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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 22 luglio 2005


La strategia del panico
Renzo Guolo su
la Repubblica

Londra ancora sotto attacco. La stessa scena del 7 luglio: tre bombe nei vagoni della Tube, un quarto ordigno su un autobus, esattamente come due settimane fa. Lo stesso esplosivo. Probabilmente la stessa «rete» locale jihadista. Il significato simbolico è evidente: siamo noi, siamo molti, possiamo colpirvi ancora. E possiamo farlo nello stesso modo. Una sfida che solo l´imperizia dei nuovi stragisti non ha trasformato in una nuova terribile tragedia.
L´intento è evidente: seminare il panico. Colpire in uno dei suoi gangli vitali, il sistema dei trasporti, una metropoli occidentale: riuscire a paralizzare con il terrore chi aveva fatto della frase "Non abbiamo paura", una parola d´ordine sentita e condivisa da tutti.
È il terrore a lungo annunciato da Osama bin Laden nei suoi proclami, quando sosteneva che gli occidentali non sapevano che cosa volesse dire, contrariamente ai popoli musulmani, vivere nella paura. Ora, sembrano dire gli jihadisti di Londra, lo sapete. Il luglio londinese sembra, dunque, il segnale che l´attacco massiccio all´Europa è iniziato.
Piccoli gruppi locali possono causare, con i loro attacchi diffusi, enormi danni e vittime. Un esempio che, purtroppo, può essere seguito da altre cellule. Nel resto d´Europa e in Italia. Il rischio è che questo terrorismo a «bassa intensità simbolica», diventi endemico. La strategia di contrasto è quella più volte indicata dallo stesso Blair: prevenzione, intelligence, integrazione delle comunità musulmane in Europa. Ma il ciclo politico dello jihadismo europeo potrebbe essere solo all´inizio. La sua struttura cellulare ne favorisce la riproduzione. Il XXI secolo si apre con un problema enorme: estirpare le radici dell´odio verso l´Occidente di quanti hanno scelto la strada del radicalismo islamico. La natura della sfida è chiara: solo se si riuscirà a debellare il terrorismo jihadista si riuscirà a evitare che le sirene xenofobe intonino il canto della criminalizzazione dell´intera comunità islamica europea.
In caso contrario il rispettivo richiamo identitario inasprirà il conflitto. Anche questo è l´obiettivo degli jihadisti londinesi: fare dell´Europa il terreno dello scontro tra civiltà all´interno di un medesimo spazio sociale. Una prospettiva terrificante, che va scongiurata con ogni mezzo.
Al terrorismo di Al Qaeda rischia di non mancare la manodopera: c´è una gioventù islamica che si sente umiliata da un senso di inadeguatezza della propria appartenenza religiosa e culturale, che teme ossessivamente la contaminazione con il sistema di valori occidentale. Sensazione che coinvolge anche parte dei musulmani in Occidente, incapaci di vivere una non facile identità plurima.

Quando quei giovani, occidentali o meno, si arruolano nelle file qaediste e decidono di "sacrificarsi" il loro obiettivo non è tanto la nascita o la liberazione di una nazione ma la ricostituzione della comunità. O meglio di una neo-comunità. Una neo-umma continuamente agognata ma impossibile da ricostituire, minata com´è in partenza dal suo essere comunque contaminata dalla quotidianità e dal contatto con l´Occidente divenuto globale. Il "martirio" diventa così, anche, l´inconscio tentativo di sfuggire alla morte della comunità impossibile; di spargere lutto per evitare di elaborare, nuovamente, il lutto. Quando questa "infelicità con desiderio" incontra la filiera organizzativa che la mette in forma, come nel caso londinese, il risultato è devastante. È il terrore.
Anche per questa sua funerea natura, per il suo "essere per la morte", il "martirio" neo-ummista è un alto fattore di rischio. La sua volontà autodistruttiva diventa collettivamente distruttiva. Il solo contrasto poliziesco o di intelligence non è sufficiente a impedire il proliferare e l´attivazione delle bombe umane. La battaglia delle idee, quella per l´interpretazione della tradizione religiosa, la ricostituzione di un senso della vita tra i giovani fedeli di Allah nel mondo islamico e in Occidente, diventa così parte integrante delle esigenze di sicurezza di ciascuno di noi.


