima presa contro il Governatore della Banca d'Italia, poi sulla Finanziaria, sempre dall'Udc e dalla Lega, il tecnico Siniscalco ha gettato la spugna. È il secondo ministro dell'Economia a rimettere l'incarico nel corso della legislatura. Prima di lui era successo a Giulio Tremonti, ora accreditato per la sua successione. A meno che, come già accaduto, il ministero non sia assunto ad interim da Berlusconi. Magari con deleghe operative al viceministro Giuseppe Vegas, e un incarico di rappresentanza internazionale allo stesso Tremonti.
Le voci di dimissioni si erano rincorse per tutta la giornata, e per il vero erano state smentite in tarda serata dallo stesso Siniscalco. Tanto che aveva scelto di passare la serata fra amici a guardare in televisione la partita Roma- Parma. Non è andata, invece, come il tecnico Siniscalco, ieri retrocesso a semplice "ragioniere" dal ministro leghista Roberto Calderoli, pensava che potesse risolversi l'ennesima bufera politica.
L'ultimo scontro con il Governatore gli è stato fatale, come lo era stato per il suo predecessore Tremonti. Forse ancor di più dell'ostilità di una parte consistente della maggioranza alla Finanziaria. E del mancato appoggio da parte del premier, che ha vissuto quasi con fastidio molte iniziative di Siniscalco. Dalla determinazione con cui ha attaccato Fazio, per finire con la vicenda della Rai.
Resta adesso da capire se Siniscalco andrà o meno a Washington per il Fondo Monetario. Le dimissioni sono state formalizzate a Berlusconi, ma non tutto è ancora chiaro.



Senza Rete
Francesco Giavazzi sul
Corriere della Sera del 22 settembre 2005

Un anno fa il Governatore Fazio e la lobby dei banchieri riuscirono a far licenziare Giulio Tremonti, reo di aver proposto (dopo i casi Cirio e Parmalat) una riforma radicale e intelligente delle norme poste a difesa del risparmio. Oggi dobbiamo registrare un'altra sconfitta dei risparmiatori. Da almeno due mesi Siniscalco ripeteva che non era possibile continuare a delegare la difesa del risparmio a un Governatore che non ha mai rinnegato la sua amicizia e la sua consuetudine con individui condannati (Gnutti) o indagati (Fiorani) per il reato di insider trading. L'Italia ha il debito pubblico più elevato tra i Paesi industriali: la nostra stabilità finanziaria dipende dalla credibilità delle istituzioni a difesa del risparmio. Ma posto di fronte alla scelta Silvio Berlusconi ancora una volta ha dimostrato di non aver alcuna considerazione per i risparmiatori.
Il ministro Siniscalco esce a testa alta: a lui va il rispetto di tutte le persone perbene.

Ora i mercati si chiedono chi garantirà per la prossima legge finanziaria. Certo da oggi è una Finanziaria più difficile, sulla quale peserà, oltre ai rischi della finanza elettorale, il costo di un debito pubblico che la scelta irresponsabile di Berlusconi spingerà verso l'alto.


Il governo è finito
Ezio Mauro su
la Repubblica del 22 settembre 2005

E' l'ultimo atto di un'avventura politica che sta correndo verso la sua fine. Una fine che rischia di travolgere la credibilità del Paese, insieme con un governo che ormai la sua credibilità l'ha consumata da tempo.
Nello sfacelo della maggioranza c'erano almeno quattro focolai di crisi, accesi tutti assieme: una finanziaria allo sbando, una legge elettorale ambigua, una devolution pericolosa e il caso Fazio a giganteggiare nella sua evidente anomalia, trasformata giorno dopo giorno in una prova concreta di impotenza della leadership berlusconiana, davanti al pèotere extra-repubblicano che teneva in piedi il governatore oltre ogni decenza.
Per funzione, prima ancora che per convinzione, il ministro del Tesoro era stato l'unico (dopo Tremonti davanti allo scandalo Cirio e Parmalat) a insistere nel dire che il Governatore doveva andarsene, perché col discredito accumulato danneggiava gravemente l'Italia.
Il Capo del governo per più di un mese è stato incapace di assumersi la responsabilità che gli compete, pronunciando le parole necessarie e sufficienti per riportare alla normalità una crisi istituzionale gravissima: il Governatore non gode più della fiducia del governo.
Davanti all'ambiguità colpevole del Presidente del Consiglio, che rafforzava il potere immateriale di Fazio mentre indeboliva l'Italia, il ministro del Tesoro non poteva fare altro che dimettersi. Lo ha fatto davanti ad un assalto elettorale alla Finanziaria da parte della maggioranza e, soprattutto, davanti alla conferma che Fazio sarà domani a Washington, a rappresentare la Banca d'Italia di fronte ad un'istituzione che la mette sotto accusa clamorosamente. Fazio sarà al FMI perché il governo non ha avuto il coraggio di fare il suo dovere sfiduciandolo, e dunque ha implicitamente sfiduciato Siniscalco.

