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a cura di G.C. - 20 settembre 2005
Unioni di fatto, Ruini attacca i Pacs
Redazione de la Repubblica
ROMA - Attacca i Pacs, richiama allo spirito del referendum, chiede aiuti per la famiglia, difende il governatore di Bankitalia Antonio Fazio, spiega che il terrorismo dipende dai problemi non risolti in Medio Oriente, promette che i vescovi resteranno fuori dalle elezioni. E' a tutto campo l'intervento con cui il presidente della Cei ha aperto a Roma il Consiglio episcopale permanente. Un discorso molto atteso, dopo l'attivismo del cardinale durante la campagna referendaria sulla fecondazione assistita e nel pieno delle polemiche sui diversi progetti politici in tema di unioni di fatto.
No ai Pacs. Su questo punto, come prevedibile, la posizione di Ruini è netta: "Non vi è alcun reale bisogno di norme come quelle francesi, che potrebbero portare a un 'piccolo matrimonio'". Qualcosa che "produrrebbe al contrario un oscuramento della natura e del valore della famiglia e un gravissimo danno al popolo italiano". Il problema, prosegue, è che i Pacs "al di là del nome diverso e di altre cautele verbali, sono modellati in buona parte sull'istituto matrimoniale".
Il valore della famiglia. "La nostra Costituzione nell'articolo 29 - spiega ancora Ruini - intende con univoca precisione la famiglia come 'società' naturale fondata sul matrimonio e ne riconosce i diritti. Per conseguenza la Corte Costituzionale ha ripetutamente affermato che la convivenza more uxorio non può essere assimilata alla famiglia, così da desumerne l'esigenza di una parificazione di trattamento".
Apertura a Rutelli. La protezione giuridica delle unioni di fatto deve seguire la "strada del diritto comune", dice ancora Ruini, spiegando che "qualora emergessero alcune ulteriori esigenze, specifiche e realmente fondate, eventuali norme a loro tutela non dovrebbero comunque dar luogo a un modello legislativamente precostituito e tendere a configurare qualcosa di simile al matrimonio, ma rimanere invece nell'ambito dei diritti e doveri delle persone". Insomma, qualcosa di molto simile ai "contratti" proposti dal leader della Margherita, Francesco Rutelli. Mentre Romano Prodi e i Ds sono favorevoli al modello Pacs.
Il richiamo ai referendum. Per Ruini gli italiani hanno mostrato la propria "saggezza" in occasione del referendum sulla procreazione assistita. "Ma è anche importante ora non disperdere il patrimonio di energie ed esperienze che si è catalizzato attorno al comitato Scienza e Vita". In particolare, sul tema delle biotecnologie applicate all'uomo.
Il monito sulla Finanziaria. Il numero uno della Cei ricorda l'importanza della prossima legge di bilancio. Rispetto alla quale i vescovi si aspettano quei provvedimenti "seri" in favore della famiglia, che finora non sono arrivati.
In difesa del Governatore. Riferendosi alle vicende che hanno coinvolto il cattolico Fazio, Ruini dice: "Basta con l'abuso della pubblicazione delle intercettazioni, un sistema che ha prodotto gravi danni alle persone e guasti difficilmente riparabili alla dialettica politica e al funzionamento delle istituzioni".
La Chiesa e le elezioni. Sul fronte più propriamente politico il cardinale Ruini si mostra come di consueto prudente. Il presidente della Cei ricorda che la Chiesa non parteggerà per nessuno schieramento, nella lunga campagna elettorale che l'Italia si appresta a vivere. A scanso di equivoci ha anzi ricordato che i vescovi non difendono "gli interessi dei cattolici ma il bene dell'uomo".
La minaccia terroristica. L'Islam non va confuso con il terrorismo. Anzi, le possibilità di superare questo tipo di minaccia "sono chiaramente collegate all'evolversi della situazione nel Medio Oriente. Al riguardo, e notizie che giungono dall'Iraq diventano per un aspetto sempre più preoccupanti: si susseguono infatti senza sosta le stragi, che colpiscono soprattutto la popolazione civile, oltre alle forze armate irachene che si vanno costituendo arrivando a massacrare bambini e uomini in preghiera".
