L'illusione che dare alla polizia il diritto di sparare a vista sui «sospetti» aumenti la sicurezza della cittadinanza ha avuto nell'Italia un laboratorio (finora) irripetibile. Varata nell'ottobre del 1975, è rimasta in vigore 15 anni. Diversi sono gli istituti che hanno dedicato le loro ricerche agli effetti «pratici» di quella legge; tra i più attenti il Centro di iniziativa giuridica Pietro Calamandrei e il Centro di iniziativa Luca Rossi (un ragazzo ucciso da un agente della Digos in borghese, il 23 febbraio dell'86, a Milano). Il calcolo dei morti e dei feriti è stato condotto in base alle notizie di stampa, spesso piccoli trafiletti nei notiziari locali. Dati ufficiali della polizia non sono mai stati pubblicati. E' perciò altamente probabile che il numero effettivo dei «colpiti» sia superiore a quello qui riportato. Dal calcolo sono stati altresì esclusi - naturalmente - tutti gli uccisi nel corso di veri e propri conflitti a fuoco, così come tutti i militanti della lotta armata uccisi in circostanze mai chiarite (via Fracchia a Genova, per fare un esempio).
Dal 1 gennaio 1976 al 30 giugno 1989 risultano uccise dalle «forze dell'ordine» 237 persone, mentre altre 352 rimangono ferite. La statistica mostra una singolare regolarità negli anni. Né si può dire che polizia e carabinieri abbiano sparato di più negli anni «duri» della lotta armata o dei sequestri di persona («solo» 12 uccisi nel 1980, mentre ben 24 nel tranquillo 1986). Ma assolutamente illuminante è la disaggregazione statistica per «reato presunto», secondo le giustificazioni riportate nei verbali di polizia. Ben 81 persone, infatti, sono state uccise in totale assenza di reato («atteggiamento sospetto», documenti irregolari o scaduti, ecc); 127 quelle ferite. Cinquantaquattro uccisi e 92 feriti, invece, per «inosservanza dei provvedimenti» (non avevano fatto in tempo ad «alzare le mani», direbbe Ostellino), oltre che per «oltraggio» o «resistenza». Piccoli scippatori e ladruncoli, a loro volta, sono caduti uccisi 55 volte, mentre 76 di loro sono rimasti feriti. Non mancano 8 uccisi mentre erano impegnati a litigare tra loro o con altre persone, mentre solo 3 sono gli spacciatori puniti in diretta con la pena di morte. Nell'uso della «licenza di uccidere» si sono distinti i carabinieri (hanno ucciso 123 volte e ferito 155) e polizia (103 e 167). Ma hanno dato il loro contributo di morte anche i vigili urbani (6, più 22 feriti) e naturalmente i «vigilantes» privati (13 uccisi e 12 feriti).
Il 23 aprile del 1976, su queste pagine, apparve una decisiva critica dell'«inutilità» e del «carattere criminogeno» della legge Reale. La firmava Gaetano Pecorella, oggi presidente della Commissione giustizia della Camera. La critica resta esatta, anche se il suo autore ha (forse) cambiato idea.
Antonveneta, Fazio nella tempesta Intercettati i colloqui con Fiorani
Girandola di contatti per organizzare la scalata, da Ricucci a Gnutti
Le vendite effettuate da Lodi per poter fare l'Opa sarebbero fittizie
(f. sa.) su la Repubblica
MILANO - Un'inchiesta che assomiglia ogni giorno di più a una valanga, che cresce e porta tutto con sé. E travolge una delle massime istituzioni del Paese, la Banca d'Italia e il suo governatore Antonio Fazio. Intercettazioni, atti dove compaiono personaggi sempre nuovi. Ci sono Fiorani, Ricucci, Gnutti e soci. Poi c'è Fazio (che non è indagato dalla Procura di Milano, ma compare in molte intercettazioni); anzi, la famiglia Fazio, perché anche la moglie del governatore di Bankitalia, Cristina Rosati, sembra svolgere un ruolo importante nella vicenda. Ancora: l'onorevole di Forza Italia Luigi Grillo (proprio dalla sua utenza telefonica al Senato, Gianpiero Fiorani avrebbe telefonato a Fazio) e un certo "Don Luigi" - figura fondamentale di raccordo tra i protagonisti della vicenda - che qualcuno identifica proprio con il parlamentare azzurro, altri con don Gigi Ginami, sacerdote romano confidente di molti potenti, amico sia di Fiorani che di Fazio (sia Grillo che don Ginami, però, negano tutto).