Ma proprio questo rivela la fragilità politica del governo, che in pochi mesi perde il secondo ministro dell'Economia, dopo aver avvicendato tre ministri degli Esteri e due ministri dell'Interno.
Deve essere chiaro a tutti gli Italiani che la responsabilità di questa crisi è di Silvio Berlusconi, e della sua incapacità di reggere la responsabilità di governo. Anche se mancano pochi mesi alla fine della legislatura e solo otto giorni alla presentazione dela Finanziaria, Berlusconi deve andarsene. Un Un passaggio tecnico garantisca l'approvazione della manovra. Poi si vada al voto, per salvare il salvabile e chiudere finalmente questa sciagurata avventura.


Torino, Storace cancella la pillola abortiva
Redazione de
l'Unità del 22 settembre 2005

Storace ieri ha ordinato lo stop alla sperimentazione della pillola abortiva RU486 nell'ospedale Sant'Anna di Torino. Per il ministro della Salute, gli ispettori inviati dal ministero avrebbero riscontrato irregolarità rispetto alle procedure e alle indicazioni fornite dal Consiglio superiore di Sanità per autorizzare la sperimentazione. Gli ispettori dell'agenzia del farmaco, dice, avrebbero riscontrato "persino il caso di una paziente che ha avuto una espulsione parziale, con seguito emorragico, fuori dal ricovero ospedaliero".
Ma alla Regione Piemonte non risulta niente di simile. La governatrice Mercedes Bresso dice infatti oggi: "La sperimentazione per ora andrà avanti: le obiezioni degli ispettori non ci sembrano fondate". La Bresso si dice stupefatta dello stop di Storace, del quale per altro ha appreso dai giornali senza alcuna comunicazione ufficiale. E aggiunge: "Noi non siamo suoi sottoposti; sulla tutela della salute delle donne, mi permetta, sono molto più attenta di quanto possa esserlo un uomo. A mio avviso è tutto regolare - ha concluso Bresso - e non c'è nessun motivo per cui il ministro faccia l'atto di imperio che ha fatto". E l'assessore alla sanità del Piemonte Mario Valpreda annuncia ai microfoni di Radio Popolare: "Ricorreremo al Tar contro la decisione di Storace". La regione Piemonte ha ora 60 giorni per presentare l'eventuale ricorso contro l'ordinanza.
Già nei giorni scorsi però indiscrezioni su possibili osservazioni da parte degli ispettori erano apparse sulla stampa. E il ministro non aveva nascosto la sua ostilità alla sperimentazione da parte dell'ospedale Sant'Anna. Polemico il direttore del dipartimento di ginecologia dell'istituto, ieri, aveva commentato: "Mi sorprende che su una vicenda così delicata e complessa i diretti interessati debbano apprendere le informazioni dai giornalisti".

Tutela delle donne o crociata ideologica? "Sono certa che si tratti di pretesti - afferma indignata il presidente della Regione Piemonte Mercedes Bresso, Ds - Politicamente ritengo l' accaduto una scorrettezza inaudita, che non mi sarei aspettata da un ministro che è stato presidente di Regione fino a poco tempo fa. È un fatto inaudito e un abuso – aggiunge - Storace dovrebbe vergognarsi della sua decisione".
A favore dell'uso della RU486 si è schierato il Congresso della Società italiana di ginecologia e ostetricia in corso a Bologna proprio in questi giorni: no alla vendita in farmacia e al rischio del fai-da-te, dicono i medici - ma sì alla sperimentazione in ospedale. I vantaggi? "Da un punto di vista clinico - spiega Piero Di Donato, co-presidente del Congresso - la pillola RU486 è da preferire, perché ha meno effetti collaterali e conseguenze del classico intervento". Mentre il suo collega Domenico de Aloysio invita Storace "a favorire la cultura della contraccezione. Non vi è alcun dubbio che la scelta abortiva rappresenti un fallimento della contraccezione e che per la donna sia comunque un lutto. Per questo la pillola abortiva costituisce solo una via meno traumatica, pur nella drammaticità dell'evento".
Tra l'altro, come ricorda Barbara Pollastrini, coordinatrice donne Ds, la pillola RU486 è da anni in uso in molti paesi europei e negli Usa.