Il Corano e il primato della legge
Stiamo legittimando un doppio binario giuridico
Magdi Allam sul
Corriere della Sera

I terroristi islamici hanno colpito nuovamente Londra mentre il premier britannico Tony Blair sta trattando con un gruppo di «esponenti islamici » sulle nuove misure per contrastare il terrorismo, dopo aver incassato una fatwa (un responso legale islamico) di condanna dei kamikaze dello scorso 7 luglio. In altri termini, il governo di uno Stato sovrano ha ritenuto opportuno sottoporre le proprie decisioni all'approvazione di alcuni cittadini a cui è stato attribuito in modo del tutto discutibile lo status di rappresentanti di una supposta «comunità islamica», percepita come un corpo a sé stante in seno allo Stato di diritto.
Siamo così arrivati all'Europa del «clero islamico», della fatwa e della sharia, la legge coranica. Dopo essersi distinta come retrovia logistica dei combattenti islamici in Afghanistan, Cecenia, Kashmir, Algeria, Bosnia, Palestina, Egitto, Marocco, Tunisia, Yemen, Iraq, Arabia Saudita, dopo essersi trasformata in una terra di predicazione della Jihad globale intesa come «guerra santa», dopo essersi scoperta «fabbrica di kamikaze » che si fanno esplodere fuori e dentro i propri confini, l'Europa emerge ora come avanguardia mondiale di uno Stato teocratico islamico in nuce i cui leader sentenziano ciò che i musulmani debbono fare o meno. Tutto ciò all'interno di uno Stato di diritto dove vige un'unica legge che dovrebbe essere osservata da tutti i cittadini e residenti. Tutto ciò tra l'assenso, addirittura la compiacenza delle autorità europee, e perlopiù tra l'indifferenza dell'opinione pubblica.
La recente immagine di cinque barbuti pachistani in abbigliamento tradizionale che, davanti alla sede del Parlamento, leggono a nome di oltre cinquecento esponenti religiosi del «British MuslimForum» una fatwa di condanna degli attentati che hanno insanguinato Londra lo scorso 7 luglio, è stata accolta dai più come un evento altamente significativo e positivo. Così come accadde il 10 marzo scorso quando l a «Commissione islamica di Spagna » emise una fatwa in cui sentenziava che «Osama Bin Laden, Al Qaeda e tutti coloro che pretendono di giustificare il terrorismo in nome del sacro Corano sono fuori dall'islam». In entrambi i casi la condanna del terrorismo si fonda su ciò che «il sacro Corano dichiara» e «ciò che l'islam ci insegna».
Ma ci rendiamo veramente conto di quello che stiamo combinando? Stiamo legittimando il doppio binario giuridico in seno allo Stato di diritto, la legge ordinaria per gli autoctoni e la sharia per i musulmani. E' mai possibile che i musulmani per condannare il terrorismo, il massacro indiscriminato di innocenti, i kamikaze di Bin Laden, debbano obbligatoriamente far riferimento e trarre una legittimità dal Corano? Chi ha detto che i musulmani non debbano invece, al pari di tutti gli altri cittadini, far riferimento alle leggi dello Stato laico e al sistema di valori fondanti della civiltà umana che salvaguardano la sacralità della vita di tutti? E che cosa accadrebbe se in un domani, sempre facendo riferimento al Corano, gli stessi barbuti di Londra e Madrid dovessero sentenziare diversamente da quanto prescrivono le nostre leggi e contemplano i nostri valori?
Intanto noi oggi, plaudendo alla loro condanna del terrorismo nel nome del Corano, li abbiamo già legittimati come referenti giuridici, abbiamo attribuito loro un potere che abbraccia la sfera della rappresentatività religiosa e politica. Come potremmo in un domani dire loro ci andavate bene quando condannavate le bombe di Madrid e Londra, ma non ci andate più bene quando osannate le bombe di Gerusalemme e Bagdad? Inoltre, una volta istituito il doppio binario giuridico, una volta accreditata la sharia in Occidente come fonte legittimante dei valori e della vita dei musulmani, come potremmo rifiutare e denunciare le fatwa emesse da altri sedicenti imam, ulema o mufti? Cosa farà l'Occidente di fronte allo scontro tra opposte fazioni islamiche che si delegittimano e condannano a vicenda a suon di fatwa?
Tutto ciò avviene già nei Paesi musulmani. Quello che sta avvenendo nella Londra bersagliata dai kamikaze e dalle bombe islamiche, è di fatto la resa agli integralisti e ai terroristi. Il multiculturalismo prima ha lasciato fare ai barbuti della fatwa e della sharia, poi ha partorito il mostro del terrorismo suicida. Sono due facce della stessa medaglia.


