QUALI devono essere le "regole d´ingaggio" in situazioni d´emergenza? Questa espressione ci è divenuta familiare nei giorni drammatici dell´uccisione di Nicola Calipari e torna d´attualità dopo la morte a Londra di un giovane brasiliano, colpito dalla polizia e risultato poi del tutto estraneo al terrorismo. Quando è legittimo sparare? Si può rilasciare una "licenza di uccidere"?
Siamo così di fronte al punto estremo delle discussioni rilanciate dagli ultimi attentati. Non si tratta soltanto di chiedersi in quale misura la sicurezza possa giustificare limitazioni della libertà personale, della privacy, della libertà di circolazione o di comunicazione. È in questione il bene supremo, il rispetto della vita.
Il caso Calipari dev´essere ricordato perché, allora, l´attenzione si concentrò proprio sulle regole alle quali dovevano attenersi i soldati americani, sulla situazione ambientale e psicologica in cui si trovavano, sulla proporzionalità della loro reazione. E una giustificazione venne cercata proprio nel fatto che i militari americani si trovavano ad operare in una situazione di perenne minaccia, di difficoltà nel distinguere comportamenti normali e comportamenti sospetti di terrorismo.
Ma, allora come oggi, una conclusione del genere non può essere considerata appagante. Anche se fosse tutto vero quel che si dice per assolvere soldati americani e poliziotti londinesi, la gravità della situazione impone di non accettare l´accaduto come inevitabile, di considerare l´eventualità del ripetersi di fatti del genere e, quindi, di ragionare sui modi migliori per ridurre un rischio così incombente. Proprio perché viviamo in tempi tanto calamitosi, nessuno può girare la testa dall´altra parte, e assolversi pensando o dicendo che «ormai così va il mondo».
La questione delle regole esiste. Ma sappiamo che il vero problema è sempre quello del clima, del contesto in cui una regola deve poi essere applicata. Ecco perché, soprattutto quando ci si trova in situazioni estreme, bisogna accompagnare le norme con una cultura che possa minimizzarne gli effetti negativi.
Se si alzano i toni, se si invitano tutti, poliziotti e cittadini, a tenere sempre il dito sul grilletto, a sparare a vista al minimo sospetto, è fatale la nascita di un clima di allarme nel quale il verificarsi di "incidenti" diventa inevitabile. Se, invece, si mantiene fermo il criterio dell´assoluta eccezionalità di alcune forme di intervento, se si ribadiscono con precisione le modalità d´impiego delle armi, è probabile una riduzione al minimo dei possibili danni.
Un passo indietro, verso gli anni Settanta, ai tempi della legge Reale che introdusse norme che allargavano i casi di uso legittimo delle armi da parte delle forze di polizia. Dopo l´entrata in vigore di quella legge, si fu costretti a tenere una macabra contabilità, registrando i morti ammazzati a posti di blocco senza che, poi, fosse possibile fornire adeguate giustificazioni delle sparatorie. La legge non aveva solo attribuito un potere. Aveva legittimato una cultura della violenza che non produceva sicurezza, ma rischi per i cittadini, come accadde ad una delle tante vittime, un giovane medico romano, ucciso di notte su un lungotevere per non essersi fermato ad un alt di poliziotti in borghese che ben poteva aver scambiato per rapinatori.
Ecco dov´è il punto vero. Non dobbiamo pensare a regole per una partita a due, tra polizia e terroristi. Vi è un terzo soggetto, il cittadino, la cui sicurezza è invocata per introdurre norme d´emergenza che, poi, possono produrre pericoli proprio per chi dovrebbero difendere. Viviamo già in una situazione che sta trasformando tutti i cittadini in sospetti, grazie a controlli capillari e di massa che vanno dalla videosorveglianza alla lunghissima conservazione dei dati riguardanti le telefonate e la posta elettronica. Dobbiamo evitare una ulteriore deriva, che potrebbe portare alla trasformazione del cittadino in bersaglio.
Proprio il terrorismo ci mette di fronte a una radicale negazione della vita, che annienta attentatori e vittime. Guai se, in un impeto di reazione, ci lasciassimo coinvolgere in questa barbarie.
«Terrorismo in franchising» l'hanno definito i guru del Royal Institute of International Affairs. Abu Nidal, dice niente questo nome? E' quello del terrorista palestinese che offriva i suoi servigi negli Anni 70-80, uno psicopatico che uccise più palestinesi (e innocenti: vedi la strage di Fiumicino) che «nemici sionisti». Era, quella di Abu Nidal, una anonima assassini senza anonimato, una conchiglia vuota di volta in volta riempita da questo o quel clan integralista; dietro pagamento. Condannato a morte (in contumacia) da Arafat, espulso dalla Siria aveva trovato ospitalità a Baghdad ma, pressoché alla vigilia dell'invasione americana, la polizia di Saddam lo uccise.
