La riforma della giustizia, approvata a colpi di fiducia, è in pratica l´atto finale della legislatura. Una stagione di potere che si chiude com´era cominciata, all´insegna degli interessi personali e delle ossessioni di Berlusconi, anzitutto la vendetta sulla magistratura indipendente. I conti sono presto fatti. Come ha scritto Eugenio Scalfari la data più probabile per il voto è la prima o seconda domenica di aprile 2006, che significa sciogliere il Parlamento a metà febbraio. Appena il tempo di tornare dalle vacanze, presentare una finta finanziaria elettorale ed è subito voto. Per la verità è molto probabile che questa maggioranza trovi anche il modo, il tempo e la faccia di far passare la legge salva-Previti, ultimo tassello di una controriforma che restaura nell´Italia del Duemila alcuni suggestivi principi di giustizia medievale.
Il dimezzamento dei tempi di prescrizione, per esempio, recupera l´antico diritto di censo. Non assisteremo mai più allo scempio di un ricco processato e condannato per inezia come la corruzione di magistrati o la bancarotta fraudolenta, quando ci sono tanti poveri ancora a piede libero per crimini contro l´umanità, come fumare uno spinello o masterizzare un cd.
Si tratterà però soltanto del magico tocco finale. Il meglio, il peggio, è già avvenuto. La riforma della giustizia è al pari di altre confezionate da questa maggioranza (scuola, lavoro) una controriforma autoritaria e incostituzionale. Con in più un grado di violenza vendicativa ai limiti della paranoia. Si può scegliere, nel vasto campionario di idee copiate da Licio Gelli, ideologo di riferimento della maggioranza, quale sia meritevole di maggiore indignazione. Se la trovata umiliante del test psicoattitudinale per diventare magistrati, che forse sarebbe più utile per dirigenti di enti pubblici o consiglieri Rai. Oppure la norma ad personam per impedire a Gian Carlo Caselli di diventare procuratore generale antimafia. Per non dire dell´antico sogno da tangentisti di separare le carriere dei magistrati e sottometterle alla politica.
Il risultato immediato della controriforma sarà uno sfascio e una progressiva paralisi del sistema giudiziario. I magistrati lo hanno capito e sono già scesi in piazza a protestare come i siciliani a piazza della Memoria.
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Il presidente Berlusconi, che quando deve raccontare una menzogna preferisce non moderarsi e capovolgere direttamente la realtà, sostiene che la legge sveltirà i processi. Un´affermazione interessante da parte di uno che ha speso 500 miliardi di avvocati per rallentare i procedimenti a suo carico, vanta sei prescrizioni sei e sarebbe in galera da quel dì se in Italia la giustizia avesse tempi umani. Purtroppo non è nemmeno vera. Soltanto la norma contro Caselli bloccherà decine di concorsi già indetti. Le altre leggi e leggine che compongono la lunga resa dei conti fra Berlusconi e la magistratura, dalla Cirami alla Cirielli, hanno già mandato in fumo anni di lavoro e di inchieste. La nuova riforma, con il prevedibile coronamento della salva-Previti, si tradurrà nel congelamento di migliaia di processi.
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Non esistono rimedi, almeno da qui al voto. La palese incostituzionalità della riforma potrebbe convincere il presidente Ciampi a rinviare ancora alle Camere il testo della legge. Da un punto di vista tecnico, un secondo rifiuto alla firma sarebbe giustificato dal fatto che la maggioranza non è intervenuta su nessuno dei punti segnalati nel primo rinvio e ha anzi aggiunto qualche elemento peggiorativo. Ma il conflitto fra Quirinale e Governo crescerebbe a livelli mai neppure sfiorati.
Non resta dunque che aspettare, lasciar passare la nottata.
Nella serena certezza che se questi sono gli ultimi atti del governo, la nottata passerà presto.
Stop al Csm e varo della legge, il doppio successo di Castelli
Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera
ROMA A metà pomeriggio esce dall'aula, ma invece del supplì che cercava alla buvette trova il deputato diessino Giovanni Kessler che gli parla della Superprocura antiterrorismo, al quale confessa che al Viminale non ne vogliono sentir parlare. Rientra in aula, il tempo di ascoltare gli interventi finali e alle 18.38 incassa il voto che aspettava da tre anni e mezzo: la «Riforma Castelli» dell'ordinamento giudiziario è passata e lui, il ministro della Giustizia leghista esce nuovamente dall'emiciclo. Stavolta cerca le telecamere, le trova e recita la dichiarazione che s'era preparato: «Questo governo e questa maggioranza hanno riportato la centralità del Parlamento».
E' il giorno della vittoria per Roberto Castelli, celebrata con una cravatta blu tempestata di piccole bilance che dovrebbero rappresentare la giustizia equa, al fianco dell'immancabile pochette verde Lega. Però non sorride, il Guardasigilli. Certo, anche a dicembre la legge era passata, ma con l'incognita della firma di Ciampi che infatti non arrivò. E' in attesa di quel «sì» che non dà sfogo alla soddisfazione? Inutile chiedere, Castelli non risponde a questa né ad altre domande. In ufficio lo aspettano i microfoni del Tg1 per esaltare una riforma «che porterà vantaggi a tutti», dice. E i suoi collaboratori per un brindisi di reciproche congratulazioni.
