
sulla stampa
a cura di G.C. - 19 settembre 2005
Elezioni tedesche: i risultati ufficiali
Redazione del Corriere della Sera
Cdu-Csu(cristiano-democratici) 35,2% (-3,3%) seggi 225 (248)
Spd (socialdemocratici) 34,3% (-4,2%) seggi 222 (251)
Fdp (liberali) 9,8% (+2,4) seggi 61 (47)
Partito della sinistra (ex comunisti, ex Spd) 8,7% (+4,7) seggi 54 (2)
Verdi 8,1% (-0,5%) seggi 51 (55)
Npd/Republikaner (estrema destra e neonazisti) 2,2% (+1,2) nessun seggio
Tra parentesi il risultato delle elezioni del 2002. La maggioranza assoluta in Parlamento è di 307 seggi.
Elettori: 61.597.724
Votanti: 47.879.927
Voti espressi: 47.121.294
Partecipazione al voto: 77,7% (79,1% nel 2002)
Manca da assegnare il collegio uninominale Dresda 1, dove si voterà il prossimo 2 ottobre per la morte di Kerstin Lorenz, candidata dell'estrema destra, prima delle elezioni.
Berlino, Angela Merkel non ce la fa
Schröder: guiderò io la "grande coalizione"
Gianni Marsilli su l'Unità
Merkel non ha vinto, Schroeder non ha perso, la Germania non sa quale sarà il suo governo. L'unione dei conservatori (Cdu-Csu) resta ben al di sotto dei livelli pronosticati, che due mesi fa sfioravano il 50 per cento e alla vigilia del voto erano tra il 40 e il 42 per cento. Niente di tutto ciò: 35 per cento, il che significa 3,5 punti in meno che nel 2002. Una delusione cocentissima. La Spd, che era partita da una previsione del 25 per cento, deve all'impegno straordinario del cancelliere in campagna elettorale una rimonta quasi miracolosa: 34,2 per cento, 4,3 punti in meno che nel 2002. Disaffezione, ma nessun crollo. I voti persi dalla Cdu-Csu sono andati dritti nelle tasche dei liberali della Fdp, che diventano il terzo partito del paese e ritrovano l'antico lustro dei tempi di Hans Dietrich Genscher: hanno raccolto il 10,4, tre punti in più di tre anni fa. I voti persi dalla Spd sono andati invece alla Linkspartei, l'alleanza della sinistra radicale che vede riuniti Oskar Lafontaine e gli ex comunisti della Pds: totalizzano l'8,7, 4,7 punti in più di quanto la Pds ebbe da sola tre anni fa.
Si può quindi calcolare attorno al 4 per cento il valore aggiunto da Lafontaine, che ha raccolto lo scontento nei ranghi socialdemocratici. I verdi di Joschka Fischer, da parte loro, si comportano più che onorevolmente: hanno ottenuto l'8, 2, vale a dire lo 0,4 in meno che nel 2002. Questi numeri indicano che la sinistra è complessivamente maggioritaria nel paese, superando di qualche decimo di punto il 50 per cento. Solo la scissione di Lafontaine le impedisce di tornare a governare.
Nessuno dei due schieramenti di governo raggiunge quindi la forza sufficiente per governare. La strada obbligata appariva quindi quella della grande coalizione tra socialdemocratici e conservatori.
Un'ovazione di cinque minuti ha accolto Gerhard Schröder, radioso, alla Willy Brandt Haus, sede della Spd. Il cancelliere ha detto quello che tutti pensavano: "Siamo riusciti a compiere un'impresa che fino a poche settimane fa sembrava impossibile". Ha scandito tra gli applausi: "Sono fiero della gente del mio paese, della sua cultura democratica". Ha riservato alla Merkel il suo primo affondo: "Hanno grandiosamente fallito!". Ha rivendicato, sorprendendo tutti gli osservatori, il suo primato: "Ho l'impressione di disporre del mandato per garantire che ci sarà nel nostro paese, i prossimi quattro anni, un governo stabile sotto la mia autorità". Ha affondato la Merkel: "Non ci sarà alcuna coalizione Cdu-Csu con la Spd sotto la sua direzione". Ha messo un solo paletto al "suo" governo: "L'abbiamo detto prima, lo diciamo adesso, lo diremo dopo: nessun accordo con la Pds e Lafontaine", e perché sia chiaro ha accompagnato le sue parole con uno sprezzante gesto della mano. Lafontaine, più tardi, ha anch'egli escluso ogni accordo con la sinistra riformista. Decisamente, tra i due non c'è possibilità di ricucitura.