L'attentato alla vacanza low cost di Sharm, come quello di Taba nell'ottobre del 2004, rientra sì nella strategia del jihad globale ma ha nome, cognome e indirizzo precisi: Mubarak. Va qui detto che Zawahiri è stato il portaborsa di Abdel Salam Farag, il teologo artefice dell'assassinio di Sadat. Le idee di Farag sono alla base delle periodiche farneticazioni di Osama che le trova nel «Precetto assente», breviario di fede e di violenza. Si dà per certo che Sadat sia stato ucciso per aver fatto la pace con Israele, «con gli ebrei». No. La pace con Israele è soltanto una delle colpe di Sadat, al quale venivano contestati in primo luogo la infitah (la politica della porta aperta al capitale straniero) e i suoi legami con l'Occidente, segnatamente con Washington. Le stesse colpe di cui viene accusato Mubarak, prossimo al quinto mandato. Gli egiziani 24 anni fa salutarono con simpatia l'avvento di Mubarak (giovanissimo vice presidente), gran lavoratore, onesto, «fratello saggio» del suo miserabile popolo.
Ma il potere logora e il Mubarak di oggi non è più il raiss della speranza. Paradossalmente gli Usa, che non approvano la condotta faraonica di Mubarak, si vedono costretti a sostenerlo poiché dopo di lui c'è l'incognita dei Fratelli musulmani, in non scarsa consonanza con al Qaeda.
Secondo gli esperti, la strage di Sharm mira a colpire Mubarak, «corrotto sulla terra», mentre gli attentati (annunciati) in Italia, in Danimarca intendono punire «i complici dei regimi» arabi «venduti a McDonald's». Se e quando arriverà l'attentato sarà dura. Ma sarebbe sciocco, e dunque controproducente, fasciarci subito la testa.
E vigiliamo, beninteso. Ma senza isterismi, fuori dalla «ideologia del tabloid» che porta al sospetto, al razzismo, alla pistola facile. Il terrorismo islamista, peste del nuovo secolo, non si sconfigge col «dagli all'untore» bensì con la pazienza, con la fermezza. Come al tempo plumbeo delle Br. Certo, al pari di quella, durata dieci anni, la resistenza alla follia omicida di Osama & C. implica il rifiuto di cedere a una «logica di guerra globale». Volta, questa, a coinvolgere anche quei musulmani con cui pacificamente conviviamo. Per converso ogni tentativo di appeasement si trasformerebbe in un tragico boomerang.
I nervi tesi di Gerusalemme
Sandro Viola su la Repubblica
DOMENICA sera, parlando a una riunione del suo partito, Ariel Sharon aveva attaccato duramente, e non senza ragione, il sindaco di Londra Ken Livingstone.
Livingstone s´era spinto infatti il giorno prima a giustificare (o almeno a comprendere) le stragi di civili israeliani compiute dai kamikaze di Hamas, e anzi aveva aggiunto che Hamas e il Likud, il partito di Sharon, «sono le due facce d´una stessa medaglia». La reazione verbale del primo ministro d´Israele era stata una protesta indiretta, fuori dai canali diplomatici: e come s´è detto, in buona parte giustificata. Ma ieri è accaduto qualcosa di più difficile lettura. Il governo israeliano ha protestato ufficialmente, convocando al ministero degli Esteri il nunzio apostolico monsignor Pietro Sambi, contro una frase pronunciata domenica da papa Ratzinger.
Dunque uno strappo improvviso nei rapporti tra Vaticano ed Israele, che negli ultimi anni, grazie anche alle iniziative di Giovanni Paolo II, erano molto migliorati rispetto al passato.
Il governo Sharon rimprovera al papa d´aver omesso di citare Israele quando due giorni fa, all´Angelus, Benedetto XVI aveva chiesto a Dio di fermare «la mano assassina» che ha recentemente seminato di vittime innocenti «l´Egitto, la Gran Bretagna, la Turchia e l´Iraq». Perché il pontefice non aveva incluso nella lista anche Israele, dove il 12 luglio un attentatore-suicida s´era fatto esplodere a Netanya ammazzando cinque israeliani? Ci sono forse vittime più importanti e altre meno? L´omissione è suonata a Gerusalemme inaccettabile, e il direttore degli Affari religiosi al ministero degli Esteri, Nimrod Barkan, lo ha detto a chiare lettere: «Abbiamo sentito il bisogno di battere il pugno sul tavolo», per avvertire il papa che non può migliorare il rapporto con gli ebrei se non condanna anche il loro assassinio da parte dei terroristi palestinesi.
