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a cura di G.C. - 21 settembre 2005
Ciampi celebra Porta Pia
Redazione de la Repubblica
ROMA - "Mentre cantavamo tutti insieme l'Inno di Mameli, il mio pensiero è corso alla data di oggi, 20 settembre, e ho ricordato che il 20 settembre del 1870 Roma divenne capitale dell'Italia unita, e fu il compimento del sogno Risorgimentale". Con queste parole, pronunciate al Vittoriano durante la cerimonia di inaugurazione dell'anno scolastico, trasmessa in diretta tv, Carlo Azeglio Ciampi ha voluto celebrare quest'anno l'anniversario della Breccia di Porta Pia.
Un gesto che ha suscitato non poche perplessità nel mondo politico. In molti si sono chiesti se ci sia una simbologia dietro questa scelta, se il capo dello Stato abbia voluto mandare un messaggio preciso e farlo cadere nel dibattito di questi giorni. Il richiamo a uno degli episodi più drammatici dello scontro tra truppe piemontesi e truppe papaline, ha fatto pensare che Ciampi volesse ribadire la laicità dello Stato e frenare le ingerenze del Vaticano sulle scelte della politica. Messaggio ancora più esplicito dopo la condanna dei Pacs del cardinale Ruini di ieri e la battaglia della Chiesa contro le unioni di fatto.
Il capo dello Stato ha anche inviato una corona d'alloro a Porta Pia, in memoria dei 49 bersaglieri che persero la vita per aprire la "breccia". Una corona che si aggiunge a quella che i radicali italiani depongono ogni anno in ricordo di quei caduti.
Quella pagina di storia patria, lo scontro sanguinoso fra bersaglieri piemontesi e zuavi papalini per occupare Roma, rievoca una antica ferita nei rapporti fra l'Italia risorgimentale e lo Stato pontificio, che per lungo tempo tenne i cattolici fuori dalla vita politica dello Stato unitario. Perciò, con fair play istituzionale, di solito non viene ricordata.
La ferita fu sanata del tutto, ufficialmente, l'11 febbraio 1929 dai Patti Lateranensi, dopo i quali Pio XI fece cessare la clausura volontaria dei pontefici. Ma una piccola minoranza di irriducibili papisti anti-risorgimentali tiene il punto e ogni anno viene celebrata una messa in suffragio dei 19 soldati di Papa Pio IX caduti sotto l'offensiva dei bersaglieri guidati dal generale Cadorna. Una messa in latino, della quale si parlò molto nel 1999, quando vi partecipò il governatore di Bankitalia Antonio Fazio, su invito del principe Sforza Ruspoli.
Per questo in molti si sono chiesti: perché Ciampi ha celebrato Porta Pia? L'impressione è che il presidente abbia voluto ricordare Porta Pia dopo aver seguito sui giornali le polemiche dei giorni scorsi.
Del resto il capo dello Stato aveva riaffermato le radici laiche dello Stato anche lo scorso giugno al Quirinale, ricevendo Papa Benedetto XVI. Quindi niente a che fare, secondo questa versione, con la lettura dei giornali di oggi.
Apprezzamento per le parole di Ciampi è stato espresso dal segretario dei Radicali Italiani Capezzone e da Marco Pannella, dal Ds Luciano Violante ("Indipendentemente da quanto ha detto il cardinale Ruini, è un forte richiamo alla laicità dello Stato"), da Franco Giordano (Prc), e da Gianfranco Pagliarulo (Pdci).
Un gesto del Premier
Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera
Negli ultimi giorni la posizione del Governatore della Banca d'Italia si è, se possibile, ancor più aggravata. Le ipotesi di reato contestate a Fiorani dai magistrati di Milano, che hanno convinto l'ex banchiere di Lodi a dimettersi, pesano come un macigno sulla reputazione del Governatore. Il problema non è più solo l'evidente parzialità dimostrata durante l'offerta pubblica per Antonveneta, ma la mancanza di intuito, l'incapacità di valutare i segnali per tempo, qualità indispensabili per una persona che ha il compito di tutelare i nostri risparmi.
