prima pagina pagina precedente



sulla stampa
a cura di Fr.I. - 29 luglio 2005


L'Ira abbandona la lotta armata
Irlanda, il movimento paramilitare deporrà le armi
L'annuncio dell'Armata segna una data storica per la Gran Bretagna
su
la Repubblica

BELFAST - L'Ira (l'Armata Repubblicana Irlandese) ha ordinato a tutti i suoi militanti di "cessare la lotta armata" contro il governo britannico e di "perseguire gli obiettivi solo con la battaglia politica": una data storica per la Gran Bretagna. Il leader del movimento nazionalista Sinn Fein, Gerry Adams, ha annunciato anche l'ora in cui i fedeli dell'Armata irlandese deporranno le armi: alle sedici di oggi il movimento paramilitare cattolico cesserà ufficialmente le ostilità armata. Da oggi, l'unificazione tra Ulster e Repubblica d'Irlanda, proseguirà solo in maniera diplomatica. I membri della chiesa protestante e cattolica faranno da garanti al processo di disarmo. "La decisione dell'Ira - ha commentato Gerry Adams - fa rivivere il processo di pace. Ora non ci sono più scuse per il governo britannico: gli accordi di pace del Venerdì santo devono essere applicati".

Le parole di Tony Blair. La scelta dell'Ira è stata accolta con entusiasmo dal premier inglese Tony Blair: "Oggi la pace sostituisce la guerra; la politica sostituisce il terrore. Una dichiarazione di questa chiarezza è un benvenuto passo avanti, un enorme passo avanti nella storia dell'Irlanda". "L'abbandono delle armi - ha continuato il primo ministro inglese - dovrà essere completato il prima possibile. E' importante però che il processo di disarmo sia verificabile e trasparente".

"Troveremo la pace con la politica". La svolta dell'Ira era attesa da diversi giorni, ma solo oggi è arrivato l'annuncio ufficiale. L'Ira continuerà ad esistere ma niente più armi: "Troveremo la pace con la politica. L'Ira sta lanciando una sfida ai repubblicani irlandesi, agli unionisti protestanti, al governo irlandese e a quello britannico. Mi appello a tutti - ha detto Gerry Adams, rappresentante del Sinn Fein che da tempo sostiene il movimento paramilitare irlandese - affinché leggano con attenzione quello che l'Ira ha da dire ed affinché si resti uniti. La dichiarazione dell'Ira rappresenta una sfida non soltanto per i repubblicani, ma per i due governi, Irlanda e Gran Bretagna".

Trent'anni di lotta. La svolta dell'Ira metterebbe fine a un ciclo di violenza che in un arco di 30 anni ha colpito indiscriminatamente le truppe britanniche di stanza nell'Ulster, gli unionisti protestanti e gli stessi civili cattolici. La "conversione" cominciò con l'accordo di pace del Venerdì Santo del 1998, che segnò la cessazione quasi totale degli atti di violenza e rese possibile l'insediamento di un'assemblea legislativa mista cattolico-protestante a Belfast. La collaborazione durò più di due anni, poi il patto fu congelato.



Da Bobby Sands alle rivolte, dolore ma anche tenerezza
Giulio Giorello sul
Corriere della Sera

Il cessate il fuoco, la tregua, la consegna delle armi e ora la dichiarazione della fine della lotta armata da parte dell'Ira: sono segni, nelle «Sei Contee» dell'Irlanda del Nord, che la pace è forse qualcosa di più di una semplice promessa. Gli esperti valuteranno la portata di questa svolta che fa parte di un processo politico che dura da almeno sette anni, quando coloro che in tempi più lontani avevano creduto alla lotta armata come unico strumento per l'emancipazione completa della loro patria e per la stessa rivendicazione dei diritti civili, scelsero di passare «dalle pistole alla politica» — con le parole di Joe Cahill, uno dei grandi vecchi dell'Ira (come leggiamo nel bel libro di B. Anderson «Joe Cahill, una vita per la libertà» pubblicato in Italia da Bompiani).

Secoli di guerre, dolore, rivolte e repressioni — ma anche di grande coraggio e profonda tenerezza.