La Cina sgancia lo yuan dal dollaro e lo rivaluta
Termina dopo circa un decennio il rapporto di cambio fisso tra la moneta cinese e il biglietto verde
M. Do. su
Il Sole 24 Ore

La Cina sgancia lo yuan dal dollaro e lo rivaluta. Dopo circa un decennio di cambio fisso con il biglietto verde, Pechino ha annunciato oggi di aver sganciato lo valuta dal rapporto di circa 8,28 nei confronti della moneta statunitense, per poi agganciarla a un nuovo paniere di valute straniere in cui potrà fluttuare in una ristretta banda di oscillazione, pari allo 0,3% rispetto al valore di riferimento fissato. Contemporaneamente lo yuan è stato rivalutato ad un rapporto di circa 8,11 per ogni dollaro Usa. Il nuovo regime di cambi, ha precisato Pechino in un annuncio alla tv di Stato, entrerà in vigore a partire da domani. Le autorità cinesi non hanno però precisato quali valute faranno parte del nuovo paniere di riferimento per il regime di cambi dello yuan.
La decisione cinese di rivalutare di circa il 2% la sua moneta rispetto al dollaro ha immediatamente scosso i mercati, con lo yen che è balzato da quota 112,43 a 111,39 sul biglietto verde, mentre nei confronti dell'euro è passato da 136,5 a 135,78. Accelerano le borse europee, dopo una mattinata senza spunti significativi.

Le notizie che provengono dalla Cina sono accolte con riserbo dalla Banca centrale europea, i cui portavoce non vogliono commentare il fatto. Il presidente del Fondo monetario internazionale, Rodrigo Rato, ritiene invece che il gigante asiatico sia ormai tecnicamente pronto per muoversi verso un tasso di cambio più flessibile.

Rato ha fatto sapere che il Fondo ha consigliato caldamente a Pechino di allentare l'ancoramento dello yuan al dollaro, nell'interesse economico della nazione.
Appena ieri, inoltre, il presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan, aveva affermato che la Cina si trova davanti «a rischi seri» per l'economia se non lascia apprezzare la sua valuta. Il numero uno della Banca centrale Usa aveva ribadito la sua posizione, secondo la quale gli Usa non dovrebbero comunque imporre tariffe punitive per forzare la Cina a rivalutare lo yuan.


Voto ad aprile, Ciampi smentisce Berlusconi
sommari de
l'Unità

Per decidere la data delle prossime elezioni politiche bisogna considerare tempi e scadenze: i due mesi e mezzo circa necessari ad avere un governo nel pieno delle sue funzioni, e l'impegno a varare il Dpef entro luglio. Fatti due conti il voto non può slittare oltre il 9 aprile. Ciampi lo spiega al Quirinale in modo chiarissimo. Una presa di posizione che spazza via ogni dubbio e smentisce clamorosamente la ricostruzione fatta da Berlusconi dopo l'ultimo incontro al Quirinale. Fassino: «Sosteniamo il voto a inizio aprile».


Dopo Castelli
Andrea Fabozzi su
il Manifesto

Per approvare la riforma dell'ordinamento giudiziario sono serviti al governo tre anni, due maxi-emendamenti inaccessibili alle opposizioni, il contingentamento dei tempi elevato a regola di (non) confronto parlamentare e due voti di fiducia. Ieri pomeriggio l'ultimo, preceduto dalle raccomandazioni di Ciampi a Berlusconi. Il presidente della Repubblica firmerà questa legge anche se ne farebbe volentieri a meno perché vuole attenersi alla lettera e alla prassi costituzionale. Teme lo scontro istituzionale e per le vie brevi ha chiesto al presidente del consiglio di tenere a freno quel suo scatenato tifoso che temporaneamente presiede il senato. Berlusconi per dimostrare di aver colto l'invito alla moderazione se n'è uscito con un grande classico del suo pensiero politico: l'attacco ai magistrati. «I pubblici ministeri italiani - ha detto - sono troppo vicini all'opposizione». Intanto la camera sbrigava le sue formalità ed è un peccato che l'aula sia rimasta vuota durante tutto il dibattito (eccezion fatta per l'oratore di turno e due volenterosi colleghi a mo' di sfondo televisivo) perché non si è potuto cogliere in tutto il suo splendore il luminoso gesto di coraggio dell'Udc. Il partito di Follini non gradisce molto questa riforma perciò i suo deputati non si sono fatti vedere nell'emiciclo, anche se poi sono silenziosamente corsi a votare la fiducia. Con uguale sprezzo del pericolo gli inquieti onorevoli avevano presentato un bel numero di emendamenti. Ritirandoli però mezz'ora dopo perché l'inquietudine, si sa, è passeggera. Il presidente del Consiglio riesce persino a lamentarsi di alleati così.