Così, la prima domanda da porsi è se la protesta del governo di Gerusalemme contro il pontefice di Roma possa considerarsi in tutto o in parte giustificata, come lo era l´attacco verbale contro il sindaco di Londra.
E la risposta più attendibile è che no. Un passo diplomatico così reciso e rumoroso, oltre che senza precedenti (convocazione del Nunzio a Gerusalemme e consegna d´una cosiddetta «nota verbale», in realtà un testo scritto), appare infatti sproporzionato. E come tale, carico d´intenzioni e significati politici.
Benedetto XVI è stato con il suo predecessore uno degli artefici del riavvicinamento della Chiesa di Roma allo Stato ebraico. Ed è uomo di troppa esperienza per commettere l´errore d´una assurda distinzione tra vittime e vittime d´un terrorismo che ha, all´incirca, la stessa matrice. Quindi l´ipotesi d´una dimenticanza, d´una omissione involontaria nel suo discorso di domenica, è più che probabile. È vero, i morti di Natanya erano venuti dopo quelli di Londra: così che la sequenza dei paesi martoriati dalle bombe in questo luglio mostrava un vuoto, appunto Israele, ciò che poteva spingere il governo Sharon a una doglianza, e magari ad una richiesta di spiegazioni, da inoltrare in modo più discreto di come esso ha fatto ieri.
I motivi dello strappo compiuto dal governo Sharon vanno quindi ricercati in Israele. Nei giorni convulsi, tormentosi, che Israele sta vivendo alla vigilia del ritiro dei coloni e dell´esercito dalla Striscia di Gaza.
Il ritiro da Gaza è il primo passo d´uno sgombero di tutti o quasi tutti i territori occupati nel 1967, o nelle intenzioni riposte di Sharon è un ritiro che chiude il discorso sulla restituzione ai palestinesi delle loro terre? Qui i dubbi restano molti, e persino il governo americano ha lasciato capire di non sapere esattamente come evolverà la situazione.
Ciò detto, resta tuttavia l´importanza simbolica e sostanziale dell´uscita israeliana da Gaza. E non c´è dubbio che sarà un´uscita ardua, forse drammatica, a causa delle azioni parallele dei coloni e dei gruppi armati di Hamas e della Jihad. È quindi su questo sfondo, la prospettiva cioè dei giorni caotici e forse anche cruenti della metà d´agosto, che va collocato lo strappo col Vaticano. Il clamore della protesta contro papa Ratzinger.
Israele è alla vigilia d´un passo che non aveva mai fatto (lo sgombero del Sinai, dove c´era solo una minuscola colonia ebraica, fu altra cosa). Il paese è lacerato, i pericoli d´uno scontro con caratteri di guerra civile sono vaghi ma non inesistenti. Ed è perciò che il governo Sharon reagisce contro ogni accenno d´una sottovalutazione della minaccia che il terrorismo palestinese fa incombere su Israele. Lo fa contro il pontefice di Roma (e forse ben sapendo che la sua omissione di domenica scorsa fu casuale), ma intendendo ammonire chiunque altro.
Le bombe sono uguali per tutti, Israele compreso. E specie oggi mentre si prepara alla prima, vera evacuazione dei territori che la sua classe politica aveva fatto credere agli israeliani che fossero parte, ormai per sempre, d´un Grande Israele.
Due miliardi spesi nell'inferno dell'Iraq
Silvana Pisa* su l'Unità
Dal giugno del 2003 a tutto il 2005 il costo ufficiale della missione Antica Babilonia è di circa un 1 miliardo e duecentomila euro per la parte militare e di circa novantadue milioni di euro per la parte umanitaria: già questa proporzione - meno di un decimo - la dice lunga sull'ambiguità della nostra missione sempre intitolata negli atti legislativi Missione umanitaria e di ricostruzione in Iraq. A queste cifre vanno però aggiunti ulteriori costi per gli stipendi, per l'addestramento specifico per i reparti destinati all'Iraq, per l'usura dei mezzi impiegati in zona operazioni, per le attività di supporto in Italia e nel teatro operativo. Alla fine il costo reale aumenta del 70 per cento. Vediamo come.
Cominciamo dagli stipendi: le somme stanziate coprono soltanto le indennità aggiuntive di missione, ma non includono i trattamenti base. Il monte stipendi speso per i circa 3.000 militari presenti in Iraq ammonta a circa 48 milioni di euro ogni sei mesi: in due anni e mezzo fanno un totale di 240 milioni. Un costo da considerare, perché la decisione di strutturare le forze armate su 190 mila uomini è stata presa valutando questo livello di impegno internazionale.