Nei palazzi delle istituzioni si racconta che l'attacco di Pera e Casini diretto al Csm e indiretto a Ciampi serviva proprio a eliminare i residui dubbi sulla possibilità che il capo dello Stato non promulgasse la legge per la seconda volta. E dunque, se pure non vuole dirlo, il ministro stavolta è tranquillo oltre che soddisfatto. Anche perché stavolta la vittoria è doppia: insieme alla legge, governo e maggioranza incassano lo stop al parere negativo del Csm sulla parte nuova della riforma, l'ormai famoso emendamento anti-Caselli.
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Proprio l'emendamento anti-Caselli, con tutto quello che si porta dietro in materia di nomine dei capi degli uffici, sarà la prima conseguenza della riforma con cui il Consiglio dovrà fare i conti. A cominciare da oggi, quando dovrebbero essere nominati dei presidenti di sezione della Cassazione che con la nuova legge non ne avrebbero più i requisiti. Per non dire dei possibili, futuri giudizi della Corte costituzionale.
Ma tutto questo non è preoccupazione di Castelli. Almeno non ora che può celebrare il varo della sua riforma dopo sei passaggi parlamentari, quattro scioperi dei magistrati, due voti di fiducia, un no del Quirinale, le critiche di docenti e avvocati. E chissà se è del tutto sincero quando alla domanda se ha mai temuto di non farcela risponde secco: «Mai».
L´APPELLO Sette presidenti: uniti per ridare fiducia all´Europa
Carlo Azeglio Ciampi, Jorge F. Branco de Sampaio, Heinz Fischer, Tarja Halonen, Horst Koheler, Aleksander Kwasniewski, Vaira Vike-Freiberga
su la Repubblica del 15 luglio 2005
L´ESITO dei referendum in Francia e nei Paesi Bassi ha dimostrato l´insoddisfazione di molti cittadini per una politica europea incapace di corrispondere alle loro attese. Pur essendo, per la maggior parte, sostenitori del progetto europeo, essi provano disagio per il modo in cui viene attuato. Si sentono tagliati fuori da decisioni cruciali per il loro futuro, così come da quelle che riguardano la loro vita di tutti i giorni.
Troppo spesso è accaduto che importanti temi europei non fossero dibattuti a sufficienza, prima di essere deliberati. A molti, la regolamentazione perseguita dall´Unione europea appare esagerata; poco trasparenti, spesso, le procedure decisionali e anonime le istanze cui esse fanno capo. Ma soprattutto: spesso e volentieri si è lasciato che Bruxelles diventasse il capro espiatorio di problemi di politica interna. Si è posto così in cattiva luce un buon progetto.
Noi siamo convinti che l´Ue ha bisogno di istituzioni forti, autorevoli ed efficienti e di procedure trasparenti. L´Unione europea dovrebbe limitarsi a regolare ciò che è meglio sia regolato congiuntamente. Ha bisogno di meccanismi che consentano di colmare il divario tra le istanze decisionali europee e i cittadini. Gli obiettivi del Trattato costituzionale maggiore coinvolgimento dei cittadini, trasparenza, democratizzazione ed efficienza mantengono tutta la loro validità. Questioni di comune interesse devono poter essere discusse da tutti gli europei.
Alti livelli di disoccupazione e scarsa crescita economica alimentano in molti le preoccupazioni per il futuro. L´Europa deve offrire loro una reale prospettiva. È giusto perciò che crescita ed occupazione siano state poste dalla Commissione europea al centro della propria azione. I cittadini faranno proprio il progetto unitario, se avvertiranno che l´Europa dischiude per loro e per i loro figli nuove possibilità di lavoro e di benessere. Il modello europeo ha un´indispensabile componente sociale. Ma essa ha bisogno di essere consolidata economicamente.
Il compito principale da affrontare ora è ripristinare la fiducia nell´Europa politica. Dobbiamo rendere comprensibili a tutti i benefici dell´integrazione. Chiarire ai cittadini come funziona l´Unione europea, cosa essa ha realizzato, dove è diretta e per quali ragioni. È così che si convincono le persone della validità del progetto europeo.
Senza il loro consenso e la loro cooperazione, l´Unione non potrà consolidarsi e tanto meno svilupparsi ulteriormente. L´Europa attraversa una fase difficile. Non vi è tuttavia motivo di dubitare dell´Unione europea. Basta richiamare alla memoria quanto essa ha apportato ai suoi Stati membri e ai loro cittadini in benessere, in forza economica che ci consente di partecipare alla gestione della globalizzazione, in libertà e diritti, e soprattutto in sicurezza dalla guerra e dall´oppressione.
Jan Claude Juncker, primo ministro del Lussemburgo e presidente uscente del Consiglio europeo, ha detto che chiunque abbia dubbi, chiunque disperi dell´Europa dovrebbe visitare i cimiteri di guerra. Siamo pienamente d´accordo. La pace in Europa non è affatto scontata; vi sono ancora molti fra noi che hanno dovuto impararlo per amara esperienza. Per i giovani di oggi la guerra tra Paesi dell´Unione europea è impensabile giustamente. Questa è un´inestimabile conquista dell´integrazione europea.
Sappiamo anche che il nostro successo economico è basato sul mercato interno. Esso ha apportato benessere ai vecchi Stati membri ed ha dischiuso ai nuovi le stesse opportunità. Vogliamo un mercato funzionante, che vada di pari passo con la coesione e la giustizia sociale. Questo è il modello europeo, capace di garantire ai nostri cittadini un duraturo benessere.