E' incontentabile. Ma bisogna capirlo. E' effettivamente incomprensibile nella sua visione delle cose che ci siano dei magistrati «vicini alle opposizioni». Più giusto sarebbe che fossero «vicini alla maggioranza» e la riforma Castelli è fatta per questo. Burocratizzare i mestieri di giudici e pm, costruire gli uffici giudiziari in maniera verticistica, moltiplicare i poteri di intervento del ministro guardasigilli nella composizione e nel lavoro delle procure e dei tribunali e diminuire quelli del Csm non serve ad altro che a mettere i giudici in una posizione scomoda. Soggetti, fino a che la Costituzione non cambia, «solo alla legge». Ma costretti a guardare dalla parte del potere politico per le loro carriere. Come ha detto un'altra volta Berlusconi, l'ordine giudiziario non deve più essere «autoreferenziale». Sarà un problema per tutti i magistrati? No, solo per quelli che mettono indipendenza e autonomia al primo posto. Sarà un problema però per tutti i cittadini che in quell'indipendenza trovano l'unica garanzia - condizione necessaria anche se non sufficiente - di un trattamento equo. A traballare è direttamente l'articolo 3 della Costituzione, l'uguaglianza davanti alla legge.

Dibattito ridotto al minimo, regolamento forzato, maxi-emendamenti, fiducie: la legge però adesso c'è. A dimostrazione del fatto che il centrodestra le sue riforme le fa, pessime ma le fa.



Regioni, pace Nord-Sud:
Trovata la mediazione, la Lombardia cede risorse
Documento dei presidenti: il governo attui la legge dal 2006
Mario Sensini sul
Corriere della Sera

ROMA - Dopo quattro anni di liti, discussioni e ricorsi giudiziari, le Regioni italiane hanno finalmente trovato un accordo che spiana la strada all'attuazione del vero federalismo fiscale. In due giorni di conclave in Calabria i governatori hanno di fatto chiuso la lunga guerra tra il Nord «ricco» e il Sud «povero» sul riparto delle risorse che servono a finanziare le funzioni devolute e sbloccato 13 miliardi di euro di trasferimenti statali. E messo in un angolo il governo, togliendogli ogni alibi per rinviare ulteriormente l'avvio del federalismo fiscale previsto dall'articolo 119 della nuova Costituzione, che ora i governatori pretendono sia applicato a partire dal 2006, quindi con la prossima Finanziaria.

UNANIMITÀ - L'accordo, che smantella il contestatissimo decreto 56 del 2000, che aboliva i trasferimenti erariali sostituendoli con la compartecipazione all'Iva e le addizionali su altri grandi tributi, accompagnate dal gettito Irap e da un fondo perequativo per compensare la diversa capacità di reddito delle regioni, è arrivato all'unanimità e lascia tutti soddisfatti. Dal governatore della Lombardia, Roberto Formigoni, convinto di aver sempre pagato troppo caro il federalismo imperfetto che regna dal 2001, ai governatori della Puglia, della Calabria e della Campania, che per la ragione opposta erano ricorsi alla Consulta.

SACRIFICI - Per raggiungere l'intesa ciascuno ha accettato di fare un sacrificio. Chi rimettendoci dei soldi, come la Lombardia, chi rinunciando a pretese maggiori, come le regioni del Sud. In compenso tutti hanno accettato l'idea del federalismo fiscale e, quindi, la piena responsabilità non solo sulla spesa ma anche sulle entrate.

Vasco Errani, presidente dell'Emilia-Romagna e della Conferenza delle Regioni, parla non a caso di «intesa storica». E oggi stesso chiederà al governo di assecondarla con atti concreti.