Le ripetute dimostrazioni di affetto verso Gnutti e Fiorani, il primo già condannato per insider trading, reato ora contestato anche al secondo, hanno danneggiato irreparabilmente la reputazione del Governatore. Già nell'estate di due anni fa, a pochi mesi dal fallimento di Parmalat, il Governatore si era dimostrato incapace di valutare i sintomi per tempo.
In una riunione del Comitato per il credito e il risparmio, l'allora ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, manifestò preoccupazione per gli indizi che gli giungevano sulla solidità finanziaria dell'azienda e ne chiese conto al Governatore. Ma questi si limitò a osservare che l'esposizione di Parmalat verso le banche italiane non destava preoccupazione, omettendo di domandarsi quale fosse l'esposizione verso le banche internazionali.
Questo fine settimana a Washington i ministri delle Finanze e i governatori delle banche centrali dei sette maggiori Paesi industriali parteciperanno alla riunione del G7 e all'assemblea del Fondo monetario internazionale. È quasi ironico che un capitolo del World Economic Outlook di quest'anno (il rapporto del Fondo sull'economia mondiale) sia dedicato alla qualità delle istituzioni e imperniato sul lavoro di tre economisti italiani, Alessandro Prati, Francesca Recanatini e Guido Tabellini. Osservano: "Le istituzioni sono buone là dove vi è concorrenza e le autorità sono soggette a checks and balances".
È una lettura che consiglio a quei parlamentari che da oltre un anno stanno discutendo la riforma delle norme sul risparmio senza riuscire a venirne a capo. Tre settimane fa, alla vigilia della riunione dell'Ecofin di Manchester, il ministro dell'Economia, l'unico membro del governo ad aver chiesto formalmente le dimissioni del Governatore, compì un atto coraggioso. Disse al presidente del Consiglio che con Fazio a Manchester sarebbe andato un altro ministro dell'Economia, non lui.
Il suo coraggio venne premiato: il Governatore non partì, di fatto autosospendendosi, anche se solo per alcuni giorni. Oggi l'aria è cambiata. Molti sperano che il caso Fazio venga presto dimenticato: Berlusconi, che non vuole grane e ha abilmente spostato l'attenzione sulla legge elettorale; banchieri e imprenditori, che in fondo con Fazio convivono benissimo e molti anche nel centrosinistra perché temono un Governatore nominato da questo governo e sperano che Fazio duri fino alle elezioni.
Ma, certo, non se ne sono dimenticati quegli investitori internazionali che posseggono metà del nostro debito pubblico né, io penso, la gran parte degli italiani. Silvio Berlusconi, che finora è stato fin troppo silenzioso, eviti all'Italia una brutta figura e al suo ministro di presentarsi a Washington con un Governatore che non ha più la sua fiducia. Un suo gesto determinerebbe la soluzione di questa penosa vicenda.
Berlusconi: "Basta attacchi, o con me o fuori"
Marco Galluzzo sul Corriere della Sera
ROMA - Alla Camera i deputati azzurri esultano: "Era ora...". Chi sapeva in anticipo, nell'entourage del Cavaliere, ha atteso la replica di Follini archiviandola come una conferma: "Si sono suicidati, non hanno più benzina". Berlusconi ha lasciato le sale del convegno soddisfatto: "Metastasi" voleva dire e metastasi ha detto; il tumore possibile della Cdl sono i centristi; in privato si dice pronto ad estirparlo.
ULTIMATUM - È stato letto come ultimatum, come sfogo, come l'ennesimo avvertimento. È stato tutte e tre le cose insieme, ma con un paio di postille. Berlusconi ha come sempre un sondaggio che sostiene le sue parole, e il sondaggio dice che una campagna contro l'Udc gli porta più voti di quelli che perde rinunciando all'alleato. Di più: ha già pronto un dossier con tutte le dichiarazioni centriste della legislatura; tutte quelle contro la sua politica, contro il no all'abbassamento delle tasse, eccetera. Si prepara a una campagna elettorale contro Casini e Follini; se dovrà farla è pronto e ieri non l'ha nascosto: "Se facessi campagna elettorale contro i partiti della Cdl saprei io a chi dare le colpe...".
