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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 28 luglio 2005


Legge di guerra
Giuliano Pisapia su
il Manifesto

Il governo non ha ancora trovato l'accordo sul provvedimento antiterrorismo (salvo l'estensione non solo temporale del fermo di polizia), e già il Senato ha approvato un decreto legge con cui, tra le altre oscenità legislative, si danno alle forze armate poteri che trasformerebbero il nostro paese in uno «stato di polizia» e in una nazione con regole di «guerra». Approfittando della calura estiva, e con un blitz al limite della costituzionalità, nel decreto - dal pomposo titolo «disposizioni urgenti per assicurare la funzionalità della pubblica amministrazione e del personale diplomatico; proroghe legislative e direttive in materia di veicoli fuori uso» - è stata inopinatamente, ma dolosamente, inserita al Senato una norma per cui «i militari appartenenti alle Forze armate» possono procedere alla identificazione e alla perquisizione di mezzi di trasporto e di «persone il cui atteggiamento o la cui presenza, in relazione a specifiche o concrete circostanze di luogo o di tempo, non appaiono giustificabili». Norma analoga, ma quantomeno con precisi paletti, era già stata introdotta nel nostro ordinamento da un decreto legge del 1975 («disposizioni urgenti a tutela dell'ordine pubblico») ed era stata ampliata dal cosiddetto «pacchetto sicurezza» approvato nella scorsa legislatura con la sola opposizione della sinistra radicale. Ma il «salto di qualità» non è affatto di poco conto: le disposizioni vigenti, infatti, prevedevano sì la possibilità, per gli appartenenti alle forze armate, di fermare le persone sospette, ma quantomeno solo per il tempo strettamente necessario a consentire l'intervento della polizia giudiziaria. In nessun caso i militari potevano avere funzioni di agenti di polizia giudiziaria (con i conseguenti poteri di fermo, arresto in flagranza, perquisizioni ecc.). Non solo, ma non era possibile, come invece si prevede nel testo approvato dal Senato, trasferire, senza alcun controllo giurisdizionale, il «sospettato» in commissariati o caserme, per «completare» le perquisizioni o gli accertamenti tesi alla loro identificazione. Il che può avvenire senza neppure avvisare il pm, come invece è previsto dal codice di procedura penale in caso di arresto in flagranza o di fermo di indiziato di reato. Solo in caso di perquisizione, l'esercito deve informare, entro 48 ore, il pubblico ministero per la convalida. Se si considera che le forze armate non sono certo addestrate per tali compiti, ma per fare la guerra, è di tutta evidenza la pericolosità di simili norme. Vi sarà un sempre maggiore uso di armi da fuoco nei confronti di chi ha «un atteggiamento» che può destare sospetto e, nel contempo, nelle caserme e nei commissariati saranno trattenuti, anche in mancanza di qualsiasi indizio a loro carico e senza possibilità di avvisare familiari o avvocati, tutte le persone «sospette» in quanto «diverse». E nei commissariati, come nelle caserme dei carabinieri, purtroppo non sempre il trattamento nei confronti dei fermati è rispettoso delle garanzie e dei diritti individuali e non è raro il caso di abusi, soprusi, violenze (Bolzaneto ce lo ha tristemente confermato) tese anche a estorcere accuse e/o confessioni false, che sono sempre il presupposto di errori giudiziari.

L'abbiamo sempre detto ma è importante ribadirlo di fronte a un simile scempio. Chi crede nello stato di diritto e nelle regole democratiche, non può che essere il più fiero avversario di chiunque attenta alla sicurezza e alla vita dei cittadini. Ma la limitazione delle garanzie, oltre a essere già di per sé una sconfitta della democrazia, non ha mai rafforzato la lotta al terrorismo, e ha invece spesso fatto scorrere altro sangue che si aggiungeva a quello delle vittime delle stragi. Ben diversi, e lo abbiamo ripetuto in più occasioni, sono gli strumenti - politici, culturali, investigativi e giudiziari - per prevenire e reprimere la criminalità, comune e terroristica e su questo siamo disposti a confrontarci con chiunque non intenda strumentalizzare il comprensibile allarme sociale per finalità che nulla hanno a che vedere con la lotta al terrore. Dopo aver ieri presentato pregiudizionali di incostituzionalità del decreto legge, ci opporremo oggi, con tutte le nostre forze, alla sua approvazione. Con la speranza di avere accanto a noi, in questa battaglia, l'intero centrosinistra. E con la certezza che, se così sarà, avremo già creato un ulteriore tassello per proposte comuni, capaci di sconfiggere il terrorismo ma rispettando le garanzie e i diritti di tutti.