Ma l'inchiesta dei pubblici ministeri Eugenio Fusco e Giulia Perrotti potrebbe avere conseguenze imprevedibili nei prossimi giorni. Potrebbe coinvolgere altri personaggi eccellenti, dopo il sequestro delle azioni Antonveneta in mano ai "concertisti" (tra il 40 e il 50 per cento del totale). Una mossa clamorosa, che potrebbe essere soltanto la prima: i pm infatti sono convinti che le cessioni di quote di minoranza operate da Bpi (grazie alle quali è stato possibile rafforzare il patrimonio della banca in vista del lancio dell'Opa su Antonveneta) siano fittizie: l'ipotesi è che in realtà le società alienate siano sempre nella disponibilità dell'istituto di Lodi (magari con una clausola di retrovendita dopo un anno). Se l'accusa fosse confermata, tutto l'impianto su cui poggia l'Opa lanciata da Bpi si sfascerebbe, perché verrebbero meno i pilastri finanziari dell'operazione. Non solo: si sta indagando anche sul perché Bankitalia abbia ignorato il parere negativo dato da due suoi ispettori all'operazione.
E ancora: presto la Procura milanese potrebbe sequestrare i capital-gain (circa 100 milioni di euro) derivati dai massicci acquisti di azioni Antonveneta (per 550 milioni di euro) operati da soggetti vicini a Fiorani. Un'operazione, sostiene la Procura, finanziata dall'allora Banca Popolare di Lodi e da Gianpiero Fiorani per giungere al controllo di Antonveneta. I protagonisti sarebbero stati "premiati" dalle generose plusvalenze.
Il prestigio da salvare
Massimo Riva su la Repubblica
«TONINO, io ti ringrazio. Ti darei un bacio sulla fronte. Ho la pelle d´oca. Prenderei l´aereo e verrei da te in questo momento se potessi». È la mezzanotte del 12 luglio. Chi parla così non è una donna innamorata No, quel «Tonino» è niente meno che Antonio Fazio, governatore della Banca d´Italia. E chi gli si rivolge con tanta complice riconoscenza è Gianpiero Fiorani, amministratore delegato della Banca Popolare Italiana (ex-Lodi), protagonista della grande impresa patriottica di difesa della Banca Antonveneta dai barbari appetiti degli olandesi di Abn-Amro.
Quanto al senso e all´autenticità delle parole è presto detto.
Senso: Fiorani sta ringraziando Fazio perché gli ha appena comunicato di aver dato il via libera all´offerta di scambio azionario con la quale la Lodi punta a sconfiggere il nemico olandese.
Autenticità: la conversazione è registrata agli atti dell´inchiesta della magistratura che, indagando sulla dubbia liceità delle mosse del banchiere di Lodi e dei suoi compagni di cordata, ha posto sotto intercettazione il telefono di Fiorani dal giugno scorso.
Per chi ha conosciuto l´alto grado di dignità e di autorevolezza con il quale anche i più recenti predecessori di Fazio - da Paolo Baffi a Carlo Azeglio Ciampi - hanno esercitato il loro ruolo, questa telefonata suona come un´offesa imperdonabile al prestigio e alla reputazione di un´istituzione che, nel suo secolo abbondante di vita, è stata punto di riferimento fondamentale anche nei momenti più bui della storia del paese. Un banchiere che si rivolgesse a Baffi o a Ciampi con le parole di Fiorani a Fazio è semplicemente qualcosa di irreale e di impensabile. Un governatore, poi, che accettasse rapporti così confidenziali con un amministratore di banca è addirittura qualcosa di estraneo e stridente con la tradizione della Banca d´Italia.
Non è la prima volta che parole ovvero atti del dottor Fazio suscitano problemi ed inquietudine. Per restare soltanto alle recenti guerre bancarie, va ricordato che i suoi comportamenti sono stati e sono ancora oggetto di uno sgradevolissimo contenzioso con la Commissione europea a tutto danno dell´immagine internazionale dell´intero paese. Mentre, fra le mura domestiche, in più di un´occasione le decisioni del governatore sono state apertamente contestate da voci autorevoli della business community con l´accusa di disprezzo del mercato e di abbandono del ruolo arbitrale a favore di questa o quella parte in causa: come provato dal fatto che, nella specifica vicenda Lodi - Antonveneta, Fazio si è mosso anche contro il parere tecnico dei suoi uffici interni. Un giorno bisognerà anche capire che cosa possa aver spinto il governatore a compromettere così rozzamente l´immagine di un´autorità finora circondata dal generale rispetto.
Ma al momento il testo delle registrazioni telefoniche, insieme ad altri elementi raccolti dalla magistratura, spazza via ogni residuo dubbio ed apre un serio problema istituzionale.