Ho percorso per molti anni le contee dell'Irlanda, del Sud come del Nord; credo di avere amato questo Paese e il suo popolo quanto ho amato il mio, e senza fare divisioni tra «cattolici» o «protestanti», «repubblicani» e «leali alla Corona britannica». Ho sentito le loro canzoni che parlano di rabbia, ma anche di perdono e ho percorso nel chiuso delle biblioteche una vicenda antica che parte dalla invasione dei Normanni per poi continuare con le spietate repressioni di Elisabetta I e l'imposizione della religione «protestante» per non dire della furia devastatrice dell'esercito di Cromwell e poi della impressionante sequenza di rivolte — a cominciare dagli «Irlandesi Uniti» per finire con la Pasqua di Sangue del 1916 e tutti i travagli cui diede origine compresa la Partizione dell'isola in due Stati quasi opposti tra loro.
Poi sono venuti quelli che gli storici hanno chiamato i troubles, ovvero i disordini che dal 1969 hanno insanguinato le «Sei Contee». Ho visto le «piccole stradine» di Belfast o di Derry invase dal fumo dei lacrimogeni, i ragazzini dei quartieri «repubblicani» prendere a sassate i blindati, polizia e militari rispondere. Non è stato semplicemente come tra noi nel Sessantotto e nemmeno in quelli che noi chiamiamo «i nostri anni di Piombo». Nel 1981 Bobby Sands venne eletto al Parlamento di Londra, ma non riuscì ovviamente mai a sedere sul suo seggio: era rinchiuso in carcere e iniziò con altri suoi compagni un terribile sciopero della fame perché ai detenuti fosse riconosciuto lo stato di prigionieri di guerra. Quando morì, a Westminster si commentò la cosa in questo modo formale: «Il deputato di Belfast Occidentale è oggi deceduto».

Oggi, il gesto della rinuncia alle armi assume il significato che qualunque preteso destino storico può essere cambiato. Non c'è solo la strada della violenza o del terrore. Per finire con un'altra battuta di Faulkner: «Solo gli stolti mirano alle vittorie totali». O forse queste sono solo «illusioni dei filosofi». Ma c'è anche una filosofia della pace e della speranza.


«Una scelta storica, ha pesato anche l'11 settembre»
Alessio Altichieri sul
Corriere della Sera

LONDRA — La voce di Joseph O'Connor, lo scrittore irlandese che forse più di tutti ha raccontato un'Irlanda schiacciata fra politica e storia, arriva al telefono, dalla sua casa di Delkey, sul mare appena fuori Dublino, quasi estenuata. Deve essere forse la gioia, o la stanchezza per la lunga attesa: «L'abbiamo aspettato per anni, questo comunicato. Sono felice, come tutti. Ce n'è voluta: il dibattito, all'interno dell'Ira, è andato avanti per mesi. Estenuanti negoziati, condotti da Gerry Adams e Martin McGuinness, per convincere l'Ira...».
Perciò, come molti, anche lei pensa che il Sinn Fein di Adams e l'Ira siano due cose distinte...
«Se ne può parlare per ore... Come dice Bertie Ahern, sono le due facce della stessa moneta. Ma la metafora non nasconde che Adams e McGuinness hanno la leadership politica: è stato compito loro convincere coloro che hanno il potere militare».
Secondo lei, perché ci si arriva proprio oggi? Perché non 5 anni fa, o fra 10 anni?
«Bisogna tenere conto del contesto. Primo, il Sinn Fein ha dimostrato che più s'allontana dalla violenza più raccoglie voti, sia qui in Irlanda, a Dublino, che su a Belfast. Adams sta cominciando a pensare a una carriera politica, anche qui nella Repubblica: si vede ministro, entro qualche anno. E, secondo, c'è il contesto internazionale: dopo l'11 settembre, e altri crimini di terrorismo, è diventato chiaro che non c'è un futuro per l'Ira: tutti i finanziamenti che venivano dagli Stati Uniti si sono prosciugati, con l'amministrazione Bush».
O'Connor, lei ha sempre raccontato il rapporto dell'Irlanda con l'Inghilterra (come in Stella del Mare) econ l'America (in Dolce libertà, tutti libri pubblicati in Italia da Guanda). Non trova curioso che l'Ira disarmi proprio mentre Londra è sotto l'attacco d'un nuovo terrorismo? Coincidenza?
«È un caso, perché la decisione dell'Ira viene da lontano. Ma rende chiaro che non c'è molto da mordere a Londra: c'ero ieri, e ho visto il clima strano, sgradevole, della città. Così è ovvio che Tony Blair non tollererebbe il terrorismo, neppure dell'Ira».