Cdl, Follini lancia le primarie
Redazione de
la Repubblica

ROMA - "C'è chi pensa che nel 2006 il candidato migliore sia Silvio Berlusconi. C'è chi, come me, come l'Udc, pensa di no. Il tema è come confrontare in modo limpido queste posizioni". Marco Follini torna, con nettezza, sul tema della leadership del centrodestra e ottiene il sì di Berlusconi alla discussione in cambio del via libera al ritorno di Tremonti al ministero dell'Economia. Nel grande compromesso che ha chiuso l'ennesima giornata difficile per il governo e la maggioranza l'Udc strappano il consenso a rimettere in discussione la premiership e Carlo Giovanardi annuncia: "Il nostro candidato alle primarie sarà Casini".

Non è la prima volta che Follini pone il tema della leadership del centrodestrra, ma finora non era mai accaduto che i due, faccia a faccia, duellassero in pubblico. Scenario la sala stampa di palazzo Chigi dopo il vertice che ha dato il via libera al ritorno di Giulio Tremonti. "Bisogna trovare una risposta nel modo più democratico possibile alla questione della leadership - dice Berlusconi. Se c'è un dubbio troveremo una risposta nel modo migliore. Il tema è stato posto "con chiarezza e serietà".

Che accadrà adesso nella Cdl? l'Udc punta sulle primarie, assicurando la presenza di un proprio candidato, Pier Ferdinando Casini. E mentre la Lega avverte: "Berlusconi resta il nostro candidato", Berlusconi concede: "Sono d'accordo per discutere su un sistema per trovare il miglior candidato possibile". Gianfranco Fini, invece, non parla di primarie ma di un "iter" che comprenda un'analisi generale sullo stato di salute del governo: "Se questo percorso prende corpo si creano le condizioni per l'esame innanzitutto della finanziaria, della legge elettorale, della riforma costituzionale".