Tra nord e sud
Ali Rashid su
il Manifesto

Non è stato mai facile o lineare il rapporto tra l'occidente colonialista e postcolonialista con un vasto mondo visto come terra di conquista o zona di interesse vitali, serbatoio di materie prime, mano d'opera a poco costo, avamposto per un dominio militare ed economico. Una visione che si era consolidata ancora di più durante la guerra fredda, esportando lì le guerre «reali» tra est e ovest. La metà del secolo scorso, ha visto il mondo Arabo, l'Africa, l'America del sud, pullulare di movimenti rivoluzionari che avevano l'ambizioni di cambiare il mondo nel solco della giustizia e della convivenza pacifica tra i popoli; era una stagione entusiasmante che fu sconfitta per un difetto di autonomia e per la spietata repressione ingaggiata da regimi dittatoriale, nella loro maggioranza amici dell'occidente.

L'occidente democratico, anche dopo le grande conquiste sul piano della democrazia e dei diritti politici e sociali per i propri cittadini, continuava a rapportarsi con il non occidente, come nel passato, in termine di rapporto economici e di dominio. Per molti anni i regimi dittatoriali e i movimenti reazionari di matrici religiosa islamica erano i suoi interlocutori privilegiati. Il fondamentalismo islamico militare è più figlio della devastazione culturale prodotta dalle mire neocolonialiste di ieri e delle mire egemoniche e di rinnovato dominio americane di oggi, che come una naturale evoluzione dell'Islam. E se dovesse continuare l'ascesa dei neo conservatori in America e dei suoi corrispettivi europei rischiamo di trovarci di fronte a un'Americastan e un'Europastan che detengono la maggiore parte delle armi di distruzione di massa.

Oggi ci dicono che la guerra è contro l'Occidente in quanto tale e contro il suo modello di vita, anche se Bin Laden ha fatto la sua fortuna con questo Occidente e grazie al suo modello e alle sue politiche.
Dal Corriere della sera ci rammentano ogni giorno che l'occidente è in guerra e deve comportarsi di conseguenza, dando così sfogo al peggio che anima un certo occidente in declino; l'altra faccia della barbarie che esprime Bin Laden. E' in corso una campagna di disinformazione e di incitamento all'odio che mette a repentaglio le radici dello stato di diritto e la parte nobile della cultura occidentale, una campagna che ferisce e crea inaspettati nemici, che vede sfilare intellettuali di prestigio, uomini di governo, partiti politici. In questa campagna non mancano alcuni punti di colore, dove si ricorre ai vecchi trucchi di fare sfilare gli ascari e le truppe cammellate, gente che rinnega la sua cultura, si vergogna del suo colore e della propria appartenenza, e si distingue per la virulenza di suoi attacchi.



I libri scolastici in conflitto d'interessi
Le Poste portano a casa i testi. Fornitore unico: una società della Mondadori di Berlusconi
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera

Non è solo Berlusconi, il quale pattuglia appena può antiquari e gioiellerie, a fare regalini agli amici, come il prezioso orologio Longines impacchettato per tutti i deputati l'ultimo Natale. Càpita a volte che siano gli amici a fare regalini a lui.
Letizia Moratti e le Poste Italiane, ad esempio, per il prossimo compleanno che il Cavaliere festeggia in coincidenza con l'apertura delle scuole, hanno deciso di donargli la possibilità di sbaragliare anche il mercato dei libri scolastici.
Accordo Poste-Ministero: fornitore unico il sito online che fa capo alla casa editrice del premier Uno dei pochi settori, col commercio dei coleotteri o la produzione di mostarda mantovana, nel quale non si era ancora cimentato.
Cosa rappresentino i libri scolastici è presto detto: con 400 milioni di euro l'anno di fatturato, sono una fetta di un terzo circa dell'intero mercato del libro. Ma, ciò che più conta, sono la boccata di ossigeno che una volta l'anno permette alle piccole librerie sparse per la provincia italiana, dove si vende il 28% scarso di tutti i volumi, di tirare il fiato e non abbassare le saracinesche vinte dalla sciatta indifferenza di un paese che legge poco come il nostro. Tanto per capirci: in molti casi, nelle cittadine del Nord come del Mezzogiorno, l'incasso per i testi adottati dalle elementari alle medie superiori può superare il 60% degli introiti annuali.
Il costo di questi libri imposti agli studenti, del resto, è spesso elevato se non, in certi casi, stratosferico. Basti dire che la «dote» di un ragazzino di prima media può costare oltre 300 euro, quella di un ragazzo delle commerciali intorno ai 350, di un liceale anche 500. Un peso che in questi anni di vacche magre può essere, per molte famiglie, esorbitante. Al punto di incidere, nei casi più gravosi, perfino sulla scelta di molti studenti di abbandonare la scuola. Per non dire delle code interminabili che ogni genitore si deve sobbarcare ogni anno per rastrellare tutto il bagaglio editoriale necessario ai figli.
Va da sé che ogni iniziativa per alleviare questa soma sulle spalle delle famiglie, magari tenendo conto anche delle esigenze delle piccole librerie locali che sono un patrimonio preziosissimo (si pensi alla Calabria, alla Basilicata o al Molise dove sono meno di una ogni 100 mila abitanti) è la benvenuta. E così è andata, infatti, con l'iniziativa delle Poste Italiane che, tra cori di consensi, hanno distribuito 5 milioni di locandine e avvisi vari per segnalare agli istituti scolastici e alle famiglie italiane la possibilità di ordinare i testi, via internet o via telefono, per poi comodamente riceverli a casa portati dal postino.

A chi hanno deciso di affidare l'operazione, infatti, il ministero della Pubblica Istruzione e le Poste Italiane? Voi direte: avranno fatto una gara d'appalto. Macché.
Avranno sentito gli editori? No, tranne uno: indovinate quale. Avranno consultato i librai? Neppure: «Manco una telefonata», spiega furente Rodrigo Diaz, presidente dell'Ali, l'Associazione librai italiani, «abbiamo saputo tutto a cose fatte e tutti i telegrammi mandati alla Moratti o a Letta non hanno avuto risposta. E' stata una cosa sporca». Avranno sondato il mercato per vedere chi è il più forte nel commercio di libri on-line? «Assolutamente no», risponde Mauro Zerbini, amministratore delegato di Ibs, gruppo Longanesi, «il nostro è il sito di questo tipo più visitato d'Italia, a giugno abbiamo avuto 991 mila contatti e nel 2004 abbiamo fatturato 13,2 milioni di euro. Ma non abbiamo avuto dal ministero o dalle poste neppure una telefonata.
Neppure una. Abbiamo saputo tutto a cose fatte».
Ma allora, come è stato scelto il fornitore di tutto quel bendidio di libri? E' quello che chiede in una interrogazione, tra gli altri, il senatore Stefano Passigli.

Il fortunato fornitore prescelto per il businness è infatti «Bol». Una società di vendita di libri on-line che fattura meno della metà di Ibs (5,5 milioni contro 13,2), ha meno della metà dei contatti internet (a giugno 434 mila contro 991 mila) ma, per pura coincidenza, appartiene alla Mondadori. Cioè alla casa editrice di proprietà del «principale» di Letizia Moratti, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
Che le Poste Italiane vogliano bene al capo del governo non è un mistero. Prima di questo piacerino, per dire, avevano già fatto un accordo per mettere a disposizione di Mediolanum, la banca del premier, i loro 14 mila sportelli col risultato di trasformare una banca virtuale, quale era fino ad allora quella presieduta da Ennio Doris, nell'istituto di credito con la maggiore copertura territoriale. Non bastasse, Massimo Sarmi, l'amministratore delegato etichettato come vicino ad An e in particolare a Gianfranco Fini, era arrivato al punto di invitare a Roma il capo del governo, poco prima di Natale, all'inaugurazione del più bello e avveniristico ufficio postale d'Italia. Un gioiello che ruotava intorno al Sistema Informatico Livelli Virtuali di Integrazione Operativa. Ma che meraviglia di acronimo: S.i.l.v.i.o.!