Uno schieramento così massiccio di uomini all'estero ha ripercussioni d'altra parte sull'operatività delle caserme e dei reparti rimasti in Italia, rendendo necessario il ricorso al richiamo di riservisti, agli straordinari, anche all'outsourcing. Sono altri 50 milioni di euro.
Preparare i reparti per le missioni significa fargli svolgere attività molto intense nei mesi precedenti l'invio, il che di fatto raddoppia gli uomini direttamente impegnati per la missione: un costo ulteriore di circa 100 milioni di euro.
L'usura dei mezzi. Le forze armate hanno circa 5000 mezzi di vario genere in Iraq, che costano 9.250.000 euro al mese per funzionare. L'uso in condizioni operative e ambientali estreme comporta una maggiore usura che si può valutare in un maggior costo del 20%. Una spesa aggiuntiva mensile, dunque, di circa 2 milioni di euro, un totale di 60 milioni nei trenta mesi di missione.
Il supporto in Italia, dalla logistica, alle telecomunicazioni, al comando e controllo;: almeno altri 500 uomini impegnati, con mezzi e materiali. Altri 30 milioni di euro complessivi da calcolare. Ne deriva che il costo totale dei due anni e mezzo della missione Antica Babilonia è quindi di 1 miliardo e 772 milioni di euro.
Ma il prezzo di gran lunga maggiore pagato è quello umano. Sono sinora caduti 32 militari e civili, morti per atti ostili o per cause accidentali, sempre comunque troppi. Per non parlare delle vittime altrui, prime tra tutte quelle irachene, per lo più civili uccisi dai bombardamenti americani prima, e poi durante le loro normali attività operative. E ancora le vittime della guerra civile irachena, le circa 7.000 persone uccise dai quasi 1.000 kamikaze. Un bagno di sangue inutile e crudele che da più di due anni quotidianamente si svolge nel devastato scenario iracheno che - secondo i calcoli più recenti - raggiunge il numero di 25.000 vittime irachene. A questi vanno aggiunti i morti delle truppe occupanti: 1759 americani, 92 inglesi, 16 ucraini, 14 polacchi, 19 spagnoli, e 24 di altri paesi.
Nel prezzo pagato per l'occupazione irachena c'è dell'altro: le violazioni sistematiche dei diritti umani, le perquisizioni illegali, la distruzione di intere città: Ramadi, Samarra, Tall-Afar, Falluja. Quest'ultima ha visto ben 36.000 abitazioni danneggiate di cui 2.000 bruciate, 3.100 rase al suolo, 2.000 fabbriche e piccole aziende distrutte, devastate anche moschee, ospedali, scuole. In attesa di risarcimenti, 31 mila abitanti di Falluja vivono accampati fuori dalla città. Sono numeri e fatti che restituiscono l'orrore di una guerra illegittima e insensata. E quale è stato il ricavo per l'equilibrio mondiale, quale il vantaggio per il nostro paese? Il mondo è più sicuro da quando si è sollevato il coperchio del vaso di Pandora iracheno?
Il ministro Martino sul quotidiano La Stampa per giustificare la permanenza del nostro contingente in Iraq afferma: «Abbiamo un ruolo positivo e lo dimostra il fatto che a Nassyria la partecipazione al voto è stata alta». Peccato che - secondo quanto ci ha detto nel briefing il generale della Folgore Costantino durante una recente visita di parlamentari a Nassiriya - manchi un'anagrafe e non si sappia nemmeno il numero degli abitanti della provincia di Dhi Qar! Il che la dice lunga sulla regolarità di un voto, che per l'Iraq nel suo complesso è stato comunque positivo per la partecipazione anche se boicottato dalla componente sunnita. Ma la situazione - lo abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni - è molto lontana dalla normalizzazione e la nostra missione umanitaria di stabilizzazione e di ricostruzione in Iraq è abbastanza opaca.
