Alla fine Scotland Yard lo ha ammesso: l'uomo ucciso venerdì mattina con cinque colpi di pistola da agenti in borghese non aveva nulla a che fare con gli attentati, e non era neppure nella lista dei sospetti. Ha avuto la sfortuna di uscire da una delle case che erano sorvegliate dalla polizia e di fuggire quando i poliziotti hanno cercato di fermarlo. «Il governo brasiliano è scioccato per il fatto che un concittadino sia stato apparentemente vittima di un errore della polizia londinese - si legge in un secco comunicato diffuso dal governo brasiliano - siamo in attesa di spiegazioni». Anche la comunità islamica protesta e chiede spiegazioni: «Rischiamo di trovarci di fronte a una politica di sparare per uccidere».
"La repressione non basta subito la Consulta islamica"
Pisanu: noi stiamo in guardia, ma il terrorismo può colpire
"Le forze dell´ordine, quelle della difesa e della protezione civile sono all´altezza del compito".
Il ministro dell´Interno: il nuovo organismo permetterà il dialogo con i musulmani moderati.
La battaglia al fondamentalismo islamico si combatte e si vince a due mani: una armata contro i terroristi e l´altra tesa verso i moderati. Finora l´Europa si è occupata molto della prima e poco della seconda con le conseguenze che vediamo.
Sono convinto che in questo Paese afflitto da bipolarismo immaturo il Viminale abbia bisogno di un ministro di garanzia, non di un ministro di polizia. Per questo punto a realizzare la più ampia concordia tra governo e Parlamento.
Ciampi ha ragione da vendere. La chiusura delle frontiere interne non servirebbe a contrastare il terrorismo e limiterebbe le libertà di 'andare e venire´ che il Trattato di Westfalia consegnò alla storia. L´Europa semmai deve difendere meglio le sue frontiere.
Conosciamo bene la realtà variegata delle moschee, dei centri culturali, delle scuole coraniche: siamo sempre più in grado di individuare le insidie che nascondono e le opportunità che offrono. Abbiamo strumenti per fronteggiare la situazione.
«L´Europa deve saper tendere la mano al mondo islamico moderato evitando ad ogni costo di rinchiudersi in se stessa, negando accoglienza a chi vuole venire in pace e nel rispetto delle regole alla ricerca di un futuro migliore.» Gli attentati di Londra e Sharm El Sheik non hanno fatto cambiare idea al ministro dell´Interno Giuseppe Pisanu, da sempre assertore di una linea di dialogo tra Occidente e Islam. Anzi. Pisanu mette in guardia dai rischi che comporterebbe il prevalere di una politica di repressione indiscriminata e xenofoba capace di portare altri argomenti alla propaganda terroristica che invece perde consenso anche tra gli immigrati che vivono nelle nostre città. E proprio nella convinzione che insieme cristiani e musulmani possono sconfiggere il terrorismo il ministro annuncia a Repubblica che nei prossimi giorni nascerà al Viminale la Consulta islamica, un organismo consultivo pensato proprio per far dialogare lo stato con la comunita islamica nazionale.
Ministro Pisanu, subito dopo l´attacco di Londra intellettuali e politici occidentali hanno sostenuto che una risposta ai terroristi deve essere quella di non modificare il sistema di libertà civili conquistate nei secoli e di difendere anche le piccole abitudini di tutti i giorni. I massacri londinesi e di Sharm el Sheik fanno però sembrare questo ragionamento lontano dalla realtà. La gente ha paura di prendere la metropolitana, ormai non solo a Londra. Molti in Italia rinunciano alla vacanza in Egitto. Per restare se stesso, l´Occidente è costretto a cambiare?
« No, deve semmai consolidare queste libertà e queste abitudini. E ciò proprio per rispondere più efficacemente all´attacco dei terroristi. Tenga presente che si tratta di gruppi oltremodo aggressivi, sparsi in gran parte del mondo, ma assolutamente minoritari e privi di una organizzazione gerarchicamente costruita. Hanno perduto l´Afghanistan, che era il loro Stato base, hanno subito colpi durissimi e ora stanno perdendo rapidamente gran parte del consenso di cui godevano nel mondo islamico e presso gli immigrati in Occidente. Sono destinati alla sconfitta. Conservano, però, una grande aggressività, un forte potere destabilizzante e colpiranno ancora per diversi anni. Ma otterranno risultati politici rilevanti soltanto se l´Europa, allontanandosi dai suoi valori, lascerà spazio alla repressione indiscriminata, al razzismo e all´islamofobia».
Ma l´emergenza terrorismo implica anche un restringimento degli spazi di libertà.
«Certo, più sicurezza vuol dire anche meno privacy e disciplina più severa delle nostre libertà. Ricordiamoci, comunque, che la sicurezza è l´espressione concreta di una libertà fondamentale: la libertà dalla paura»
Dopo molte polemiche il governo ha approvato il pacchetto di misure per rafforzare la sicurezza in Italia. Si sente di tranquillizzare i cittadini italiani che il massimo è stato veramente fatto?