Perché ieri sera alle 20 Schröder si autoproclamava cancelliere? Le concitate spiegazioni erano due. La prima: lo spoglio era ancora in corso e la Spd tallonava la Cdu-Csu. Non si poteva dunque escludere che nel corso della notte il primo partito diventasse quello del kanzler, al quale dovrebbe quindi essere affidato l'incarico di formare un governo di coalizione, piccola o grande che sia. La seconda spiegazione era che Schröder non ha perso la speranza di formare un governo rosso-verde con l'appoggio, partecipato o esterno, dei liberali. Piccolo dettaglio: ieri sera il leader dell'Fdp Westerweller, acclamato dalle sue truppe, ha escluso "ogni ipotesi di coalizione-semaforo", vale a dire rosso-verde-gialla, che è il colore dei liberali. Ha aggiunto, per togliere ogni equivoco: "In caso di grande coalizione noi saremo il partito più forte dell'opposizione". Ma un governo Spd-Cdu-Csu non avrebbe alcun bisogno dei liberali. La grande coalizione resta quindi l'ipotesi di gran lunga più probabile. Oggi stesso si riuniscono le direzioni della Spd e della Cdu-Csu, ma i colloqui tra i due partiti, per ammissione della stessa Merkel, inizieranno anch'essi in giornata. È cominciata per la Germania una fase di negoziato che potrebbe prolungarsi per qualche settimana.
La grande sconfitta appariva Angela Merkel. La sua leadership si è sciolta come neve al sole. La sfidante aveva molte difficoltà, ieri sera, nel distendere il suo volto in un sorriso. Davanti a lei, nella sede della Cdu-Csu, i musi erano lunghi e a poco serviva l'invocazione - "An-gie, An-gie" - che saliva da un gruppetto di tifosi. La Merkel ha così esordito: "La coalizione rosso-verde è fuori gioco, e questa è una buona notizia. Adesso il paese ha bisogno di un governo stabile, e tocca a noi guidarlo, perché siamo il primo partito". Non ha nascosto la sua delusione: "È vero, c'è stato un travaso di voti tra noi e i liberali. L'altro fattore di un voto inferiore alle aspettative è stato la paura del cambiamento agitata da Schroeder". Sulle spalle di "Angie", in verità, ieri sera è caduto il mondo intero. Avrebbe dovuto entrare alla Cancelleria al suono delle fanfare elettorali, con una piena unzione delle urne. Nulla di tutto questo. Deve adesso avventurarsi in un mare avverso e difficile, quello delle trattative.
Le paure incrociate
Franco Venturini sul Corriere della Sera
E' accaduto quel che nessuno dei partiti tedeschi auspicava e tutti i governi europei temevano: in Germania hanno vinto le paure incrociate del declino economico e della perdita dello Stato sociale, con il risultato che nessuna delle due coalizioni proposte agli elettori avrà i numeri per formare un governo. A notte fonda lo spoglio delle schede indica che la cristiano-democratica Angela Merkel conserva la possibilità di diventare il primo Cancelliere tedesco donna e proveniente dalle regioni orientali. Ma Frau Merkel ha raccolto meno consensi del previsto, non potrà appoggiarsi soltanto ai suoi alleati liberali, e in definitiva esce indebolita dalla prova che avrebbe dovuto attribuirle un forte mandato riformista. Il socialdemocratico Gerhard Schröder, sul fronte opposto, veste i panni del vincitore morale: ha recuperato l'enorme svantaggio iniziale, ha avuto il coraggio di lanciare la sfida e non rinuncia a essere confermato Cancelliere soprattutto se le suppletive di Dresda, il 2 ottobre, gli regaleranno tre seggi.