Strana terra, l'Irlanda: così vittima di violenze, eppure così violenta...
«È stato Auden, il poeta, a capirci: coloro che patiscono il male, restituiscono male. Con gli inglesi ci siamo presi per 800 anni, eppure non riesco a immaginare due popoli così vicini l'uno all'altro. Ma tutto cambia. Oggi c'è l'Europa, oggi l'isola degli emigranti è un'isola di immigrati: cammini per Dublino e vedi facce nere, asiatiche, che prima non c'erano. Gente che parla inglese, come a Londra, e non gaelico. Siamo diventati grandi: il ventesimo secolo, che era la nostra adolescenza, è finito. Siamo adulti».
L'Ira non scioglierà mai l'organizzazione. Ma non importa: sarà il tempo a dare una risposta. E poi se si sciogliesse ora farebbe un danno: il vuoto sarebbe riempito dagli estremisti Dobbiamo fidarci. Adesso dobbiamo saltare tutti insieme, sperando di avere un paracadute sulle spalle. L'abbiamo aspettato per anni questo comunicato.
Sono felice, come tutti. Ce n'è voluta...


Tra dio e allah
Filippo Gentiloni su
il Manifesto

Scontro di civiltà, di culture, di religioni? L'agenda del terrorismo ripropone, di giorno in giorno, questi interrogativi. Da Londra a Sharm el Sheikh. Ma anche da Baghdad a Gerusalemme e territori palestinesi. Non si tratta di una discussione puramente accademica: è in gioco il giudizio sulle tragedie che stanno insanguinando il mondo e, di conseguenza, sono in gioco le indicazioni per porre fine alle stragi. Fra le voci che cercano di limitare lo scontro ai suoi aspetti esclusivamente politici, brilla quella del Vaticano. Quasi ogni giorno il papa ripete che la religione non c'entra. Non è uno scontro fra cristianesimo e islam. Niente crociate, né da una parte né dall'altra. Niente guerra santa. Non importa se i kamikaze si fanno saltare in aria in nome di allah: si tratterebbe di un piccolo dettaglio insignificante. Il vero islam è quello moderato, anche se molti, con Oriana Fallaci e con la Lega, negano questa distinzione. Con l'islam moderato il cristianesimo può e vuole trattare. E' uno dei punti fermi del nuovo pontificato.

Questa ripetizione di estraneità appare chiaramente giustificabile. E' logico che il Vaticano voglia tenersi fuori da un conflitto che rischia di coinvolgere il suo impegno missionario e non soltanto. Il cristianesimo si trova a contatto con l'islam, infatti, non soltanto nei paesi di missione, ma anche, ormai, nei paesi a maggioranza cristiana, dove gli immigrati musulmani sono sempre più numerosi. Non si può né condannare né combattere il vicino della porta accanto. Tanto più che è necessario far dimenticare, se possibile, la storia di tutte le crociate che hanno insanguinato i secoli passati, fino a ieri, e che rappresentano una brutta macchia - a dir poco - della storia cristiana.

Piuttosto è opportuno chiedersi con quale coerenza il Vaticano pretenda il disinnesco della religione dalla guerra terroristica quando in altre e importanti sedi lo stesso Vaticano sostiene e difende lo stretto rapporto fra religione, società, cultura, politica. Livelli fra i quali la Santa Sede vuole mantenere un abbraccio: teme, infatti, quella riduzione della religione alla sfera privata che è stato il suo incubo per tutti gli ultimi secoli e che la ridurrebbe alla irrilevanza.

Ma se la religione esce dalla sfera privata, incontra necessariamente le culture e le guerre relative.

Una situazione che il Vaticano dovrebbe chiarire. Una contraddizione. E' illogico sostenere che gli attuali conflitti non hanno niente a che vedere con la religione e insieme sostenere che le radici dell'Europa sono cristiane. Quale il rapporto, allora, fra la religione e la società, la cultura, la storia? E' difficile sostenere in un caso, l'estraneità della religione dai conflitti politici e culturali e, dall'altra, considerare la religione come fondante di una società, di una cultura, di una storia.

Non è facile oggi sostenere che gli attentati con la religione cristiana non c'entrano quando il cristianesimo - cattolico e non solo - ha accettato quasi sempre e quasi dovunque l'abbraccio con l'occidente, la sua politica, il suo capitalismo. Forse l'affermazione di estraneità delle guerre alla religione cristiana sarebbe più credibile se il cristianesimo prendesse le distanza dai vari Bush che dominano il ricco occidente.