«L´esempio di Londra, che è ancora oggi una delle città meglio protette del mondo, non consente affermazioni baldanzose. Comunque con l´adozione di queste misure abbiamo accresciuto l´efficienza del sistema antiterrorismo costruito dopo l´11 settembre e via via potenziato dopo le tragedie di Nassiriya e Londra. Resta il fatto che nessuna città, nessun luogo al mondo può considerarsi al riparo dalla minaccia terroristica»
Roma è indicata dagli esperti come un possibile obiettivo del terrorismo islamico. Può confermare questa analisi? E può indicare quali sono ad avviso del governo gli obiettivi sensibili in Italia?
«Si può sostenere anche il contrario. Perché, a parte la grande considerazione politica di cui gode il Santo Padre, Roma, sede di una delle tre "religioni del libro", appare agli occhi di molti musulmani come una città santa e intoccabile. Ma non facciamoci illusioni. In realtà il terrorismo può colpire diverse città italiane e gli obiettivi più disparati, compresi i cosiddetti soft target. I simboli e le coincidenze sono importanti, però contano di più le possibilità di riuscita dell´attentato. Insomma, si colpisce nel luogo e nel momento più propizio all´attacco»
Si sente di escludere che la nostra presenza in Iraq ci collochi tra i paesi a rischio attentati?
« Non posso escluderlo a priori. Osservo però che l´Egitto non ha mandato soldati in Iraq, eppure è stato colpito ripetutamente prima e dopo quella guerra. No, mi creda, l´Iraq come l´Afghanistan o il conflitto israelo-palestinese sono soltanto pretesti politici di grande impatto propagandistico, ma non sono cause scatenanti del terrorismo di matrice islamica».
C´è qualche misura che ancora non è stato possibile adottare e che vorrebbe vedere approvata per rafforzare la lotta al terrorismo? La superprocura può essere un ulteriore risposta?
«L´idea della superprocura circola da qualche anno e recentemente ha dato luogo anche a proposte parlamentari che appaiono tanto autorevoli quanto difficili da comporre in un disegno unitario. Penso, in particolare, a quelle avanzate dai democratici di sinistra e dal Presidente emerito della repubblica Francesco Cossiga. Le resistenze di cui lei parla si spiegano con la complessità della materia e la delicatezza dei ruoli in gioco, dalla magistratura alle forze dell´ordine».
Nei giorni successivi al massacro di Londra lei è stato protagonista di un braccio di ferro con la Lega e con il ministro Castelli, sembrando più in sintonia con le opposizioni. Oggi Castelli canta vittoria per l´introduzione del prelievo della saliva. Non crede che alcune forze strumentalizzino quanto sta accadendo nel mondo per alimentare anche da noi paure irrazionali contro gli stranieri ?
«In fatto di sicurezza e specialmente di lotta al terrorismo, io ho sempre tenuto alta la mira su un obiettivo fondamentale: quello di realizzare la più larga concordia possibile tra governo e Parlamento, tra cittadini e forze dell´ordine. Finora credo di esserci riuscito, senza menarne vanto. E continuerò a farlo. Sono infatti convinto che, oggi come non mai, in un Paese afflitto da questo bipolarismo immaturo, il Viminale abbia bisogno di un ministro di garanzia, non di un ministro di polizia. Per il resto porto pazienza, ben sapendo che "ogni aiuola dà i fiori che può dare».
Lei è stato fautore del dialogo interreligioso. Gli attentati londinesi compiuti da cittadini britannici riportano i riflettori sulle comunità islamiche. Qual è il suo giudizio sull´Islam italiano? Sono motivate le preoccupazioni di alcuni media, che Lega e settori di An cavalcano in chiave xenofoba? Ci sono controlli sufficienti?
«Mi lasci fare una premessa indispensabile. La battaglia al fondamentalismo islamico si combatte e si vince a due mani: una armata contro i terroristi e l´altra tesa cordialmente verso i musulmani moderati. Finora l´Europa si è preoccupata molto della prima mano e poco della seconda, con le conseguenze che tutti vediamo. E non mi riferisco soltanto alle atrocità del terrorismo, ma anche agli effetti dannosi (emarginazione sociale, isolamento culturale ed esasperazione politica) di una immigrazione islamica più subita che governata. Per questo sostengo il dialogo interreligioso, guardando all´integrazione senza assimilazione degli immigrati islamici e, contemporaneamente, alla pacifica convivenza del mondo islamico e di quello cristiano, specialmente nell´area mediterranea. Come confermano Londra e Sharm el Sheik, il terrorismo colpisce indiscriminatamente l´uno e l´altro. E´ tempo che cristiani e islamici, egualmente minacciati, si uniscano per isolare e battere il nemico comune».
Dia qualche esempio concreto
«Non posso certo parlarle delle attività di intelligence e di altre forme riservate di prevenzione. Le ricordo, invece, le iniziative promosse dalle prefetture per il dialogo interreligioso e per la tutela dell´immigrazione regolare. E le annuncio la nascita, fra pochi giorni, della consulta islamica presso il ministero dell´Interno: un passo difficile e promettente per cominciare a dare consistenza e voce all´Islam italiano».