Libro-dossier, il premier chiede un milione e mezzo alla Laterza
L'autore è il corrispondente dell'Economist, già querelato una volta dal Cavaliere. La casa editrice: citazione priva di fondamento
Lorenzo Salvia sul
Corriere della Sera

ROMA — Siamo al secondo round. Silvio Berlusconi ha querelato per diffamazione gli editori Laterza e il giornalista inglese David Lane per il libro «L'ombra del potere» che ricostruisce la storia politica e imprenditoriale del presidente del consiglio. La richiesta di danni morali sfiora il milione e mezzo di euro. Perché il secondo round? Perché Lane ha in corso un'altra causa con il premier italiano: corrispondente da Roma dell'Economist, il giornalista è uno degli autori di «Why Silvio Berlusconi is unfit to lead Italy», «Perché Berlusconi è inadatto a governare l'Italia», l'inchiesta che il settimanale inglese pubblicò il 28 aprile 2001, due settimane prima delle elezioni che portarono al governo la Casa delle libertà, scatenando violente polemiche nel nostro Paese.
«Corruzione, mafia e giustizia — il volume comincia così — sono una mistura da capogiro. Aggiungeteci Silvio Berlusconi, la sua enorme ricchezza, il suo smisurato potere mediatico, il suo approccio alla politica altamente personale, il suo singolare modo di guardare al passato e il cocktail diventa ancora più forte». Seguono capitoli a tema: dalla costruzione di Milano 2 alla creazione del suo impero televisivo, dai rapporti con Bettino Craxi alla vicenda della P2. «L'ombra del potere» è stato pubblicato in Gran Bretagna un anno fa dalla Penguin, senza provocare alcun strascico legale. Tradotto da Laterza, è in vendita in Italia da marzo. La casa editrice barese giudica «prive di fondamento le argomentazioni della citazione, alla quale risponderà nei modi e nelle sedi previste dalla legge». Ci sarà un processo, dunque.
Lane — 62 anni, da 30 in Italia — è stupito ma fino a un certo punto: «Non credevo che sarebbe andata così ma forse me lo dovevo aspettare perché quella di Berlusconi è una scelta precisa: querelare i giornalisti per dissuaderli dallo scrivere cose critiche, visto che lui le critiche non le sopporta proprio. Forse è una vendetta per quell'articolo dell'Economist di quattro anni fa: diede molto fastidio». Nell'editoriale che accompagnava l'inchiesta del 2001, il settimanale inglese scriveva: «In qualsiasi democrazia che si rispetti sarebbe impensabile che l'uomo sul punto di essere eletto primo ministro sia finito recentemente sotto inchiesta, tra le altre cose, per riciclaggio, complicità in omicidio, legami con la mafia, evasione fiscale, corruzione di politici, giudici e Guardia di finanza. Ma il Paese è l'Italia e l'uomo è Silvio Berlusconi, quasi di sicuro il suo cittadino più ricco».



I film che i bambini devono vedere
C'è anche Ladri di biciclette
L'iniziativa del British Film Institute destinata alle scuole inglesi. Una rassegna di titoli "pedagogici" stilata da ottanta esperti. Il capolavoro di Vittorio De Sica fra gli imperdibili
ma ci sono anche E.T, I quattrocento colpi, Il Mago di Oz.
su
la Repubblica

LONDRA - Un capolavoro del Neorealismo come Ladri di biciclette è tra i film fondamentali per la crescita di un bambino. Ad affermarlo è il British Film Institute, che ha redatto una rassegna di titoli dal forte potere pedagogico, nella quale il film di Vittorio De Sica ha conquistato il primo posto. La lista, stilata da ottanta esperti inglesi di cinema e di educazione, sarà consegnata a tutte le scuole britanniche, affinché ne tengano conto nei loro progetti formativi. La selezione segue un dibattito promosso, appunto, dal British Film Institute, l'istituto che si occupa di cinematografia e ricerca, in collaborazione con il Barbican, una delle più grandi sedi europee che ospita congressi su cinema, musica, e spettacolo in generale.