Caos nel governo
Torna Tremonti, l'uomo del disastro
Redazione de
l'Unità

Sabato scorso avevamo scritto di fare molta attenzione all'esercito di Berlusconi allo sbando. I gerarchi che scappano, armi e bagagli, sulla trincea opposta (in molte città a proposito di Forza Italia e An gira la battuta: l'ultimo che esce spenga la luce). Il sogno dell'arma segreta in grado di capovolgere una guerra persa (la legge proporzionale truffa). I colpi di coda irresponsabili (la Finanziaria che nessuno ancora ha scritto mentre il Fondo Monetario certifica un Paese che va a rotoli). L'ultimo assalto alle casse statali per distribuire quello che resta in regalìe elettorali. Le maschere e i pugnali delle congiure incrociate (Lega contro An, An contro Fazio, Udc contro tutti). Eravamo convinti che un clima di impazzimento generale avrebbe segnato gli ultimi giorni nel bunker di Silvio. Non potevamo però immaginare che la realtà avrebbe di lì a poco superato l'immaginazione più spericolata. Leggere per credere.
La fuga di Siniscalco. In un paese qualsiasi (Francia o Burundi) se per un qualsiasi motivo un ministro decide di togliere il disturbo lo fa con apposito comunicato ufficiale, pubblicato dai giornali e trasmesso da radio e tv. In Italia, l'uomo cardine del governo, il ministro dell'economia, aspetta la notte più profonda per rassegnare le dimissioni nelle mani di due giornali (Repubblica e Corriere della Sera), come se si trattasse di una questione privata da risolvere con gli amici.
Alle prime luci dell'alba Siniscalco scompare nel nulla lasciando una lettera con la quale dichiara al presidente del Consiglio di essere "in dissenso quasi su tutto", dalla questione Fazio alla Finanziaria. È vero che sul governatore della Banca d'Italia il ministro fuggitivo ha subito una sconfitta clamorosa avendone chiesto, invano, le dimissioni. Ma è sulla legge finanziaria che si è giocato la carriera. Una manovra che l'ex titolare del Tesoro aveva impostato su un minimo di rigore per limitare l'esplosione del debito pubblico così come chiesto urgentemente da tutte le istituzioni internazionali. Niente da fare: in vista delle elezioni si sono scatenati gli appetiti dei partiti della maggioranza desiderosi di affidare ciò che resta nelle casse statali non a un ministro dell'economia bensì a un ministro della spesa incontrollata. Chi meglio di Giulio Tremonti per una missione del genere?
Viene dunque riesumato l'uomo del buco. L'avevamo lasciato l'altra sera mentre con battute amene intratteneva il pubblico in un talk show televisivo. Un malinconico ripiego lavorativo per il commercialista di Sondrio artefice della finanza creativa e di un colossale dissesto di bilancio che lo ha reso celebre in tutto il mondo; e quindi licenziato due estati fa con esplicita richiesta di Gianfranco Fini ma su preciso mandato di Antonio Fazio. Ieri, però, colpo di scena: il leader di An si rimangia tutto e annuncia che Tremonti può tornare purché si licenzi Fazio. Quale sia il nesso tra i due provvedimenti è presto detto. Di nuovo in sella con un preciso mandato di spesa elettorale il ministro creativo vuole avere le mani libere. Cosa impossibile se a via Nazionale c'è ancora l'uomo che gli ha fatto la guerra. Il fatto è che il governatore pur contestato e accerchiato per non aver esercitato il ruolo di arbitro nella vicenda Antonveneta, resiste indomito potendo contare oltretutto sull'appoggio dei veri poteri forti italiani: il cardinal Ruini e la curia vaticana. La farsa si tinge di giallo quando, ieri sera, Berlusconi credendo ancora di essere un vero premier licenzia Fazio definendo non opportuna la sua permanenza al vertice di Bankitalia. Passano pochi minuti e il ministro Calderoli dichiara che non se ne parla neppure: la Lega vuole che Fazio resti dov'è. Da via Nazionale giunge un silenzio di tomba.
Il momento dei Casini. Dopo aver dichiarato per anni all'universo mondo che il candidato premier sarebbe stato lui e solo lui, ci mancherebbe altro, improvvisamente Berlusconi si autodegrada a candidato semplice in competizione con altri. L'Udc propone Casini. An si prepara a fare lo stesso con Fini. Un altro, al posto di Berlusconi, sarebbe già andato da Ciampi a dimettersi. Che l'ex presidente-padrone agisca sotto ricatto degli alleati è ormai evidente. Una fine davvero malinconica la sua.



Il peso dei ricatti
Massimo Giannini su
la Repubblica

Sfiancato da un'endemica crisi di credibilità pubblica, sfibrato da una drammatica caduta di leadership personale, Silvio Berlusconi rifiuta per l'ennesima volta il gesto che qualunque medico pietoso, al posto suo, avrebbe già compiuto da un pezzo: staccare la spina. Accertare l'avvenuto trapasso politico del suo governo. Non c'era occasione più opportuna e doverosa. Le dimissioni del ministro dell'Economia, alla vigilia del Fondo Monetario Internazionale e del varo della Legge Finanziaria. Un trauma troppo grave, e forse senza precedenti nella storia recente. E invece l'ultima soluzione inventata per tenere ancora in vita questo centrodestra supera i confini dell'accanimento terapeutico. Esce Siniscalco, rientra Tremonti. Come se niente fosse. Senza un passaggio istituzionale e un dibattito parlamentare.


L'orologio della vicenda politica italiana, così, torna indietro di quindici mesi. Allora gli alleati della Cdl imposero al governo e siglarono con Fazio il loro patto scellerato: salvare il governatore e scaricare Tremonti. Oggi, quegli stessi alleati rompono il patto con Fazio e ne sovvertono i termini: defenestrare il governatore e riabilitare Tremonti. Nell'illusione irresponsabile che tutto possa tornare come prima. E invece non è così. Il successore di Siniscalco, adesso, può legittimamente cantare vittoria. E godersi un risarcimento politico postumo ma assai rilevante, che gli deriva dal riconoscimento di un torto subito e dal richiamo collegiale da parte degli stessi "congiurati" che a suo tempo lo tradirono. Ma in mezzo a questi quindici mesi c'è un altro anno buttato via. C'è una maggioranza dilaniata, che ha sacrificato al conflitto di coalizione tempo e risorse utili alla crescita della nazione. C'è un'economia affannata, che avrebbe avuto bisogno di riforme e invece ha conosciuto solo immobilismo. C'è un'opinione pubblica stanca, che chiedeva stabilità e sicurezze e ha ottenuto in cambio solo rissosità e nefandezze.

