
sulla stampa
a cura di P.C. - 20 luglio 2005
Giustizia, oggi la fiducia
Giorgio Battistini su la Repubblica
ROMA - Un solo, forte motivo di contrasto nell´improvviso vertice di ieri mattina al Quirinale. Lo scontro sul Csm, che aveva visto i presidenti di centrodestra delle due assemblee avallare l´attacco al vertice giudiziario, e dunque al suo presidente costituzionale, Carlo Azeglio Ciampi. Scontro che finisce oggi alla Camera col voto di fiducia chiesto dal governo per forzare l´approvazione della riforma Castelli sulla Giustizia, bocciata nel decembre scorso dallo stesso capo dello Stato. Su tutto il resto dibattito aperto, posizioni non identiche, non sempre inconciliabili. Sulle elezioni anticipate Ciampi preferisce il 9 aprile e ha spiegato perché al presidente del Consiglio. Berlusconi indica il 7 maggio, quasi alla scadenza naturale.
Il capo dello Stato naturalmente non ha deciso nulla. Né lo potrebbe, trattandosi solo d´un eventuale anticipo tecnico (come in quasi tutte le legislature del dopoguerra), non politico, materia quindi di governo e partiti. Sulla stampa erano trapelate le sue riflessioni sull´urgenza d´interventi per l´economia e sulla lentezza della macchina istituzionale ingorgata da troppe scadenze di calendario. Teoricamente, ma solo in teoria appunto, Berlusconi non è pregiudizialmente contrario a un anticipo del voto. Purchè questo, dice, non finisca per assomigliare a una bocciatura per scarso rendimento del suo esecutivo. Problema d´immagine, oltre che di sostanza. "Caro presidente, questo governo può anche dimettersi qualche settimana prima, maggio è meglio di aprile, per evitare l´ingorgo istituzionale che si profila. Ma non posso accettare fra le motivazioni d´un voto anticipato quel che ho letto sui giornali: il sospetto d´una compagine incapace di decidere perché esausta a fine legislatura", ha detto.
Più tardi, arrivando a Montecitorio di ritorno dal Quirinale, un Berlusconi meno loquace del solito s´è lasciato dietro una battuta vaga e liquidatoria: "Ciampi è stato male interpretato dai giornali. E´ un problema ancora tutto da vedere". Nel colloquio sul Colle aveva, in via generale, dato atto al presidente delle sue "ottime intenzioni", che tuttavia si prestano a "strumentalizzazioni politiche" sempre dannose alla vigilia d´un voto. In serata, ad Arcore, è stato più liquidatorio ancora che in mattinata a Roma: il voto ad aprile è "difficilmente accettabile" perché darebbe "l´impressione d´un governo allo sbando". Resta l´ipotesi d´un voto nella prima settimana di maggio.
L´appuntamento era stato fissato nei giorni scorsi, quando il presidente del Consiglio aveva comunicato la decisione di far sottoscrivere le scuse dell´intero governo al capo dello Stato per lo sgradevole incidente leghista di Strasburgo. Raccontano di un incontro relativamente disteso, con l´unica punta polemica sul Csm, quando Berlusconi ha annunciato che uscendo dal Quirinale avrebbe comunicato a Casini la richiesta di fiducia alla Camera sul voto di stamane per la giustizia. Ciampi s´è detto sgradevolmente colpito dalla critica di Pera, ventiquattr´ore prima, che addirittura aveva chiamato in causa, sia pure anonimamente, "altri" poteri dello Stato non intervenuti a difesa del Parlamento contro il Csm. Attacco trasparente allo stesso Quirinale. Quanto alla riforma sulla giustizia, che evidentemente con la forzatura del voto di fiducia diventerà legge, Ciampi ha precisato di attenersi al dettato costituzionale che prevede la seconda firma. Le sue perplessità, che restano, potrebbero trovare attenzione in un successivo vaglio della Corte costituzionale.