"IO ESPLODO" - Alla fine del discorso le definisce "parole per unire", ma chi le ha ascoltate non ha frainteso: "È da evitare che questa maggioranza sia bacata da dentro e che ci sia una metastasi interna alla coalizione. Se c'è la metastasi non si vince: anche l'atleta più bravo che si cura in tutto se è colpito dalla metastasi non ce la fa". Conseguenza: "Se continua così un giorno o l'altro esploderò. E, se e quando vedrò che la mia immagine non corrisponde più alla realtà, dirò: "o con me o fuori"". Anche perché "io sono l'unico candidato premier possibile, in grado di tenere insieme tutti e di ancorare la Lega alla maggioranza. E sono sicuro di mettere sotto Prodi, spero di fare mille confronti tv, dice cose di una futilità, banalità e vecchiezza assolute".
ELETTORI - La risposta di Follini, che oggi riunisce il vertice del partito, è stata in apparenza conciliante: "In politica la pazienza è una virtù fondamentale, il vero problema della Cdl è mantenere gli elettori e non disfarsi di alcune componenti".
"Pronto anch'io al voto subito per liberarmi dell'Udc"
Claudio Tito su la Repubblica
ROMA - "Sapete quale sarebbe la vera discontinuità? La rottura con Follini, una campagna elettorale tutta contro i centristi". Per Silvio Berlusconi questo è ormai il tempo di disegnare il piano per affrontare le prossime elezioni politiche. Architettare tutte le mosse nel tentativo di agguantare Romano Prodi. Un progetto che prevede tappe "interne" e "internazionali". Due colloqui alla Casa Bianca con Bush con tanto di intervento ufficiale al Congresso e soprattutto un'udienza con il Papa, con Benedetto XVI. Un incontro cui la diplomazia di Palazzo Chigi sta lavorando da qualche settimana e che potrebbe tenersi entro Natale. Poi una strategia del dialogo con il mondo degli imprenditori.
Ma soprattutto il Cavaliere vuole regolare i conti con gli alleati. O meglio con l'Udc. Correndo anche il rischio di un'altra crisi di governo e le elezioni anticipate a febbraio. Sia ieri, sia lunedì pomeriggio con i fedelissimi di Forza Italia ad Arcore, è stato nettissimo: "o dentro o fuori, ma subito". "Anzi - è stata la sua riflessione - a questo punto sarebbe quasi meglio che stiano fuori". Una minaccia, certo. Per ora solo una minaccia, tant'è che ancora ieri ha incaricato il ministro dell'interno, Beppe Pisanu, di tentare - confidando nella sua "democristianità" - un'ultima mediazione con il partito di Follini e Casini. Ma l'opzione della "rottura" per il premier non è più residuale.
"La vera discontinuità di Schroeder - ha sibilato contro il presidente della Camera - è stata quella di fare la campagna elettorale contro Lafontaine. La vittoria di Koizumi si poggia sulla coerenza, ha insistito sulla privatizzazione delle Poste anche contro il parere dei suoi alleati. Ha vinto da solo e io devo fare lo stesso". Esempi da traslare in Italia: "Le riforme non le abbiamo fatte per colpa di Follini". La fronda al segretario Udc, per Berlusconi, risolverebbe molti problemi: vorrebbe separare "Pier da Marco", e tirare a se ministri come Buttiglione e Giovanardi. Nel frattempo usa la revisione del Mattarellum come un'arma per stringerli in un angolo lasciando a loro il compito di spegnere il cerino. E infatti per l'inquilino di Palazzo Chigi, lo strappo finale può verificarsi su tre fronti: il primo è la riforma elettorale. Poi la devolution e la finanziaria.