Può darsi che dal punto di vista del Polo (o di quel che ne rimane) la "riassunzione" di Tremonti al ministero dell'Economia sia la scelta meno rischiosa. L'uomo capisce fin troppo di economia, essendo stato l'inventore della finanza creativa. Ha un indubbio spessore politico sul piano interno. Gode di uno standing riconosciuto sul piano internazionale. Offre anche, sulla carta, garanzie al presidente della Repubblica Ciampi, preoccupato come non mai dal destino incerto di una delle manovre economiche più complesse degli ultimi dieci anni. Ma per compiere questa scelta, Berlusconi ha dovuto pagare almeno due prezzi. Uno più salato dell'altro.

Il primo prezzo riguarda proprio Fazio. Dopo aver biascicato parole vuote alternate a imbarazzanti silenzi, alla fine il premier è stato costretto ad esprimere quel concetto elementare che, per tre lunghi mesi e per ragioni insondabili, si è sempre rifiutato di pronunciare: il governatore della Banca d'Italia non gode più della fiducia del governo. Era quello che gli aveva chiesto inutilmente Tremonti un anno fa. Era quello che gli ha ripetuto inutilmente Siniscalco in queste ultime settimane. Berlusconi lo ha negato a entrambi, sfiduciando loro invece che Fazio. Oggi, sotto il ricatto incrociato di An e dell'Udc, glielo concede. Ma lo fa nelle condizioni peggiori.

Questo è esattamente l'aut aut che gli ha posto lo stesso Tremonti, stavolta con il supporto incrociato di Fini e Follini: l'ex ministro può rientrare, ma solo a costo di una sconfessione pubblica del governatore. Così la mossa del Cavaliere risulta anche tardiva. Se l'avesse fatta un mese fa, avrebbe risparmiato questa nuova, drammatica convulsione alla sua maggioranza.

Avrebbe evitato questa ulteriore, miserabile figura davanti al mondo. Si sarebbe tenuto stretto il suo ministro dell'Economia, rafforzandolo in vista delle forche caudine della legge di bilancio. Non l'ha fatto, e ha preferito cadere e trascinare tutti in questo abisso. A questo punto viene quasi il sospetto che proprio Siniscalco fosse diventato un inciampo, sulla via disperata e dissipatoria scelta da un centrodestra in declino inarrestabile. Una Finanziaria elettorale, che serve a recuperare consensi molto più che a risanare i conti, non può garantirla un ministro tecnico, abituato a rispondere più ai mercati che ai partiti.

Il secondo prezzo che oggi paga il Cavaliere è probabilmente più caro. E per lui sicuramente più doloroso. Per mettere una pezza a colori sul buco aperto da Siniscalco, e per dare via libera al ripescaggio di Tremonti, Udc e An hanno alzato la posta oltre il limite finora conosciuto, in questo centrodestra rigorosamente costruito sulla biografia dell'uomo di Arcore. Follini ha osato dire in conferenza stampa, seduto a fianco al premier e davanti alle telecamere delle sue tv, che "Berlusconi non è il candidato migliore" per la sfida elettorale del 2006. E insieme a Fini, gli ha estorto l'impegno a lanciare le primarie anche nel centrodestra, per scegliere il futuro leader da contrapporre a Prodi. È un evento storico. Per certi versi epifanico.

Cade l'Impero berlusconiano. Cade la mistica dell'unto del Signore. La sovranità del Cavaliere, attinta in questo decennio dalla fonte esclusiva del suo indiscutibile carisma e del suo inesauribile denaro, torna nelle mani dei cittadini-elettori. Cioè torna là dove deve stare secondo le regole della democrazia popolare, e non dove era stata trasferita in questi cinque anni di autocrazia populista. E così, per cercare di rimettere in piedi le macerie della Casa delle Libertà, Berlusconi è costretto a profanare il suo tabù.