Solo insieme, le nazioni europee possono sostenere la competizione e negoziare con successo con paesi come gli Usa, ma anche la Cina e l´India che hanno un peso demografico rispettivamente di 1,3 e 1,15 miliardi di persone e un tasso di sviluppo prossimo al 10%. Solo un´Europa economicamente forte, solidale, può plasmare le forze della globalizzazione; conferire alla globalizzazione la necessaria dimensione sociale. Così facendo, offriremo al mondo un valido modello.
Il mercato interno significa concorrenza e questo a sua volta richiede impegno e flessibilità. Una concorrenza leale consente di offrire ai consumatori prodotti e servizi migliori. Non vi è altra strada, se vogliamo mantenere e ampliare la nostra prosperità.
L´euro ha costituito un ulteriore, importante avanzamento anche politico: è di determinante utilità ai fini della stabilità monetaria, bassi tassi d´interesse, trasparenza, costi di transazione contenuti, integrazione dei mercati finanziari e mobilità delle persone. Ne traggono beneficio anche gli Stati membri al di fuori della zona euro.
Non possiamo mettere a repentaglio il patrimonio acquisito, dobbiamo mantenere intatte le opportunità per il nostro futuro. Per questo è necessario sapere cosa vogliamo. L´Unione europea è già adesso molto di più di una zona di libero scambio. Si è costituita, fin dalle origini, come un progetto politico. È una comunità di destino che condivide valori e principi. Essi includono la libertà, la democrazia, l´uguaglianza, lo Stato di diritto, il pluralismo, il rispetto della dignità della persona, la giustizia sociale e la solidarietà.
Gli Stati membri dell´Ue sono chiamati ad intensificare l´impegno per lo sviluppo della conoscenza e dell´innovazione come forze motrici di una crescita durevole e dell´occupazione; a compiere ulteriori sforzi per l´attuazione di riforme strutturali. Questo è il solo modo per rendere più dinamiche le economie nazionali.
L´Unione deve soprattutto proporsi di parlare con una sola voce nel mondo. Solo così potrà far valere il suo peso economico e politico. Solo così potrà contribuire ad affrontare con successo i problemi globali. Questo è anche ciò che attendono i nostri partner nel mondo. Dobbiamo ora riflettere con calma a come riportare la nave europea sulla giusta rotta. Da dove ripartire?
- Abbiamo bisogno di un´Europa ancora più democratica, trasparente ed efficiente: per noi stessi, ma anche per poter affrontare con successo la globalizzazione.
- Vanno attuati meccanismi per coinvolgere pienamente i cittadini nel progetto europeo; per associarli alla sua attuazione e al suo avanzamento. Dobbiamo perciò riflettere al modo in cui essi, nell´Ue, possano esprimersi congiuntamente, il più possibile, su questioni di comune interesse.
- È necessaria e i recenti attacchi terroristici lo hanno ancora una volta dimostrato una più stretta cooperazione nelle questioni di sicurezza e di lotta al terrorismo.
- Occorre una maggiore disponibilità al compromesso. La solidarietà - pilastro del progetto europeo - è nell´interesse di tutti gli Stati membri.
- L´Europa deve prepararsi ad affrontare il futuro. Dobbiamo investire nelle potenzialità europee: nell´innovazione, nelle infrastrutture, nella formazione e nella ricerca. Occorre valutare quanto viene versato al bilancio di Bruxelles e come viene speso: su questo deve esserci, e perciò ci sarà, un accordo tempestivo.
L´attuale pausa di riflessione va messa realmente a profitto. Senza perderci di coraggio, ma facendo prova di tenacia e d´inventiva. La politica della "porta aperta" perseguita dall´Unione europea si è dimostrata un successo. L´adesione di nuovi membri ha dato all´Europa nuovo impulso e nuove possibilità.
Dobbiamo adesso darci il tempo di imparare a vivere a 25; di praticare un´identità europea basata sulla storia comune, sulla cultura comune, e su valori condivisi che determinano la nostra vita quotidiana e definiscono il nostro comune spazio europeo.
Per quanto riguarda futuri sviluppi dell´allargamento, va applicato il principio pacta sunt servanda. Si dovranno rispettare gli accordi presi e potenziali candidati all´adesione dovranno ottenere prospettive realistiche, che creeranno anche ulteriori incentivi per più incisive riforme interne e l´adozione degli standard europei. I criteri di adesione democrazia, rispetto dei diritti umani e stato di diritto devono valere ugualmente per tutti gli aspiranti.
In questi giorni sono iniziate in molti paesi le vacanze estive. Molti di noi godranno delle bellezze della nostra Europa, senza controlli di frontiera e in molti casi senza neppure dover cambiare la valuta. Questo probabilmente consentirà di toccare con mano i benefici che ognuno trae dall´Europa.
Non vogliamo rinunciarvi. Dobbiamo cogliere l´occasione di una Europa unita e solidale, dimostrarci all´altezza delle nostre responsabilità nei confronti delle generazioni future.
I firmatari sono capi di Stato: Carlo Azeglio Ciampi (Italia), Jorge Fernando Branco de Sampaio (Portogallo), Heinz Fischer (Austria), Tarja Halonen (Finlandia), Horst Koheler (Germania), Aleksander Kwasniewski (Polonia), Vaira Vike-Freiberga (Lettonia)
Prigionieri delle paure
Barbara Spinelli su La Stampa del 17 luglio 2005
Forse a qualcuno sarà capitato in queste settimane di leggere non solo la stampa italiana, ma anche quella francese o tedesca, inglese o spagnola. Qualcosa allora avrà colpito la sua attenzione.