Il paese può ancora tollerare che la perdita di credibilità di una persona, titolare di un mandato a vita, trascini con sé anche l´istituzione da questi rappresentata?
C´è una logica primitiva da muoia Sansone in questo atteggiamento che lascia sgomenti, anche perché dall´interno della banca non è giunto finora alcun segnale di tentativi di riscatto del buon nome dell´istituzione. Certo, nell´ordinamento attuale, non c´è qualcuno che possa obbligare il governatore a farsi da parte. E questo è il guaio più serio perché, per il bene del paese e della Banca d´Italia, i destini di Antonio Fazio e dell´istituto di Via Nazionale vanno separati al più presto. Compito che, nel vuoto di iniziativa politica, magari rischia una volta di più - con buona pace del ministro Castelli - di dover ricadere sulle spalle della magistratura.
Unione, Prodi presenta il Progetto. E Bertinotti si lancia verso le primarie
sommari de l'Unità
Mentre Prodi presenta il Progetto per l'Italia http://primarie.romanoprodi.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&doc=12 firmato da tutti i partiti dell'Unione, Bertinotti, a Roma, lancia la sua candidatura per le primarie. E precisa: «Se fossi io a vincere avremmo un candidato di sinistra, come già si è verificato in qualche parte del paese, e potremmo anche vincere le elezioni». Prodi, intanto, spegne le polemiche su chi dovrà scrivere il programma. Al vincitore delle primarie, spiega, spetterà la costruzione di un testo «comune e condiviso».
Il Papa che non grida alla guerra anticristiana
Pietro Scoppola su la Repubblica
LA PROTESTA diplomatica di Israele, per non essere stato menzionato domenica scorsa da Benedetto XVI fra i paesi vittime del terrorismo, e la contenuta polemica che ne è seguita, hanno messo in ombra la ben più importante affermazione del giorno dopo, in una chiesetta della Val d´Aosta, nella quale il Papa ha in sostanza affermato che il terrorismo non è rivolto contro il cristianesimo. Questa affermazione, che può sembrare perfino bizzarra, ha invece un profondo significato.
Può sembrare bizzarra perché è evidente che un atto di terrorismo è intrinsecamente incompatibile con il fondamentale principio cristiano dell´amore del prossimo: e non è certo questa intrinseca incompatibilità che il Papa ha voluto mettere in discussione. Ma l´intento è ben altro. Già nel suo primo commento agli attentati di Londra del 7 luglio, il Papa volle che fosse depennato l´aggettivo "anticristiano": la sua non era solo una preoccupazione diplomatica o di semplice opportunità. Il fatto di voler escludere un carattere e un intento specificamente anticristiani a questi orribili atti, indica, senza ombra di dubbio, la preoccupazione di opporsi alla tendenza di attribuire all´Islam in quanto tale il fenomeno terrorista, di escludere il suo complessivo coinvolgimento; indica la volontà di isolare il terrorismo come fenomeno deviante rispetto ad ogni fede religiosa, di negare ogni finalizzazione religiosa negli atti di terrorismo che possa prefigurare una guerra di religioni e uno scontro civiltà.
Benedetto XVI si mostra pienamente coerente su questo terreno con la linea del suo predecessore, nettamente ostile, come tutti ricordano, alla guerra irachena proprio per la preoccupazione, puntualmente verificatasi, di una estensione del conflitto.
Ed è coerente con il predecessore nel sottolineare la necessità e gli spazi del dialogo: il rifiuto dell´intento esplicitamente anticristiano degli atti di terrorismo è sempre unito nelle parole del Papa al riconoscimento della complessità della tradizione e della cultura islamica che consente spazi di collaborazione e non ha la guerra di religione come suo obiettivo.
Certo chi legge qualche pagina del Corano non fa fatica a trovare in esso segni e germi di intolleranza; ma esempi di intolleranza vi sono anche nella Bibbia e non mancano sette o gruppi cristiani, fra i cosiddetti "neocon", ancora legati a una lettura fondamentalista della Bibbia, ad una lettura cioè che tende a dare valore assoluto ad ogni singola affermazione del libro avulsa dal contesto e a prescindere dalla necessità di una interpretazione di insieme.
L´Occidente cristiano ha alle spalle secoli di feroce intolleranza, come gli americani sanno bene per essere figli delle vittime delle persecuzioni religiose, e può mettere a frutto la sua lunga esperienza nel cammino verso la libertà di coscienza; può mettere a frutto in particolare quel richiamo alla ragione, come elemento critico di ogni fanatismo religioso, caro alla cultura laica, ma al quale lo stesso Ratzingher, prima ancora si essere Papa si è più volte richiamato.