In un contesto di instabilità, il lavoro che il nostro contingente (preparato, capace, composto da belle persone) riesce a svolgere consiste, in base alla scala da 0 a 100 fornitaci nel briefing, di 70 per l'attività di sorveglianza sul territorio, di 45 per le scorte, di 35 sorveglianza ai presidi fissi e di 30 per le attività umanitarie. Queste si svolgono quando le condizioni di sicurezza lo permettono. Consistono in un ambulatorio da campo per visite veloci che viene portato nei villaggi - l'ospedale attrezzato che svolge un ottimo lavoro è invece nel presidio di Camp Mittica - e nella distribuzione di generi alimentari di prima necessità. Quando abbiamo chiesto ai militari che ci accompagnavano con quale criterio venivano scelti i villaggi in cui andare per la distribuzione, non ci hanno saputo rispondere: secondo il bisogno? Il grado di povertà? O secondo le richieste degli sceicchi locali e delle nuove autorità provinciali recentemente elette e accusate di corruzione dai primi? In questo caso si tratterebbe di una forma morbida di clientela per prevenire possibili ostilità, nello stile Usa di «conquistare le menti e i cuori» inventato senza esito da Robert Mcnamara nei confronti della popolazione vietnamita: versione moderna delle perline e degli specchietti distribuiti dai conquistadores col crocifisso in mano nell'America Latina del XVI° secolo. Comunque la si veda, il contesto odierno è lontano dalla stabilizzazione. Certo, si stanno addestrando le nuove forze armate e le forze di polizia, oggi sono riaperti i reclutamenti per chi apparteneva alla polizia baathista che era stata disciolta due anni fa: disfare e rifare. È questo il leit-motiv stile gambero della ricostruzione degli occupanti. Non ne può uscire nulla di buono. Perchè non fare quello che da tempo si propone: la pacificazione con i resistenti non terroristi, in una conferenza che non li veda esclusi; un calendario per il ritiro di tutte le truppe che sancisca il diritto del popolo iracheno di autodeterminarsi e di rifiutare l'occupazione (tutti i partiti, nei programmi elettorali delle scorse elezioni, prevedevano il ritiro degli occupanti); l'assegnazione alle Nazioni Unite di un ruolo effettivo, unica garanzia per una reale stabilizzazione e pacificazione. * deputata Ds nella commissione Difesa
Quei soldi pubblici agli integralisti
Nuove moschee
Magdi Allam sul Corriere della Sera
L'Italia dei politici creduloni e degli ideologizzati non si smentisce. Accadde all'indomani dell'11 settembre, il più sanguinoso attentato terroristico.
Allora la Regione Campania promosse la costruzione di una grande moschea a Napoli. All'indomani del 7 luglio il Consiglio comunale di Firenze ha concordato sulla costruzione di una moschea cittadina.
Chiariamo subito: ben vengano le moschee quali luoghi di culto. Ma il problema si pone quando rischiano di trasformarsi in centri di indottrinamento all'integralismo islamico, se non veri e propri covi di arruolamento di terroristi. Ebbene, sapete da chi sarebbero controllate le moschee di Napoli e Firenze qualora fossero realizzate? Dall'Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia), affiliata ai Fratelli Musulmani, un movimento integralista fuorilegge nella maggior parte dei Paesi musulmani.
Il caso della moschea di Napoli si arenò in Parlamento per l'opposizione della Lega e le riserve della Casa delle libertà al finanziamento pubblico, oltre due miliardi di lire, deciso dal presidente della Regione Antonio Bassolino. L'onorevole Antonio Soda, dei Ds, denunciò la «cultura dell'intolleranza».
Il convincimento, legato allo stereotipo del tutto visionario secondo cui l'homo islamicus non avrebbe altra aspirazione che pregare dalla mattina alla sera, sembra aver ispirato il capogruppo dei Ds a Firenze Ugo Caffaz, di fede ebraica, che ha annunciato l'iniziativa di una grande moschea destinata ai «fratelli islamici». I consiglieri verdi Varrasi e Valentino hanno sostenuto che «la religione, la conoscenza e la bellezza estetica sono gli antidoti più potenti contro la violenza». Peccato che l'Arabia Saudita con le sue 45 mila moschee e l'Egitto con le sue 90 mila moschee si siano rivelati terreni fertili del terrorismo islamico. La verità è che, a differenza di quanto asserito ieri da Paolo Portoghesi sul Corriere, non è affatto automatico che il luogo di culto si traduca in una cultura della pace. La verità, ahimè amara, è che se anche non tutte le moschee sono integraliste o terroriste, tutti i terroristi sono diventati tali attraverso la moschea.
In questi giorni non puoi parlare con Agazio Loiero per qualche minuto che viene interrotto da un finanziere per una nuova minaccia di morte.
«Le dirò: non ho paura. Non so se mi crede... Chi mi abbia mandato questi messaggi non lo so, ma abbiamo toccato davvero moltissimi interessi».
Un'idea almeno se la sarà fatta...