In Italia, enormi titoli che annunciano la rottura francese con Schengen, Parigi che «si blinda» a conferma d'un suo fatale allontanarsi dall'Europa, l'ineluttabile sprofondare dell'Unione nello sfacelo, il ritorno dei confini nazionali che l'illusoria Europa felix aveva abolito.
Attorno a noi, appena varcate le Alpi, quasi silenzio, un tono contenuto, e al massimo una notizia riportata dentro i giornali, in articoli dedicati alla riunione d'emergenza svoltasi il 13 luglio tra ministri degli interni e della giustizia europei.
Fuori dall'Italia non si sottovaluta il male di cui soffre l'Europa, ma non tutto va nel peggiore dei modi e dei mondi possibili.
La Francia di Chirac e Villepin ha invocato una delle clausole contenute nel trattato di Schengen, restaurando per un mese il controllo dei passaporti alle frontiere. Non ha rotto con Schengen, non si blinda, non si corazza isolandosi dalla convenzione. Tutti gli altri capitoli del trattato (comuni controlli delle frontiere esterne, politiche armonizzate per i visti d'ingressi o la cooperazione poliziesca, giudiziaria) restano in vigore.
La sospensione del passaggio senza passaporti è un evento previsto dal trattato e non infrequente: più volte si è ricorso a questa clausola sia in Francia (alla vigilia di eventi sportivi o politici) sia nei quattordici Stati che con Parigi hanno sottoscritto la convenzione. Siamo dunque davanti a un'esagerazione tutta italiana, e ogni esagerazione è una strana bestia che fa storia anche quando non sa bene quale storia stia facendo.
L'etimologia dice questo accumulare in eccesso (ex-aggerare, in latino); questo elevare che sorpassa il necessario. L'esagerazione crea dramma, e soprattutto imprime fretta agli eventi come alle idee: fretta di andare avanti nella migliore delle ipotesi, fretta di constatare e festeggiare la regressione, il naufragio, il tramonto d'Europa nella peggiore. Il fascino per questo naufragio ha in Italia qualcosa di forte e al tempo stesso di leggero, di fatuo. È come un vestito di moda che nessuno si sente di giudicar male perché tutti l'indossano.
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Con i suoi titoli, la stampa italiana dà spesso un'impressione strana: di perdita di controllo, d'incapacità di vedere oltre il proprio territorio, di quella provinciale ignoranza militante che viene dal chiudersi della mente.
Quel che hanno scritto i giornali europei non cambia i titoli dei nostri giornali e telegiornali.
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Naturalmente tutto può regredire d'un colpo: nessuna civilizzazione è al riparo dalla morte.
La tendenza dell'Unione a rinazionalizzarsi è un rischio reale. Ma c'è nei titoli enfatici della stampa italiana (non negli articoli, in genere) qualcosa di più che un'analisi fredda e smagata delle difficoltà presenti. C'è un trascurare sistematico di quel che può resistere allo sfacelo dell'avventura europea; di quel che contraddice un declino che molti sembrano giudicar fatale, oltre che benefico.
La Costituzione europea è data per morta prima ancora che sia stata data battaglia per aggiustarla, e così Schengen o la comune politica estera o le spese comunitarie.
Lo dicono a proposito del trattato costituzionale numerosi intellettuali, lo dicono i titoli di giornale e gli avversari dell'Unione, e questo nonostante i fatti smentiscano il divorzio radicale tra popoli e Europa: a seguito dell'unanime voto parlamentare a Malta e del referendum positivo in Lussemburgo, c'è ormai una maggioranza di Stati favorevoli alla Costituzione (13 su 25), la cui popolazione totale rappresenta circa la metà del popolo nell'Unione.
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È l'esagerazione di una stampa e di una classe intellettuale che non è autonoma dalla classe dei politici nostrani, che continuamente emula e mima le loro recite, che preferisce entrare in gara con loro in piccoli palcoscenici piuttosto che nuotare nel più ampio mare dell'indagare e comunicare autonomo europeo.
Che nobilita queste recite, compresa l'irresponsabile leggerezza che le avvolge.
Che non ha tendenza a pensare con la propria testa, e non è vero potere intellettuale o quarto potere ma potere che vive all'ombra del primo, del secondo o del terzo potere. Nel caso di noi giornalisti, non è nelle nostre tradizioni che cerchiamo la bussola per capire.
È il discorso della Lega a fissare l'ordine del giorno nostro e dei politici; a decidere come debba esser data notizia del reale e come sia il caso di ragionare. Se ne può avere conferma leggendo La Padania, in questi giorni. Il giornale di Bossi è interamente dominato dalla presunta rottura francese con Schengen («finalmente una politica con la p maiuscola», che la Lega vuol far propria) e dalle profezie di Bossi sulla fine dell'Europa, sul ritorno non solo auspicabile ma provvidenziale delle frontiere nazionali.
Con questi articoli e questi titoli i grandi quotidiani indipendenti sono in sintonia, pescando nell'oratoria leghista i discorsi sul politicamente corretto e i poteri forti, sull'illuminismo e le belle anime europeiste. Anche i giornali che avversano governo e Lega ne sono prigionieri, quasi senza accorgersene. Anche certi intellettuali, che pure ambiscono a pensare in profondità la crisi europea, sembrano attratti da una forza politica che s'alimenta dell'odierno clima d'insicurezza per speculare sul suo aggravarsi e mai dire in maniera coerente quel che si chiede all'Europa.