La Banca d'Italia che ho conosciuto io
Eugenio Scalfari su
la Repubblica


sulla stampa straniera (da la Repubblica)
  
Le agitate vicende nelle quali è coinvolto da alcune settimane il governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, e con lui inevitabilmente l'intero Istituto, ci inducono a rivisitare il ruolo che esso ha avuto nel sessantennio dell'Italia repubblicana e la qualità professionale, politica e umana dei cinque governatori che hanno preceduto quello attualmente in carica: Luigi Einaudi, Donato Menichella, Guido Carli, Paolo Baffi, Carlo Azeglio Ciampi.

Quattro di loro li ho conosciuti bene; con due ho avuto rapporti di amicizia personale che hanno arricchito la mia conoscenza della vita economica italiana e delle sue nervature finanziarie. Tanto più cocente per chi ha avuto un'esperienza così privilegiata è dunque la delusione per quanto sta accadendo ora sotto i nostri occhi, con l'ombra di un declino che penalizza quello che è stato fin qui uno dei punti di massima eccellenza del nostro sconquassato sistema-Paese.

Ricordo a questo proposito che la Banca, oltre a governare in piena indipendenza la politica della moneta e del credito traendo dall'interno dell'Istituto i suoi massimi dirigenti, ha fornito alle istituzioni politiche due presidenti della Repubblica (Einaudi e Ciampi), due presidenti del Consiglio (Dini e Ciampi), tre ministri del Tesoro (Carli, Dini, Ciampi), due ministri del Commercio estero (Carli, Ossola).
Ricordo altresì - affinché il quadro sia completo - che la tecnostruttura della Banca, il suo Direttorio, il suo Ufficio studi, le relazioni annuali del governatore, hanno rappresentato il telaio sul quale è stata tessuta per sei decenni la politica economica del nostro Paese.

Non sembri, quello che sto ricordando, un arido elenco di nomi ed addirittura un museo delle cere. Dall'opera di queste persone, spesso di diverso sentire e di diversa formazione culturale, è stata costruita la storia d'un Paese fragile ma creativo ed alacre, che tra avanzamenti e cadute ha saputo trasformarsi in pochi decenni da un'economia prevalentemente agricola a un sistema industriale e post-industriale, pagando costi sociali elevati ma procedendo tuttavia verso un futuro che si sperava migliore di quanto infine si sia verificato.

La Banca d'Italia è stata tra i protagonisti di questo percorso; diciamo meglio: della parte virtuosa di questo percorso che ha connotato il sessantennio della nostra storia repubblicana.


* * *

Quando Einaudi fu chiamato da De Gasperi a guidare l'economia italiana nel 1947 come ministro del Bilancio, creato su misura della sua personalità intellettuale e politica, alla guida della Banca d'Italia fu Menichella a succedergli. Tenne quella carica per tredici anni, fino al 1959. Fu quello il periodo decisivo della ricostruzione del Paese, il periodo del piano Marshall, della rinascita della Fiat, della creazione dal nulla dell'Eni di Enrico Mattei e della siderurgia a ciclo integrale realizzata da Oscar Sinigaglia. Ci voleva una politica del credito ardita e prudente per dare fiato a quei progetti senza compromettere la stabilità della moneta e dei prezzi. E ci voleva al tempo stesso una antiveggente politica di moderazione sindacale che consentisse alle imprese di sviluppare investimenti di ampia portata espandendo in quel modo l'occupazione, il reddito, i consumi delle classi medie e lavoratrici.
Menichella realizzò le premesse di quel miracolo con l'indispensabile collaborazione di Di Vittorio e del sindacato operaio. Nelle sue relazioni annuali il governatore dette puntualmente atto ai sindacati d'aver reso possibile quel miracolo. La voce di Menichella fu la sola a riconoscere il contributo dato alla ricostruzione economica dalla classe operaia, al di là dell'aspra lotta di classe che ebbe luogo nella prima metà degli anni Cinquanta.

Carli aveva carattere e movenze assai diverse da quelle di Menichella, ma identica devozione al bene pubblico e all'interesse generale. Il famoso miracolo economico del quale Menichella aveva gettato le premesse esplose durante il suo governo della Banca. Era il 1960. La lira si guadagnò, per convinta e unanime ammissione di tutte le istituzioni monetarie e internazionali, l'"Oscar" di più solida moneta mondiale, dopo anni di elevata disoccupazione l'Italia realizzò l'ideale del pieno impiego. Il reddito aumentava al ritmo del 5 per cento annuo. Le esportazioni si espandevano su tutti i mercati. La ricostruzione era avvenuta. Una rete di autostrade unificò e "raccorciò" il Paese. Il rapporto con le economie più avanzate divenne intenso.