Un atto contro i Cattolici
Nicola Tranfaglia su l'Unità
C'è da chiedersi, di fronte al discorso del cardinale Ruini all'assemblea permanente della Conferenza Episcopale Italiana, in quale Paese il cardinale pensi di vivere e quale rapporto abbia la gerarchia ecclesiastica che egli rappresenta con il mondo cattolico italiano. Sono trascorsi ormai più di trent'anni da quando i cattolici italiani hanno dimostrato con il voto di tanti di loro nel referendum sul divorzio (1974) e poi sull'aborto (1981) di regolarsi sulle grandi questioni della società in maniera autonoma e indipendente dalle gerarchie ecclesiastiche.
E sono passati ormai più di dieci anni da quando non esiste più un partito che raccoglie i cattolici in quanto tale ma cattolici sono presenti in tutte le formazioni politiche della repubblica, a destra come a sinistra.
Chi scrive ha da molto tempo amici che distingue per il grado di affinità politica e culturale ma non certo in base al fatto che siano cattolici oppure no.
Insomma le grandi battaglie civili repubblicane come la fine del partito cattolico hanno segnato per fortuna ormai da tempo la laicizzazione della politica e la distinzione in base alle idee che si hanno sulla società e non in base alla fede religiosa o ad altre caratteristiche di tipo confessionale.
E, alla luce di simili considerazioni che difficilmente lo stesso cardinal Ruini potrebbe negare o respingere in maniera pregiudiziale giacché sono dati obbiettivi della nostra storia recente, il suo discorso che chiede alla politica italiana di non legiferare sui Pacs e di limitarli alla sfera del contratti di diritto privato (cosa già possibile con la legislazione vigente) non appare soltanto come una discutibile interferenza sull'attività legislativa in corso (visto che esistono già diverse proposte di legge sia della maggioranza che della opposizione) ma anche e soprattutto come una vera e propria ghettizzazione dei cattolici in Italia.
Quelli che dovrebbero essere -secondo la dottrina cattolica- il sale della terra e andare nel vasto mondo a portare le verità del vangelo sono spinti da un simile atteggiamento a rimanere distinti e separati dal resto della società, essere lodati se seguono le direttive della Chiesa (come fa tardivamente l'ex radicale Rutelli alla ricerca del mitico centro) e invece additati negativamente (come accade a Romano Prodi) se ragionano con l'autonomia e l'indipendenza conquistata in questi anni.
Il risultato è negativo prima di tutto per il mondo cattolico a cui il presidente della Cei crede di parlare e poi per l'intera società politica e civile italiana che è ricacciata indietro in una situazione peggiore di quella che c'era quando esisteva il partito cattolico volto a mediare di continuo tra le esigenze delle gerarchie ecclesiastiche e dunque quasi sempre consapevole della necessità di non portare la Chiesa in prima linea nella politica nazionale.
Il fatto è che una questione come quella dei patti di solidarietà civile di cui ha parlato il leader dell'Unione risponde ad esigenze di giustizia e di civiltà che nulla hanno a che fare con questioni di fede o di difesa dell'istituto attuale del matrimonio (art.29 della Costituzione) e non può essere affrontato come un problema che riguardi soltanto le coppie omosessuali giacché concerne le une e le altre.
Le conseguenze di una legge sui Pacs sono importanti proprio perché finalmente consentirebbero a persone che hanno liberamente scelto la convivenza piuttosto che il matrimonio di usufruire di diritti che oggi non esistono, e non potrebbero esistere attraverso contratti di diritto privato, come il diritto ad assistere il proprio compagno in ospedale, a prendere decisioni decisive per la sua salute. I contratti di diritto privato, al contrario, non eliminano la norma attuale sulla quota legittima di eredità e vietano che un compagno possa disporre sulla modalità dei funerali e della sepoltura del convivente. E si potrebbe continuare ancora su tanti diritti riservati ai coniugi ma non ai conviventi, anche se si tratta di convivenze ultradecennali.
L'offensiva della Cei e la cautela di Prodi
Massimo Franco sul Corriere della Sera
La durezza delle parole del cardinale Camillo Ruini sulle unioni di fatto non era scontata; né un'interpretazione del referendum sulla fecondazione assistita, tutta tesa a spiegare la vittoria astensionista con l'"attenzione degli italiani ai valori portanti della convivenza"; e nemmeno un attacco così diretto alla pubblicazione delle intercettazioni telefoniche che hanno messo sulla graticola il Governatore di Bankitalia, Antonio Fazio. E' il segno di una Cei decisa ad annettersi il risultato referendario al di là di ogni cautela; a riaffermare frontalmente le proprie posizioni, forte di una sintonia totale con Benedetto XVI; e pronta a entrare in rotta di collisione con l'Unione prodiana.