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Più profondamente è la cultura della paura che impregna la classe dirigente, volente o nolente. Ci si prepara a un attentato in Italia, dopo le bombe a Londra, e quasi maniacalmente si ripete che il pericolo è alle porte, anzi è già qui. Importante non è prepararsi con rimedi concreti: giacché se così fosse si sarebbero subito adottate le misure del ministro Pisanu, che politici e commentatori si ostinano a definire ordinarie e in realtà sono già speciali oltre che necessarie (fermo allungato, impossibilità di contattare gli avvocati nei primi interrogatori), permettendo alla Lega d'arrogarsi l'esclusivo merito della fermezza.
L'unica cosa che sembra contare è mantenere in Italia un persistente stato di paura - enfatizzando e sminuendo il pericolo a fasi alterne, come fa Berlusconi - per poter poi profittare elettoralmente di eventuali stragi.
Per questo è importante sapere quel che in pratica si augurano coloro che annunciano il declino dell'Unione.
Quale Europa? Quali Stati e per quali politiche? È il passaggio cruciale della lettera che sette capi di Stato hanno redatto nei giorni scorsi (oltre a Ciampi i Presidenti di Portogallo, Austria, Finlandia, Germania, Polonia, Lettonia. L'appello è apparso su Repubblica il 15 luglio).
È un testo prezioso, perché oltrepassa la divisione creatasi alla vigilia della guerra irachena tra vecchia e nuova Europa e perché fa proposte per restituire legittimità forte all'Unione, partendo da quel che di buono, anche se imperfetto, essa ha prodotto: «Non possiamo mettere a repentaglio il patrimonio acquisito, dobbiamo mantenere intatte le opportunità per il nostro futuro. Per questo è necessario sapere cosa vogliamo».
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Tutte le idee aiutano a pensare, ma non le falsificazioni e ancor meno le esagerazioni. Che accumulano in eccesso al solo fine d'accumulare. Che a noi giornalisti danno euforia e senso di potere, trasformandoci subdolamente in valletti dei politici e dei loro piani di riconquista dei consensi.
Si torna sempre alle madrasse, le scuole coraniche del Pakistan. Lì dove sono nati i Taliban. Dove è cresciuto il clan di Quetta che propose a bin Laden l´attentato alle Twin Towers. E dove, sei mesi prima delle bombe che il 7 luglio hanno squassato Londra, trascorse alcune settimane uno dei quattro attentatori, il ventiduenne Shezad Tanweer. Vent´anni fa quelle scuole coraniche furono l´arma segreta dell´Occidente in Afganistan.
Alimentate dai petrodollari, protette da una dittatura cara a Washington, inculcarono la guerra santa nei cervelli giovanissimi d´una generazione di profughi afgani. Ora sono il boomerang che ci torna in faccia con una regolarità inquietante. Blair ne ha parlato ieri con il generale Musharraf, proprio mentre i servizi segreti pakistani interrogavano duecento estremisti islamici arrestati nella notte. «Da parte del governo pakistano ha dato atto il britannico c´è una reale volontà di attaccare le madrassas che predicano l´estremismo». Sarà certamente così, ma quella volontà finora non ha prodotto molto. O almeno: s´è scontrata col fatto che in Pakistan le madrassas sono care all´alleanza dei partiti islamici, poderose per elettorato, mezzi, relazioni con settori dell´esercito e rapporti occulti con l´estremismo armato. Così anche dopo l´11 settembre il Pakistan ha continuato a produrre ogni anno, nelle sue scuole coraniche, più terroristi di quanti ne arresti la sua polizia.
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Anche per questoa Islamabad adesso sperano che le indagini sull´attentato di Londra non mettano il governo in una situazione ancora più scomoda. E´ made in Pakistan il terrorismo che ha squassato Londra il 7 luglio? Oppure dobbiamo riconoscere qualche ragione al Frontier Post di Peshawar quando accusa la stampa britannica di rovesciare sul Pakistan l´onta d´un massacro compiuto da ragazzi nati e cresciuti in Inghilterra? A fanatizzare i terroristi è stata l´ira musulmana per quanto avviene a Bagdad (ancora giornali pakistani) o piuttosto un credo costruito in alcune scuole coraniche? In attesa di capire se effettivamente sono coinvolti nel massacro alcuni tra i quasi duecento estremisti islamici arrestati negli ultimi due giorni dai servizi segreti pakistani, proviamo ad allineare i fatti. Risulta innanzitutto che l´anno scorso tre dei quattro attentatori trascorsero in Pakistan due o tre mesi. Nulla di strano, essendo tutti di origine pakistana. Ma se stiamo alla stampa britannica uno dei tre, il ventiduenne Shezad Tanweer, fu segnalato in quel periodo nelle moschee dell´islam radicale, a Feisalabad, una torrida città del Punjab. Le moschee forsennate di Feisalabad sono tutte di scuola Deobandi, la stessa setta islamica dei Taliban, e sono controllate da Sipah-i-Sahaba, 'i soldati dei compagni di Maometto´. Di Sipah-i-Sahaba, SSP in sigla, ha parlato lunedì Musharraf: pur senza collegarla all´attentato di Londra, il presidente pakistano l´ha citata, insieme ad una organizzazione consorella, come simbolo d´un´area fondamentalista contigua al terrorismo. L´SSP e il suo braccio armato conterebbero sui 3000-6000 armati, in maggioranza addestrati in Afganistan al tempo dei Taliban. Il capo del suo consiglio supremo è Zia ul-Qasmi, un molana (mawlana nella dizione inglese), titolo religioso che potrebbe equivalere al nostro monsignore. Quando lo conobbi, sette anni fa, il grasso e vanitoso Qasmi volle farmi sapere d´essere amico di bin Laden; ma questo non gli impediva di ottenere il visto britannico. Almeno una volta l´anno predicare idee non proprio pacifiche nella moschea d´una città inglese, Brixton. Era una specie di vedette dell´islamismo internazionale. Predicava anche negli Stati Uniti, mi raccontò, e probabilmente nel suo campo era d´una scienza sconfinata. Ma fuori da quella, un autentico imbecille. D´un´ignoranza comica. Aveva alle spalle la fotografia d´un paesaggio alpino - una malga, nevai, pascoli, abeti. Quando gli chiesi cosa fosse mi rispose: "Londra". Era sbarcato varie volte negli aeroporti londinesi ma non era mai stato colto da curiosità per la capitale britannica. Non gli interessava. Era il mondo degli infedeli: che lo odiasse o no, riteneva che non avesse nulla da insegnargli. Così della Gran Bretagna conosceva solo due aeroporti e una moschea.