Tra i film da vedere assolutamente, entro i quattordici anni di età, ce ne sono alcuni che suscitano qualche perplessità. Se, ad esempio, il tema della diversità affrontato in E.T. rende comprensibile la scelta di inserire il film di Steven Spielberg, resta qualche dubbio a proposito di La morte corre sul fiume, diretto a metà degli anni Cinquanta da Charles Laughton, noir visionario nel quale un inquietante Robert Mitchum interpreta un sacerdote psicopatico e assassino che perseguita due orfanelli. Comunque sia, in tutti i film scelti, ci sono dei bambini protagonisti.

Poi ci sono Il mago di Oz e l'autobiografico I quattrocento colpi di Truffaut. Mentre qualche scetticismo lo suscita Fucking Amal, dello svedese Lukas Moodysson, protagoniste due ragazzine alle prese con i primi turbamenti saffici. Presenti nella lista anche film iraniani e giapponesi, mentre per la Gran Bretagna c'è Kes, di Ken Loach, storia di un bimbo della working class e del suo pappagallo addestrato.



In una lettera inedita Montanelli raccontava l'evasione da San Vittore
Alberto Malvolti sul
Corriere della Sera del 22 luglio

Questa lettera inedita di Indro Montanelli al padre Sestilio è conservata tra altre carte dell'autore nell'archivio della Fondazione Montanelli Bassi di Fucecchio (Firenze). Anche se non è datata, i riferimenti alla fuga da San Vittore, all'arrivo a Lugano e quindi al soggiorno a Davos ci consentono di attribuirla all'autunno del 1944, circa tre mesi dopo l'evasione propiziata da Luca Osteria (l'anonimo «miracoloso salvatore» menzionato nel testo). Il racconto aggiunge alcuni dettagli inediti sul trattamento subito da Montanelli e dalla moglie Maggie in prigionia e conferma quanto a suo tempo narrato da Osteria intorno alle circostanze che consentirono la fuga del giornalista. Come risulta dalla biografia montanelliana di Marcello Staglieno (Montanelli, novant'anni controcorrente , Mondadori), fu lo stesso Osteria a dichiarare di aver ideato lo stratagemma di promettere al comando delle SS che Montanelli (e altri), in cambio della fuga, avrebbe collaborato con i tedeschi; ma tale collaborazione non avvenne mai, come precisò Osteria e come risulta dalle parole e dal tono di questa lettera che ci confermano, se mai ce ne fosse bisogno, la decisa avversione di Montanelli verso i nazisti e anche verso Mussolini, che ne aveva sollecitato la fucilazione.