"Ma a questo punto - è il ragionamento del Cavaliere - preferisco arrivare prima al chiarimento. Anche a costo di fare le elezioni anticipate a febbraio e correndo il rischio di un governo elettorale". Per il quale avrebbe già due nomi pronti: il presidente del Senato, Marcello Pera, e il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Gianni Letta. Al posto dell'Udc, nella Cdl entrerebbero la Mussolini, la Nuova Dc di Rotondi e i radicali dissidenti di Della Vedova. "Io devo recuperare il 9-10% di astensionisti di Forza Italia che non sono andati a votare per colpa di Follini. Se ci riesco - è la sua certezza - raggiungo Prodi".
La sfida con gli ex Dc, intanto, potrebbe durare ancora per un altro mese. Il vertice di Via Due Macelli vuole archiviare al più presto la riforma elettorale: tenere aperto il capitolo equivarrebbe ad avere le mani legate su tutto il resto e nello stesso tempo subire le accuse di "golpe" scaraventate dal centrosinistra. Il nuovo fronte che vorrebbero aprire Casini e Follini è il partito dei moderati, una sorta di Ppe che escluda An e Lega.
Ormai, però, Berlusconi sta già tracciando il suo personale itinerario elettorale. La prima stazione è il Vaticano. Da alcuni giorni Palazzo Chigi ha chiesto un colloquio con Benedetto XVI. Il "Gran Cerimoniere" dell'incontro è Marcello Pera, da tempo in sintonia con Ratzinger. Il premier, in realtà, vorrebbe che l'udienza si svolgesse tra dicembre e gennaio. A ridosso del voto. Dalla Santa Sede hanno già fatto sapere che il faccia a faccia è gradito, ma non deve interferire nella campagna elettorale.
L'obiettivo del presidente del consiglio è presentarsi come il "vero rappresentante" del mondo cattolico in politica. I Pacs saranno il primo passo per assecondare gli umori delle gerarchie ecclesiastiche che attendono "fatti" su questo versante. I contatti avuti di recente con Monsignor Re, con il segretario di Stato Sodano e con il presidente della Cei Ruini - anche in relazione al caso Fazio - sono andati intensificandosi.
Anche il cordone sanitario allestito intorno al Governatore della Banca d'Italia è stato voluto tenendo presente le pressioni cardinalizie (in primo luogo Re e Sodano) e l'importanza, in periodo di elezioni, della potente Opus Dei. Un'operazione di avvicinamento cui hanno lavorato lo stesso presidente del Senato e il fedelissimo di sempre, Marcello Dell'Utri.
Nello schema berlusconiano, poi, c'è anche la politica estera. A ottobre andrà a salutare Koizumi in Giappone e Bush a Washington. Il Cavaliere interverrà persino al Congresso Usa e ha fatto sapere al presidente americano che preferirebbe accettare l'invito per i primi mesi del prossimo anno. Sfruttando così telecamere e taccuini sempre a ridosso del voto.
Oltre al capitolo Udc, l'agenda "interna" prevede almeno altri due punti: gli imprenditori e la par condicio. A fine agosto - raccontano i ben informati - avrebbe chiamato "amici" come Doris, Ligresti e Tronchetti Provera invitandoli a schierarsi. A cominciare dai consigli di amministrazione di grandi gruppi editoriali di cui fanno parte.
Eminenza, mi dica dove sbaglio
Marina Mastroluca su l'Unità
Vorrei che qualcuno me lo spiegasse, vorrei che il cardinal Ruini mi dicesse che c'è nel mio modo di vivere che mina la convivenza sociale, mette a repentaglio la costituzione, intacca il matrimonio altrui e la famiglia, scritta tutta maiuscola. Vorrei sapere che c'è di sbagliato nell'avere una famiglia senza aver mai messo un timbro sulla mia scelta: è un pezzo di carta a fare la differenza? Tutto qui, davvero?
Convivo da sedici anni con la stessa persona, abbiamo due figli, ci sono matrimoni celebrati con solennità che durano meno. All'inizio, per poter comprare a rate un'automobile, abbiamo dovuto sottoscrivere un atto notorio, che dichiarava la nostra convivenza more uxorio e quindi la nostra comune solvibilità: il foglio sarà finito in qualche schedario del concessionario Fiat che ci vendette l'auto, unico testimone di un "matrimonio" utilitaristico che non aveva alcun valore per nessun altro, noi compresi.