«Tante cose... Ci sono cinque processi aperti sulla Salerno-Reggio Calabria, per esempio. Ed è un anno che per oltre 50 chilometri si viaggia su una corsia. Non è possibile. L'ho detto anche a Lunardi: non si può tenere una regione in queste condizioni. Ma io do un valore sommo allo spoils-system. Perché abbatte parecchia gente. Ci sono interessi che lo spoils-system cancella completamente. Negli ultimi quattro o cinque mesi il mio predecessore aveva fatto un'infinità di nomine...». Immagino che lei non pensi che la minacci un funzionario messo alla porta quanto chi contava sui suoi servigi...
«Ecco. Non ho un'idea precisa. So che lo spoils-system ha travolto interessi. Situazioni consolidate sono saltate. E questo ha creato malessere. Lo vedo. Lo sento. Da tante cose. Magari i rimossi stabilivano una continuità di rapporto con la Regione. Ma non penso solo al problema dei rimossi. Pensi a cosa cambierà col trasferimento di competenze che abbiamo già deciso dalla Regione alle Province entro il 30 giugno del 2006. Da quanto tempo se ne parlava? Tutti questi mondi, che avevano un riferimento costante alla Regione, nel momento in cui tu decentri, non ce l'hanno più. Noi scenderemo da 4.500 dipendenti a 1.800...». E gli altri?
«Molti saranno trasferiti alle Province, altri agli enti, altri pensionati... Chi aveva un punto di riferimento, mondi ortodossi ma anche al limite del reticolo affaristico-criminale, deve ricominciare da capo. Io ho trovato una Regione dove mancavano perfino le copie delle delibere». Cioè?
«Mancavano le tracce delle decisioni prese. Un'anarchia permanente. Atti e carte spariti. Siamo rimasti ai tempi in cui i forestali in rivolta buttarono i conti consultivi dalla finestra. Non fu facile ricostruire, almeno in parte, ciò che era stato. Per una decina di anni non fu possibile approvare un solo bilancio consultivo». A dire il vero, per 27 anni non ci fu un bilancio approvato nei termini di legge.
«Ooooh: e allora perché mettete in croce me?».
C'è chi dice che il nocciolo dello scontro, quello vero, sia la Cittadella regionale, dove dovrebbero essere accorpati gli uffici.
«Anche. Lì stiamo prendendo un impegno mastodontico a firmare un appalto prima del 31 dicembre sennò perdo 60 mila euro che dovrei avere dal governo. So che questo sarà un elemento di folklore ma sa quanto paga la Regione l'anno di affitti a privati per i suoi uffici a Catanzaro? Tredici miliardi di vecchie lire. Le pare possibile? E' chiaro che, se faccio questa sede, tocco una serie di interessi. E la faccio, sa?». E gli sbancamenti, storicamente in mano troppo spesso a grandi famiglie mafiose?
«Certo, se fai un appalto...». Anche le cooperative rosse, a Nardodipace, si adattarono a farsi fare gli sbancamenti da un'impresa che odorava di 'ndrangheta.
«Sì, i problemi ci sono. Sarebbe sciocco negarli. Anche questo è un tema. Come la decisione, deliberata, che la Regione si costituisca sempre come parte civile (sempre: non una volta sì e un'altra no, come accadeva) in tutti i processi di mafia. Siccome deturpano l'immagine della Calabria... Guardi: insistere nel descrivere i vizi della Calabria è lo sport più facile del mondo...». Anche insistere negli stessi vizi.
«C'è un pregiudizio subliminale... ». Un tasso di omicidi 17 volte più alto di quello nazionale come ce l'hanno alcuni paesi non è tanto subliminale, via...
«Non c'è dubbio. Ma chi racconta un fatto sulla Sicilia ha già un occhio diverso. Perché ci sono tre università antiche, i siciliani sono simpatici e Monica Vitti quando parte con la pistola...». Insomma: è geloso della Sicilia.
«Sì. La vera isola siamo sempre stati noi. Quelli tagliati fuori dall'Italia. Anche gli scrittori del Grand Tour ci saltavano. Al massimo arrivavano a Paola, da dove si imbarcavano per Palermo».
Condomini, boom di liti tra vicini una legge per far scoppiare la pace
Due milioni di italiani in causa per spazi comuni, spese di manutenzione e rumori. Il Parlamento vara le nuove norme. A sessant´anni dall´entrata in vigore del codice civile le regole cambieranno.