Carissimo babbo, per la cortesia del Duca Gallarati Scotti
che passa da Roma per raggiungere la sua sede di Madrid, ti mando - finalmente - questa lettera. Io sono a Davos con Riccardo. Mamma è a Bolzano per assistere Maggie, tuttora prigioniera in campo di concentramento, ma di cui - secondo le ultime notizie - sembra prossima la liberazione. Mi dicono che ambedue stanno bene, almeno in salute. Ma rifacciamoci da capo perché tu possa comprendere qualcosa di questa complicatissima avventura. Non so a che punto erano rimaste le tue informazioni. Immagino a aprile-maggio, quando io mi trovavo a Gallarate e la partita sembrava definitivamente perduta. Questo, per lo meno, era stato comunicato ufficialmente dai nostri aguzzini a Maggie: e cioè che io sarei stato accoppato e lei condannata a trent'anni. Le ragioni di quest'ultima condanna erano assolutamente indecifrabili perché l'accusa di Maggie suonava (scritta) testualmente così: «Essendo al corrente delle opinioni e dell'attività di suo marito, non lo denunciava».
Ciò era considerato tradimento della razza e del sangue germanici cui Maggie era considerata appartenente nonostante il matrimonio che essi non considerarono valido. Ed anche questo, per quale ragione non si sa. Lo sciolsero d'arbitrio. Io fui messo in un sotterraneo, isolatissimo, nel reparto dei condannati a morte italiani e tedeschi. Tutti i miei vicini di cella - 26 - furono infatti uno dopo l'altro fucilati. Ho saputo più tardi che mi tenevano lì, dove sono rimasto tre mesi e mezzo, per abbattere il mio morale e per farmi parlare, visto che gl'interrogatori erano stati un fallimento completo. In realtà ad abbattermi il morale ci riuscirono, soprattutto quando mi obbligarono ad assistere agli interrogatori altrui e alle torture che li accompagnavano. Però seguitai a tacere, rincuorato in questo da Maggie che fu semplicemente magnifica. Essa non aprì bocca che per insultare e schernire i suoi persecutori dicendo loro che preferiva essere uccisa piuttosto che considerata appartenente a una razza di delinquenti barbari e stupidi.
Fui informato di tutto questo da un carceriere austriaco, un vecchio buon diavolo che amava i tedeschi meno di me e che andava molto fiero dell'atteggiamento della sua compatriota. Fu tuttavia un periodo terribile. Io non avevo neanche una finestrella. Ero sempre al buio, eternamente solo, e solo di rado mi giungeva dal di fuori qualche voce di incoraggiamento da parte di zio Alberto e del mio impareggiabile amico Greco che rischiarono il rischiabile per sostenermi, e che mi raccontarono molte pietose bugie, purtroppo smentite dalla quotidiana realtà di quella galera. Il 6 maggio, finalmente, vennero a prendermi alle 11 del mattino. La regola era che da quel sotterraneo si usciva solo per andare al muro. Ma quella non era l'ora, perché al muro si andava all'alba. Infatti con una vettura mi condussero non al poligono, ma a S. Vittore, la prigione di Milano dove mi rinchiusero in una cella nel reparto isolati.
Era il peggio di quella prigione, ma a me parve il paradiso. Le guardie erano italiane e subito si prestarono a farmi da postini dal di fuori. Una infinità di amici, che oramai erano liberi di circolare per il carcere, vennero a trovarmi e mi dissero che, poche ore dopo il mio arrivo, anche Maggie era arrivata, che stava in compagnia delle altre nel reparto controllato dalle monache. Anche con lei cominciò subito un'attiva corrispondenza, e io la sentii su di morale, serena e decisa. Io ebbi subito una grandissima assistenza, poiché era risultato che in seguito ai miei interrogatori nessun arresto era stato operato, il che testimoniava che avevo fatto il mio dovere. Il Comitato di Liberazione aveva in carcere i suoi delegati e libri, sigarette, giornali, vettovaglie giungevano regolarmente. Ma soprattutto funzionavano le guardie, che erano completamente dalla nostra parte e cinque delle quali furono per punizione deportate in Germania. Esse mi aprivano, quando potevano, la porta e mi davano così il modo di vedere altri detenuti.
Fu in una di queste escursioni che mi capitò la più gran fortuna della mia vita, sotto forma di punizione. Un giorno andai infatti a portare del cibo a un povero ebreo. Il caporale Himmler, il boia del carcere, mi sorprese e mi affibbiò una dozzina di scudisciate, l'ultima delle quali mi colpì sulla pancia e mi lesionò il fegato. Il giorno dopo ero tutto verde in faccia. E questo consentì al dottore italiano del carcere, che era un mio amico e che da parecchio aspettava l'occasione di poterlo fare, di dichiararmi ammalato e di mandarmi in infermeria. L'infermeria voleva dire non solo un letto e la fine dell'isolamento, ma la possibilità di veder Maggie ogni giorno e di restare con lei, con la compiacenza delle suore che aprivano la porta che divideva i due reparti, una buona mezz'ora. Ora era tutt'altra faccenda. E la cosa migliorò ancora quando un bel giorno fui chiamato a un nuovo interrogatorio.