Ma in realtà anche il partito di Schröder ha perso voti rispetto al passato, e una alleanza con la sinistra radicale è politicamente improponibile. Così, tra chi non ha davvero vinto e chi non ha davvero perso, a rimetterci sarà la Germania e con lei tutta l'Europa. Nessuno può ancora escludere che il gioco delle coalizioni si traduca in qualche clamoroso giro di valzer, per esempio che i liberali saltino il fosso e raggiungano Gerhard Schröder. Ma se trattative e contatti già in corso non porteranno a nulla, come hanno pubblicamente promesso i potenziali ribaltonisti, l'aritmetica lascerà sul tavolo una sola via d'uscita: quella della "Grande coalizione" tra i due maggiori partiti. Entrambi ridimensionati dagli elettori, entrambi nemici di un gabinetto di unità nazionale, ma condannati a governare insieme per mancanza di alternative. Già una volta, tra il 1966 e il 1969, la Germania si affidò a quello che viene chiamato il "matrimonio degli elefanti". Ma quella fu una libera scelta, e non si trattava, allora, di reagire alla stagnazione economica con misure necessariamente impopolari, di risollevare il più basso tasso di crescita in Europa, di lottare contro una disoccupazione record facendo in modo che il costo complessivo di un operaio tedesco non sia più sette volte quello di un operaio polacco.
A questa Germania con l'acqua alla gola, ma che resta la terza economia nel mondo e la prima nell'Unione, guardava e guarda tutta l'Europa. Dalle riforme tedesche si aspetta l'indicazione di una "terza via" tra il liberismo di Blair e il vecchio modello sociale europeo non più sostenibile. Con il ritorno della crescita tedesca si spera di stimolare l'economia globale (e lo sperano anche gli Usa, più che mai dopo il disastro Katrina). Da un nuovo impegno tedesco nell'integrazione europea si conta di ricevere l'impulso necessario per far uscire l'Unione dal suo smarrimento.
Non resta che sperare che dall'emergenza tedesca ed europea possa nascere eccezionalmente il consenso per fare l'essenziale. Senza troppe illusioni.
Germania, una poltrona per due candidati
Bernardo Valli su la Repubblica
I tedeschi aspettavano che dalle urne spuntasse un cancelliere. Ne sono usciti due candidati. Gli stessi in gara all'inizio del voto. In serata, sia Angela Merkel, sia Gerhard Schroeder rivendicano la carica di cancelliere. È facile immaginare il compunto stupore della Germania seduta davanti ai teleschermi. E allora? A cosa è servito il voto? La Merkel, entrata vincente nella campagna elettorale, arriva alla fine con le ossa rotte. Il suo partito, la cristianodemocratica Cdu, ha perduto rispetto alle elezioni del 2002. Doveva relegare in un angolo, ridotto a pezzi, la socialdemocratica Spd, logorata da sette anni di governo, e invece se la ritrova alle calcagna, a neppure un punto di distanza.
Alla vigilia i sondaggi annunciavano un distacco di almeno otto punti; e all'avvio dei comizi, un paio di mesi fa, addirittura di venti. C'era un abisso. Gerhard Schroeder l'ha colmato. Nessuno, salvo lui, pensava che fosse possibile. Si capisce l'aria stranita di Angela Merkel. Gli amici pessimisti e gli avversari crudeli le annunciavano una vittoria dimezzata.
Sul piano personale è uscita sconfitta. Messa alla guida di un partito che si sentiva ormai al governo, l'ha condotto a uno dei più bassi quozienti della sua cinquantennale storia. Ma quel punto di vantaggio rispetto alla Spd, nei risultati ancora parziali che si avvicendano sugli schermi, dà il diritto alla Merkel di rivendicare la cancelleria.
Dopo la Merkel, con la sua aria di candidata-cancelliere bastonata, irrompe sulla scena Gerhard Schroeder. È troppo trionfante, ha il piglio troppo puntuto, per uno che viene a dire addio al partito e alla politica, come è stato vagamente annunciato. Ma con lui non si sa mai.
È uno che se ne va a testa alta. Adesso che ha evitato al partito la disfatta pronosticata, sia pure fermandolo a un quoziente non certo tra i migliori nella gloriosa storia della socialdemocrazia tedesca (inferiore a quello del 2002, come l'avversaria Cdu), adesso può anche ritirarsi a vita privata. E invece dichiara che sarà lui a guidare un governo stabile nei prossimi quattro anni. Due candidati, dunque, per la cancelleria.