Ma l´Occidente non può affrontare il dialogo con l´Islam che è per tanti aspetti dialogo con il Terzo mondo, se non esce da quello che definirei il suo complesso di innocenza rispetto alla sua stessa storia, che è stata certo storia di civiltà, ma anche storia di violenze e sopraffazioni. Oggi si ama e si difende l´Occidente non con l´orgoglio di una presunta superiorità ma nella verità di un severo confronto critico con il suo passato. Dialogo dunque, confronto e dibattito culturale, che non significano certo rinuncia a rispondere oggi alla minaccia terrorista con tutti gli strumenti adeguati; ma il problema dell´Occidente è restare se stesso, con i valori che ha conquistato, con i principi di legalità che ha adottato. Confesso di esser rimasto sconcertato di fronte all´episodio, a Londra, del giovane inseguito, bloccato e ucciso a freddo da alcunj poliziotti Oggi chi ama l´Occidente non è chi chiama alle armi contro il nemico islamico, ma chi ne difende le tradizioni di libertà e di legalità.
Va dato atto al ministro Pisanu, di avere sapientemente equilibrato l´adozione di giuste misure contro il terrorismo con l´invito al dialogo ed ora con la proposta di un apposto organismo, una consulta, per il confronto con le realtà islamiche presenti nel nostro Paese.
È questa la via civile su cui bisogna camminare che giustamente l´opposizione ha mostrato di apprezzare.
Si afferma e si sottolinea la necessità di restare uniti nella lotta al terrorismo, e certo uniti si dovrebbe essere nell´evitare le strumentalizzazioni politiche; uniti si deve essere nella adozione delle misure proposte dal governo: guai a "servirsi del terrorismo" per la lotta politica. Ma al di là di questa auspicabile (e poco praticata) unità bisogna invece sottolineare con forza le differenze profonde culturali e di conseguenza politiche che si manifestano e più si manifesteranno sulla linea da tenere in una stagione che si annuncia dura e lunga. E non si deve a mio avviso confondere, come rischia di fare Aldo Schiavone in un suo acuto articolo di ieri dedicato ai neoconservatori la posizione neocon con quella della Chiesa cattolica.
Il richiamo del Papa alla natura del terrorismo non specificamente anticristiano, proprio per la forma quasi sommessa in cui è stato pronunciato nella piccola chiesa di Introd, senza solennità dottrinale, può essere germe fecondo di maturazione di una cultura e di una sensibilità radicalmente alternative a quelle dei profeti dell´odio.
La tolleranza non basta contro il terrore
Guerra santa Europa inerte
Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera
Non deve passare sotto silenzio ma da noi solo il Riformista gli ha dato spazio il sondaggio eseguito da Sky News in Inghilterra. Ecco il risultato: a dispetto del loro passaporto solo il 12% dei due milioni di cittadini britannici di religione musulmana si sente realmente britannico: in tutti gli altri, pur con diverse sfumature, prevale il sentimento di appartenenza alla «Umma», la comunità transnazionale dei fedeli. Ancora: ben il 21% dei musulmani inglesi afferma di non voler cooperare alla caccia ai terroristi. Del resto, che le cose stiano così non meraviglia, visto che lo stesso presidente della Muslim Association of Britain, Azzam Tamini, ha dichiarato poco tempo fa di «sostenere incondizionatamente gli attentati kamikaze sul territorio di Israele» e di «essere pronto a sacrificarsi per compiacere Allah».
Notizie come questa gettano una spessa ombra di dubbio sull'intera strategia che molti pensano si dovrebbe adottare contro il terrorismo a sfondo islamico: cioè l'adozione di politiche generose d'integrazione e cittadinanza nei confronti degli immigrati islamici in vista della creazione di un solido Islam moderato con cui collaborare. Disgraziatamente le cose non sembrano così facili. Come mostra il caso inglese, infatti, sono proprio i giovani cresciuti nell'integrazione e intrisi di cultura europea, sono proprio loro quelli che si mostrano più permeabili al messaggio terrorista. Anche la tipologia degli attentatori delle Torri Gemelle sembra confermare questa regola; e non è forse nativo di Amsterdam il musulmano che ha assassinato Theo Van Gogh? Trasformare gli immigrati in cittadini è un obiettivo sacrosanto, insomma, ma credere che ciò serva ad allontanare la minaccia terroristica è profondamente ingenuo.
