All'ultimo minuto, e un po' anche a sorpresa, il Polo ha proposto un nuovo sistema elettorale e ha ammazzato il Mattarellum. Sull'ammazzamento del Mattarellum non sarò io a versare lacrime; anzi. E nemmeno mi scuote molto l'argomento che la riforma elettorale non si possa fare sotto elezioni. La eliminazione di un sistema elettorale che merita di essere eliminato si fa quando è fattibile. E il fatto è che in Italia il Mattarellum è stato reso intoccabile dai partitini che ne sono i parassiti. Partitini che per salvarsi da una riforma elettorale che li farebbe sparire sono pronti a spaccare tutto, ivi incluso il governo nel quale siedono. Il fatto è, allora, che una riforma elettorale può essere fatta in Italia soltanto sotto elezioni. E' la nostra unica «finestra di opportunità». Perché sotto elezioni la pistola dei partitini diventa scarica. Sotto elezioni il governo è a termine, i partitini-ricatto non lo possono far cadere perché decade da sé.
Che la nostra riforma elettorale possa essere fatta soltanto alla 23ª ora l'ho scritto molte volte e da tempo. Però ho anche e sempre scritto che una riforma del sistema elettorale deve essere «trasversale» e cioè concordata dai maggiori partiti di entrambi gli schieramenti perché altrimenti diventa una riforma di parte, nell'interesse immediato e particolare di chi la fa, e non una riforma di interesse generale, nell'interesse di tutti. Pertanto se disapprovo poco l'«ultimo momento», disapprovo molto che sia soltanto una riforma «salva Berlusconi», e cioè concepita soltanto nell'interesse suo e dei suoi di vincere le elezioni. Come purtroppo è.
E' esatto, invece, che il veleno del progetto del Polo sta nella sua coda, nella sua aggiunta, e cioè nel premio di maggioranza.
Premetto che il premio di maggioranza è sempre un elemento distorcente. Il proporzionalismo che funziona deve essere, per così dire, pulito, come è, per esempio, in Germania e in Spagna. Lì lo sbarramento (in Germania è del 5%) funziona e blocca efficacemente la frammentazione che affligge l'Italia, proprio perché lì non c'è premio di maggioranza, e quindi perché i singoli partiti affrontano l'elezione da soli, ciascuno per suo conto. Il premio di maggioranza rende invece necessaria una coalizione elettorale preventiva. Ma in tal caso la soglia di sbarramento diventa inefficace (vedi la Grecia dove tutti gli sbarramenti, anche altissimi, sono stati scavalcati e aggirati dalle alleanze elettorali). Oppure si deve prevedere e questo è il nostro caso che i partiti che non arrivano al 4% del voto perdano il loro voto.
La trovata è astuta ma sporchissima. Stante il fatto che il centrosinistra è più frammentato del centrodestra, i contabili del Polo prevedono che con questa furbata i partitini della sinistra faranno perdere all'Unione un 9-10% del suo voto complessivo, mentre Berlusconi riacchiapperà anche Alessandra Mussolini e non manderà al macero neanche un voto.
Per spiegarsi con un esempio (fondato sui sondaggi del momento) se l'Unione ottenesse il 52% del voto e ne perdesse, grazie ai suoi partitini eliminati dallo sbarramento, un 10%, allora l'Unione scenderebbe al 42% e perciò il Polo vincerebbe l'elezione e il premio di maggioranza con il 44% dei consensi. Il centro-sinistra dichiara che farà le barricate contro tutto, ma il punto sul quale deve davvero ingaggiare battaglia è questo. Qui la controproposta può essere, per esempio, che i voti dei partitini eliminati non vadano al macero ma vengano invece riassegnati in proporzione ai partiti dei due schieramenti che sono restati in lizza.
L'obiettivo di qualsiasi riforma elettorale sensata deve essere di ammazzare i partitini-ricatto. E se così non è, nessuna riforma elettorale ha senso; e difatti la riforma proposta dal Polo non ne ha. Non è che il proporzionalismo non possa funzionare bene, è che il premio di maggioranza congegnato dal Polo è davvero una truffa.
Il povero Berlusconi (per dire che anche lui non è meno sprovveduto dei suoi avversari, non certo per dire che gli manchi il denaro) ha scoperto solo di recente che «la carenza del nostro sistema è che non c'è la regola democratica della maggioranza e della minoranza all'interno delle coalizioni».