L'immediato futuro politico, nella Germania postelettorale, si annuncia agitato. Per ora è confuso. Ma anche fitto di significati e messaggi.
Anzitutto né Schroeder resuscitato né la Merkel più che dimezzata dispongono di maggioranze sufficienti per governare. Schroeder non può rilanciare l'alleanza rosso - verde (socialdemocratici e verdi); la Merkel non può formarne una con i liberali (che hanno sfondato il tetto del 10 per cento, quoziente eccezionale per il loro partito, ma insufficiente per dare la maggioranza al centro destra).
E allora? Si impone come prima ipotesi la Grande coalizione, ossia l'alleanza tra cristiano democratici e socialdemocratici, già conosciuta nei lontani anni sessanta ('66-'69). Ai tedeschi l'idea piace. La società politica la detesta. Sa che significa immobilismo. Paralisi. Il blocco delle riforme auspicate dagli uni e dagli altri. Ma chi deve guidare la Grande coalizione? La Merkel? Schroeder? È il primo grosso dilemma.
Se la Cdu resta in testa, sia pure di un punto, o di un mezzo punto, la Merkel dovrebbe avere formalmente la precedenza. Nel 2002 Schroeder conquistò la cancelleria con una maggioranza di neppure novemila voti. Alcuni dicono settemila. La Merkel esce tuttavia azzoppata dalle elezioni. Azzoppata soprattutto agli occhi del suo stesso partito, che ha portato al traguardo stremato, impoverito di voti. È in grado di guidare una Grande coalizione con i lupi socialdemocratici, che condizioneranno ogni sua mossa, impedendogli ogni iniziativa? Nella Cdu non sono pochi a voler regolare i conti con "la ragazza", come la chiamava Helmut Kohl, che la scoprì nella Germania dell'Est postcomunista, subito dopo la riunificazione.
E Schroeder? Con quale diritto può rivendicare la cancelleria? Lo straordinario recupero, realizzato a dispetto dei pronostici dei mass media e dei sondaggi, fa di lui il trionfatore della serata elettorale tedesca diffusa in tutto il mondo. Ma mentre annuncia che non intende lasciare la cancelleria alla Merkel, i risultati provvisori relegano la Spd al secondo posto. Sia pure con un distacco di pochi decimali rispetto alla Cdu (e all'associata Csu bavarese).
Durante lo spoglio, nelle prossime ore potrebbe passare in testa; è vero; il sorpasso nella notte non è escluso; tuttavia, da adesso, nell'attesa di quella eventualità, Schroeder può avanzare un'obiezione. È vero che Spd e Verdi non sono abbastanza forti per formare il governo, ma la sinistra nel suo insieme ha la maggioranza. Più del 50 per cento, se si conta anche la formazione in cui si sono raccolti i post comunisti dell'Est e i socialdemocratici dissidenti dell'Ovest. Un'alleanza che non è ancora un partito vero e proprio, ma che entrerà come tale per la prima volta al Bundestag, avendo superato largamente la sbarra del 5 per cento. E questa è una delle grandi novità di queste elezioni.
Tutti escludono un'alleanza con die Linke (la Sinistra), nonostante rappresenti una forza utile per raggiungere la maggioranza. Per Schroeder è impensabile un'intesa con Oskar Lafontaine, ispiratore dello scisma solcialdemocratico, che ha sottratto voti preziosi, decisivi alla Spd.
E tuttavia i voti che hanno raccolto contribuiscono a dimostrare che la maggioranza del paese rifiuta le riforme troppo liberiste, destinate a ridimensionare il modello renano, l'economia sociale di mercato alla tedesca.
In questo senso il risultato elettorale è stato chiaro. Non è affatto confuso. I tedeschi non accettano un drastico ridimensionamento del sistema sociale. Le dichiarazioni sui ribassi fiscali, sia quelle di Angela Merkel, sia quelle dei suoi consiglieri, in particolare di Paul Khirchhof, il professore di Heidelberg, destinato ad essere il suo ministro dell'economia, hanno decimato i voti inizialmente destinati alla Cdu.