Crediamo che sempre tutto si aggiusti dando, concedendo, distribuendo. Non riusciamo più a pensare il conflitto se non nei termini del conflitto sociale tradizionale che, pur essendo durissimo, comunque non mira a rompere il contesto delle regole e dei valori come invece fanno le guerre e le rivoluzioni. Ma evidentemente guerre e rivoluzioni non riusciamo più a pensarle, a sapere che cosa siano. L'esito della Seconda guerra mondiale perfezionato dalla fine del comunismo ha fatto uscire l'Europa dalla scena del mondo, dal luogo dove non si usa fare gli scioperi, i dibattiti, le elezioni, ma dove invece si accampano le disperazioni e i deliri delle moltitudini, i disegni degli imperi, le speranze immense delle fedi. Dove si preparano i grandi rivolgimenti di fronte ai quali tutto lascia credere che preferiremo continuare a lungo a chiudere gli occhi.
Al qaeda gioca a lascia o raddoppia
Gilles Kepel su la Repubblica
GLI attentati di Londra e di Sharm El-Sheik non hanno affatto sorpreso chi segue la letteratura jihadista che fiorisce su Internet, soprattutto in arabo ma anche in inglese. Da un sito all´altro, la visione del mondo predicata da Bin Laden, da Zawahiri e dai loro emuli incita quotidianamente a uccidere i kuffar, termine polemico che significa "empio" e si applica innanzitutto agli ebrei ("sionisti"), ma anche ai cristiani ("crociati"), agli induisti ("politeisti") e a quanti tra i musulmani non si sono ancora inseriti nei ranghi dei gruppuscoli intossicati dall´ideologia della jihad.
Eppure quest´epidemia terroristica, per quanto spettacolare, sanguinosa e politicamente efficiente, contamina solo un numero ristretto d´individui, e non riesce a trasformarsi nel movimento di massa invocato dai suoi portavoce, che dovrebbe distruggere i regimi "marci" del mondo musulmano per conquistare poi l´Europa e l´America, nella visione messianica d´un Islam trionfante. Incapace di conquistare il potere in Egitto, in Algeria, in Bosnia, nel Kashmir o in Cecenia negli anni '90, il movimento islamista s´è scisso in due: i "moderati", provenienti dai ceti medi urbani, sono stati cooptati, o stanno per esserlo, da vari governi: queste formazioni contribuiscono alla stabilità dei regimi esistenti in cambio di un´"islamizzazione" delle leggi e dei costumi, oltre che di prebende economiche. Ma questo "tradimento" della causa della Jihad è sentito amaramente dai gruppi più radicali: il terrorismo è il prodotto di quest´amarezza. Considerato in Occidente come strumento dell´espansione individuale postmoderna, nei territori dell´Islam il web è stato preso in ostaggio dai gruppi estremisti, che lo usano per aggirare la censura di Stato, accelerando la circolazione delle idee, delle informazioni e delle parole d´ordine jihadiste. S´è creato così un nuovo spazio planetario, un´Umma digitale: tale comunità dei credenti jihadisti non ha più un centro, ma tende al policentrismo e si richiama alla galassia dei siti on line che predicano la redenzione dell´umanità attraverso lo sterminio degli "empi". La forza dell´indottrinamento jihadista sta nel convincere ogni singolo attentatore d´essere un martire che vedrà spalancarsi le porte del paradiso, rendendo così inefficace qualunque tentativo di repressione. In tal senso è aderente a un pensiero diverso da quello su cui si fondano le civiltà moderne: un pensiero nel quale la vita non ha alcun valore, mentre la morte è la meta suprema. Presi letteralmente, i testi sacri dell´Islam abbondano di tali riferimenti; ma durante i 14 secoli di storia musulmana che hanno preceduto la comparsa di Internet, il compito di interpretarli con discernimento è stato affidato agli ulema, i dottori della legge. Ora, nella galassia della Jihad, Internet ha sostituito gli ulema con i barbuti cyber-salafisti, per i quali i testi sacri non hanno altra interpretazione che quella letterale. Per loro, il trascendentale è digitale; l´al di là e il virtuale si confondono in una stessa entità, avulsa dal mondo reale e dotata di leggi proprie. L´interazione tra questi due universi è doppiamente mortale: attraverso il suicidio del "martire", che lo libera dalla tensione tra i due mondi e con la carneficina degli "empi". L´Iraq, Israele, la legge sulla laicità della scuola francese, il film di Theo Van Gogh servono a giustificare il terrorismo agli occhi delle masse, ma non si devono confondere (come fanno taluni politici europei) con la sua causa. La quale risiede nell´estrema efficacia del reclutamento jihadista attraverso Internet, coadiuvato a volte da predicatori