Il cuore dello sviluppo, originariamente concentrato nel triangolo Torino-Milano-Genova, cominciò ad espandersi verso il Veneto, l'Emilia, la costiera marchigiana. Si disse che l'Italia produttiva stava assumendo la forma d'una stella cometa, la cui coda luminescente si espandeva tra Treviso, Padova, Bologna, al di qua e al di là delle due sponde del Po.
Torino diventò in quegli anni la quarta città meridionale d'Italia, dopo Napoli Palermo Bari. Cinque milioni di contadini provenienti dal Sud e dal Veneto ingrossarono le città. Fu uno sviluppo tumultuoso, non programmato e comportò costi sociali e umani altissimi. Ma impresse un impulso fondamentale alla modernizzazione del Paese.

Al vertice del sistema, direi alla guida di esso, ci furono Vanoni, Carli, Mattei, Valletta, l'Iri, Mattioli, Cuccia. Alla base una miriade d'imprenditori self-made e una classe operaia orgogliosa della sua compattezza e profondamente insoddisfatta d'una troppo lunga moderazione nel salario e nei diritti. Con queste caratteristiche il Paese entrò nel decennio per certi aspetti mitico degli anni Sessanta.

* * *

Non starò a ricordare i momenti d'una profonda amicizia che ci ha legati per tanti anni e che ha avuto anche fasi per me esaltanti. Una di esse fu quando, di comune accordo, inaugurammo una forma di collaborazione del tutto inedita creando una firma e un personaggio fittizio cui demmo il nome di "Bancor". Il contenuto degli articoli, che uscirono sull'Espresso che allora dirigevo, nasceva da libere quanto riservate conversazioni che avvenivano nel suo studio in via Nazionale sui temi dell'attualità economica.
Lui parlava, io interrogavo. Non presi mai alcun appunto.

Guido s'infervorava, esponeva una strategia, ne scorgeva gli ostacoli e i limiti, ne intravedeva i possibili risultati con nella mente sempre l'interesse generale, spesso contraddetto da quelle che lui chiamava le "arciconfraternite" del potere, l'egoismo corporativo, le tentazioni monopoloidi nascoste ad ogni cantone.
Uscendo da quegli incontri frastornato facevo fatica a riordinare fatti e pensieri. Dopo un paio di giorni mi mettevo a scrivere dando una libera interpretazione del suo pensiero. E usciva sull'Espresso l'articolo di "Bancor".


* * *

Paolo Baffi è stato un economista insigne e questo è noto. Ereditò la carica di governatore quando i tempi non erano più molto sereni.

Anzi, erano arrivati i cupi anni di piombo e anche l'economia batteva il passo. Gli investimenti languivano, il potere politico effettuava invasioni sempre più pesanti nelle istituzioni, la Banca d'Italia era un intralcio sempre meno tollerato.
Baffi lo sapeva e temeva l'occupazione politica del credito. Era rigoroso per carattere. Diventò inflessibile.
Il capo della Vigilanza, Sarcinelli, ci metteva di suo l'intransigenza giovanile.

Tra gli istituti di credito più influenzati dalla politica e dalle "arciconfraternite" c'era allora l'Italcasse e la Vigilanza decise un'ispezione accurata. Segnalò prestiti di grande rilievo senza sufficienti garanzie in favore dei "palazzinari" di allora, che godevano di larghe protezioni politiche. Il seguito di quella vicenda è noto: la Procura della Repubblica di Roma spiccò mandati contro Baffi e Sarcinelli per un preteso abuso di potere in un'operazione dell'Imi. Sarcinelli fu arrestato, a Baffi fu ritirato il passaporto.

Lo scandalo fu enorme. Si formò un fronte di resistenza e di protesta e mi onoro di ricordare che Repubblica ne fu il capofila. Correva l'anno 1979. La Procura fece macchina indietro, ma il colpo per Baffi fu molto grave. Si dimise e Ciampi ne prese il posto.

* * *

Non parlerò di Ciampi e dei suoi anni da governatore. Ci conosciamo da trent'anni, da quando dirigeva l'Ufficio studi della Banca. Abbiamo vissuto in comunità d'intenti tante vicende, a cominciare da quella per tanti versi drammatica della crisi del Banco Ambrosiano che vide uniti nel malaffare Roberto Calvi, coautore e poi vittima di quella cupa vicenda, elementi mafiosi, infiltrazioni piduiste e perfino l'allora prestigioso Ior, la Banca d'affari del Vaticano.
La tenuta lungimirante e fermissima di Ciampi in quella vicenda risparmiò al Paese un crac che sarebbe stato molto più rovinoso. Va detto che la Banca d'Italia trovò al suo fianco in quell'occasione il ministro del Tesoro Andreatta, il quale chiuse la porta in faccia alle pesanti pressioni del Vaticano e impose allo Ior di rimettere sul tavolo il "maltolto" che era finito nelle sue casse.