Schroeder fa pesare il verdetto del paese. Lo indica al suo partito, che dalla sponda opposta criticava le sue riforme, giudicandole troppo blande. La sua linea era quella giusta. Ed intende continuarla. La dissoluzione anticipata del Parlamento non era una mossa azzardata, o disperata, di chi vuole gettare la spugna.
Era necessaria per chiedere al Paese una nuova conferma. E la conferma c'è stata. La difficoltà consiste nel tradurla in un governo stabile.
Da oggi cominciano i negoziati. Vale a dire il braccio di ferro. La Cdu non ha scampo. La Grande coalizione è la sola soluzione. La SPD ha il successo di Schroeder che le ha ridato grinta.
Prodi: la Cdl ci vuole rubare la vittoria
Redazione del Corriere della Sera
MILANO - Un duro attacco al centrodestra e alla su proposta di riforma della legge elettorale. "Vogliono cambiare le regole perchè hanno paura di perdere. Sono divisi e vogliono rubare la vittoria. Sono divisi su tutto. Ci vogliono rubare la vittoria anche in caso di sconfitta". Lo ha detto il leader dell'Unione Romano Prodi, parlando della riforma elettorale della Cdl, alla Festa dell'Unitá a Milano.
PRIMARIE - Prodi ha poi spiegato le ragioni di affidare ai militanti di centrosinistra la scelta del candidato premier alle elezioni. "Le primarie sono una difesa della democrazia contro una legge elettorale che si vuole cambiare quando è il momento di votare".
FASSINO - A Prodi ha poi risposto il segretario dei Ds Piero Fassino. "Romano guidaci a quella svolta profonda che l'Italia attende da tempo. Ti affidiamo la guida della coalizione e siamo al tuo fianco. Puoi contare sempre sulla nostra lealtà". Così il segretario dei Ds, Piero Fassino, ha iniziato la sua relazione di chiusura della Festa nazionale dell'Unità. "Non solo noi ti auguriamo - ha proseguito Fassino - e lavoreremo per questo, di prendere in mano presto le redini del governo. Ma vogliamo dirti, con tutto il calore della nostra gente, che siamo e saremo al tuo fianco. Tu puoi contare, oggi nella campagna delle primarie e domani nella sfida per il governo, su tutta l'intelligenza la solidarietà, la generosità di questo popolo". Il segretario dei Ds ha poi sottolineato che se possano esserci "diversità di opinioni, tu sai che puoi contare sempre sulla nostra lealtà". Fassino rivolgendosi sempre a Prodi e ribadendogli la volontà del suo partito di guidare la coalizione "a quella svolta profonda che l'Italia attende da tempo" ha sottolineato che la gente qui al Palamazda dove si sta svolgendo la cerimonia di chiusura della Festa dell'Unità, "ti chiede di guidarla al successo ed è pronta a battersi per te"
Islam d'Italia: terroristi o borghesi?
Maurizio Chierici su l'Unità
Le donne e gli uomini degli sbarchi clandestini minacciano l'Europa Bianca. Chiuderli fra i reticolati un dovere sacrosanto. Se non ci difendiamo saremo travolti. Spingerli su un aereo senza sapere chi sono per rimandarli nel bagnasciuga dove i negrieri li hanno caricati, è il sogno del quale l' Italia non si è privata con l'orgoglio declamato in Tv e Parlamento: vecchie parole che ricompongono la cantilena dell'aiutiamoli ad essere autosufficienti nei posti dove sono nati. Guai se traversano il mare; devono restare a casa loro. Poi nessuno fa niente.
Berlusconi taglia i fondi della cooperazione; siamo la retroguardia dei Paesi industrializzati. Sotto le parole di Bush, riecheggiate devotamente dal nostro primo ministro, si perdevano i numeri schiacciati dalla retorica delle promesse virtuali sciolte nel Palazzo di Vetro per festeggiare ( ? ) i sessant'anni delle Nazioni Unite.