Non ci siamo sposati senza avere nessun motivo particolare, se non la voglia di rinnovare ogni giorno l'impegno a stare insieme, in un certo senso - potrei dire - ci siamo sposati ogni giorno senza scriverlo da nessuna parte. Agli atti c'è solo la proprietà condivisa di una casa, un conto corrente comune per metterci al riparo da ogni eventualità. Siamo giovani ancora, e per il momento ci sono state risparmiate sofferenze che avrebbero messo a nudo l'assenza di tutele reciproche. Guardando al futuro resta in sospeso l'ipotesi di nozze burocratiche, per metterci sotto l'ombrello di quella legalità che ora ci viene negata. Però che pena ridurre il matrimonio a una formalità d'obbligo, non troppo diversa in fondo da quel foglio che anni fa ci permise di comprarci una Punto. È così che nasce una famiglia?
La nostra in realtà è nata dieci anni fa, insieme a Lorenzo. Per iscriverlo all'anagrafe allora, non essendo sposati, dovemmo andare tutti e due, lasciando il piccolo in ospedale: io avevo partorito il giorno prima, all'ufficio comunale questa eventualità era prevista, potei evitare la fila. Andò meglio cinque anni dopo con l'arrivo di Laura, allora era possibile fare un pre-riconoscimento e poi registrare il neonato in ospedale. Ma sui documenti di entrambi i bambini il mio nome non compare, secoli di burocrazia non sono riusciti a prevedere uno spazio con le generalità della madre sul foglio che autorizza i miei figli ad andare all'estero, come su qualsiasi altro documento. Non c'è nulla che leghi il mio nome al loro, persino in questura mi hanno sconsigliato - non vietato, sia chiaro - di iscriverli sul mio passaporto, perché "non si sa mai". Non c'è stato da stupirsi, uscendo dall'area Schengen, quando una guardia di frontiera mi ha fermato con Lorenzo in braccio.
Sciocchezze, si dirà. Ma mi piacerebbe che quelli che si sbracciano a favore della famiglia mi dicessero perché la mia non merita nessuna attenzione, perché siamo come clandestini a bordo. Perché i miei figli possono ereditare solo dai nonni, in linea diretta, e non da rami collaterali.
La mia è una "libertà anarchica", illegittima e incostituzionale, e sia. Vorrei che qualcuno mi spiegasse perché, sarò dura d'orecchi ma non trovo nulla di pericolosamente anarchico nell'alzarmi alle sette per portare i miei figli a scuola, o nel fare i salti mortali per far quadrare i tempi del lavoro con i loro. Non mi sembra così incostituzionale - cielo quanto vorrei che lo fosse - caricare una lavatrice dietro l'altra e trovarsi a mezzanotte a stendere miriadi di calzini minuscoli, dopo aver letto la favola della buona notte e cacciato tutti i lupi cattivi. Vorrei che mi si spiegasse cosa c'è di eversivo nello stirare il grembiule per il primo giorno di scuola e rendersi conto che "oddio sei già così grande".
Cerco di insegnare ai miei figli ad essere buoni, anche se non tutti lo sono, come non si getta una carta per terra anche se gli altri lo fanno. Cerco di spiegare che forse qualche volta si diventa cattivi perché ci si sente tristi e soli. E che se si sbaglia, bisogna chiedere scusa anche se costa fatica. E che il mondo non è il paese dei balocchi che vedono nelle pubblicità. Qualcuno mi dica che sbaglio.
L'uomo che braccava i nazisti
Umberto De Giovannangeli su l'Unità
Il "cacciatore di nazisti" si è spento a 96 anni. È morto nel sonno, serenamente, nel suo letto nella casa a schiera in un quartiere borghese di Vienna, la capitale mitteleuropea, dove ha vissuto gli ultimi anni di una esistenza straordinaria, diventata spunto per innumerevoli film, libri e racconti.