Quell´Italia maschia che il vescovo rimpiange
Dal complotto anti-Fini alla campagna contro le unioni gay  
Francesco Merlo su
la Repubblica

ODORA di caprone maschio l´estate italiana, di quella "virilità" che il vescovo di Pistoia, come ha raccontato ieri su "Repubblica" Marco Politi, ha addirittura proposto come modello civile e come valore assoluto in una lunga e sdegnata lettera al consiglio comunale della sua città. Lo stesso afrore emana dai tre onorevoli maschi di Alleanza nazionale La Russa, Gasparri e Matteoli.
Che in un bar di Roma, con una bella signora tenuta sullo sfondo, hanno appunto sfogato la loro arcaica e cameratesca virilità irridendo e delegittimando, non senza invidia, il loro capo Gianfranco Fini perché sarebbe «malato» di sesso, consumato d´amore, come lo fu Cesare tra le gambe di Cleopatra. Ed è in fondo, e sia pure per via indiretta, la stessa puzza di virilità che ci arriva dagli stupratori in serie, stranieri e italiani, che stanno selvaggiamente segnando le cronache di questa nostra stagione: al Sud, al Centro e al Nord d´Italia.
Simone Scatizzi, classe 1932, è monsignore dal 1977, vescovo a Pistoia da ben 24 anni. Da sempre dunque ha consacrato a Dio la propria virilità, se ne è liberato, vi ha rinunziato, immaginiamo con una fatica e con un dolore ripagati dalla fede. Monsignore Scatizzi vorrebbe tuttavia che la virilità venisse restaurata e praticata dagli altri. Lamenta infatti «la femminilizzazione della società», denuncia «un´educazione purtroppo ormai in gran parte nelle mani femminili». Persino l´uso della droga e l´abuso dell´alcol, secondo questo battagliero vescovo, derivano da un allentamento dei freni inibitori del maschio, dalla perdita dell´identità maschile, dal declino fisico e culturale dell´universo maschiocentrico. Anche monsignore rilancia dunque l´odore del maschio, che fu il mito arcaico della peggiore Italia, quella dell´onore e del disonore, un mito al quale noi meridionali abbiamo fornito intelletto e cultura. Ma il vescovo si spinge ancora più lontano e propone un modello di società maschile da Arabia Saudita, dove più conseguentemente e più seriamente di lui, le autorità religiose, libri sacri alla mano, vietano alle donne anche la guida dell´auto. E mettono i gay in prigione.

Ebbene, quei tre maschi al bar che irridevano licenziosamente sono gli stessi che piacciono al monsignore di Pistoia e, alla fine, anche a quel partito della psicologia coatta nel quale militano gli stupratori che sono diventati gli odiosi protagonisti non solo della cronaca nera, ma anche del dibattito politico. I leghisti, guidati dal ministro Calderoli, li vorrebbero castrare, ma solo quando sono stranieri. Qualcun altro li vorrebbe invece simbolicamente mandare a sostituire le insegnanti donne che, secondo il vescovo, «difettano di virilità» e dunque «confondono i generi», con danno irreversibile alla psiche dei futuri uomini, femminilizzati o gay.
Eppure, sino a qualche anno fa, sarebbe stato impensabile immaginare rigurgiti di questo genere.

Tuttavia dobbiamo essere grati al vescovo di Pistoia che ha indirizzato spropositi, luoghi comuni e banalità arcaiche al consiglio comunale della sua città. Solo in superficie la sua lettera ha per scopo la condanna dell´istituzione dei registri civili comunali per le unioni di fatto, anche tra partner gay. In realtà l´ambizione è quella di rifondare tutta l´etica quotidiana in nome di una restaurazione del catechismo. Monsignor Scatizzi cerca infatti di dar forma di sistema morale a tutto l´imprendibile del nostro tempo. Viene fuori allo scoperto la sua intolleranza verso una cristianità e un gregge che sono fatti di mille minoranze non previste dal vecchio codice tradizionalista. Manifesta con chiarezza l´incapacità di capire e di affrontare quelle macchine di desideri che sono i giovani di oggi. È il suo disorientamento che lo spinge a straparlare con presunzione scientifica di un Dna eterosessuale predeterminato dalla natura oltre che da Dio.
Abbiamo il sospetto che questo trattatello di filosofia pistoiese sia figlio della" nuova" chiesa di Ruini e del Papa tedesco, e davvero ci domandiamo se questa chiesa riuscirà a riformare la cristianità o se sarà invece la cristianità a svegliare questa chiesa così ingessata, a restituire alla nostra simpatia tutta la sua ricchezza morale e culturale. Monsignore non denunzia infatti il peccato, come fece ingenuamente Rocco Buttiglione davanti al Parlamento europeo, ma la caratura civile e politica dei gay, intesi come femminilizzazione del maschio, come deriva nichilista, come perdita della virilità. Alla fine, spingendosi sino a paragonare gli omosessuali ai pedofili, ai mafiosi e ai terroristi, il vescovo dà l´impressione di essere non fuori dal mondo, ma contro il mondo, ricostruito e rappresentato a partire dai propri pregiudizi. È infatti legittimo che il monda possa non piacergli, ma prima dovrebbe conoscerlo.