Riascolteremo le stesse parole nei festeggiamenti del sessantunesimo, sessantaduesimo, settantesimo compleanno. Inerzia che drammatizza disordine e disperazione. Le 22 nazioni più ricche del mondo aiutano tre miliardi di senza niente con 78 milioni e 600mila dollari l'anno, 26 dollari e due centesimi a persona, meno di 6 centesimi di euro al giorno. Mille volte meno di quanto costa un soldato americano, inglese o italiano impegnato a portare la pace armato come Rambo. Le rimesse che i profughi della fame e delle guerre preventive accese dai Bianchi ( anche onorari ) per tutelare risorse indispensabili al mercato sono 125 milioni e 800 mila dollari, 60 per cento in più. Mandano soldi a casa come ieri gli emigranti italiani: per consolare la dieta di chi tira la cinghia, per trasformare le baracche in qualcosa che somigli a un posto dove sia possibile vivere. Per far studiare i figli ed evitare la disperazione alla vecchiaia dei genitori. Insomma, si aiutano da soli.
Nel nome di Dio e della tradizione devono solo lavorare, non creare problemi: non ammalarsi, non mandare i figli a scuola, eccetera, eccetera. Stiamo nel vortice della seconda guerra fredda, cambia solo il nome: l'Islam ha preso il posto del comunismo.
Negli anni terribili delle stragi in Italia, le mani della Cia ( qualcuno sorriderà come quando si ricorda la presa di potere della P2: ancora Cia, non sanno dire altro
) erano ben presenti nel manovrare, infiltrare, pilotare, indottrinare, creare confusione e depistare. Pensiamo alla svolta violenta delle Brigate Rosse guidate dal Moretti al soldo americano, alle bombe sui treni, all'orrore rosso e neroche ha scosso l'Italia. Pensiamo ai contras del Nicaragua, al Cile di Pinochet. Riflettiamo: il cliché è sempre lo stesso, cambiano i burattini, non i burattinai". Ne parla Angela Lano fuori dal libro appena uscito: conclusione di un'impotenza inquietante. Dalle grandi sorelle della paura scende nei giornali, invade le Tv. La polvere bianca della quale Bush ha avuto bisogno per avvilire la democrazia con leggi patriottiche radicalizzando il terrore negli Stati Uniti dopo la tragedia dell'11 settembre, è diventata l'atrace quotidiano che avvelena la nostra informazione. Protagonisti ripescati dalla naftalina (Oriana Fallaci) e nuovi balilla dai capelli bianchi. Per sentirsi vivi hanno bisogno di un nemico. Ieri, a Venezia, la cerimonia sacrale del versare in laguna l'acqua raccolta alla sorgente del Po "fa coincidere l'appuntamento con la ricorrenza della vittoria di Lepanto su turchi e infedeli". È successo 434 anni fa ma per l'ingegnere Castelli, ministro della Lega, il simbolo conforta la battaglia dei nostri giorni. Abbiamo vinto, rivinceremo. Respingeremo l'Islam come allora. E "non si tocchi Oriana Fallaci", rincara nella pagina accanto un giornalista abate di Comunione Liberazione. "La geniale scrittrice non è mossa da un impulso d'odio, ma dall'amore che porta ciò che le è più caro, questa nostra civiltà, l'idea di libertà e il valore sacro della vita messe in questione da chi si fregia delle insegne di Allah". Nascosti nelle pieghe della società perbene stanno preparando i giorni dei lunghi coltelli. Scenario da brivido, ma è proprio vero ?