La moschea di Zia ul-Qasmi non aveva nulla di grandioso, ma era il quartier generale della persecuzione contro i cristiani in quella zona del Punjab. Andai a trovare il molana pochi giorni dopo il suicidio del vescovo di Feisalabad, John John. S´era sparato alla testa davanti al tribunale che aveva condannato un contadino cattolico per 'blasfemia´, crimine punito con la morte dal codice penale pakistano. Il suo era stato un gesto politico "S´è immolato", dicevano i preti di Feisalabad e per questo il Papa aveva autorizzato la sepoltura d´un suicida in terra consacrata. A quel tempo gli armigeri del SSP potevano fare di tutto. Traversavano il quartiere cristiano in colonne di camion straboccanti di mitra, ogni tanto sparavano contro l´ingresso della chiesa, e soprattutto s´incaricavano di costruire le testimonianze per far arrestare un cristiano e farlo condannare a morte (di solito bastava lanciargli in giardino un Corano bruciacchiato). Le sentenze venivano poi tutte riformate in secondo grado, e nessuna eseguita, così come accade ancora adesso. Ma il reato di blasfemia era ed è usato per tenere in soggezione la piccola minoranza cristiana. Di questo appunto si occupava il braccio armato di Sipah-i-Sahaba, una formazione chiamata l´Esercito dei fedeli, Lashkar.
Chi volesse leggere tutto questo con lo schemino dell´ 'islam contro la cristianità´ sarebbe ancora una volta fuori strada. Per cominciare i seguaci di Qasmi e in genere l´estremismo pakistano si sono specializzati nel massacrare non cristiani ma altri musulmani: innanzitutto sciiti, in secondo luogo sunniti laici. Inoltre anche nel Punjab i contrasti 'religiosi´ sono schermo di interessi concreti. Il SSP è caro ai commercianti e alla piccola borghesia perché trasferisce nella religione, nobilitandoli, sia il rancore verso i proprietari terrieri, in gran parte sciiti, sia la voluttà di accanirsi su una 'umanità inferiore´ (in quel caso i cristiani, l´ultimo gradino della gerarchia sociale), una tentazione universale che anche noi italiani conosciamo bene.
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Indifferenti Ignorate le stragi di civili in Iraq
Ernesto Galli Della loggia sul Corriere della Sera
Prosegue senza sosta in Iraq la mattanza terroristica: negli ultimi diciotto mesi, in soli attacchi suicidi con autobombe, sono state uccise più di duemila persone tra le quali non si contano i bambini.
L'obiettivo politico del terrorismo è stato reso ancora una volta esplicito dall'attentato dell'altro ieri, quando ad essere eliminati sono stati due rappresentanti sunniti nella commissione incaricata di redigere il progetto della nuova Costituzione da sottoporre entro ottobre al referendum. L'obiettivo è per l'appunto quello di impedire il processo di stabilizzazione democratica del Paese, e dunque, coerentemente con questo obiettivo, di impedire a qualunque costo che la minoranza sunnita partecipi al suddetto processo in tal modo legittimandolo. Nei progetti dei terroristi, insomma, i sunniti, che con Saddam si erano abituati a una indebita egemonia a spese della maggioranza sciita, dovrebbero oggi, privati di quel potere, macerarsi nel rancore e nel desiderio di rivalsa esercitando una costante pressione destabilizzatrice nei confronti del nuovo regime. Da qui gli attentati in una duplice direzione, contro gli sciiti nel loro insieme, e in modo mirato, viceversa, contro quei sunniti che come le due vittime recenti accettano di stabilire un dialogo tra minoranza e maggioranza.
Mi domando: ce n'è abbastanza o no per affermare senza mezzi termini che in Iraq il vero nemico del terrorismo, il suo vero bersaglio politico è né più né meno che la democrazia? Cos'altro sono infatti le elezioni cui ha partecipato la maggioranza degli aventi diritto, e adesso una Costituzione, e poi domani il referendum confermativo, e poi ancora le elezioni politiche, e insieme il tentativo di far partecipare anche la minoranza alla nascita del nuovo regime? Cos'altro se non la democrazia?