Punto centrale del confronto e del dialogo è il trattamento riservato agli immigrati. Le misure che il governo sta per approvare non rischiano di accanirsi sui clandestini che arrivano con la speranza di trovare un lavoro e non con l´obiettivo di partecipare alla guerra santa jihadista? Non stiamo andando proprio nella direzione auspicata dalle forze xenofobe?
«Questo rischio sarà evitato se continueremo a rispettare scrupolosamente le leggi e le convenzioni internazionali».
Il presidente Ciampi chiede il mantenimento degli accordi di Schengen. Ma in Europa il dibattito è aperto e in Italia la Lega insiste per una sospensione del trattato. Ci attende un´Europa chiusa in se stessa, con le frontiere sigillate e la paura di viaggiare?
«Il presidente Ciampi ha ragione da vendere. Le ricordo, peraltro, che gli accordi di Schengen sono stati sospesi temporaneamente più volte e per ragioni diverse in diversi Paesi d´Europa, mai per terrorismo. Con questa motivazione lo ha fatto solo la Francia e solo per la durata di un mese. L´Europa, invece, deve proteggere meglio le sue frontiere esterne perché i terroristi o sono già nel suo territorio (e si muovono all´interno con documenti passabili) o vengono da fuori. La chiusura delle frontiere interne, dunque, non servirebbe a contrastare il terrorismo e limiterebbe inutilmente quella "libertà di andare e venire" che il Trattato di Westfalia consegnò alla storia d´Europa».
Vittime e carnefici della lunga guerra
Siegmund Ginzberg su l'Unità
Se si vuole mantenere la mente fredda, bisogna riconoscere che c'è metodo, ripetitività, regolarità, una logica interna nell'orrore. Una logica quasi matematica si potrebbe arrivare a dire. «Diciamolo chiaro e tondo: questi sono pazzi, ma questi pazzi hanno la loro logica, la loro dottrina, un loro codice, persino un loro Dio».
Così aveva già profetizzato Fedor Dostoevskij. Ma guai a fermarsi alle apparenze, alle analogie facili.
S'è detto: «Quarta guerra mondiale», che dall'11 settembre siamo in guerra contro un «terrorismo globale». L'evocazione è suggestiva, si potrebbe persino dire che coglie nel segno, questo terrorismo non risparmia nessun aspetto della «normalità», in nessun continente. Ma è evidente che pensare che si possa vincere con le armate e le divisioni come le altre guerre mondiali è servito solo a portare fuori strada. S'è detto: guerra dichiarata dall'Islam contro l'Occidente. Ma anche questo rischia di far sballare, ancora più tragicamente, l'equazione. Non si è spenta l'eco delle polemiche sul «Londonistan», sull'accoglienza, la tolleranza, il garantismo della libera Inghilterra che avrebbe nutrito i terroristi «nati in casa», che una strage ancora più spaventosa, con un numero di vittime quasi doppio di quelle nel «tube» il 7 luglio, viene perpetrata in un paese islamico, che non ha la minima tradizione «garantista», tanto che spesso gli sono stati appaltati gli interrogatori sporchi.
Certo, è stata presa di mira una delle mete più frequentate del turismo occidentale. E di riflesso i rapporti con l'Occidente del più popoloso degli «anelli deboli» del mondo islamico, un Egitto al bivio tra fermenti democratici e tradizionale regime di polizia, governo del «mukabarat». Il Ghazala Gardens Hotel era zeppo di turisti. Ma l'esplosione nel caffè al Vecchio bazar ha fatto strage di poveri facchini egiziani. Si dirà: sono abituati a non guardare in faccia nessuno, non hanno scrupolo a fare «danni collaterali», anche il metrò di Londra è pieno di passeggeri di origine islamica.
Ma la somma di vittime di tutti gli attentati «non in Occidente», Bali, Libano, Arabia saudita, Turchia, e così via supera gli altri. Non è il caso di perdersi in un esercizio di aritmetica macabra, ma la maggior parte delle sue vittime il terrorismo di questi ultimi anni le ha fatte in paesi e società predominantemente islamiche. I manovali del terrore islamico hanno ucciso molti più musulmani di quanto abbiano colpito non musulmani. Anche senza contare l'unica situazione che assomiglia in qualche modo ad una «guerra» tradizionale, quella irachena, dove le vittime «locali», i 26.000 ammazzati negli attacchi (secondo stime tipo quella di Iraqi Bodycount), superano di almeno dieci volte (secondo altre stime, come quella di un istituto universitario svizzero, per cui sarebbero quasi 40.000, quasi 10 volte) il numero degli uccisi tra le truppe «occupanti» e le presenze straniere.