Comunque se il problema è che anche la sua coalizione è risultata ingovernabile, Berlusconi ci dovrebbe spiegare come la sua riforma elettorale affronti e risolva quel problema. Non lo farà. Per alcuni conta soltanto il carpe diem; per lui conta soltanto il carpe electionem.
Le oscillazioni del Polo sulle elezioni. La Russa era netto: il proporzionale sa di muffa Sarà divertente vedere Ignazio La Russa votare la riforma elettorale che ha in mente la destra. Sul tema era stato infatti di maschia nettezza: «Il proporzionale trasmette un ricordo di vecchiume, intrighi, guerriglie nei partiti». Insomma: «Sa di muffa». E due mesi fa aveva confermato: «An rifiuta il ritorno al proporzionale». Ri-fiu-ta. Arrossendo d'imbarazzo, però, si consoli: sarà in folta compagnia. Poche materie infatti come quella elettorale han visto tutti dire il contrario di tutto. A partire da Silvio Berlusconi che, alla millesima giravolta, ebbe pure a lagnarsi di chi gliela faceva notare: «Con coerenza assoluta dico sempre le stesse cose».
Una coerenza da latticini: mungitura il martedì, scadenza il venerdì.
Elencare tutte le posizioni che ha preso via via è impossibile.
Riassunto in pillole: «Il maggioritario per noi è quasi una religione, l'80% degli italiani ha approvato il referendum». «Se le cose stan così tanto vale tornare al proporzionale». «Il maggioritario è contro la partitocrazia». «Sono per il doppio turno di coalizione ma anche il proporzionale dà stabilità».
«Ora sono anch'io convinto che la strada migliore sia quella d'un sistema uninominale secco a un turno, come in Gran Bretagna». «Il maggioritario è stato stravolto con l'introduzione della quota proporzionale. Va eliminata per togliere alla nomenklatura la possibilità di entrare in Parlamento attraverso una scorciatoia». «Prima regola: in una democrazia maggioritaria governa chi ha vinto le elezioni». «Sono per il doppio turno, una scelta più meditata, ragionevole». «C'è chi vuol tornare al Grande Centro, al sistema proporzionale, alla palude del consociativismo!». «Anch'io avevo sperato nel maggioritario ma si è vista la frammentazione». «Modello tedesco con premio di maggioranza? Sono più che favorevole». Insomma? Boh.
Obiezione: anche a sinistra c'è chi, sia pure meno ondivagando, si è battuto per anni per il proporzionale e invece ora si leva furente contro l'iniziativa della destra. Vero. Verissimo. Ma la risposta, su questo punto, va lasciata ancora a Berlusconi che dieci mesi prima (dieci mesi) delle «politiche» del 2001 che si avviava a vincere, respinse l'idea di una riforma elettorale proposta dall'Ulivo e assai meno radicale di quella di oggi, con queste parole: «Il tempo è scaduto». Tesi rilanciata dai coristi con minime varianti. Alfredo Urso: «Non si cambiano le regole del gioco in campagna elettorale». Gianfranco Fini: «Non si cambiano le regole a partita iniziata». Rocco Buttiglione: «Le riforme elettorali non si fanno in campagna elettorale».
Giulio Tremonti: «Non si cambia la legge elettorale a colpi di maggioranza, non si cambiano le regole se la campagna elettorale è già iniziata». E il futuro «garante» dei lavori parlamentari Pier Ferdinando Casini ammiccava: «Capisco che Rutelli voglia vincere le elezioni e proponga di cambiare la legge elettorale ma nel mezzo della partita non si cambiano le regole». L'accusa? La spiegava ancora il Cavaliere: «Quella proposta dal centro sinistra è una legge per il suo bene e per il male del Paese».