radicali. Questo reclutamento prende di mira i giovani per i quali il web è divenuto lo strumento di socializzazione religiosa per eccellenza, tanto da sostituire, con l´uso dei codici e dei linguaggi figurativi dei videogiochi di guerra, l´integrazione nella società reale. Ora, è proprio quest´integrazione a poter offrire l´unico antidoto al terrorismo, proponendo i suoi valori in luogo della Jihad contro gli "empi". Ma nella maggior parte dei paesi musulmani è messa sempre più a repentaglio dal crescente fossato tra ricchi e poveri, tra élite aggrappate ai propri privilegi e masse ingrossate dall´esplosione demografica. A questa frustrazione il terrorismo offre una mortifera via di sfogo, e rilancia su più vasta scala le operazioni di reclutamento. Gli insuccessi degli Usa e dei loro alleati nel ristabilire la pace in Iraq sono oggetto di celebrazioni sui siti jihadisti on line, e al di là dell´emulazione, forniscono la certezza che l´America sarà distrutta dalla sua sconfitta annunciata, come lo è stata l´Urss in Afghanistan. Sembra però che Washington non sia consapevole dell´esemplarità della Jihad irachena. Si preferisce puntare il dito sull´Europa, accusata dai neoconservatori d´aver tradito la causa occidentale, benché con la scusante del timore della reazione di milioni di musulmani "semintegrati" nel vecchio continente, il cui dinamismo demografico lo trasformerà in breve in un´appendice del Maghreb. Oltre Atlantico c´è chi interpreta gli attentati di Londra come il fallimento dell´integrazione di tali popolazioni. Mentre sarebbe più giusto parlare (come nel caso dell´assassinio di Van Gogh in Olanda) di fallimento del modello multiculturalista, che manteneva le comunità in un´alterità culturale affidandone il controllo sociale ai vari imam o ad altri predicatori, ora emarginati da Internet. Gli Stati e le società europee, comprese anche le popolazioni di origine musulmana che ne hanno adottato l´identità, devono affrontare la guerra totale condotta contro di loro non nascondendosi dietro intermediari ormai superati, ma direttamente, in nome dei valori della democrazia europea. La difesa della sicurezza del continente e l´emancipazione dei musulmani dall´ipoteca imposta dal terrorismo jihadista sono un´unica battaglia. Con una chiara scelta di campo a fianco dei loro concittadini europei, saranno le popolazioni d´origine musulmana a costituire il vettore esemplare della sconfitta dei jihadisti. Ecco perché questi ultimi cercano d´infiltrarsi in mezzo a loro, spingendo all´estremo il lascia o raddoppia di Al Qaida.
Chi rappresenta i musulmani nel nostro Paese? Esiste un «Islam moderato»? E' la domanda che assilla e divide gli italiani. Politici e gente comune. Rilanciata tra non poche polemiche dall'annuncio del ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu, fatto su Repubblica , della prossima formazione di una Consulta dei musulmani d'Italia. Il dubbio, obiettivamente, è più che fondato. Perché nell'Islam il rapporto tra il fedele e Dio è diretto.
Non c'è il sacerdote che funge da intermediario, né un clero che amministra il culto né tantomeno un papa che incarna il dogma della fede. E guardandoci attorno vediamo una rete di moschee cresciute tra l'arbitrio giuridico e l'indifferenza delle istituzioni, affidate a imam stranieri autoeletti, in gran parte espressione di gruppi integralisti ed estremisti islamici dichiarati fuorilegge negli stessi Paesi musulmani.
E noi italiani che cosa facciamo? Ci siamo limitati a prendere atto dello status quo , abbiamo promosso gli imam-despoti a interlocutori istituzionali e a star televisive, ci affanniamo a rincorrere un dialogo di facciata dove non ci si confronta sui diritti fondamentali della persona a partire dalla sacralità della vita di tutti, perseguiamo una politica degli abbracci a beneficio delle telecamere, immaginando che in questo modo allontaniamo lo spettro dello scontro di civiltà. Insomma, è la retorica credulona del volemose bene, della carità cristiana, del siamo tutti figli dello stesso Dio. Ma è anche l'ideologismo cinico e masochista delle frontiere aperte a tutti, della solidarietà ai fratelli islamici in fuga dai tiranni arabi filo-americani.
Più in generale, è l'ottusità politica che, insistendo sul fatto che uno Stato laico non deve interferire negli affari religiosi, finisce per consegnare fette dello Stato e della società al controllo diretto o indiretto di movimenti e di Stati integralisti stranieri. Un controllo che non è soltanto religioso ma anche politico e finanziario.