A pensare l'impensabile. Lui, il "monarca rivoluzionario" che scende dal trono di Palazzo Grazioli. Lui, l'"antipolitico modernizzatore" che corre alle primarie, come un politico qualsiasi. In competizione con gli amici-nemici Fini e Casini. Una prospettiva innaturale, per un personaggio abituato a pensarsi sempre come "altro", rispetto alla cultura e alla tradizione repubblicana di questo Paese.

I prossimi giorni ci diranno se questa disperata terapia della sopravvivenza che la Cdl ha somministrato a se stessa funziona. Oppure se è solo un'altra tappa, a questo punto sicuramente l'ultima, verso un epilogo rovinoso.

Lo stesso Berlusconi, nei suoi sfoghi notturni ai microfoni di Porta a porta, mette già le mani avanti, e chiarisce che per lui, le primarie, sono in realtà le "assemblee degli eletti". Un altro trucco, che ha riacceso subito lo scontro con i centristi: se a scegliere il futuro premier del centrodestra fossero solo i parlamentari, i governatori regionali e i sindaci del Polo, l'esito del voto sarebbe già scontato, e sarebbe, di nuovo, un altro plebiscito per il Cavaliere. E per un'An e un'Udc che si accontentano della staffetta al ministero dell'Economia e del downgrading imposto al premier, c'è già una Lega pronta a salire sulle barricate, per difendere Fazio e per affossare le primarie. Altri nove mesi così, e alle elezioni del 2006, insieme alla Cdl, ci arriva morta anche l'Italia.


La vendetta di Giulio
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera

La deriva, "the drift" direbbero gli amici carogna che ammiccano sul suo vezzo di infilare dappertutto l'inglese, era già nei soprannomi. Il primo fu "Peluche", dovuto ai toni morbidi delle giacche e dell'eloquio. Il secondo "Finiscalco", mix micidiale tra il cognome suo e quello di Gianfranco Fini, l'omicida (politico) di Giulio "Genio" Tremonti. Il terzo "Siniscaltro", appiccicatogli da chi gli attribuiva certe mosse furbine per ritagliarsi una figura "terzista". Il quarto, inventato da chi gli rinfacciava di giocare in proprio come se non c'entrasse col governo, "Siniscalcolo". Il quinto, velenosamente suggerito da chi l'accusava di essere troppo ambiguo, "Sinisfalso".
Fatto sta che nessuno, manco l'allenatore più scadente del creato, è stato congedato dopo le dimissioni senza manco una parola di cortesia come Domenico Siniscalco. "Ah, finalmente una buona notizia!", è sbottato anzi Gianfranco Rotondi. "Era un impiegato in posizione di comando presso il governo, l'amministrazione lo restituisca a Rutelli, alle cui file appartiene". Il calcio dell'asino. Non sono affatto pochi, però, nella Casa delle Libertà, a pensare ciò che il segretario della micro-Dc ha detto con parole così brusche. Il punto è che la destra aveva sempre vissuto l'economista torinese, già collaboratore dell'Ulivo, come un corpo estraneo. Mai una sparata contro i "rossi".