L'aritmetica del terrore da sola spiega poco. Il fatto, notato da molti «specialisti», che gli attentatori suicidi dell'11 settembre fossero quasi tutti sauditi, che due terzi degli attentatori suicidi d'«importazione» in Iraq siano anche loro sauditi (e gli altri dai paesi del Golfo o siriani), che quelli di Madrid fossero salafiti marocchini, o quelli di Londra avessero fatto apprendistato in Pakistan, (mentre quasi nessuno viene dagli «Stati carogna», non dall'Iran, e fino a prima della guerra non dall'Iraq) non aiuta a stabilire se dietro l'impressionante coordinamento ci sia un'unica mente, o mille «franchigie». Leggiamo, sul numero in edicola dell'«Economist», che brillanti matematici si sono dati la pena di adattare modelli «esponenziali», sinora usati in fisica e nello studio di fenomeni come i terremoti, alle guerre e al terrorismo. Ma anche questi ci pare lascino il tempo che trovano. Le valutazioni degli addetti ai lavori differiscono, talvolta diametralmente, sulle «strategie» di Al Qaeda, sul se possa trattarsi di colpi di coda di un terrorismo alle strette, o al contrario, di un fenomeno che sarebbe destinato ad esaurirsi - proprio in base ai mutamenti in corso nelle società islamiche - se non fosse stato il «ci pensiamo noi» di Bush a rinfocolarlo. La sola cosa assolutamente evidente è che le categorie che sinora ci hanno rifilato non servono, anzi portano fuori strada.
Le amicizie sbagliate che minacciano la sicurezza
Magdi Allam sul Corriere della Sera
Di solito prima di portare qualcuno a casa nostra, ci si informa quantomeno su chi sia. Capita invece che noi italiani non soltanto ci portiamo in casa un estraneo, ma l'abbracciamo e stringiamo accordi.
Accordi che ridicolizzano la nostra credibilità e minano la nostra sicurezza. Sarà perché siamo anime pie, forse spregiudicati avventurieri o peggio ancora degli ideologizzati che infieriscono contro se stessi. Ma è così che abbiamo consegnato la rete delle moschee d'Italia agli integralisti e estremisti islamici dichiarati fuorilegge nei rispettivi Paesi d'origine. Che scegliamo come interlocutori all'estero nomi altisonanti di prestigiose istituzioni islamiche, come l'università Al Azhar del Cairo o la Lega musulmana mondiale della Mecca, senza preoccuparci minimamente del fatto che in realtà sono degli strenui apologeti del terrorismo suicida che massacra gli ebrei in Israele o gli occidentali in Iraq. E tra questi, val la pena ricordarlo, ci siamo anche noi italiani.
E' successo poco più di un mese fa, il 15 giugno, che al Cairo è stato siglato un accordo per la creazione di un Comitato accademico italo-egiziano di «studi comparati per il progresso delle scienze umane nel Mediterraneo» (Oscum), tra la celebre università islamica di Al Azhar, considerata una sorta di Vaticano sunnita, e un cartello di cinque università italiane (La Sapienza di Roma, il Pontificio Istituto Orientale di Roma, l'Orientale di Napoli, la Bocconi di Milano, l'Iuav di Venezia), coordinato dal professore Sergio Noja Noseda, ex docente di Lingua e letteratura araba alla Cattolica di Milano e titolare di una omonima Fondazione. L'accordo è stato firmato dal rettore di Al Azhar, Ahmed al-Tayeb e dall'ambasciatore d'Italia, Antonio Badini, alla presenza dello sheikh di Al Azhar, Mohamed Sayed Tantawi, ritenuto la massima autorità teologica dell'islam sunnita.
Ed è sorprendentemente l'Avvenire, l'organo della Cei (Conferenza episcopale italiana), a ricordarci che proprio Tantawi, un «amico del Papa» avendo accolto Giovanni Paolo II al Cairo nel 2000 e partecipato alle sue esequie, è in realtà a capo di un'istituzione islamica che legittima il terrorismo suicida. Lo ha fatto il rettore al-Tayeb persino nel convegno organizzato dalla comunità di Sant'Egidio a Milano il 7 settembre 2004 dal titolo «Disarmare il terrore. Un ruolo per i credenti». «Un conto è il terrorismo che colpisce innocenti, un conto è affibbiare l'etichetta di terrorismo a quella che è solo una reazione di autodifesa per proteggersi da qualcosa, come nel caso della resistenza nei confronti di forze di occupazione», spiegò in un'intervista al mensile 30 Giorni, «I palestinesi sono un popolo che non ha niente. Povera gente che viene uccisa ogni giorno. Nella disperazione ricorrono a mezzi estremi per opporsi all'occupazione». In precedenza, il 4 aprile 2002, quando ricopriva la carica di Gran mufti d'Egitto, massimo giureconsulto islamico, sentenziò che «la soluzione al terrorismo israeliano si basa sulla proliferazione degli attacchi di martirio che terrorizzano i cuori dei nemici di Allah. I Paesi islamici, sia i popoli che i governanti, devono sostenere queste operazioni di martirio».
Così come lo stesso Tantawi, sempre il 4 aprile 2002, ricevendo al Cairo il deputato arabo-israeliano Abdel Wahhab Darawsheh, emise una fatwa, un responso giuridico, in cui sentenziò che «le operazioni di martirio contro qualsiasi israeliano, inclusi i bambini, le donne e i giovani, sono legittime dal punto di vista della legge islamica». Tantawi spronò «il popolo palestinese a intensificare le operazioni di martirio contro il nemico sionista, in quanto la manifestazione più alta della Jihad». Non sorprende quindi che il collega Carlo Termignoni concluda sull'Avvenire: «Alla luce di una simile realtà ad alcuni osservatori non è parso dunque prudente l'accordo di collaborazione culturale e di cooperazione scientifica tra l'università di Al Azhar e istituzioni italiane».