Ieri, il contrasto è apparso evidente: il discorso di Ruini è stato pronunciato nel giorno in cui Romano Prodi ha giustificato i Patti civili di solidarietà in un articolo su Famiglia cristiana. Ma la novità è che stavolta il leader dell'opposizione ha evitato di ribattere al cardinale: come se la sconfitta referendaria avesse lasciato il segno; e l'arrivo del nuovo Papa suggerisse di non andare allo scontro con il capo dei vescovi italiani. "Ascolto le parole di Ruini con assoluto rispetto", ha detto Prodi ieri sera. "Non voglio commentare le sue affermazioni... Voglio però unirmi a Ruini nelle critiche alla poca valorizzazione e al poco sostegno della famiglia" da parte del governo.
E' un modo indiretto per additare le responsabilità di Silvio Berlusconi e del centrodestra che batte le mani al cardinale: come spesso accade, la maggioranza si limita a fare proprie le parole di Ruini e ad usarle per mettere in difficoltà Prodi. Ma il problema non sono le punzecchiature che arrivano dal fronte berlusconiano. Nell'Unione, a creare malumori e tensioni sono i distinguo "ruiniani" del leader della Margherita, Francesco Rutelli. La sua contrarietà ai Pacs riecheggia quella della Cei. Riflette l'ostilità all'idea di una legge che configuri, a detta di Ruini, un "piccolo matrimonio" che oscurerebbe "la natura e l'idea della famiglia".
E' vero che Rutelli si ritrova in minoranza perfino nel proprio partito. Rifondazione e Verdi lo bersagliano, dicendo invece "bravo" a Prodi. E i diessini criticano "tutti questi movimenti" della Margherita. Ma l'impressione è che Rutelli non sia intenzionato a fermarsi.
Quello di Rutelli è un atteggiamento che i diessini disapprovano e insieme soffrono. Da mesi, dopo il referendum, Piero Fassino cerca di recuperare un rapporto con la Cei. Non vuole apparire il fautore di una deriva radicale dell'Unione, ed essere annoverato fra i tifosi dell'intesa con Marco Pannella. Eppure, la ricerca di una sponda è affannosa. La perentorietà con la quale la Cei riafferma la contrarietà alle unioni di fatto compatta la sinistra intorno a Prodi; ma in parallelo finisce per marcare la loro distanza dai vertici del mondo cattolico, accusati da radicali, comunisti e diessini di arroganza e ingerenza nella politica italiana.
La paralisi tedesca
Alberto Ronchey sul Corriere della Sera
Un'Opa interstatale fu definita l'unificazione tedesca, gestita nel 1990 da Helmut Kohl come semplice annessione della Ddr orientale alla prospera Bundesrepublik occidentale. Per la prima volta nella storia, uno Stato ne rilevava un altro come si rileva un'industria, in quel caso tragicamente dissestata. Il Deutsche Mark, moneta dominante über alles in Europa, assumeva il gravoso carico dell'Ostmark, moneta labile oltreché inconvertibile. Già nel '91, il deficit del bilancio federale ingigantiva.
Eppure, malgrado la prospettiva degli enormi stanziamenti poi richiesti ogni anno per i cinque Länder orientali sovietizzati dal 1945, l'azzardo appariva sostenibile. Dopo tutto, non si trattava d'industrializzare, ma in larga misura solo di reindustrializzare Brandeburgo e Meclenburgo, Turingia, Sassonia e Sassonia- Anhalt. Anzi, confidando nella germanica professionalità, veniva pronosticato in quegli anni un altro Wirtschaftswunder o miracolo economico simile a quello della Germania occidentale postbellica. Dunque, il grande Konzern federativo avrebbe accresciuto la sua forza come trainante motore d'Europa. Così non è stato, durante il cancellierato del placido Kohl fino al '98 e poi quello dell'inquieto Schröder. Ora il motore d'Europa, da tempo, è inceppato. La crescita del prodotto lordo è quasi a zero. La disoccupazione raggiunge l'11,6 per cento, 18,7 nei nuovi Länder. Il disavanzo del bilancio federale in euro, sostituito al rimpianto marco, supera da quattro anni la soglia massima consentita secondo il patto europeo di stabilità. Schröder insiste nel ricordare che il suo governo ha dovuto non solo fronteggiare le conseguenze internazionali del terrorismo e della guerra in Iraq, le prove della competizione sui mercati globalizzati e l'esplosione dei prezzi del petrolio, ma deve spendere ogni anno per la Germania orientale oltre 80 miliardi di euro, pari al 4 per cento del prodotto lordo.