Caro monsignor Scatizzi, ci creda, non è dell´afrore del maschio che abbiamo bisogno. Dicono che dopo le lucciole stiano scomparendo anche le farfalle. In compenso, ci stiamo ripopolando di caproni.


Record di Cuffaro, in un giorno settemila assunti
La giunta ne ha già sistemati 28 mila: i contratti sotto elezioni? Scelta politica
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera

E la Sicilia? Forse toccato dalla fama di spendaccioni che, a ragione o a torto, si stanno facendo i governatori «rossi» del Sud, Totò «Vasa Vasa» Cuffaro ha deciso di riprendersi le prime pagine. E in una sola giornata ha assunto in Regione la bellezza di 7.209 precari. Come se Berlusconi avesse arruolato in un colpo 84.607 statali. E ormai, nella gara a chi imbarca più gente negli enti pubblici, è in fuga solitaria: da quando è presidente dell'isola per la destra ne ha sistemati, dice lui, 28 mila. Se stesse a Palazzo Chigi, fatte le proporzioni, ne avrebbe già piazzato in giro per gli uffici statali 330.116. Portatori di 330.116 sentimenti di riconoscenza. Che moltiplicati per i familiari farebbero oltre una milionata di voti. Sia chiaro: nessuno può mettere alla gogna l'aspirazione di tanti giovani del Mezzogiorno al posto pubblico. La Sicilia ha avuto 427 mila espatri soltanto nei tre lustri dal 1946 al 1961 e almeno altrettanti sono i lavoratori che se ne sono andati per salire nelle città industriali del Nord. L'industria non tira, la Fiat di Termini Imerese annaspa, le punte di eccellenza come l'Etna Valley sono in difficoltà. E quelli che il lavoro ce l'hanno devono sottostare nel 43% dei casi all'umiliazione di ricevere meno soldi di quelli dichiarati in busta paga. Detto questo, la cura del frutteto elettorale dimostrata è sconcertante.

Una storia vista e rivista. Col corredo, a volte, di dettagli fantastici. Come l'assunzione d'una parte dei lavoratori della miniera di Pasquasia e la messa a riposo di altri con il 113% dell'ultimo stipendio. Nel frattempo, i pochi concorsi vengono svuotati. Come è accaduto con quello per 357 posti da forestale, indetto da Cuffaro quando era assessore all'Agricoltura. Era il 1998. Parteciparono in 46 mila. Rimasti poi per anni appesi al risultato. Finché, in questi giorni, il concorso è stato annullato. Meglio sistemare i precari.

L'esito è stato quello di sempre: dopo essersi messo, spesso volutamente, dalla parte del torto, l'ente pubblico ha ceduto. E così, dopo un vertice cui prendevano parte non solo il governo regionale, la Croce Rossa, i comitati dei precari e vari esponenti della maggioranza e dell'opposizione, è finita con l'assunzione di tutti: 2.553 soccorritori vari. Con un costo supplementare di 24 milioni di euro l'anno. Come impiegarli tutti, se non ci sono le ambulanze? Facile: basta aumentare le ambulanze. Da 158 a 222. Accordo fatto anche sui soldi: prima lavoravano 36 ore la settimana per 1.380 euro, d'ora in poi ne lavoreranno 30 (un sesto di ore in meno) per 1.200.
Non meno generoso è stato l'accordo trovato con i 3.543 «Asu» (lavoratori impegnati in attività socialmente utili) e i 1.113 dei «Puc», i progetti di utilità collettiva: dal 1 gennaio 2006 (pochi mesi prima delle elezioni politiche e di quelle regionali) saranno assunti per cinque anni. Così che, alla vigilia delle nuove elezioni politiche e regionali del 2011, si possa trovare un altro aggiustamento. «È solo il primo passo», ha gongolato Cuffaro, «verso la stabilizzazione del personale che già da tempo lavora nell'amministrazione». Costo aggiuntivo, in questo secondo caso: almeno 30 milioni di euro l'anno.