I profeti dell´odio sono anche in Occidente
Bernardo Valli su la Repubblica
IL PIÙ ovvio, non più semplice, impegno di un democratico è quello di difendere, non solo sopportare, la libertà di parola di coloro che non la pensano come lui. Anche se non si concretizza, pur restando mentale, l´esercizio a volte implica un certo sforzo. In tempi come questi può risultare un dovere indigesto. Il principio va comunque rispettato con stoica solerzia e massima lealtà. Thomas L. Friedman pensa di avere trovato il modo di renderlo meno doloroso, senza violarlo. Come pubblica ogni anno un rapporto sui diritti dell´uomo, cosi il Dipartimento di Stato, secondo il columnist americano, dovrebbe pubblicare un rapporto sulla guerra delle idee.
Segnalando con maggior frequenza, ogni trimestre, vista la velocità e l´intensità degli avvenimenti in corso, coloro che si sono distinti nell´incitare alla violenza. L´obiettivo è di puntare i riflettori sui dieci migliori mercanti d´odio.
Friedman elabora il suo progetto. Nella lista dei Top 10 inserirebbe, fianco a fianco, il colono estremista israeliano di Gaza che chiama «maiali» i musulmani e l´imam della moschea della Mecca che definisce «feccia della terra» gli ebrei. Ma allunga lo sguardo anche su venditori d´odio meno grossolani. Ad esempio sull´Iqra Learning Center bookstore di Leeds dove i terroristi londinesi del 7 luglio trovavano le letture cui ispirarsi per trasformare la religione musulmana in un culto della morte. Dove i giovani pachistani nati in Inghilterra possono ancora comperare videogames apocalittici in cui si annuncia, entro il 2014, l´avvento di un mondo unito sotto la bandiera dell´Islam, dopo l´annientamento degli infedeli.
Friedman desidererebbe inserire nella lista dei mercanti d´odio anche coloro che scusano i terroristi, giudicando gli attentati una legittima reazione alla guerra in Iraq, alla situazione in Medio Oriente, o più genericamente all´imperialismo, al colonialismo o al sionismo. Il Dipartimento di Stato si accollerebbe un grosso impegno se dovesse accogliere il suggerimento del giornalista del New York Times. Del quale, sullo slancio, si può anche condividere l´iniziativa. Si è persino tentati di estenderla alla nostra realtà. A quel che accade in Italia.
Come collocare Oriana Fallaci nel sistema di Friedman? A che livello del Top 10? Non mi frena certo nel rispondere il timore della collera che Oriana Fallaci può scatenare dall´alto delle montagne di libri che vende; piuttosto il semplice ricordo che conservo di lei. Il coraggio non le fa difetto neppure oggi.
Quel che ha perduto è l´ironia. E con essa la razionalità. Di cui l´odio ha preso il posto. Ed è un odio molto simile a quello del colono estremista israeliano di Gaza e dell´imam della moschea alla Mecca, citati da Friedman.
Odia i musulmani. Odia tutto di loro. L´idea di un Islam moderato è un inganno e un´illusione. La loro tolleranza una commedia. La loro integrazione una bugia. L´Europa diventerà Eurabia. Lei parla a voce alta, non sussurra come i mercanti d´odio evocati da Friedman.
L´Economist di questa settimana sostiene che si è ritagliata il ruolo di voce di un possibile nuovo razzismo europeo, basato più sulla razza che sulla religione. E aggiunge, non a torto, che Osama bin Laden ha conseguito un´altra vittoria con la pubblicazione dell´ultimo articolo della Fallaci sul Corriere della Sera. Il quale le dà uno spazio forse riservato ai discorsi di Benito Mussolini, ai tempi della conquista d´Abissinia. Spazio mai concesso ai collaboratori premi Nobel.
Il quotidiano condivide il contenuto del messaggio? Non mi sembra. Ma l´editore dei libri e del giornale è lo stesso.
Per il momento posso soltanto sottolineare il suo contributo al successo di bin Laden. Al quale non può che piacere la visione dell´Islam offerta da lei: un Islam aggressivo e unito, non frantumato in fondamentalisti e in moderati, impegnati, come in realtà sono, in uno scontro che semina morti tra il Tigri e il Nilo, e fino a Casablanca, sulle sponde dell´Atlantico. Per non parlare dell´Algeria, prima tentata dal fondamentalismo, e poi ribellatasi con un enorme spargimento di sangue ma con successo all´idea di un regime teocratico. E l´Egitto che sia pure tra tante ambiguità si mantiene laico? E la dittatura tunisina che esercita un inflessibile controllo sugli integralisti?