Il più interessante da seguire nella curva a gomito, però, è forse il ministro degli esteri Fini. Il quale, gagliardamente contro il maggioritario quando pensava lo danneggiasse («L'uninominale è un sistema elettorale voluto dalla Dc, dal Psi dal Pds, dalla cupola di Confindustria e dal potere sindacale per salvare la partitocrazia e riciclare i partiti sepolti da Tangentopoli») si convertì solo quando si rese conto che il nuovo sistema poteva essergli invece utile. Ma fece seguire alla conversione il furore dei convertiti: «Noi siamo per il maggioritario a turno secco». Tesi ribadita per anni, fino a promuovere il referendum per l'abolizione di quel 25% rimasto di proporzionale e a sfidare D'Alema: «Se davvero vuol dialogare con noi, lo invitiamo ad uscire dall'ambiguità: impegni la parte della sua maggioranza che crede nel bipolarismo a sostenere una nuova legge elettorale, che rafforzi il maggioritario e che recepisca lo spirito del referendum Segni». Ancora: «La legge elettorale proporzionale è il mastice di quanti hanno nostalgia del pentapartito». «An non cambia idea sulla legge elettorale, quindi è indisponibile a intese basate su una legge proporzionale». E via così... Per dirla con La Russa: uffa, la muffa!
Arriva la legge finanziaria e taglia le solite voci. È «vietato ammalarsi», almeno per chi non può pagarsi un'assistenza privata: nella bozza preparata da Siniscalco la più colpita è la sanità, con una riduzione dei finanziamenti di due miliardi e mezzo di euro. Presi di mira anche i contributi a comuni, province e regioni (ci rimetteranno tre miliardi). Il governo Berlusconi fa quadrare i conti facendoli pagare ai servizi essenziali
Il bavaglio ai giornali sulle indagini
Giuseppe D´Avanzo su la Repubblicadel 15 settembre
A ROMA c´è un´altra inchiesta giudiziaria, per corruzione, contro Cesare Previti. L´avvocato avrebbe pagato Pasquale Musco, il perito ingaggiato dal Tribunale per stimare il valore del gruppo Sir (lo Stato fu costretto a pagare un risarcimento di mille miliardi di lire). Nelle carte bancarie c´è la traccia di due versamenti (1 miliardo e 935 milioni e 793.650 dollari) che, dal conto Mercier di Cesare Previti, transitano attraverso una posta di comodo (Aconitum) fino al conto svizzero di Musco (Pietralata). Nelle carte c´è un´altra interessante traccia che la procura vuole vagliare: il denaro che Previti consegna al perito provengono dai conti della Fininvest. Questa è una notizia che, se dovesse essere approvato il disegno di legge del governo «in materia di intercettazioni e di pubblicità degli atti del fascicolo del pubblico ministero e del difensore», non potreste leggere più. Mai più.
In apparenza il muro di censura costruito dal governo è nell´articolo che «vieta la pubblicazione, anche parziale o per riassunto o nel contenuto, di atti dell´indagine preliminare nonché di quanto acquisito al fascicolo del pubblico ministero o del difensore, anche se non sussiste più il segreto, fino a che non siano concluse le indagini preliminari ovvero fino al termine dell´udienza preliminare». Detto in altre parole, il governo vuole che non si muova foglia fino all´udienza preliminare (accusa e difesa, con i loro argomenti, dinanzi a un giudice terzo). Non si scriva un rigo. Non si dia voce a un protagonista. Si può sapere naturalmente che a Cogne è stato ucciso un bambino di nome Samuele.
Non si può scrivere che la madre è accusata dell´omicidio. Si può informare l´opinione pubblica che un influente giudice di Roma è stato arrestato, ma non sapere perché, per quale vicenda e con chi è accusato. Poco importa, a quanto pare, che un´udienza preliminare può durare anni (l´udienza preliminare contro Berlusconi, Previti e il giudice Squillante, impiegò quattro lunghi anni). La pubblica opinione dovrà attendere, anche se quei protagonisti sono personaggi pubblici che chiedono fiducia al Paese e rappresentatività a chi vota.
Soltanto in apparenza il bavaglio all´informazione si nasconde in quest´articolo. Per l´elementare ragione che i divieti arrangiati dal governo nel suo disegno di legge sono già nel nostro codice. Il governo li ha soltanto riaggregati, senza concretamente modificarli.