Mai un pizzico di buona demagogia elettorale. Mai una sassata contro l'euro. Mai una bella declamazione sul taglio delle tasse. Peggio: il giorno dopo la sforbiciata all'Irpef, cantata in tivù con tanto di reality-spot, se ne andò a Bruxelles e tranquillizzò i colleghi europei assicurando che era solo "un dépliant di entità molto modesta". Ma come, schiumò furente il Cavaliere, lui ci metteva l'anima e impegnava tutte le televisioni e sventagliava i giornalisti più fedeli per far passar l'idea che era una "svolta epocale" e quello riduceva tutto a "un dépliant di entità molto modesta"? D'accordo, i pignoli ragionieri europei dovevano essere tranquillizzati. Però... Però dietro la scelta del ministro del Tesoro di volare basso mentre il coro intonava peana al Capo, c'era qualcosa di più di quello spirito torinese che spingeva Norberto Bobbio, se lo classificavano tra i grandi del secolo, a sbottare "esageruma nen", "non esageriamo ".
C'era il tentativo di non lasciarsi coinvolgere troppo in un'operazione che aveva inutilmente combattuto e poi assecondato, raccontava in giro agli ex-amici della sinistra, solo per tenere il pallino e limitare i danni. Il tutto in linea con la voglia di togliersi di dosso l'etichetta che gli aveva incollato addosso Rosi Bindi dopo la nomina: "E' solo il cavallo scosso di Tremonti". Un ruolo ambiguo e scomodissimo. Che mettendolo solo parzialmente al riparo dalle frecciate della sinistra spinta a vederlo come un voltagabbana ("una maschera di altissimo livello del trasformismo italiano praticato con grande naturalezza e con grandi risultati", per dirla con l'indulgente amico Gad Lerner) l'aveva però esposto alle diffidenze dei sacerdoti di rito berlusconiano.
Fino a far dire a Renato Brunetta: "Non è mai diventato ministro dell'economia, è sempre rimasto direttore generale". Figlio di un noto avvocato appartenente a una famiglia salernitana salita a Torino dopo l'Unità, laureato a 24 anni in giurisprudenza e arricchito nel 1989 da un Phd preso a Cambridge …
Siniscalco arrivò a Roma con la cucciolata del ministro socialista Franco Reviglio, della quale faceva parte anche Tremonti.
E per un mucchio di anni fu per il "Genio ", come lo definì Berlusconi, quello che sono stati Bibò per Bibì, Ciop per Cip, Pertica per Palla. Una coppia (economica) di fatto senza bisogno di Pacs. Al punto che, la sera in cui fu defenestrato dal governo, nel luglio dell'anno scorso, fu proprio da lui, da Mimmo, che Giulio si precipitò a sfogarsi. Senza sapere che, come avrebbe rivelato giorni dopo l'intervista a uno zio, l'amico "Finiscalco" (ecco il primo nomignolo firmato Tremonti) era già corteggiato da mesi da chi voleva cambiare ministro dell'economia. Senza dirgli niente! A lui! Fu lì che Tremonti, liberata la scrivania ministeriale toccando tutto con le punte come se fosse infetto da microbi, dichiarò a se stesso, per dirla in siniscalchese, una mission: rovinare la vita al successore.
Tessendogli intorno una ragnatela di battute e battutine destinate a creare una diffusa diffidenza. Senza mai dargli ragione una volta che fosse una. "Mimmo" presentava la sua prima Finanziaria? Lui telefonava in giro arrotando la "evve" per dire che era un obbvobvio. "Mimmo " diceva "basta con i condoni"? Lui ricordava che quei condoni erano stati varati senza che "Peluche" levasse un sopracciglio di disappunto.