La visione di Oriana va a genio a bin Laden, perché così lui, in quanto incarnazione del terrorismo, diventa l´immaginario rappresentante di un Islam che è ben lontano dal controllare. In cui può contare soltanto su frange fanatiche, che si ispirano a lui. A promuoverlo leader simbolico di una delle "due civiltà a confronto" sono i mercanti d´odio, di cui ci sono esemplari di rilievo anche nel governo di Roma. Alcuni ministri si riconoscono infatti nel verbo di Oriana Fallaci. Alla quale va garantita tutta l´intera libertà di cui dispone, ma alla quale vanno attribuite anche tutte le conseguenze di quel che scrive. Friedman non dice proprio questo?
Quando è iniziata l'occupazione in Iraq, pochi in Gran Bretagna immaginavano che gli infernali sviluppi in un paese arabo potessero costituire un'immagine del proprio futuro. Londra certo non è Baghdad, ciò che è accaduto qui è niente in confronto al caos selvaggio dell'Iraq, ma la guerra è arrivata a tormentare Blair e il suo governo in ciò che potrebbe diventare l'incubo del New Labour. Due giorni fa ci sono state nuove esplosioni a Londra, per ricordare alla gente che anche se non ci sono state vittime siamo tornati indietro ai tempi dei «troubles» irlandesi. C'è oggi, come allora, una grande insicurezza nell'aria. Un resoconto di intelligence pubblicato dal Financial Times conferma che le guerre in Iraq, Afghanistan e Palestina sono state la miccia di un'esplosione di terrorismo dal cuore delle comunità musulmane in Gran Bretagna. A parte i pro-israeliani, i neo-conservatori (di solito ex-sinistroidi) e gli sfacciati apologeti di Blair, questo è adesso il pensare comune del paese. Il sindaco di Londra Livingstone, in modo più ragionato, ha collegato gli attacchi alla lunga occupazione occidentale dell'est arabo ricco di petrolio.
Ieri la polizia ha catturato e pubblicamente giustiziato un uomo asiatico su un treno della metropolitana nel sud di Londra. Questo crea un'inquietante precedente. Mark Whitby, che ha assistito all'uccisione, ne ha dato una testimonianza genuina e diretta alla Bbc: «Ho visto un uomo asiatico. Correva verso il treno, era inseguito da tre ufficiali, uno di loro aveva una pistola nera. Quando [il sospetto] è salito sul treno ho guardato il suo viso, lui si guardava da tutte le parti, praticamente sembrava un coniglio incastrato, una volpe senza scampo. Sembrava assolutamente pietrificato e poi è come inciampato, loro lo inseguivano senza tregua, non saranno stati a più di un metro da lui in quel momento e lui si è mezzo inciampato ed è stato mezzo spinto al pavimento e l'agente più vicino a me aveva la pistola nera automatica nella mano sinistra. L'ha puntata sul ragazzo e gli ha scaricato addosso cinque colpi».
C'è una soluzione immediata alla crisi e una più a lungo termine. La Gran Bretagna deve ritirare le sue truppe da Iraq e Afghanistan. Dovrebbe farlo non perchè è sotto pressione terroristica, ma perchè questi interventi erano sbagliati fin dall'inizio. Secondo, ci vuole una moratoria sulla religione. Blair e il suo scelto governo hanno incoraggiato scuole religiose e si sono rivolti alla religione come aiuto per riempire il vuoto creato da una società neo-liberale e da una cultura ossessionata dal consumismo e dallo stile di vita delle celebrità. Ciò che serve è un sistema educativo statale di alta qualità che offra la stessa educazione al ricco ed al povero, ai giovani cristiani, ebrei o musulmani. Più di un terzo delle scuole statali inglesi è religioso e la National secular society ha fatto indagini che rivelano che i Labour hanno permesso ad altre 40 scuole secondarie statali di essere gestite dalla Church of England negli ultimi quattro anni, con altre 54 in procinto di esserlo. Dopo questo è impossibile negare gli stessi diritti alle altre religioni. Le cose non sono rese più semplici dal fatto che la segretaria di Blair per l'educazione, dell'Opus dei, ha sottolineato che le bombe non la fermeranno dall'incoraggiare più scuole religiose.
I media hanno esibito sugli schermi i musulmani buoni che hanno sostenuto che la violenza non è nel Corano e che quindi le bombe sono sbagliate. L'implicazione è che se il Corano le permettesse, queste azioni sarebbero giuste. In realtà ci sono tante interpretazioni del Corano quante quelle del Vecchio testamento, sezioni pacifiste e violente. Stabilire un criterio religioso è in queste circostanze controproducente.
C'è una paralisi nel parlamento. Strutture politiche decrepite hanno isolato il regime di Blair dall'opinione pubblica, il sistema elettorale ultra-uninominale è un affronto alla democrazia, il conformismo e la timidezza dei partiti di opposizione hanno giocato un ruolo vitale nel rafforzare l'egemonia di Blair. Ciò si riflette nel servizio televisivo neutralizzato, che di rado dà spazio a programmi che escano dallo spettro ristretto del parlamento.