Elsa Vinci su la Repubblica
ROMA - È presto per dire se sarà uno strumento di pace, ma è quasi pronta. La commissione Giustizia del Senato sta per consegnare alla Camera la prima legge sulla convivenza fra vicini. «Per sessant´anni siamo stati amministrati da alcune norme del codice civile - spiega il relatore del ddl, Franco Mugnai, di An, - adesso insufficienti per una società individualista e più conflittuale». Liti, veleni e vecchi dispetti, l´androne è diventato un´arena. Paradigma della litigiosità italica, regno degli attaccabrighe, teatro dell´insulto, il condominio è il luogo oscuro in cui si consuma la ripicca. «Sono state circa 212 mila le cause tra vicini davanti al giudice di pace negli ultimi dodici mesi, un quarto del totale del contenzioso, al terzo posto nelle controversie dopo sinistri e multe», dice Franco Petrelli, presidente onorario dell´associazione nazionale. Alla commissione Giustizia, riunita oggi e domani in sede deliberante, restano da approvare proprio le norme che dovrebbero ridurre il conflitto: sono previsti vari strumenti di conciliazione giudiziale.
«La novità più significativa - spiega Mugani - è l´aver introdotto un meccanismo per la gestione delle parti comuni che, se hanno perso la funzione originaria, possono essere amministrate a maggioranza e non più all´unanimità». L´unanimità, «irraggiungibile» in un condominio. «Tutta colpa del citofono», scherza Pietro Membri, presidente dell´Anaci, associazione nazionale degli amministratori. Rivoluzione tecnologica degli anni Sessanta, il "portiere elettrico" meno costoso di quello umano, non va in ferie e soprattutto non si impiccia. «Ma ha decretato la fine della convivenza». L´elogio postumo del portiere in carne e ossa - factotum, consigliere, mediatore sociale - è dovuto all´impennata, già registrata dal Censis, del tasso di litigiosità tra le mura perimetrali. La proposta del Senato riconosce capacità giuridica al capo condominio, trasformato in una "società" per la conservazione e l´amministrazione delle cose comuni. Maggiori poteri a chi gestisce e maggiore possibilità di controllo per proprietari e inquilini. Il disegno di legge affronta il dettaglio dei rendiconti nelle posizioni creditizie e debitorie e dei vari condomini morosi. «Sono in tanti a lamentare che i bilanci altro non sono che elenchi di fatture».
Un felice esperimento a Milano ha convinto i senatori a introdurre la "targa d´identità", da affiggere accanto al portone del palazzo con nome e numero di telefono dell´amministratore. Nella proposta c´è un capitolo sulla sicurezza delle persone e delle cose, è disciplinata la collocazione delle antenne paraboliche.
Scrive il Censis nell´unico rapporto sulla vita in condominio diffuso in maggio: sono 850 mila le cause ogni anno (circa due milioni di italiani in lite giudiziale). Non tutti sono processi civili. Qualche spuntatura alla cronaca nera degli ultimi anni dimostra che per un posto auto un condomino può arrivare a uccidere. Domenica scorsa a Roma, nella tranquilla via Poerio a Monteverde, Maurizio P., 51 anni, durante l´ennesima lite con i vicini che si lamentavano per il chiasso, è uscito per le scale brandendo una spada.
Trascurato dai sociologi, snobbato dal cinema, pochi i romanzi, il condominio è un´esperienza universale, come la scuola: sono tredici milioni e mezzo le famiglie italiane che vivono "in verticale". E il primo comandamento della suprema Corte di Cassazione è: al vicino si può dare al massimo del «rompicoglioni». Chiamarlo «psicopatico» equivale a una condanna.
In fondo le assemblee di condominio cosa sono? La prima cellula di democrazia in vitro, ma l´Italia è cambiata, la comunità è diventata somma di individualità. Il grido di battaglia resterà: non per soldi ma per principio!».
Eminem, Prince, Tarantino
ecco i re delle colonne sonore
Il magazine Hollywood.com pubblica la hit parade degli album più belli tratti da film. Ci sono anche "Grease" e "Dirty dancing".
Claudia Gorgoglione su la Repubblica
Emozioni a base di musica e di cinema, di note e di immagini cult, quelle legate alle colonne sonore dei film. Inscindibili dalle pellicole che ci hanno fatto sognare, dalle scene-clou che non riusciamo a dimenticare, da sensazioni di felicità o nostalgia. La casistica è praticamente infinita: c'è chi si commuove per lo sdolcinatissimo tema musicale di Love-story; chi si scatena in danze travoltiane al suono di Stayin' alive; chi impazzisce per la Everybody needs somebodyto love versione BluesBrothers. E gli esempi potrebbero continuare.
Ma adesso, a tentare una classifica generale - al di là dei gusti e delle nostalgie di ciascuno di noi - è l'autorevole sito americano Hollywood.com, che ha stilato la hit parade delle colonne sonore più belle di sempre. Con un trionfatore assoluto: Eminem, che col film 8 Mile - di cui è ispiratore, protagonista e autore delle musiche - si piazza al primo posto. Una scelta che può apparire eccessivamente giovanilista, in una graduatoria che vuole essere "per tutti". Ma la realtà è che i brani inseriti in questo film sono belli, pieni di stile, fatti di amore e rabbia, perfettamente inseriti nel contesto: raccontano l'ascesa di un giovane rapper, bianco e poverissimo, che dalla periferia di Detroit riesce a sfondare.