* * *

I lettori si chiederanno forse il perché di questa rievocazione. Purtroppo la Banca d'Italia sembra aver perso gran parte dello smalto accumulato in sessant'anni. Ma le radici sono, io credo, ancora sane e vigorose. Vogliamo trarre dal passato nuova energia e speranza, e questa è la ragione di tanti ricordi.


Unione, primarie il 16 ottobre.
Al voto anche immigrati e under 18
sommari de
l'Unità

Alle primarie voteranno tutti, anche gli immigrati e gli under 18. Per i primi basterà iscriversi entro il 30 settembre alle liste elettorali. Per i secondi è ancora più facile: basterà andare al seggio insieme ai propri genitori con un documento di identità. Si voterà domenica 16 ottobre dalle 7 alle 22 e i seggi saranno oltre 4mila. Messi a punto gli ultimi dettagli, via alla raccolta delle firme: per presentare una candidatura ce ne vorranno almeno 10 mila i 10 diverse regioni.


L´ultima emergenza, l´"invasione" rom
lettere a Corrado Augias su
la Repubblica

Caro Augias, ho letto le lettere di cittadini costernati sulla questione dei rom. Nei prossimi anni ci aspetta un'invasione; oggi gli zingari presenti sul territorio italiano sono 150mila. Al loro interno cresce la componente rumena, socialmente più a rischio. Il fenomeno esploderà nel 2007, quando la Romania entrerà a pieno titolo in Europa. Non sono zingari ammaestratori di cavalli o giostrai di buona memoria; sono persone disperate e quasi ingestibili che non hanno il minimo senso della proprietà privata (soprattutto altrui). L'ondata di rom rumeni ha scombussolato anche le modalità di approccio degli operatori sociali: queste persone provengono dalla miseria delle periferie e tendono a riprodurre in Italia lo stesso modello di società che lasciano. Il 5 per cento di loro non possiede un certificato di nascita, né un documento di identità; la metà dei bambini non frequenta la scuola, il tasso di disoccupazione è al 71 per cento. La condizione abitativa al limite del decente, il contesto sanitario molto al di sotto degli standard italiani. Roma, e soprattutto il suo centro storico, è invasa, la situazione è destinata a peggiorare. La struttura che dirigo, il gruppo Angeli, e il mio ruolo di Consigliere dell'Agenzia per le Onlus dovrebbe allontanare da me qualunque sospetto di atteggiamento razzista e discriminatorio. Sarei però un'ipocrita, e non sarei professionalmente competente, se non denunciassi l'emergenza della situazione. E' necessario attivare politiche culturali e sociali di lungo respiro, porre in essere iniziative di contenimento per arginare il fenomeno. Abbiamo pensato, insieme all'assessore alla Cultura della Provincia di Roma Vincenzo Vita, ai maestri Capranica e Vaccarini e con l'Osservatorio per il lavoro minorile di dare vita ad una scuola per insegnare ai piccoli rom a suonare e a cantare. Il programma si affianca ad altri già attivati, in collaborazione con Rai Utile e il Ministero della Giustizia, per insegnare l'italiano ai ragazzi stranieri che si trovano nelle carceri minorili. Aspettiamo chi voglia offrirci un aiuto per realizzare questo progetto, non si tratta di soldi ma di mettere a disposizione la propria professionalità.
Paola Severini
paolasev@tiscali. it

Il problema è di enorme gravità e va ad aggiungersi agli altri analoghi che già gravano sulle esauste risorse e strutture delle amministrazioni locali. Se le previsioni della signora Severini sono esatte, data la sua posizione è presumibile che lo siano, non c'è dubbio che da qui a qualche tempo questa nuova emergenza si farà sentire a livello pubblico e sulla vita di tutti. Già ora del resto preoccupa constatare come a Roma non si riesca a disciplinare in alcun modo l'affollamento di venditori abusivi, e delinquenza minuta in luoghi che dovrebbero essere la vetrina della città, da conservare e da esibire anche ai turisti. Ponte Sant'Angelo, piazza Navona, piazza di Spagna sono disseminate di merci falsificate, affollate da spacciatori di chincaglieria sospetta, a tacer d'altro. Non dovrebbe essere così difficile cominciare a mettere un argine, sospingere con garbo quelle persone verso luoghi meno preoccupanti per l'aspetto della città e il reddito turistico. Se non si riesce nemmeno in questo come si pensa di affrontare il peggio prossimo venturo?