E tuttavia, non pochi elettori di quelle regioni si dichiarano delusi dalla grande Germania riunificata, quando non arrivano a ritenersi colonizzati. A loro volta i connazionali, spesso non meno delusi, li definiscono frustrati e irriducibili proletarizzati. Non pochi hanno votato infatti contro Schröder, preferendo l'estrema sinistra di Gregor Gysi e Oskar Lafontaine, oltreché Angela Merkel, democristiana venuta nel '90 a Berlino da Templin, un villaggio del Brandeburgo, dopo avere studiato all'Università di Lipsia. Ora, l'incerto risultato delle urne manifesta tutte le perplessità dei tedeschi.
Malgrado tutto, s'intende, rimane presumibile che il divario fra gli 82 milioni di tedeschi verrà superato nei prossimi tempi e che la Germania, dopo le delusioni dell'ultimo decennio, riassumerà la sua funzione propulsiva in Europa.
In ogni caso, potrà esercitare un'influenza decisiva sull'industria e sui commerci continentali dinanzi alla Russia non più incombente, ma tuttora presente con le sue immense risorse d'energia e materie prime di fronte all'Ue-25. Putin lo sa, è là che cerca benemerenze.
Thatcher non abita a Berlino
Paolo Leon su l'Unità
Si può dire, oggi, che chi tocca il modello sociale europeo muore. Senza conoscere ancora i dettagli del voto tedesco, azzardo un'ipotesi. La Cdu ha perso voti, rispetto alle precedenti politiche, perché parte del suo elettorato ha temuto un eccesso di tatcherismo, e si è trasferito alla Spd. Allo stesso tempo, la Spd ha perso voti a favore di Lafontaine e Gisy, sempre per timore di una riduzione del welfare. Le conseguenze politiche di questa ipotesi sono interessanti.
Se Spd e Cdu formano una grande coalizione, il welfare tedesco è destinato ad essere intaccato, più di quanto non abbia già fatto Schroeder: ne può seguire una reazione sindacale e di massa che renderebbe difficile la guida socialdemocratica del governo. A questo punto, la grande coalizione si romperebbe e Schroeder potrebbe rivolgersi alla propria sinistra e ricostruire una maggioranza, questa volta fondata sulla difesa del modello sociale.
Qualsiasi governo tedesco si confronta, tuttavia, con le difficoltà del bilancio pubblico, dato che la Germania ha ampiamente superato i parametri di Maastricht e l'Unione le ha concesso un paio d'anni per rientrare. Poiché il tasso di crescita prevedibile non è sufficiente a chiudere da solo il disavanzo in eccesso, occorrerebbe - appunto - una forte accelerazione del Pil. Non c'è, però, alcuna relazione tra la riduzione del welfare e l'aumento del Pil. Checché ne dicano gli economisti conservatori, compreso quel professore di scienza delle finanze che con le proprie esternazioni ha rovinato la festa alla Merkel, una riduzione del welfare non determina alcun aumento nella domanda dei beni e servizi prodotti internamente, né crea un elemento di maggiore competitività sui mercati internazionali. È possibile che si possa ridurre il welfare e, con i risparmi, abbassare le imposte sulle imprese - sperando di battere la concorrenza fiscale dei paesi dell'Est - ma non si può ridurre il welfare per chiudere il buco nel bilancio pubblico, e contemporaneamente, aumentare quel buco riducendo le imposte sulle imprese. Allo stesso modo, è possibile ridurre il welfare e, con i risparmi, abbassare le imposte sulle famiglie - sperando che ciò le induca a comprare merci tedesche - ma non si può ridurre il welfare per chiudere il buco di bilancio e, contemporaneamente, aumentare quel buco riducendo le imposte sulle famiglie.
Guardando appena più in profondo, i problemi della crescita e del disavanzo pubblico sono comuni alla Germania e agli altri grandi paesi europei. Se le popolazioni di questi paesi non vogliono che si alteri il modello sociale, occorre offrire loro una politica, non semplici ideologie o esercizi in egoismi sociali. A me sembra chiaro che occorre intervenire sulle politiche economiche e monetarie europee: ma questo non sarà possibile se le forze di centro sinistra in Europa - come hanno fatto negli ultimi anni - continuano a ragionare con le idee della destra, sperando di toglierle consensi. Il voto tedesco lo dimostra.