L'Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia), che afferma di controllare la gran parte delle moschee, è essenzialmente, quale emanazione dei Fratelli Musulmani, una forza politica che strumentalizza la religione per affermare il proprio potere. Con l'obiettivo di ergersi a unico rappresentante dei musulmani per la stipula di un'Intesa con lo Stato, che le consentirebbe di accedere al finanziamento pubblico dell'8 per mille.
Anche se i suoi membri non sono in alcun modo rappresentativi, si sono auto-insigniti e governano in modo dittatoriale. Patrocinano un'ideologia anti-occidentale, anti-americana, anti-ebraica. Esaltano i terroristi suicidi islamici che massacrano gli israeliani. Così come legittimano gli attentati contro gli americani in Iraq, fino a spingersi a giustificare la strage degli italiani a Nassiriya.
L'iniziativa della Consulta dei musulmani d'Italia potrebbe rappresentare l'avvio di un approccio più serio e costruttivo con l'insieme dei musulmani. Una Consulta che sia per metà rappresentata da donne, da giovani umanamente onesti e intellettualmente coraggiosi Da religiosi riformatori
Sono solo alcuni nomi che potrebbero offrire l'immagine di un islam compatibile con le nostre leggi e i valori fondanti della nostra società.
Dobbiamo partire dalla constatazione che solo il 5 per cento dei musulmani in Italia frequenta abitualmente le moschee. Dobbiamo prendere atto che lo Stato, piaccia o meno, non può rimanere indifferente alla continua erosione di fette di legalità da parte degli integralisti e estremisti islamici.
La Consulta dovrebbe riflettere sia la realtà che sul terreno vede la prevalenza di una società civile musulmana laica, sia promuovere l'orientamento dello Stato all'integrazione piena dei musulmani.
Amicizie pericolose, intolleranza e chiarezza
Una lettera al Corriere dell'ambasciatore italiano al Cairo
Caro Direttore, credevo con difficoltà ai miei occhi mentre scorrevo l'articolo «Amicizie Sbagliate» a firma Magdi Allam apparso sul Corriere del 25 luglio scorso.
Rassicurato dalla consolidata linea editoriale del Corriere edal riconosciuto buon senso dei suoi lettori, mi astengo da ogni commento sulla virulenza del linguaggio dell'Autore e sulle ardite tesi, cui egli si spinge, di come un trasparente confronto fra seri studiosi possa tradursi in un attentato alla nostra sicurezza.
Lo Sceicco Tantawi (massima autorità religiosa dei musulmani sunniti), ha affermato in varie occasioni l'assoluta estraneità dell'Islam da ogni atto di violenza contro civili inermi in qualunque parte del mondo essi si trovino. Più di una volta egli ha condannato le incitazioni degli Imam più radicali e ha pubblicamente incoraggiato «lo scambio di idee fra uomini e nazioni».
Anche recentemente, il Grande Imam di El Azhar ha pronunciato condanne chiare contro i rapimenti in Iraq. Lo fece tra l'altro con me, e poi pubblicamente, quando mi rivolsi a lui nel quadro dell'azione diplomatica intrapresa dal Governo italiano per la liberazione della giornalista Giuliana Sgrena. In precedenza, su richiesta del Governo italiano, egli aveva condannato il rapimento di Simona Pari e Simona Torretta, esortando i rapitori a rilasciare le due nostre connazionali.
Quanto all'accordo citato nell'articolo, da meco-firmato insieme al Presidente dell'Università di El Azhar, esso prevede lo studio comparato di discipline, umanistiche e scientifiche, che concorrono al sapere condiviso in senso lato e in particolare nell'area mediterranea. Realizzare un approfondito confronto di analisi e valutazioni su filologia, letteratura, filosofia, economia, diritto e architettura e raccoglierne l'esito in scritti destinati alla pubblicazione, costituisce una delle componenti più significative di un dialogo serio e reciprocamente arricchente.
Con l'Italia, l'Università El Azhar si è incamminata in un sentiero innovativo, quello del libero confronto delle conoscenze nella pari dignità. Una scelta che rivela fiducia e stima nei nostri confronti.
Ovviamente su questo ed altro le opinioni possono divergere, ma un dibattito civile e costruttivo vorrebbe che ci si astenesse dal ricorrere al discredito, che è contiguo all'intolleranza. E molti hanno appreso dove il rigetto dell'«altro» può condurre. Antonio Badini (Ambasciatore d'Italia al Cairo)
Caro Ambasciatore, mi astengo anch'io da ogni commento a quella che appare una difesa d'ufficio a ciò che, a suo avviso, sarebbe «un trasparente confronto fra seri studiosi». Le ricordo che in Italia a dubitare dell'affidabilità e della credibilità dell'iniziativa da Lei sottoscritta è stato per primo l'Avvenire, l'organo ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana, che certamente ha una qualche competenza nel tema cruciale del dialogo con l'islam.