È ipocrita negare gli abusi, gli eccessi, la smoderatezza in cui pure è caduto il giornalismo italiano, ma si può dire che, se si rispettano i confini dell´articolo 329, si possono tenere insieme i tre diritti che il dovere professionale del giornalista è chiamato a tutelare: il diritto dello Stato a non vedere compromessa l´indagine; il diritto dell´imputato a difendersi e a non essere considerato colpevole fino a sentenza; il diritto della pubblica opinione a essere informata. Nel territorio stretto tra questi tre diritti, il giornalista può fare con decente correttezza il suo mestiere proponendo al lettore le fonti di prova raccolte dall´accusa e gli argomenti della difesa, e soprattutto valutando l´interesse pubblico dell´affare. Perché non ci sono soltanto responsabilità penali da illuminare in questi affari. Spesso diventano cronache del potere tout court, come è apparso evidente nel racconto dei maneggi della loggia massonica di Licio Gelli, della fortuna della mafia siciliana o dei traffici di Tangentopoli. Sono un osservatorio che permette di guardare dentro «il giocattolo»; di vedere da vicino, a immagine ingrandita, come funzionano la nostra società, lo Stato, i controlli, le autorità, i poteri che in qualche caso da noi diventano un illegale "infrastato". Svelano quale tenuta ha per tutti, e soprattutto per coloro che svolgono funzioni pubbliche, la consapevolezza che soltanto regole, legalità e trasparenza possono garantire un ordinato vivere civile. L´incontro ravvicinato con le opacità del potere ha spesso convinto il giornalismo ad andare oltre i confini del codice penale violando il segreto. È il suo mestiere, piaccia o non piaccia. Perché non c´è nessuna ragione accettabile e degna per non pubblicare documenti non contestati che raccontano alla pubblica opinione - è il caso del governatore di Bankitalia - come un´autorità di vigilanza, indipendente e "terza", protegge (o non protegge) il risparmio e il mercato. Naturalmente violare la legge, anche se in nome di un dovere professionale, significa accettarne le conseguenze. È proprio sulle conseguenze di violazioni finora comunemente accettate che la legge del governo lascia cadere un maglio catastrofico per la libertà di stampa (anche se l´opposizione sembra non essersene accorta). La «pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale» è oggi regolata dall´articolo 684 del codice penale. «Chiunque pubblica, in tutto o in parte, anche per riassunto, atti o documenti di un procedimento penale, di cui sia vietata per legge la pubblicazione, è punito con l´arresto fino a trenta giorni e con l´ammenda da 51 a 258 euro». In realtà, quasi nessun giornalista è mai finito in galera. Quasi mai i giornali hanno pagato 258 euro. Sono sufficienti appena 127 euro per estinguere il reato pagando un´oblazione.
Ecco allora l´idea. Geniale, diabolica, efficace, distruttiva. Che paghino, e salato, gli editori, che sia il loro portafogli in palio. La trovata sposta la linea del conflitto. Era esterna e impegnava la redazione, l´autorità giudiziaria, i lettori. Diventa interna e vede a confronto, in una stanza chiusa, redazioni e proprietà editoriali. Quella trovata trasferisce il conflitto nel giornale. Con un gran lavoro di avvocati. Oggi, gli avvocati si limitano a controllare se le cronache sono accurate, documentate e si tengono al di qua del reato di diffamazione. Domani l´avvocato del giornale diventerà il dominus dell´informazione. Chiederà soltanto: in questo processo è già conclusa l´indagine preliminare? Il cronista dirà, come ha detto fino a oggi: no, ma gli imputati sono a conoscenza delle accuse e delle fonti di prova; anzi, hanno a loro volta presentato memorie di cui posso dar conto in modo esauriente. Le parole del cronista saranno accolte nel silenzio. Avrà il tempo però di vedere l´avvocato tirare su la cornetta del telefono e dire: pubblicare questa roba costerà 1,5 milioni di euro perché viola la "legge Berlusconi", fate voi... Così la riforma del governo trasferisce le ragioni della cronaca dall´interesse pubblico a un interesse privato.
Discorso chiuso, se si fa qualche conto e un esempio. Diciamo che potrebbero essere necessarie, a istruttoria conclusa, cinque cronachette per raccontarvi come lo Stato è stato impoverito di mille miliardi con un diffuso lavoro di corruzione. Si potrebbe raccontare, ad esempio, che cosa ha raccolto la procura sul conto del perito accusato di corruzione e dar conto delle sue controdeduzioni, visto che è stato interrogato. Al giornale che le stampa, cinque cronache potrebbero costare quindici miliardi di lire (7,5 milioni di euro): una penalità capace di mandare all´aria, o di ridimensionare, anche la più florida impresa editoriale.