Parmalat, banche a giudizio
Bondi presenta una denuncia penale contro Standard&Poor's per « responsabilità extracontrattuale ». I Pm di Milano Greco, Fusco e Nocerino hanno firmato gli atti contro gli istituti coinvolti nell'aggiotaggio.
Mara Monti su
Il Sole 24 Ore

Dopo gli amministratori e le società di revisione, l'inchiesta Parmalat sull'ipotesi di aggiotaggio vira con decisione sulle banche. I sostituti procuratori di Milano, Francesco Greco, Eugenio Fusco e Carlo Nocerino hanno firmato la richiesta di rinvio a giudizio per gli istituti di credito e i manager bancari, quelli stessi che avevano finanziato Collecchio attraverso l'emissione di bond nell'ultimo anno prima del default.
Ma non è l'unica novità che arriva dal fronte Parmalat: il commissario straordinario Enrico Bondi ha presentato una denuncia penale alla procura di Parma e di Milano contro l'agenzia di rating Standard and Poor's. I legali di Bondi, Marco de Luca e Manuela Cigna, imputano a S P's una responsabilità extracontrattuale in quanto ritengono che il servizio di rating fornito a Collecchio non sia stato rigoroso e adeguato al reale stato finanziario della società.

Il nuovo filone si affianca a quello appena chiuso sulle banche. La decisione era attesa sia dall'amministrazione straordinaria della Parmalat sia dai risparmiatori i quali ora potranno costituirsi parte civile anche in questo filone del processo e maturare così il diritto a svolgere l'azione civile con cui ottenere il risarcimento del danno subìto.

Era stato lo stesso procuratore aggiunto Francesco Greco, dopo avere acquisito il via libera sul processo milanese per Tanzi e per altri 18 imputati, ad annunciare l'imminente chiusura anche del procedimento sulle banche.
Come nell'avviso di chiusura delle indagini preliminari, i magistrati chiedono il processo per 13 manager bancari e cinque banche chiamate in causa come soggetti giuridici sulla base del decreto legislativo 231/ 2001 sulla responsabilità amministrativa delle società.
Si tratta della branch milanese di Citigroup, di Deutsche Bank spa e di Deutsche Bank Ag di Londra, Morgan Stanley bank international Limited di Milano e Morgan Stanley Co international di Londra, la società di gestione Nextra Sgr e Ubs Limited di Londra.
I magistrati chiedono che siano rinviati a giudizio gli istituti di credito convinti non solo della consapevolezza tra i manager bancari del reale stato di crisi del gruppo alimentare. Gli inquirenti, infatti, hanno individuato quelle operazioni solo in parte comunicate al mercato, anzi in alcuni casi non furono comunicate affatto, con lo scopo, si ipotizza, di sostenere, ovvero « manipolare » le quotazioni delle azioni e delle obbligazioni, così come già era stato scoperto per i bilanci e i comunicati falsi.



Le superpotenze alla guerra dello yuan
Marcello De Cecco su
la Repubblica

Le ultime settimane hanno visto un crescendo di eventi che testimoniano della tensione montante tra Cina e Stati Uniti: il permesso dato all´India, come clou della visita di Manmohan Singh a Washington, di considerarsi parte del club delle potenze atomiche, la pubblicazione del rapporto Cia sulle spese cinesi per gli armamenti, le minacce neo protezioniste di parecchi membri del Congresso degli Stati Uniti, la ripulsa delle offerte di acquisto da parte di imprese cinesi di alcune storiche aziende americane.
La Cina ha rotto il crescente accerchiamento annunciando l´abbandono della parità fissa dello yuan col dollaro, che durava da più di un decennio, una rivalutazione del 2% con il dollaro e l´inizio di un nuovo regime di gestione del valore internazionale della propria moneta, basato su una banda massima di oscillazione mensile del 3 per mille con il dollaro e di poco più dell´un per cento con euro e yen e l´adozione di un paniere di monete per le riserve cinesi. Allo stesso tempo, ma con assai minor risalto sulla stampa italiana, la Corea del Nord annunciava di esser pronta al negoziato per giungere alla firma del trattato di pace con la Corea del Sud.
Cito insieme i due avvenimenti, perché vanno presi come elementi della stessa strategia, quella di governare una difficile convivenza, da parte cinese, coi propri problemi interni e con una situazione internazionale nella quale la Cina stessa può passare a essere considerata partner affidabile e leale o nemico probabile, a seconda di mutamenti che spesso maturano al di fuori della sfera di agibilità cinese.
Si consideri la rivalutazione dello yuan e la mutazione del regime di gestione dei cambi. Il 2% di aumento del corso dello yuan verso il dollaro è praticamente nulla, hanno affermato tutti i commentatori. La sottovalutazione della moneta cinese è valutata al 40% verso il Dollaro. Portarla al 38% in sé non significa niente. Ma effetto assai più importante ottenuto dalle autorità di Pechino è la creazione di una forte aspettativa che un moto ascensionale assai più rilevante si verifichi d´ora in avanti per lo yuan.