Mi duole rilevare che la sua difesa d'ufficio non si sia minimamente soffermata sui contenuti esposti nel mio articolo. Lei si limita a ignorare le frasi testuali pronunciate sia dal Rettore sia dal Grande Imam dell'Università islamica di Al Azhar, in cui sostengono senza mezzi termini la legittimità degli attentati terroristici suicidi contro la popolazione civile israeliana.
Come si può parlare di «dibattito civile e costruttivo» con chi disconosce il valore della vita di tutti gli esseri umani? Dovremmo forse chiudere un occhio sul fatto che il nostro interlocutore aizza al massacro degli ebrei, perché ci ha concesso una dichiarazione favorevole al rilascio di un nostro connazionale sequestrato in Iraq?
Onestamente credo che sia arrivato il tempo di fare chiarezza sui valori di fondo che devono sottostare a un dialogo costruttivo tra le persone al di là della propria fede e cultura. E sul valore della sacralità della vita di tutti non si può transigere, non si possono fare sconti a nessuno.
Il brutale assassinio di Adnan al Bayati è un esempio, l'ennesimo ma non per questo archiviabile, dell'assoluto imbarbarimento della situazione irachena. I giornalisti occidentali se ne sono andati o vivono bunkerizzati negli alberghi o nelle case e allora si colpiscono i loro collaboratori. Sono diversi i giornalisti iracheni uccisi nelle ultime settimane, da iracheni e da americani. Come Adnan al Bayati, che è stato barbaramente ucciso con tre colpi di pistola da un commando, a volto scoperto, davanti a sua moglie e alla piccola Fatima di soli diciotto mesi, sabato scorso. Adnan è stato un prezioso aiuto per tutti noi giornalisti, soprattutto gli italiani, visto che parlava perfettamente la nostra lingua e conosceva bene il nostro paese per essersi laureato a Perugia. L'avevo conosciuto prima dell'inizio dei bombardamenti, quando, un giorno, mi aveva accompagnato, per farmi un favore visto che non avevo una «guida» e un interprete, a una riunione di donne. Poi ci siamo incrociati spesso e nell'ultimo anno era stato lui a procurarmi interprete e autista, che erano della sua famiglia, lui garantiva per loro. E in tempi in cui non sai più di chi fidarti non era poca cosa.
Non solo. Quando ero a Baghdad, di solito era lui, la mattina, a precedere l'arrivo dei miei collaboratori con le ultime notizie ed era comunque sempre Adnan a dare tutte le indicazioni, anche sui problemi di sicurezza. Sempre disponibile. Un vero signore, molto religioso, sciita, originario di una ricca famiglia di Baquba - a nord di Baghdad, nel cuore del triangolo sunnita -, elegante, dalle buone maniere, un po' flemmatico, all'inizio si era mal adattato alle pretese dei giornalisti, a volte un po' arroganti quando sono presi dal vortice del lavoro quotidiano. Ma dovendo mantenere una famiglia numerosa si era «adattato» e alla fine era stato lui a imporsi con la sua abilità e professionalità, ma anche disponibilità. Lo chiamavi dall'Italia prima di partire e lui ti organizzava tutto. Sempre informato, con contatti consolidati, aveva probabilmente suscitato qualche gelosia nell'ambiente. Quando sono stata rapita è stato Adnan per conto di Mohanned, l'autista al quale era stata rubata la macchina e poi incarcerato dagli iracheni, e di Wael, messo sotto torchio dagli americani, a mantenere i contatti con il manifesto. E anche quando sono tornata è stato lui a chiamarmi per sapere come stavo, quasi a scusarsi per quello che mi era successo, a mantenere i contatti, a rassicurarmi dopo lo shock del rapimento che mi impediva di riprendere i contatti con l'Iraq. L'ultima chiamata è di pochi giorni fa, gli avevo chiesto di mettermi in contatto con Wael che non avevo più sentito.
Il dolore per la morte di Adnan si acuisce all'idea che non sarà l'ultimo amico, conoscente o sconosciuto a morire ammazzato nel clima di impunità che regna in Iraq e che miete ogni giorno decine di vittime. Adnan lo conoscevamo, di molte altre non sapremo mai nemmeno il nome.