E via così. Fino a marchiare l'ex-amico di una vita con l'ultimo nomignolo, che forse non sarà neppure di Tremonti ma pare davvero portare la sua firma: "Fish in barrel". Pesce in barile. Finché, sempre più solo, sempre più in difficoltà nel destreggiarsi tra gente che lo strattonava da una parte e dall'altra, sempre più preoccupato dall'ipotesi di essere incompreso da tutti, Siniscalco non ha iniziato a prepararsi, dicono, la via d'uscita da una situazione insostenibile. Ed ecco le dissociazioni sempre più marcate su alcune scelte economiche. I toni sempre più alti sul caso Fazio. La legge finanziaria esposta alla bocciatura immediata di Lega e Udc e altri ancora... Sbattuta la porta, a chi gli chiedeva chi sarebbe stato il suo sostituto aveva risposto: "E' difficile che uno sappia chi sarà il secondo marito di sua moglie". Va a saperlo che sarebbe stato il marito vecchio...


Il tempo e' scaduto
Angelo Panebianco sul
Corriere della Sera

Non è questione di rivendicare meriti ma solo, più modestamente, di ricordare che se pure è vero che in politica due più due non fa sempre quattro, è anche vero, non di meno, che si danno spesso vincoli potenti a cui è quasi impossibile sfuggire. Sta nella virtù delle classi politiche di rango riconoscerli per tempo. Appena furono noti i risultati delle elezioni regionali, il Corriere indicò subito nell'interruzione immediata della legislatura, nelle elezioni anticipate, l'unica strada possibile per fare uscire il Paese dal cul-de-sac in cui lo aveva ormai condotto la crisi, in tutta evidenza irreversibile, della maggioranza di centrodestra.
Chi scrive si rivolse allora al presidente del Consiglio (Corriere, 10 aprile) sostenendo che le elezioni anticipate erano sia nel suo interesse che in quello del Paese. Avrebbe anche potuto vincerle a dispetto dei sondaggi (la spettacolare rimonta di Schröder in Germania ha testé confermato che nessuno può mai vendere la pelle dell'orso prima di averlo ucciso). E se le avesse perse sarebbe stato ancora sufficientemente forte per prendere la decisione più importante, quella sulla propria successione, assicurando così un futuro a quel centrodestra di cui era stato inventore e artefice.
Aggiunsi che se Berlusconi avesse deciso diversamente la sua sorte sarebbe stata segnata, poiché il copione era già scritto: lo attendeva un anno di calvario e di completa dilapidazione del suo residuo capitale politico. E il danno non sarebbe stato solo suo ma dell'intero Paese: ne sarebbe conseguita infatti la dissoluzione del centrodestra, la fine del bipolarismo per la scomparsa di uno dei due poli. Il logoramento di Berlusconi avrebbe finito per riflettersi sul suo schieramento. Quello che era stato il centrodestra si sarebbe ridotto a un insieme di piccoli gruppi politici, rissosi e impotenti.
L'entourage berlusconiano rispose che questa analisi era sbagliata, che nell'anno che ancora mancava alle elezioni Berlusconi avrebbe fatto l'ennesimo miracolo politico e il centrodestra sarebbe rinato, sarebbe tornato a essere competitivo. E, dunque, niente elezioni anticipate. Finita l'estate, vista la paralisi governativa, a causa delle divisioni interne alla maggioranza su tutte le questioni che contano (a cominciare dall'affaire Bankitalia), il Corriere tornò alla carica (Dario Di Vico, 2 settembre) proponendo, ancora una volta senza esito, le elezioni anticipate. E ora, eccoci all'inevitabile.
Le dimissioni del ministro dell'Economia Siniscalco danno la botta definitiva alla residua credibilità, interna e internazionale, del governo Berlusconi. Bisognava solo avere voglia di leggere ciò che era da tempo scritto. Non era forse già chiaro, ad esempio, che una maggioranza ormai inesistente, ormai incapace di accordarsi su alcunché, non avrebbe mai potuto superare lo scoglio della Finanziaria? Il politico Berlusconi, ormai da tempo, commette errori che l'imprenditore Berlusconi non commetterebbe mai. Ha dilapidato, giorno dopo giorno, un patrimonio politico che era stato in origine (esclusivamente per suo merito, ovviamente) ingentissimo. Nessun capitalista tratterebbe in questo modo il capitale monetario. Ha commesso un errore gravissimo quando, due anni fa, ha subito le dimissioni dell'allora ministro dell'Economia Giulio Tremonti facendosi imporre da alleati interessati a logorarlo una soluzione "tecnica" (Siniscalco). In quel momento, anche se Berlusconi finse di non accorgersene, finì il berlusconismo.
Poiché Tremonti non era un ministro qualunque ma l'uomo che, insieme a Berlusconi, incarnava, di fronte agli elettori, il senso, l'anima stessa, del progetto politico berlusconiano. Berlusconi credette, a torto, che il vulnus non fosse un vero vulnus e che comunque non avrebbe comportato per lui e per il centrodestra conseguenze devastanti. E il ritorno oggi di Tremonti a quel ministero non è un rimedio.

Chi è interessato a che la democrazia italiana possa contare anche in futuro sulla contrapposizione fra destra e sinistra e sulla possibilità dell'alternanza fra due schieramenti, deve augurarsi che Berlusconi smetta di sbagliare, prenda atto della realtà, accetti finalmente di sottrarre se stesso e la parte della maggioranza su cui ancora può contare al logoramento quotidiano. Forse deve approfittare dell'occasione delle primarie rivendicate dall'Udc per mettere in gioco la propria leadership e, eventualmente, rilegittimarsi. Una democrazia sana richiede sia una forte sinistra che una forte destra.
Per l'Italia è vitale che esista anche domani un centrodestra, magari all'opposizione, rinnovato nella leadership, capace di incalzare e di sfidare con credibilità un eventuale futuro governo di centrosinistra. Non esisterà più nulla del genere se Berlusconi penserà ancora una volta di tirare dritto, chiedendo ai suoi di continuare a tappare le falle della nave con le dita, di ignorare i vincoli e di immaginare che basti evocare miracoli perché questi si realizzino.


  23 settembre 2005