Eppure la gran parte dell'opinione pubblica europea, e italiana in specie, segue distrattamente l'ecatombe irachena, non riserva nessuna emozione e tantomeno solidarietà alle sue vittime. È indifferente. La ragione di questa indifferenza la conosciamo bene: è la guerra americana, l'invasione voluta da Bush. Tutto è contaminato e compromesso da quella sorta di peccato storico originale. Ma non ci rendiamo conto che così non facciamo altro che far pagare agli iracheni il prezzo delle nostre dispute o, se si vuole, delle nostre scelte ideologiche. Dispute e scelte sacrosante magari, ma che forse dovrebbero essere messe da parte di fronte al dramma sanguinoso di un popolo. Gli iracheni, infatti, cercano oggi nella loro grande maggioranza di trarre da un evento discutibile e di sicuro ambiguo, come è stato l'intervento militare degli Usa, il beneficio che sarebbe per loro possibile trarre se non ci fosse l'azione implacabilmente omicida del terrorismo. Questo semina strage perché vuole impedire a tutti i costi che un intero popolo si getti alle spalle il passato e i suoi drammi da quello terribile della dittatura saddamita a quello della guerra di due anni fa e approfitti delle circostanze per costruirsi un presente non più abitato dalla paura. È stupefacente, di fronte a ciò, quanta gente in Europa e in Italia sembri invece condividere, sia pure inconsapevolmente, gli scopi degli uomini della morte, e anziché alla speranza ragionevole nel domani preferisca dare ascolto alle presunte ragioni di ieri.
Commercio estero, Italia mai così giù
brevissime del Corriere
Le importazioni crescono più delle esportazioni, colpa del petrolio: record negativo, come nel '92
Siniscalco: non escludo misure una tantum, ma solo per tagliare il debito Il caro petrolio ha fatto pendere la bilancia commerciale verso il peggior risultato dal 1992. Il saldo, nei primi 5 mesi dell'anno, è negativo per 6.277 milioni di euro, a fronte di un disavanzo di 2.724 milioni dello stesso periodo dello scorso anno. Secondo l'Istat, il deficit a maggio ha registrato un risultato negativo per 366 milioni di euro (+ 142 milioni nel 2004). Meno scoraggiante è il dato relativo agli scambi con l'Europa: a maggio infatti le esportazioni sono cresciute più delle importazioni.
Intanto, il ministro dell'Agricoltura Alemanno si dice sicuro che la prossima Finanziaria sarà «una grande bufera» e i primi passi del Dpef in Parlamento lo confermano. Il ministro dell'Economia Siniscalco, dal canto suo, ha dichiarato di non escludere una tantum, ma solo per ridurre il debito pubblico. Inaugurando le audizioni parlamentari ha assicurato che «la fase di stagnazione è ormai finita».
Il G8 di Genova 4 anni dopo, il processo che non c'è mai stato
sommari de l'Unità
Il 20 luglio del 2001 in piazza Alimonda Carlo Giuliani veniva ucciso da un colpo di arma da fuoco sparato dal carabiniere di leva Mario Placanica, mai processato per quell'omicidio. Il "caso Giuliani" è infatti stato frettolosamente archiviato prima del pubblico dibattimento per «legittima difesa». Mentre Genova ricorda quelle giornate di quattro anni fa che segnarono un punto di svolta nella storia del nostro paese, nelle aule di tribunale si cerca ancora di fare giustizia per quanto accadde alla Diaz e a Bolzaneto. Ma sui processi grava il rischio prescrizione che scatta nel 2008.
Prodi: Pacs per le Coppie di fatto - "Modello francese per i conviventi"
Intesa a sinistra. "Riconoscimento diritti civili per gli omosessuali". I Ds: "La proposta deve entrare nel programma per le elezioni".
Applausi dall'Arci gay: "Bene così, voteremo per lui alle primarie".
Marco Marozzi su la Repubblica
ROMA - Racconta un'Italia che si apre ai Pacs, i patti di solidarietà previsti dalla Francia per le convivenze gay. Riceve subito gli applausi delle associazioni degli omosessuali e al pomeriggio si trova costretto a chiarire che "come è noto non ho mai equiparato le convivenze di fatto al matrimonio". Ma ripete: "Ritengo tuttavia che un governo debba preoccuparsi dei diritti di tutti i cittadini e della necessità di disciplinare i problemi giuridici e civili anche di coloro che scelgono di vivere insieme stabilmente in forme diverse dal matrimonio".
Chiarisce e insiste Romano Prodi, "cattolico e laico" che dice di ispirarsi a De Gasperi. I giornalisti della stampa estera vogliono sapere che tipo sia, i programmi per l'Italia, come viva l'Europa. E lui, in un'ora e mezzo, molto più a suo agio che con gli italiani, annuncia un Paese profondamente diverso da quello di Berlusconi. Senza "leggi ad hoc", senza un presidente della Banca d'Italia scelto a vita, senza la legge Bossi-Fini, senza "compiaciuto antieuropeismo".
I giornalisti di mezzo mondo sono molto attenti ai diritti civili, ai rapporti - "ingerenze" dice uno - con il Vaticano nell'epoca di Papa Ratzinger e del sorgere in Italia di molti teo-con. "Vi consiglio di leggere il discorso fatto da Ciampi di fronte al Papa, al Quirinale - risponde Prodi - è stato di grandissimo equilibrio e di dottrina ferma". È un richiamo alla laicità dello Stato prendendo come faro il presidente della Repubblica.