Il bello è che per dare una robusta sforbiciata al numero esorbitante di dipendenti (17 mila), fu addirittura deciso nel 2000 di mandar via almeno 5.000 persone offrendo un aiutino: la possibilità di andarsene con 25 anni di anzianità per gli uomini, 20 per le donne. Una leggina indecente, bloccata dall'esplodere delle polemiche a livello nazionale, riproposta di tanto in tanto un po' di straforo e volta per volta nuovamente bloccata. Risultato: con le new entry, per usare parole care al Cavaliere, invece che 12 mila dipendenti la Regione finirà per averne quasi 23 mila.



LA SVOLTA
La Scala restaurata anche nella sua eccellenza e nella capacità di guardare al futuro
Il gran miracolo di Lissner ora Milano rialza la testa. Il sovrintendente è riuscito a far sembrare tutto semplice e gli applausi che si è preso sono stati entusiasti.
Natalia Aspesi
la Repubblica

MILANO - Non ci saranno né Riccardo Muti né Claudio Abbado, ovvio, per la prossima stagione, ma la Scala di cui ieri ha parlato il nuovo sovrintendente e direttore artistico Stéphane Lissner è apparsa finalmente restaurata, non solo nelle mura e nel palcoscenico e nei velluti e stucchi, ma anche nella sua gloria e ricchezza musicale, nella sua capacità di essere un grandissimo teatro che guarda al futuro, in un clima necessario di serenità e operosità: la Scala torna ad essere la Scala, orgoglio di una città sia pure oggi avvilita, luogo di cultura internazionale, non più arena avvelenata da mene politiche, sfrenati divismi, generale perdita di senno. Esce dalla paralisi che la stava umiliando e come misteriosamente non era più possibile fare, e come invece deve assolutamente essere fatto, sono già state avviate le prossime tre stagioni, sino a quella del 2007-2008, che si inaugurerà con "Tristano e Isotta" di Wagner, diretto da Daniel Barenboim, un maestro che da anni si rifiutava di mettere piede nel teatro e che celebrerà il suo ritorno quest´anno, dirigendo a Natale la Nona di Beethoven.
È stata dura. Molto dura, dice Lissner, perché ha dovuto in meno di tre mesi costruire un programma degno del Piermarini, cosa che di solito si dovrebbe fare con anni di anticipo, incappando in cantanti e direttori d´orchestra già impegnati per molto tempo. Però pare ci sia riuscito e ci si chiede quindi come mai prima era impossibile invitare grandi maestri e tutto stagnava negli scontri personali e istituzionali, come se la musica, e la Scala stessa, contassero niente.