Una vita straordinaria, quella di Simon Wiesenthal, l'infaticabile "ricercatore di nazisti" che per oltre mezzo secolo ha inseguito i complici dell'Olocausto costato la vita a sei milioni di ebrei. Una vita conclusasi alle 4:00 del mattino di ieri. Wiesenthal era nato il 31 dicembre 1908 a Buczacz, nella Galizia all'epoca austro-ungarica e oggi divisa tra Polonia, Ucraina e Repubblica ceca. Laureato in architettura a Leopoli (ora in Ucraina) e Praga, durante il nazismo sopravvisse a 12 diversi campi di concentramento nei quali perse 89 familiari. Wiesenthal per la prima volta finì in un lager, vicino a Leopoli. Nell'ottobre 1943 evase dal campo di Ostbahn subito prima che i tedeschi cominciassero a sterminare tutti i reclusi. Fu catturato di nuovo nel giugno del 1944 e rinchiuso a Janwska, e si salvò dalla morte solo perchè le SS di guardia dovettero scappare portando via i prigionieri davanti all'avanzata dell'Armata Rossa sovietica. Le ricerche dei suoi aguzzini, sui quali aveva preso appunti già durante la detenzione, per Wiesenthal cominciarono il giorno dopo la liberazione da parte degli americani nel maggio 1945 dal campo di concentramento di Mathausen, in Austria, dove era tenuto prigioniero. Da quel momento dedicò le sue forze a individuare ed assicurare alla giustizia gli ex aguzzini (1.100). E questo con una organizzazione composta all'inizio da soli volontari e con un primo bilancio di 25mila dollari raccolti per lui con una colletta da un sacerdote cristiano olandese.
Wiesenthal, che aveva fondato il primo "Centro di documentazione ebraica" a Linz (Austria) e l'aveva trasferito a Vienna nel 1961, è stato per mezzo secolo il rappresentante permanente delle vittime della barbarie nazista, non solo ebree, e con la sua attività ha portato davanti alla giustizia Adolf Eichmann, l'uomo al quale Adolf Hitler aveva affidato la pianificazione dello sterminio degli ebrei; Franz Stangl, ex comandante del campo di concentramento di Treblinka; Gustav Wagner, ex comandante del lager di Sobibor, e Karl Silderbauer, l'agente della Gestapo che aveva arrestato ad Amsterdam Anna Frank.
I funerali di Simon Wiesenthal si svolgeranno venerdì in Israele, dove sarà sepolto, a breve distanza dal Museo dell'Olocausto Yad va-Shem, nel cuore della Gerusalemme ebraica. E Israele china la testa di fronte alla memoria di un grande ebreo: con queste parole un rappresentante del governo di Gerusalemme, Michael Melchior, commenta la morte di Wiesenthal.
"A lui il termine cacciatore di nazisti non piaceva affatto", ricorda il suo vecchio collaboratore Shimon Samuel. "Preferiva definirsi infatti: un ricercatore di nazisti". Non era mosso dal desiderio di vendetta, bensì di giustizia. La sua "specialità" era quella di raccogliere dossier e sottoporli al vaglio di giudici.
Anni fa, durante una breve visita in Israele per ragioni familiari, Wiesenthal aveva descritto la sua vita a Vienna, aveva parlato delle minacce che gli giungevano da più parti, di una bomba che aveva distrutto la sua abitazione. E allora - gli era stato chiesto - perchè ostinarsi a restare? "Perchè solo là - aveva risposto - potevo trovare la documentazione necessaria per inchiodare i molti nazisti di origine austriaca". "Sono riuscito a trovare tutti gli omicidi di massa che ho cercato, sono sopravvissuto a tutti loro. E se ce ne sono altri, che non ho cercato, oggi sarebbero troppo vecchi e deboli per essere portati davanti ad un tribunale. Il mio lavoro è fatto", aveva detto Simon Wiesenthal nel maggio 2003, annunciando la fine delle sue ricerche.
A piangere un uomo giusto non è solo Israele e il popolo ebraico. A piangerlo è il mondo libero che non dimentica la barbarie nazista e la tragedia della Shoah. Un mondo che si riconosce nella lezione, oltre che nella vita, di Simon, il "ricercatore di nazisti", un Giusto della Terra.
21 settembre 2005