"Io sono cattolico e laico - si racconta il Professore - ho sempre ritenuto, fin dalla mia formazione giovanile, che un cattolico in politica debba obbedire ad alcuni grandi principi e orientamenti, ma abbia la responsabilità di tradurli autonomamente in politica. Una responsabilità che spesso porta dei problemi".
"Mai strumentalizzando la Chiesa, - insiste - mai rinunciando ai miei principi e mai rinunciando ai miei doveri di politico e alla responsabilità che un politico deve avere, e al rispetto dei principi da un lato e della propria coscienza soprattutto". Questa è "la difficoltà del politico moderno", quella "con cui tanti politici italiani si sono misurati, a cominciare da De Gasperi, al quale cerco di ispirarmi".
È in questa luce che Prodi parla di diritti. "Nell'Unione riflettiamo in modo non formale - risponde sui gay - e l'orientamento verso i patti di tipo francese è di tutta la coalizione. Sui singoli articoli si può discutere ma solidarietà e riconoscimento dei diritti civili per i gay ci guidano verso un orientamento comune". "Bravo" applaudono a sinistra. In casa Ds, Barbara Pollasatrini, Livia Turco, Giovanna Melandri ("ora i Pacs nel programma dell'Unione"), Luigi Manconi. Pecoraro Scanio per i Verdi. L'Arci Gay annuncia che voterà per il Professore alle elezioni primarie.
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La musica digitale diventa adulta: mezzo miliardo di canzoni vendute online dalla Apple
Toni De Marchi su l'Unità
E così al mezzo miliardo ci sono arrivati. Mezzo miliardo tondo tondo di canzoni vendute dall'iTunes Music Store (Itms) della Apple, il primo negozio on-line di musica che può essere scaricata sul proprio computer a, da questo, nell'iPod, il lettore digitale portatile diventato una sorta di status symbol. Mezzo miliardo di brani in poco più di 28 mesi, ma con una tendenza all'accelerazione per cui il traguardo del miliardo di canzoni comperate sullo store della Apple dovrebbe essere solo questione di pochi mesi. A gennaio scorso, dunque sette mesi fa, infatti le canzoni scaricate dall'Itms erano "appena" 250 milioni, raddoppiate in sette mesi scarsi.
La scommessa della musica digitale "legale" Steve Jobs, fondatore e amministratore delegato della Apple, l'aveva lanciata nel marzo 2003, Una scommessa prima di tutto con le majors discografiche che vedevano nella vendita on-line una minaccia al loro controllo assoluto del mercato. Un controllo già messo ampiamente in discussione dal fenomeno del peer-to-peer, lo scambio di file musicali tramite Internet. Uno scambio considerato illegale perché così non si pagano i diritti d'autore, ma diventato ormai una pratica così diffusa e di proporzioni così gigantesche da essere praticamente inarrestabile. I discografici per un po' erano convinti che, essendo riusciti a sconfiggere Napster - il primo servizio di scambio di file su Internet - in tribunale, avevano anche sconfitto il fenomeno. Ma, morto un re se ne fa un altro e dopo Naspter sono spuntati come funghi i Kazaa, eMule, Bittorrent. Un fiume in piena che travolgeva tutto.
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Anziché contribuire al moltiplicarsi dello scambio "pirata", il negozio Apple ha trovato decine e decine di imitatori, e adesso si può dire che la nozione stessa dell'acquisto di musica on-line sia diventata di senso comune, soprattutto tra i giovani.
Il negozio della Apple, tuttavia, è di gran lunga quello che ha avuto più successo ed ha venduto il maggior numero di brani. Certo, l'essere partiti per primi ha in qualche modo favorito l'Itms, ma il vero segreto del successo sta nell'iPod, quel giocattolino capace di contenere fino a 20 mila brani musicali in formato digitale. L'iPod della Apple, così come il negozio on-line, ha trovato decine e decine di imitatori: dalle sconosciute case taiwanesi al colosso Sony. Ma ciò nonostante quasi il 70 per cento del mercato mondiale dei lettori digitali portatili di musica è occupato da questo minuscolo oggetto. Un successo che ha travolto anche le più ottimistiche previsioni dei suoi creatori. Basti pensare che nel trimestre aprile-giugno 2005 ne sono stati venduti 6.155.000, il 616 per cento in più dello stesso periodo di un anno prima. E questo nonostante si tratti di un prodotto che ha ormai più di due anni, un'eternità nel mondo degli oggetti digitali.
L'altro punto di forza è il software iTunes, che Apple ha creato sin dall'inizio sia per i computer Macintosh che per i Windows. Si tratta di un programma estremamente semplice ed intuitivo che serve sia a gestire la propria raccolta di brani digitali, con tutte le funzioni connesse, compresa la masterizzazione dei Cd, sia a collegarsi al sito del negozio on-line per acquistare la musica. Questione di due o tre click e il brano prescelto, tra il milione o giù di lì disponibili, arriva sul computer di casa. Prezzo? 99 centesimi di dollaro negli Usa, 99 centesimo di euro in Europa.
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Gli europei, comunque, non sono stati così entusiasmi nella risposta come i consumatori d'oltre-Atlantico. In un anno hanno comperato "appena" cinquanta milioni di pezzi, il dieci per cento degli americani.