E in Italia tutti felici: ho vinto io
Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera
Ha perso la Merkel che veniva data venti punti avanti, ha perso Schröder che sta sotto di tre seggi, ha perso la Germania che non sa come e quando avrà un governo. Ma da noi, alleluia, han vinto tutti. Destra e sinistra, biondi e mori, calvi e zazzeruti, nani e spilungoni: tutti. E ciascuno si è affrettato a cercare un taccuino, un microfono o una telecamera per dettare "la lezione che viene da Berlino".
Riportandoci alle vecchie atmosfere di una volta, quando lo 0,2% in più su una delle precedenti elezioni presa accuratamente a paragone, spingeva i segretari ad apparire al tg con l'aria trionfante di Giulio Cesare dopo la presa di Alesia.
Su tutti, i maestri erano i democristiani: non perdevano mai. O se perdevano da una parte sottolineavano la vittoria da un'altra. Fino alla immortale sortita di Vito Napoli dopo la terrificante batosta dc alle amministrative del 1993: "Certo, abbiamo perso Roma, Milano, Napoli, Venezia, Palermo... Ma ci sono anche segnali incoraggianti. Penso ai successi di Gerace, Pizzo Calabro, Praia a mare..." Un capolavoro. Che elevava all'apoteosi quella tecnica di tenere il pallino messa a punto nei decenni dai Forlani e dai Cariglia, dai La Malfa e dai Malagodi. Dove avevano tutti vinto. E se proprio era andata male, la flessione era "una sostanziale tenuta", la sconfitta una "flessione", la stangata un "arretramento", la catastrofe "un severo segnale da non sottovalutare". Parole e filosofie recuperate dai protagonisti della Seconda Repubblica. Tra i quali merita un cenno almeno il nazional-alleato Adolfo Urso che, dopo le disastrose amministrative del '97 in cui il Polo le aveva prese da Bassolino a Napoli, da Rutelli a Roma e da Cacciari a Venezia declamò: "Abbiamo liberato Macerata!"".
Nessuno ha però dimostrato che i numeri si possano usare per dire tutto e il contrario di tutto a seconda di mille variabili quanto Sandro Bondi. Forza Italia era crollata alle Europee da 10.923.431 voti delle Politiche (Camera) del 2001 a 6.837.748, con una perdita secca di 4.085.683 elettori. Ma lui, ospite a "Porta a Porta", non riuscì proprio a digerire il titolo del Corriere mostrato da Stefano Folli: "Direttore, scusi, non so se posso permettermi, ma mi pare che quel "Berlusconi arretra" non colga l'essenza del voto. Io direi piuttosto che perde Prodi e si rafforza il governo...". Tesi corretta poi con una sfumatura essenziale: "Sì, Forza Italia ha una piccola flessione. Forza Italia però, non Berlusconi".
Il Secolo d'Italia andò oltre. E il giorno che tutti i giornali titolavano sulla clamorosa sconfitta della destra su un emendamento alla "Gasparri", che obbligava la legge a tornare all'altro ramo del Parlamento, sparò: "La Cdl vince 241 a 1". Una chicca. Paragonabile solo all'esultanza di Liberazione dopo la disfatta di Jospin tagliato fuori dal ballottaggio tra Chirac e Le Pen per le risse a sinistra: "Arlette Laguillere, candidata di Lutte Ouvrière, con quasi il 6%, arriva a picchi del dieci-quindici per cento tra il voto operaio". Ammappete! Lutte Ouvrière al 10% tra gli operai! Insomma: ne abbiamo già viste e sentite.
I commenti al voto tedesco, a metterli tutti in fila, sono però da conservare. Spiega Gianfranco Fini che come lui spiegava "non esiste una legge elettorale che sia perfetta, che garantisca sempre e comunque la certezza di avere un governo scelto nelle urne". Dice Paolo Cento che come lui diceva "la difesa e l'ampliamento dello stato sociale sono oggi la vera priorità di fronte alla crisi del modello liberista". Sottolinea Pier Ferdinando Casini che come lui sottolineava "con il coraggio di cambiare" anche le "cause disperate possono essere ribaltate".
Ammonisce Alfonso Pecoraro Scanio che come lui ammoniva "la destra non vince nemmeno quando ha di fronte una coalizione con grandi difficoltà" e infatti "l'esito delle elezioni tedesche sono una botta alle speranze di recupero di Berlusconi". Sostiene Sandro Bondi che come lui sosteneva non bisogna prender sul serio i sondaggi e oggi si vede che Berlusconi può ancora vincere nel 2006 giacché "la partita elettorale si gioca nelle ultime settimane" e ciò che conta "è la volontà, la determinazione, l'unità e l'orgoglio di rivendicare ciò che di positivo si è fatto".