Dietro i tentativi di unità lo spettro della rottura
Massimo Franco sul Corriere della Sera
Il linguaggio è, apparentemente, unitario. Tutti, nel centrodestra, giurano che non faranno il fatidico «primo passo» per rompere la coalizione: Silvio Berlusconi in testa. Anzi, di ritorno dagli Stati Uniti, il premier riunirà gli alleati per ufficializzare la riforma elettorale e offrirla all'opposizione. Eppure, l'effetto vero della proposta chiesta dall'Udc è quello di dilatare le divergenze nella coalizione; e di prefigurare una rottura che tutti dicono di non volere, ma alla quale sotto sotto cominciano a prepararsi. Se si tratti di tatticismo o di allarme autentico, non è ancora chiaro. Ma certo, un Berlusconi che ammette su Panorama «lo spettacolo di una coalizione che non sa stare insieme», è quasi inedito. Il premier arriva a ipotizzare una «soluzione giapponese».
Se non c'è accordo, «prima o poi diremmo: grazie, ma andiamo da soli. Koizumi docet», avverte Berlusconi, ricordando la vittoria appena incassata dal capo del governo giapponese. Le sue parole sono la spia di una tentazione che evidentemente circola dentro FI. Palazzo Chigi fa dire al plenipotenziario del partito, Sandro Bondi, che si procede sulla strada dell'unità. Ma sono parole quasi d'ufficio, perché Gianfranco Fini, vicepremier e capo di An, ribadisce che la riforma è possibile solo rispettando alcune condizioni, in apparenza irricevibili dall'Udc: ad esempio, il voto preventivo sulle norme «antiribaltone».
E' un dettaglio che il partito di Marco Follini e del presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, considera offensivo: è come se gli alleati sospettassero un cambio di alleanze da prevenire per legge. In realtà, il modo in cui Fini incalza i centristi conferma solo che l'accerchiamento continua.
Ma la riforma appare compromessa. Non la vuole gran parte del centrodestra. E all'opposizione basta restare alla finestra, e assistere allo sgretolamento della coalizione governativa. Anche perché la speranza dell'Udc di inserire un cuneo nel fronte prodiano finora si è rivelata un calcolo sbagliato: l'Unione non si è spaccata. Anzi, anche Rifondazione, che è per il proporzionale, ha tenuto. Ieri Romano Prodi ha potuto fotografare la situazione con distacco. «Questa vicenda ha avuto una strana parabola» ha detto. «Credo che la proposta della maggioranza fosse molto meno unitaria di quanto apparisse». E a suo avviso, a questo punto può «trasformarsi in un boomerang per la Cdl».
Il boomerang sembra destinato a colpire in prima battuta soprattutto l'Udc. L'insistenza con la quale l'opposizione prefigura «uno scontro frontale» sulla riforma finisce per esporre il partito di Casini e Follini, che l'hanno voluta.
Lampedusa, Cpt ripulito per l'ispezione dei parlamentari: solo 11 immigrati
sommari de l'Unità
Il centro di prima accoglienza dell'isola siciliana in media "ospita" 400 migranti, con punte anche di mille. Ma la delegazione di europarlamentari chiamata ad ispezionare la struttura per verificare le accuse di violazione dei diritti umani trova solo 11 persone. E poi: camerate vuote, ambienti puliti, elenchi in 4 lingue sui diritti dei migranti appesi di fresco ai muri. Fava (Ds): «Una farsa inammissibile e vergognosa».
«Sono il Sacharov del Duemila»
Intervista dalla prigione all'ex oligarca russo Khodorkovskij «Sarò in testa all'opposizione a Putin alle prossime elezioni»
Fabrizio Dragosei sul Corriere della Sera
MOSCA Il processo d'appello è appena cominciato ma pochi dubitano che la sentenza di primo grado (nove anni di carcere) verrà sostanzialmente confermata. Lui, Mikhail Khodorkovskij, ex proprietario della Yukos, la maggiore compagnia petrolifera, il prigioniero più famoso di Russia, ne è certo: «Da qualche anno dice la giustizia è tornata sotto il controllo del potere esecutivo». Dalla sua cella, Khodorkovskij ha risposto per iscritto alle domande di un gruppo di giornali internazionali. Quali sono le condizioni in carcere?