Si presenta con eleganza: «Sono qui come europeo, non come francese, sono grato al teatro dell´accoglienza eccellente che mi ha riservato, intendo lavorare con determinazione, con la volontà di andare avanti, con una visione culturale ampia, proiettata nel futuro di quello che deve essere un teatro a vocazione pubblica, con alle spalle l´appoggio delle istituzioni, e che perciò dal punto di vista finanziario deve essere gestito col massimo rigore». Lisnner ha 52 anni, è francese (e forse non parla italiano proprio per creare una barriera protettiva, una distanza tra lui e un mondo, quello italiano e soprattutto milanese, che ancora conosce poco e potrebbe rivelarsi pericoloso), è sicuro della sua professionalità acquisita dirigendo da anni il Festival di Aix-en-Provence e la Wiener Festwochen, crede nella grandezza malgrado tutto intoccata della Scala. E ieri è riuscito, nello splendore del teatro, alla conferenza stampa e poi nel pomeriggio, gesto nuovo di grande seduzione, all´incontro con gli abbonati, a far sembrare tutto non miracoloso ma semplice, tanto che gli applausi alla fine sono stati entusiasti, finalmente una promessa nuova di piacere e bellezza e eccellenza in nome solo della grande musica. Ha progetti ambiziosi il nuovo sovrintendente, che dovrebbe restare tale anche dopo lo scadere in novembre di quel consiglio di amministrazione che lo ha nominato: celebri direttori d´orchestra come Barenboim, Maazel e Chailly e giovani già affermati come Daniel Harding, 29 anni, che inaugurerà la prossima stagione nell´anno mozartiano con l´Idomeneo, e Gustavo Dudamel, 24 anni che la chiuderà con il Don Giovanni, «perché è importante che con la loro arroganza e il loro impeto i giovani diano nuovo colore alla musica». E annuncia opere commissionate dalla Scala stessa, a compositori contemporanei come Vacchi «perché la musica riflette il nostro presente, e dobbiamo imparare a scoprirla e amarla per quella conoscenza del mondo e di noi stessi che ci può trasmettere. È un rischio, possiamo anche deludere, ma non c´è avventura senza la ricerca di nuove emozioni».
Gran diplomatico e pacificatore, guardato a bocca aperta, con personale soddisfazione per non aver commesso questa volta errori, dal sindaco Albertini e dal vicepresidente della fondazione Scala Ermolli, Lissner elogia senza piaggeria maestranze ed orchestrali, quei ribelli vincitori nello scontro livido con la fondazione stessa e i vertici svaniti in pochi giorni di aprile, ed è il solo sul palco ricoperto di velluto rosso a ricordare l´ex sovrintendente Carlo Fontana, per aver voluto fortemente e concluso il restauro del teatro. Massimi elogi al maestro Muti, per aver portato a una insuperabile eccellenza quell´orchestra che poi a lui si è ammutinata: talmente insostituibile come direttore musicale, che il sovrintendente ha deciso di lasciare vacante quel prestigioso posto, il che ha semplificato, pare, i rapporti con altri grandi direttori d´orchestra insofferenti di dover rispondere della loro arte a un collega per quanto prestigioso.



Gratis sul web le foto capolavoro
Un archivio da fine '800 a oggi
Due prestigiosi enti americani stanno creando un database
con 200mila immagini d'autore. Sarà completato nel 2006
su
la Repubblica


ROMA - Sarà il più grande museo fotografico del mondo. Quasi 200mila immagini d'autore, raccolte da due prestigiosi enti americani: la Eastman House di Rochester, che ha la più antica collezione fotografica del pianeta, e l'International Center of Photography di Midtown. Ma per vederle non sarà necessario né andare negli Stati Uniti né pagare costosi biglietti d'ingresso. Per ammirare l'intero catalogo, infatti, basterà un clic.

L'ambizioso progetto consiste infatti nella creazione di un database online di capolavori della fotografia, un archivio visitabile gratuitamente dagli appassionati di tutto il mondo. Il sito web in cui sarà disponibile la rassegna si chiama photomuse.org ed entro l'autunno del 2006 sarà completato con l'intera rassegna (al momento contiene solo alcune immagini). Ci saranno scatti di fine Ottocento, ma anche quelli di fotografi contemporanei. L'obiettivo è riuscire raccogliere quasi 200mila foto, per poi incrementare l'archivio fino a decine di migliaia di pezzi.

La New York del diciannovesimo secolo ritratta da Alfred Stieglitz; gli immigrati italiani a Ellis Island, ai primi del '900, immortalati da Lewis Hine; la Grande Depressione degli anni Trenta descritta con le immagini di Arthur Fellig Weegee. Insomma, più di cento anni di storia raccontati attraverso l'obiettivo dei più grandi fotografi. "Vogliamo rendere accessibili a tutti gli scatti che hanno fatto la storia della fotografia", spiega Willis E. Hartshorn, direttore del'International Center. Non solo i migliori, però: ci sarà spazio anche per le collezioni di autori meno conosciuti, come Roman Vishniac, James VanDerZee e Ralph Eugene Meatyard.

Alle resistenze iniziali di alcuni e alle inevitabili difficoltà tecniche, si aggiungono poi i problemi di copyright. Alcuni fotografi si sono mostrati disponibili a diffondere gratuitamente i propri scatti su internet; altri, invece, sono più preoccupati di perdere possibili fonti di guadagno. "Tutti noi dobbiamo ancora capire a fondo le potenzialità del web", aggiunge con ironia Bannon.


  22 luglio 2005