È tempo che Blair se ne vada. Ha corso un rischio calcolato quando ha deciso di appoggiare Bush e la politica estera americana. Ha proclamato fieramente che per sconfiggere Saddam si sarebbe dovuto pagare col sangue. Lo stanno pagando decine di migliaia di morti iracheni e ora londinesi innocenti. Un colonnello inglese è stato condannato per crimini in Iraq. Se dovessimo applicare le norme del tribunale di Norimberga, sarebbero i politici che hanno dato gli ordini e giustificato la guerra a dover stare sul banco degli imputati come criminali di guerra.
Terzo messaggio di minacce al governatore calabrese Agazio Loiero
sommari de l'Unità
Dopo i due messaggi minatori di sabato, è giunta nell'abitazione di campagna del governatore calabrese Agazio Loiero la terza busta di minacce, identica ai primi due con foto e minaccia di morte. Ancora non si trova il proiettile di pistola, forse perduto dal "postino" che ha depositato il plico sotto un albero. L'allarme resta assai alto per questa che appare sempre più come una strategia studiata a tavolino. «Evidentemente - ha detto Loiero - sono scomodo a qualcuno che vorrebbe interrompere il nostro lavoro».
Birmania, il regno della paura in mano ai generali fantasma
Tra la gente di Rangoon piegata da 40 anni di regime
Le sanzioni dell´Occidente non impoveriscono i militari al potere, ma ricadono sulla gente comune
Ogni protesta è repressa nel sangue o stroncata sul nascere dai controlli capillari sulla società
Aung San Suu Kyi (premio Nobel per la pace) è un fantasma in patria, prigioniera com´è della sua stessa casa. Il potente gruppo dei militari al governo e i loro soci controllano tutta l´economia.
RANGOON - Difficile vederli in strada, celati dietro i vetri scuri delle loro Mercedes in corteo con le bandierine al vento. Ma tutte le mattine e tutte le sere appaiono nelle loro uniformi verde-rana sui telegiornali nazionali (uno governativo, l´altro dell´esercito, titolare di 18 ministeri su 20) per inaugurare ponti e strade che spesso si rompono pochi mesi dopo, grattacieli che non hanno elettricità sufficiente per far funzionare ascensori e pompe che spingano l´acqua ai piani alti. Sono i generali, i colonnelli, i capitani, i tenenti del «Consiglio per la Pace e lo Sviluppo», come si fa chiamare la giunta militare che guida il paese dal 1962 incurante dell´ostilità popolare, degli appelli internazionali per liberare la leader della Lega per la democrazia Aung San Suu Kyi e delle sanzioni economiche occidentali. Di quest´ultime ai militari non interessa molto: fanno infatti affari con molti paesi asiatici, inclusa la progressista India, svendendo le enormi risorse naturali del Paese.
Per seguire gli eventi internazionali gli impotenti abitanti di Rangoon ascoltano le radio libere in lingua birmana trasmesse dagli Stati Uniti, dall´Inghilterra, perfino dalla Norvegia. Ne discutono poi nelle sale da tè, unico luogo (spesso controllato) dove si esercita il diritto virtuale alla democrazia.
Per capire la Birmania basta fare un giro sul treno circolare che trasporta decine di migliaia di cittadini avanti e indietro dalle periferie, dai mercati e dal centro. Alla biglietteria si deve mostrare la carta d´identità per poi salire su vecchi vagoni che sembrano giocattoli per bambini del dopoguerra. Fermano a ogni stazioncina in terra battuta, dove palmizi e baracche si alternano mentre uomini e donne in longyi, la gonna tradizionale, trasportano grandi fasci di verdure in spalla. Mèta comune per venditori e clienti è il mercato di Mingaladan, polso dell´economia di un paese dove ci si affanna per guadagnare o risparmiare pochi kyatt al giorno necessari alla sopravvivenza. Prima di raggiungere i banchi di frutta, verdure, spezie e salse di pesce, i contadini sono già stati immersi per ore negli acquitrini o sotto il sole cocente con bufali e buoi, essenziali oggi come centinaia di anni fa. Solo a sera torneranno nel loro alloggio di bambù e lamiera, dopo un altro estenuante viaggio. Una volta a casa devono andare al pozzo per prendere l´acqua, procurare la benzina per il generatore se possono permetterselo, cucinare qualcosa con la legna raccolta tra le boscaglie e prepararsi per la prossima giornata.
A parte i misteriosi responsabili delle tre bombe che due mesi fa hanno ucciso una cinquantina di innocenti in altrettanti supermercati, i nemici armati della giunta sono infatti fuori da Rangoon, negli Stati delle minoranze Shan, Karen, Kachin, dove le denunce di abusi e trasferimenti forzati della popolazione sono all´ordine del giorno.
I dissidenti intellettuali di Rangoon si guardano bene dal rischiare di finire nelle prigioni dove da oltre 40 anni i detenuti vivono in perenne stato di denutrizione, sottoposti a torture e restrizioni, mentre gli studenti - protagonisti delle proteste domate nel sangue - sono da anni divisi in quattro atenei diversi nella estrema periferia, circondati e nascosti da reticolati, tra campi di grano e fattorie di maiali.