«Per un anno e mezzo sono stato in isolamento durissimo, non vedevo nessuno tranne gli avvocati. Ero in una cella per quattro persone, sempre con la stessa compagnia. Ora mi hanno trasferito in una cella con 16 persone. Passeggio per un'ora in un cortile coperto con tre metri quadri a persona. Perquisizioni 3 volte al giorno. Quello che si racconta sono frottole, che ho i pasti dal ristorante, tv al plasma, eccetera. Leggo i giornali, ascolto la tv (non si vede l'immagine), ma solo canali statali. Mi preparo alle elezioni, scrivo articoli per giornali e riviste, rispondo a decine di lettere. Sono perfino lieto quando i testi dei miei articoli vengono citati dal potere o utilizzati contro di me. Significa che come rappresentante dell'opposizione indipendente sono utile al mio paese».
A quale famoso prigioniero politico si paragonerebbe?
«Credo che nessuno metta in dubbio il mio status di prigioniero politico. La tradizione di colpire gli oppositori col codice penale da noi è vecchia e non stupisce nessuno. Molti di quelli che mi scrivono mi paragonano a Brodskij e a Sacharov. Io non li ho mai incontrati, ma sono fiero che simili paralleli vengano in mente a chi li ha conosciuti personalmente». E' deluso dalla Russia di Putin?
«Non posso essere deluso dalla Russia, che è la mia patria. Credo invece che il sistema di governo creato da Putin, la cosiddetta "verticale del potere", non abbia deluso solo me. Non ha senso per un paese industriale che voleva fare l'ingresso in una società postindustriale e democratica. La verticale ha congelato non solo i diritti e le libertà dei cittadini, ma anche lo sviluppo dell'economia e della società». Quanto durerà Putin? Il presidente è popolare in patria e all'estero.
«I regimi autoritari in uno Stato moderno non superano i 15 anni, quando non scoppiano crisi impreviste. Quanto alla popolarità di Putin, è tipico della mentalità russa separare la figura del capo dai risultati conseguiti dalla sua squadra. Comunque la popolarità è sempre instabile e può essere ribaltata da un giorno all'altro, come insegnano le esperienze di Gorbaciov e di Eltsin».
E' vero che voi oligarchi avevate concluso un patto con Putin dopo le elezioni: lui si impegnava a non rivedere i risultati della privatizzazione e voi a non occuparvi di politica?
«E' falso, nessuno mi ha mai chiesto impegni anticostituzionali; e del resto non li avrei mai assunti. Le insinuazioni politiche su questo tema non sono altro che propaganda». Gran parte dei russi accusa gli oligarchi di essersi appropriati delle ricchezze naturali del paese. Lei pensa di aver pagato a suo tempo un prezzo equo per il pacchetto di controllo della Yukos?
«Per il 40 per cento della Yukos consolidata con tre miliardi di dollari di debito, furono versati negli anni 1996-97 circa 2 miliardi di dollari. E' molto o poco? All'epoca sembrava molto. Nel 2003 pareva poco; ora è di nuovo molto. L'essenziale è che la Yukos in questi anni è diventata la migliore compagnia petrolifera del paese, ha raddoppiato la produzione, ha abbassato i costi di cinque volte, ha cominciato a valorizzare le aree del tutto nuove della Siberia Orientale».
Che cosa progetta di fare una volta uscito dal carcere?
«Il business per me è acqua passata. Non so se potrò diventare un vero politico, ma sono certo che le mie capacità potranno servire al paese. Parteciperò senz'altro alla campagna per le politiche e le presidenziali del 2007-2008, dalla parte dell'opposizione. Come e insieme a chi sono questioni da decidere nel prossimo futuro». Era l'uomo più ricco del paese. Ora quanti soldi le sono rimasti?
«Considerando le mie esigenze e quelle della mia famiglia, che sono molto modeste, non ho problemi materiali di vita. E gli averi sono passati ai miei ex partner dopo la vendita di Yuganskneftegaz. Alla mia parte nel business ho rinunciato, sempre a loro favore perché penso che non si possano mescolare business e politica».