Il libro di Angela Lano - "Islam in Italia - inchiesta su una realtà in crescita" restringe l'angoscia dispersa dagli untori. Non chiacchiere da bar, ma inchiesta minuziosa e ragionata: analizza la realtà islamica attraversando l'Italia. Con due garanzie. La Lano è laureata in lingua e letteratura araba e da anni studia e scrive sul mondo arabo-islamico e sulle comunità musulmane del nostro Paese. Collabora con le riviste missionarie Consolata e Nigrizia. Le 232 pagine dell'analisi sono raccolte da una casa editrice né estremista, tantomeno laica o rivoluzionaria: edizione Paoline. Fotografa nei colloqui, con considerazioni storico-sociali, la situazione di sette regioni: Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio, Campania. Evita sentenze, vuol capire non risparmiando osservazioni e rimproveri con la lealtà che la ricerca impone. Ragazzi e adulti, intellettuali, mestatori, tanti furbi, tanti borghesi, tanti disperati, rappresentano un Paese sconosciuto che le abitudini di chi prega in modo diverso scopre e accumula negli anni. Italia complicata da decifrare, ma più normale di come appaia sui giornali e in Tv. Le ragazze musulmane nate qui sono ragazze di qui. Sopportano padri nei quali la cultura non è il carburante della vita e la nostalgia attenua il laicismo - abitudine che segna buona parte della comunità - per ridisegnare sull'ortodossia pescata nei ricordi gli abiti delle figlie, quasi tutte nate a Torino, Bologna, Pordenone. Qualche padre impone il velo; finisce fra i libri dello zaino due passi fuori casa. Le madri capiscono e proteggono. Adolescenti che scoprono trucco e rossetto, ma anche figlie di intellettuali borghesi impegnati ad osservare solo privatamente le pratiche religiose che, all'improvviso, hanno voglia di un foulard sopra i capelli. Per scelta, non per imposizione. E la felicità diventa l'accettazione dei compagni di scuola: superata la curiosità delle prime ore, torna per tutti la ragazza di prima. E poi giovani disancorati e laici col piacere della buona tavola e del buon vino: infrangono i comandamenti ma vanno a pregare nei giorni della preghiera e osservano il digiuno del ramadan. Come i cattolici che alla domenica si raccolgono a messa, ma non disdegnano l'avventura fuori matrimonio e l'ipocrisia degli affari. Non mancano fondamentalisti ondivaganti, soprattutto fra le persone acculturate. Non mancano i disperati il cui fondamentalismo si ferma alle parole: slogan di rabbia ma se trovano casa e lavoro corrono alla partita. Impossibile stringere nella definizione musulmani l'identikit monolitico di chi abita nelle nostre strade. Anche perché alla ricerca disperata di un'identità maltrattata, gonfiano teorie che dimenticano nella pratica. Storie non lontane dalle nostre abitudini un po' ovunque anche se alle attenzioni sociali dell'Emilia e della Toscana - impegnate ad assicurare normalità a chi si è trasferito in una città diversa, straniero o di altre regioni italiane - si contrappone la diffidenza del Nord Est, paradiso delle leghe, e lo scontro tra opposti fondamentalismi in Lombardia e Piemonte.
Quale il peccato grave di noi padroni di casa? La profonda ignoranza e la superficialità dell'informazione: non sappiamo, e ci aggrappiamo alla notizia feroce che i trombettieri squillano. Anni fa l'incontro a Torino con Bouriqui Boucha, marocchino responsabile della moschea al Tawhid di Porta Palazzo. L'hanno portato via di notte ed espulso: individuo pericoloso "per la sicurezza nazionale". " Personaggio controverso, ambiguo e certamente attiguo a realtà del radicalismo islamico. Un egocentrico che adorava le telecamere". I giornalisti se lo contendevano. La sua voglia di stupire faceva sempre notizia. "Un po'come Fall Mamour, imam di Carmagnola e altri personaggi altrettanto pittoreschi". Scrive imam tra virgolette. La prima volta che ha raccolto per Repubblica le parole di Bouriqui Boucha se le è dimenticate, forse per trascrivere nella cultura cattolica l'idea del conduttore di preghiere, specie di prete o vescovo ruoli estranei all'Islam sunnita. Per tutti è diventato subito iman. Buon liceo scientifico, tecnico in un'azienda siderurgica torinese, faceva il macellaio, padrone di negozi: amava le belle macchine e le moto d'acqua. Insomma, borghese appagato; malgrado l'aplomb ieratico era ferocemente impegnato a nutrire la vanità dell'apparire in Tv e sui giornali. Con parole esplosive che nel tempo attenuava per rifugiarsi nella cautela della massa dei musulmani come noi li vogliamo. Dall'effimero piedistallo dell'imam nessuno è riuscito a toglierlo fino a quando non lo hanno portato via. All'improvviso, il decreto del ministro Pisanu fissa l'urgenza. Senza un interrogatorio, senza il filtro eventuale della galera, senza un processo.
Il centro-sinistra zitto sulla lottizzazione
Mario Pirani su la Repubblica
Molti e-mail di consenso mi sono pervenuti dopo il mio articolo sui guasti della lottizzazione (Repubblica 8 settembre) e sull'esigenza di qualificare il programma elettorale del centrosinistra con un chiaro impegno a liberare dall'occupazione partitocratica l'apparato pubblico e parapubblico su scala nazionale, regionale e locale. Hanno scritto semplici cittadini, militanti dei partiti, medici ospedalieri, ricercatori, funzionari di vari enti economici, giornalisti.