Il regime, ufficialmente buddista, imprigiona i monaci se si rifiutano di ricevere offerte dai militari e ha imposto agli abati del tempio di non accettare donazioni per la lunga vita di Aung San Suu Kyi o di altri membri della Lega nazionale per la Democrazia, uscita vincente dalle elezioni politiche concesse nel 1990 e poi cancellate d´imperio.
Inavvicinabile è ovviamente lo stesso cervello e cuore pulsante del regime a «Eight miles township», la «Cittadella di Ottomiglia» vicino all´ex manicomio dove i pazzi sono stati sfrattati per far posto ai generali e all´edificio bunker che fu del Partito socialista birmano. A Ottomiglia ogni giovedì si reca a impartire direttive l´attuale numero uno del regime, il generalissimo Than Shwe, salito al potere dopo che il primo successore di Ne Win cominciò a vaneggiare di passate reincarnazioni. Da lui ricevono ordini direttamente il neo primo ministro Soe Win, ex comandante dei plotoni che fecero fuoco sugli studenti rivoltosi nell´88, i vari ministri con le stellette e il numero due della giunta, il comandante dell´esercito Maung Aye,
Molte decisioni vengono prese durante la cena di famiglia a casa Than Shwe, allargata ad amici fidati e potenti uomini d´affari come Te Za, un playboy che smercia armi e spazzolini da denti, costruisce strade e industrie, gestisce banche private e società finanziarie dei generali. Te Za ha costruito una torre di vetro con ristoranti e osservatorio proprio sopra uno dei monumenti più belli di Pagan, la città tempio dell´undicesimo secolo. Per salire si pagano dieci dollari, diecimila kyatt locali. Con questi soldi quasi il 40 per cento dei birmani è costretto mediamente a sopravvivere un anno. Per questo su 40 milioni di abitanti quasi due sono emigrati nella sola Thailandia, tra foreste infestate di serpenti e guerriglieri disposti a tutto per un piatto di zuppa.
Bagdad, il museo rinasce sul web
on-line le opere d'arte di Babilonia
Le esposizioni erano chiuse fin dalla prima guerra del Golfo
Il Cnr le ricostruirà virtualmente con i capolavori finiti all'estero
Giovanni Gagliardi su la Repubblica
ROMA - Latecnologialo ha distrutto, la tecnologia lo ricostruirà. E' il museo di Bagdad che fino alla prima guerra del Golfo era un vero e proprio concentrato di tesori e cultura, si calcola che contenesse circa un milione di reperti archeologici. Poi quello che non hanno fatto le bombe intelligenti, lo hanno fatto i saccheggi del 2003. Una razzia che ha fatto volatilizzare almeno diecimila pezzi. Ma presto le teche e le collezioni saranno nuovamente visitabili, anche se in modo virtuale. E questo grazie ad un progetto tutto italiano, promosso dal ministero degli Esteri e curato dal Cnr.
Un impegno che permetterà di ammirare online i reperti salvati e quelli andati perduti. Prima della guerra diverse opere furono portate nei magazzini o nei caveaux della banca centrale e non sono più state esposte. Inoltre, il catalogo ufficiale risale al 1975-1976. Dopo quella data non se ne registrano aggiornamenti.
Dunque in attesa del ritorno a una normalità che al momento appare ancora lontana, il "Museo virtuale" raccoglierà ed esporrà i reperti ancora disponibili e quelli andati purtroppo perduti. Tra gli altri, il vaso e la dama bianca di Uruk, ambedue in alabastro, l'elmo d'oro del re Meskalamdug e il pugnale d'oro e di lapislazzuli provenienti dal cimitero reale di Ur, i leoni in terracotta di Tell Armal, le sculture e i bassorilievi dell'antica Khorsabad, gli avori di Nimrud, le statue partiche di Hatra, reperti tutti restaurati dall'Istituto Centrale del Restauro di Roma. E poi ancora minbar, la nicchia che indica la direzione della preghiera nelle moschee, gli stucchi di Samarra e sarcofagi lignei. Grazie alla realtà virtuale sarà possibile un tour nelle grandi civiltà del passato testimoniate da questi preziosi oggetti.
Ma il "Museo virtuale" è destinato ad ampliare le sue sale. A questa prima fase ne seguirà, infatti, una seconda, che punta a includere una gran parte dei tesori iracheni esposti in altri Paesi, principalmente Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Turchia. Poi si potrebbero anche aggiungere altre "sale virtuali" per documentare i restauri in corso, per l'esposizione dei pezzi recuperati dalle forze dell'ordine e per esposizioni temporanee. E come tutti i moderni musei, infine, anche quello di Bagdad avrà un bookshop per gli acquisti di merchandising tramite web.
Non è la prima volta che il Cnr si cimenta nella ricostruzione virtuale di monumenti, beni artistici e siti archeologici. Il "curriculum" del Centro parla di lavori come il David di Michelangelo, la Cappella degli Scrovegni, l'Appia Antica, la Tomba di Nefertari, la città di Axum e molto altro ancora. Tesori che l'ingegno dei nostri esperti ha reso accessibili a tutti.