Non capivo cosa volevano. La mia pratica era chiusa da un pezzo. Lì per lì temetti una ripresa di busse e di torture. Viceversa era Mamma che mi aspettava in una stanzetta in compagnia di un signore. Non sto a descriverti l'emozione di questo incontro, cui subito dopo anche Maggie partecipò. La mia fortuna comincia da quel giorno, e molto merito ne va a Andreoni, uno dei capi socialisti che ora è costì a Roma e che ti prego di andare a trovare. È stato un eccellente compagno di prigione e sa molte cose di me. Andreoni, che si trovava in galera sotto falso nome, fu interrogato un giorno da un signore che gli promise di farlo liberare. La cosa avvenne infatti, e fu una sorpresa generale, perché su Andreoni pendevano accuse gravissime. Quando lui venne a salutarmi, lo pregai di andare da Mamma e di darle l'indirizzo del miracoloso salvatore. Andreoni acconsentì.
Il miracoloso salvatore era il signore che aveva accompagnato Mamma lì dentro e su cui non posso darti, pel momento, spiegazioni. Mi trattò con affetto e con vera amicizia. Io mi misi nelle sue mani. Lui promise di fare il possibile per tirar fuori anche me e, per quanto la cosa apparisse complicata, sperava di riuscire. Intanto la realtà era questa: che due volte la settimana potevamo vedere mamma e ricevere tutto ciò di cui si aveva bisogno. Le partenze per il campo di concentramento (Fossoli) cominciarono. Si diceva che chi andava al campo era sottratto alla minaccia di morte, ma aveva la prospettiva di essere deportato in Germania. Chi restava, invece, poteva essere fucilato da un momento all'altro come ostaggio. Noi avevamo in prospettiva - sia pure incerta - la possibilità di essere salvati da quel bravo signore.
L'importante era che il salvataggio arrivasse prima della fucilazione. Messi alla scelta, il gen. Zambon e io decidemmo di rischiare e di rimanere con l'aiuto del nostro uomo che infatti ci fece cancellare dalla lista dei partenti. Subito dopo cominciarono le fucilazioni. Tutti i miei compagni di infermeria, compreso il mio vicino di letto e amico carissimo Gasparini, furono a uno a uno prelevati e condotti al macello. Ma anche da Fossoli giunse notizia che pure i deportati erano stati massacrati. Non c'era tempo da perdere. Il nostro protettore aveva già la partita in mano per Zambon e per me. Voleva aspettare per poter includere nel colpo anche Maggie. Ma a un tratto si venne a sapere che i nomi di noi due uomini figuravano nella lista degli accoppandi dopo l'incidente di Piazza Adelaide. Bisognava agir subito rubando il tempo al plotone di esecuzione. Maggie mi impose di approfittare. La scansammo per quattro ore. Quattro ore prima giunse un falso ordine di trasferimento di carcere. Zambon ed io fummo caricati su una macchina che doveva condurci a Verona e che invece ci portò in un nascondiglio. Stemmo ancora dieci giorni nascosti a Milano.
Dopo passammo in Svizzera con l'aiuto del Comitato che, messo al corrente della faccenda, l'aveva caldeggiata e facilitata in tutti i modi. (...) Carissimo Babbo, abbiamo fatto un bel bagno e ancora siamo lungi dall'uscirne. Però la pelle è salva e possiamo ringraziare Dio. Ti ripeto di non preoccuparti per domani e se al tuo ministero tu hai delle difficoltà per le smanie giacobine di qualcuno, non esitare a mandarlo al diavolo. Mamma sta bene, nonostante il lavoro estenuante e gli strapazzi a cui si è sottoposta. Ma sai bene com'è fatta: la sua vita si riempie solo quando suo figlio le dà un guaio da rimediare. E più grosso è il guaio, più contenta è lei. Ad essa ad ogni modo va il merito principale del miracoloso salvataggio. Quei porci tedeschi non le hanno risparmiato umiliazioni e maltrattamenti. L'hanno anche arrestata un giorno, per sette ore: e la libertà la deve al solito salvatore che prontamente intervenne. I fascisti non sono stati da meno. C'è stato - e va ricordato - un telegramma di Buffarini Guidi che, a nome del Duce, chiedeva ai tedeschi la mia fucilazione. E quando in Italia si è sparsa la notizia del mio arrivo qui, pare che il pagliaccio sia andato su tutte le furie, come se non avesse altri guai a cui pensare. (...)


  28 luglio 2005