Hanno preferito il silenzio i dirigenti politici, scegliendo, evidentemente, di non esprimersi sulla questione. Solo Prodi ha continuato ad insistere sui costi eccessivi della politica peraltro solo un aspetto del problema ma Rutelli, Fassino, Bertinotti, per fare qualche nome, non hanno creduto di dover entrare in merito. A parte D'Alema che, in un dibattito alla festa dell'Unità a Milano, avrebbe ironizzato sulle prediche in proposito rivolte ai ds da qualche moralista di Repubblica. Eppure credo di aver ben spiegato, a mio avviso, né per quanto concerne la lottizzazione e neppure con le connessioni della direzione ds con la scalata Unipol, sia evocabile una questione morale, quanto un tema centrale della politica.
In altri termini vogliamo negare che il centrodestra dappertutto , fino ad oggi, e il centrosinistra, laddove nelle regioni e comuni in cui è andato al potere, hanno proceduto ad occupare con persoanle politicamente targato i posti disponibili nell'apparato pubblico e parapubblico, dal primariato negli ospedali agli enti economici nazionali e locali, alle poltrone decisionali della Rai-Tv, dei ministeri, di quel che resta delle Partecipazioni Statali?
Vogliamo tacere sul fatto che, laddove la torta spartitoria appare insufficiente, si procede a duplicazioni, proliferazioni e invenzioni ex novo di incarichi retribuiti a spese dell'erario? Ci si è dimenticati che di fronte alla moltiplicazione paradossale, rivelata dai soliti moralisti, delle innumerevoli presidenze di commissione, con stipendio e mini apparato, in alcune regioni rosse del centro-sud, il Consiglio nazionale ds di luglio votò un odg presentato da Napolitano, Mussi e Salvi inteso a bloccare le tendenze degenerative dove governa il centro-sinistra, odg a cui, passate le malmostese reazioni offese dei più diretti interessati, nulla è seguito nel piano dei fatti? Capisco bene che i leader del centro-sinistra incontrino resistenze e difficoltà ad affrontare un nodo di questa portata in un'epoca che ha visto l'inaridimento dei valori generali dell'agire politico, il venir meno di una classe dirigente qualificata ed autorevole, l'emergere, grazie alla introduzione dissennata del federalismo, di un ceto politico locale e di potentati regionali auto referenziali, rafforzati dall'accesso a finanziamenti pubblici fuori controllo. E' evidente che imporre una svolta radicale rappresenta per i vertici nazionali una scommessa molto ardua. D'altra parte non affrontarla implica la rinuncia a presentarsi al Paese con un volto diverso e nettamente alternativo al centrodestra, se non per l'aspirazione unificante della cacciata di Berlusconi. Ma domani, nella sperata ipotesi di vittoria, si vuole incentivare la deriva dell'anti-politica alimentata dal convincimento diffuso che ormai sono tutti uguali? Se, per contro, qualcuno vuole raccogliere la sfida del cambiamento egli potrà contare su due fattori: il favore della stragrande maggioranza della gente comune, di chi lavora negli apparati pubblici, del mondo della ricerca, della tecnica, dell'informazione, di quanti sono oggi frustrati dal prevalere del clientelismo partitico o che debbono ad esso adeguarsi per vedere riconoscere il proprio lavoro. Il sefcondo fattore risiede nel recupero dei valori di onestà, impegno, disintersse personale, spirito di servizio che contraddistinsero le amministrazioni di sinistra prima e dopo il fascismo.
Sono sicuro che Fassino e D'Alema queste cose le ricordano bene.
Penso che Rutelli, che è stato un ottimo sindaco di Roma, dovrebbe, anche su questo terreno, definire il profilo della Margherita, dive militano, tra l'altro, proprio quei Dc, con alla testa De Mita, che dettero vita alla stagione dei professori quando, per liberare dalla dilagante politicizzazione l'Iri e l'Eni, ne nominartono al vertice due economisti, Prodi e Reviglio. Infine mi permetto di suggerire a Bertinotti di manifestare qui una concreta alternativa, finalmente non velleitaria, al sistema di potere.
19 settembre 2005