Perché lo hanno fatto? È noto che la Cina non ha bisogno di capitali esteri, esportando in gran copia quelli che vengono dalla enorme capacità di risparmio del suo popolo e dalla sottovalutazione dello yuan, che continua virtualmente immutata. Attirarne degli altri o perlomeno creare l´aspettativa di ciò deve dunque essere visto come una spada di Damocle che i cinesi hanno sospeso sui conti esteri e su quelli pubblici degli Stati Uniti. Il flusso di acquisti di buoni del tesoro americani da parte cinese, infatti, ha tenuto in questi ultimi due anni in ancorché precario equilibrio entrambi. Se lo yuan si rivaluta ulteriormente, e corposamente, tali flussi compensativi da parte delle autorità cinesi cessano.
Ci sembra dunque che la misura sia, come s´è detto sopra, da accoppiare all´annuncio nordcoreano. Le trattative indipendenti tra Nord e Sud Corea gli americani le vedono come il fumo agli occhi. E ora si annuncia che ricominceranno in grande stile, come prodromo alla riunificazione. I cinesi possono condurle per mano, intensificarle, accelerarle, rallentarle, dato che hanno in pugno la dirigenza nordcoreana. Lo stesso si accingono a fare col tasso di cambio e con gli acquisti di buoni del tesoro americani. La graduazione dei due strumenti di politica estera che si sono creati dipenderà dal comportamento del governo e del congresso degli Stati Uniti.

Man mano che lo yuan si rivaluta, inoltre, le pressioni inflazionistiche provenienti dal prezzo del petrolio, di cui la Cina è diventato il secondo importatore mondiale, si riducono, e in generale si smorza la marcia eccessivamente rapida dell´economia cinese. I capitali in arrivo, in specie cinesi, forse rafforzeranno anche lo stato del sistema bancario, uno dei punti critici di debolezza strutturale dell´economia cinese.
Le decisioni di Pechino stanno dunque creando un sistema ad alto rischio, che si giustifica solo con il mutato atteggiamento delle autorità americane nei confronti della Cina. Da giovedì la Cina ha acquistato due nuovi strumenti per la propria strategia internazionale, ma l´assetto economico e politico del mondo è divenuto ancora più problematico e fragile. Nulla infatti ci assicura che la manovra di essi, magari in risposta a nuove pressioni americane, non avrà effetti collaterali fortemente squilibranti sui mercati finanziari internazionali: un afflusso troppo rapido e corposo di capitali in Cina, non più sterilizzato dalle autorità di quel paese mediante acquisti di buoni del tesoro americano, farà rivalutare rapidamente lo yuan, e potrà costringere le autorità monetarie americane a rialzare i tassi di interesse per richiamare capitali da altre fonti onde chiudere il deficit di parte corrente. Ma un aumento improvviso e rapido dei tassi potrà turbare improvvisamente i precari equilibri del mercato immobiliare americano e ancor più gravemente squilibrare il mercato internazionale dei prodotti derivati finanziari, e togliere mezzi finanziari agli hedge funds che operano con enormi castelli di credito. La loro crescita è stata finora alimentata dalla sovrabbondante liquidità immessa nel sistema dalla Riserva federale che ha depresso a livelli inusitati i tassi di interesse e resi possibili giochi di prestigio finanziari altrimenti impensabili.
Non è questa una catena di eventi che necessariamente dovranno verificarsi, ma la recente offensiva americana contro la Cina, innescando le descritte reazioni di Pechino l´ha resa più probabile.


  29 luglio 2005