Sul piano più strettamente musicale, il singolo che ha avuto maggiore successo, tratto dall'album, è Loseyourself; ma vanno ricordati anche i mitici duelli con gli altri rapper presenti del film, e il contributo alla colonna sonora fornito da altri cantanti, tra cui 50 Cent, Jay-Z, Macy Grey.
Dietro re Eminem, in questa classifica delle più belle musiche da film, si piazza un altro personaggio cult del pop internazionale: Prince, secondo classificato col suo film semi-autobiografico Purple Rain. E anche qui c'è poco da polemizzare: tutti conoscono la forza dell'omonimo brano, uno dei tanti presenti nella pellicola. Ma la pellicola in questione va citata anche perché rappresenta un classico esempio di colonna sonora indimenticabile inserita in un'opera cinematograficamente dimenticata.
Al terzo posto, un classico adolescenzial-ballerino di fine anni Ottanta: Dirty dancing, con Patrick Swayze che insegna ballo e disinibizione a una ragazza in partenza un po' goffa (Jennifer Grey). A corredare questa storia dall'esito prevedibile, una musica orecchiabile destinata a entrare nella memoria di tutti: tutti conoscono l'hit (I've Had) TheTime of My Life, cantata (ma questo pochi lo ricordano) da Bill Medley e Jennifer Warnes.
Quarta classificata l'unica, tra le opere citate, poco nota qui in Italia: si chiama La mia vita aGardenState, negli Usa è stata un piccolo fenomeno, da noi è uscita in sordina questa estate. Il film, diretto e scritto da Zach Braff, parla di un ritorno nel luogo natio denso di conseguenze, per il protagonista. Corredato da brani di artisti fra i più trendy del momento: primi fra tutti i Coldplay con Don't panic. Tra le chicche anche un brano di Colin Hay, ex cantante dei Men at work: I Just Don't Think I'll Ever Get Over You.
Subito dopo, in quinta posizione, un classico dei classici, un supercult della generazione dei quasi-quarantenni di oggi: Grease, il musical ambientato negli anni Cinquanta con John Travolta e Olivia Newton-John. E diciamo la verità: chi non è capace di canticchiare almeno uno dei brani più noti - da Summer lovin' a You are the one that I want, da Sandy a quello che dà titolo al film - alzi la mano.
E come in ogni classifica che si rispetti, anche qui vanno segnalati i grandi esclusi. Un elenco di cui fanno parte le colonne sonore della Febbre del sabato sera, del celeberrimo Flashdance, del tarantiniano JackieBrown, del musical Chicago.
Scarafaggio-robot guida i suoi «simili»
E' stato realizzato in Svizzera ed è in grado di secernere ormoni artificiali che gli permettono di comunicare con gli altri insetti. Servirà a studiare le società animali dotate di «intelligenza collettiva».
Una società di insetti guidata da un loro consimile «sintetico» creato dall'uomo? Potrebbe sembrare un buon soggetto per un nuovo romanzo di fantascienza in stile «Crichtoniano». E invece è già realtà.
Ingegneri dell'Ecole Polytecnique Federale di Losanna (Svizzera), hanno infatti messo a punto un minuscolo robot in grado di mimare il comportamento degli scarafaggi.
Gilles Caprani, responsabile del progetto, ha dichiarato che «si tratta dell'ultima frontiera nelle relazioni tra vita artificiale e vita biologica».
Lo scarafaggio robotizzato è grande qualche centimetro ed è mosso da micromotori elettrici. Il «cervello» del robot è costituito da due processori alimentati con batteria al litio. Insbot (questo il nome dell'«animale») si muove governato da 12 sensori ai raggi infrarossi ed è dotato di una piccolissima telecamera e di antenne a radiofrequenza.
Ma la vera, e più sorprendente, peculiarità di questo insetto creato dagli ingegneri svizzeri è la capacità di secernere feromoni sintetici, in pratica «odori» che servono a comunicare con gli insetti veri e quindi gli consento di inserirsi all'interno di una normale comunità di scarafaggi.
Lo sviluppo della «blatta robotica» dovrebbe permettere di realizzare tecnologie per controllare queste forme di intelligenze collettive. E infatti l lo scarafaggio sintetico si è già dimostrato capace di guidare gruppi di consimili biologici fuori dalla propria tana.