Finché spunta anche Franco Grillini che trova nel voto un segnale incoraggiante: non è forse vero che i liberali tedeschi sono saliti al 10% pur difendendo i diritti civili degli omosessuali e avendo un presidente, Guido Westerwelle, "dichiaratamente omosessuale"? Prova provata che...
Peccato che non si voti più spesso, in Germania. Veder tutti i nostri galli e galletti così contenti...
Fazio interrogato a ottobre
L'inchiesta è per abuso d'ufficio
Elsa Vinci su la Repubblica
ROMA - Il governatore Antonio Fazio convocato dai magistrati romani per rispondere sulla scalata di Bpi ad Antonveneta. L'orientamento dei pm è di ascoltarlo in qualità di indagato. Gli elementi raccolti sarebbero ormai sufficienti per contestare l'ipotesi di reato di abuso d'ufficio. Ma il procuratore capo, Giovanni Ferrara, non conferma l'iscrizione sul registro della procura. La data dell'interrogatorio non è ancora stata fissata. Ieri mattina l'avvocato Franco Coppi ha avuto un lungo colloquio con Ferrara, si rivedranno a fine mese proprio per decidere il giorno di un appuntamento ormai vicino.
L'interrogatorio di Fazio potrebbe rappresentare l'atto conclusivo di un'istruttoria delicata e complessa. Gli interrogatori di diversi funzionari della Banca d'Italia, la scorsa settimana, hanno fornito ai magistrati elementi per costruire quell'invito a comparire del quale in procura si parla da tempo. Nei giorni scorsi l'aggiunto Achille Toro e la pm Perla Lori hanno ascoltato come testimoni gli ispettori di palazzo Koch, Nicola Stabile e Giampiero Longo. I loro nomi compaiono in una intercettazione telefonica disposta dalla procura di Milano e allegata all'ordinanza con cui il gip Forleo aveva interdetto l'ex ad della Banca Popolare italiana, Giampiero Fiorani, che il 16 settembre scorso ha lasciato tutti gli incarichi. "Quello che sta succedendo in Bankitalia non si è mai visto in cento anni".
I pm romani non utilizzeranno l'intercettazione ma certamente il contenuto degli interrogatori. I funzionari non hanno accusato nessuno, hanno semplicemente illustrato gli esisti del loro lavoro. Così come Claudio Clemente, dell'area vigilanza, e Giovanni Castaldi, dirigente del servizio sorveglianza e autorizzazioni di via Nazionale, che negarono il nullaosta poi concesso da Antonio Fazio. La procura ha in mano anche il parere dell'ufficio legale della banca centrale.
"La situazione patrimoniale dichiarata da Fiorani non corrisponde a una reale disponibilità economica e finanziaria, non ci sono le condizioni per sostenere un'opa". Tutti i tecnici della Banca d'Italia hanno espresso parere negativo sull'autorizzazione "voluta" - come dichiarato da Castaldi - "soltanto dal governatore". Che tuttavia non ha violato le regole chiamando consulenti esterni a motivare in diritto la sua decisione.
"Giampiero ho firmato, se vieni in Bankitalia passa da dietro, come al solito". Il governatore aveva informato nella notte Fiorani con una telefonata. "Tonino sono commosso, ti darei un bacio in fronte". Anche questa conversazione è stata intercettata dalla procura di Milano e non sarà utilizzata dai pm romani che costruiranno l'eventuale invito a comparire soltanto sulla base degli interrogatori e dei documenti acquisiti in Consob e in via Nazionale, gli ultimi sull'ispezione a Bpi una quindicina di giorni fa.
Da mesi sul registro degli indagati compare il nome di Francesco Frasca, capo dell'area vigilanza di palazzo Koch. Proprio l'abuso d'ufficio ipotizzato nei suoi confronti renderebbe inevitabile un'analoga contestazione al governatore. Frasca, ritengono i magistrati, avrebbe soltanto eseguito. Secondo indiscrezioni che circolano per i corridoi del tribunale di Roma, la posizione di Fazio sarebbe a rischio pure a Milano, dove i pm valuterebbero un eventuale concorso in alcuni dei reati contestati nell'altra inchiesta su Antonveneta.
20 settembre 2005