Il Pera furioso
Livio Pepino su il Manifesto
Non è la prima volta che il senatore Pera usa lo scranno della seconda carica dello Stato per aiutare la maggioranza ad uscire dalle proprie difficoltà. Ma, questa volta, c'è qualcosa di più. Partiamo dai fatti. Nel dicembre scorso il presidente della Repubblica rinviò alle Camere la legge, appena approvata, di controriforma dell'ordinamento giudiziario, rilevando quattro profili di macroscopica incostituzionalità e criticando in maniera esplicita un modo di legiferare confuso, oscuro e incomprensibile ai cittadini. Sei mesi dopo la maggioranza parlamentare si accinge ad approvare - con evidenti difficoltà, al punto che il governo intende porre per la seconda volta la fiducia - un testo che recepisce le osservazioni del capo dello Stato in misura prossima allo zero. All'indignazione dei migliori costituzionalisti si è affiancato, con una adesione plebiscitaria, il quarto sciopero dei magistrati. In questo contesto il Consiglio superiore della magistratura si appresta a dare il proprio parere, come vuole l'articolo 105 della Costituzione come riferimento ai progetti di legge in tema di giustizia. Evidentemente, peraltro, le voci potenzialmente critiche sono sgradite alla maggioranza: e così i componenti del Consiglio designati dalla Casa delle libertà si sottraggono al confronto degli argomenti e delle idee e, allontanandosi dall'aula, fanno mancare il numero legale impedendo all'organo di autogoverno della magistratura di far sentire la propria voce (anche qui ripetendo un copione già sperimentato).
E' a questo punto che interviene il presidente Pera. Ci si aspetterebbe per invitare il Consiglio a dare rapidamente il proprio parare al fine di consentire al Parlamento di tenerne conto: tanto più in considerazione del fatto che la modifica dell'ordinamento giudiziario, riguardando lo status e l'indipendenza dei magistrati, deve essere considerata - secondo i migliori costituzionalisti - una sorta di legge organica di rango addirittura superiore a quella ordinaria. E invece no. Il presidente del Senato interviene per dire che il Consiglio deve cessare questa impertinente pretesa di applicare la Costituzione perché, così facendo, finirebbe per sovrapporsi alle Camere realizzando un improprio tricameralismo. Dice proprio così: il Consiglio deve astenersi dall'intervenire anche se il suo intervento è "coperto" (cosa che egli, bontà sua, contesta) dall'articolo 105 della Costituzione. C'è da non crederci: la seconda carica dello Stato contesta l'operato di un organo costituzionale (qual è il Consiglio superiore della magistratura) che agisce in base a una disposizione della Carta fondamentale (che non piace, com'è noto, al senatore Pera ma che, anche per lui, è tuttora vincolante). E non basta. L'ordine del giorno in forza del quale il Csm doveva deliberare il parere sulla legge in tema di ordinamento giudiziario era stato esplicitamente approvato (sia pure limitandone l'oggetto) dal capo dello Stato sicché la "tirata d'orecchie" del senatore Pera sembra rivolta prima di tutto proprio al presidente Ciampi...
I politici pensino alle regole, non agli affari
Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera
Unipol che lancia l'Opa sulla Bnl e taglia la strada al Banco Bilbao. La Popolare Italiana, ex Lodi, che fa altrettanto nell'Antonveneta contro l'olandese Abn Amro. L'immobiliarista Stefano Ricucci che diventa il primo azionista singolo di Rcs Media Group. Il presidente della Confindustria, Luca di Montezemolo, parla di manovre oscure. Gli esponenti del centrosinistra si dividono tra chi, come Francesco Rutelli, nega alle cooperative il diritto di fare finanza e chi, come Piero Fassino, non vede differenze di dignità imprenditoriale tra immobiliaristi e industriali e benedice l'iniziativa della compagnia di assicurazioni delle coop rosse. C'è abbastanza materia per chiedere a Romano Prodi, leader dell'Unione e candidato alla guida del governo alle elezioni politiche del 2006, dove stia andando il capitalismo italiano e che cosa debba fare la classe politica.
Presidente, queste scalate e controscalate di Borsa la preoccupano? "Sono normali nel capitalismo, dove gli assetti proprietari cambiano di frequente: né stupore né preoccupazione se si rimescolano le gerarchie e i poteri dell'economia. Non deve essere questa la ragione dello scandalo".
E quale dovrebbe essere la buona ragione? "Questi eventi occupano le prime pagine dei giornali internazionali per il messaggio che danno sulla debolezza delle regole del mercato finanziario italiano: si sono formati blocchi politici in difesa dei contendenti e i regolatori, a cominciare dalla Banca d'Italia, hanno in alcuni casi dato l'impressione di essere non arbitri ma parti in gioco. Non dimentichiamo che in passato il sistema politico italiano è esploso principalmente in conseguenza della contaminazione fra politica e affari. Bisogna fare di tutto perché la tragedia non ricominci. Ed è per questo che ho sempre preferito e preferisco parlare di regole e non di schieramenti, e lavorare su un ruolo più chiaro e incisivo delle autorità di controllo e di sorveglianza".
I volti nuovi vengono dal mattone. Perché? "Il boom dei valori immobiliari e la stagnazione degli investimenti produttivi hanno dato un'importanza senza precedenti alla speculazione. La grande liquidità dei mercati e i conseguenti bassi tassi d'interesse, inoltre, permettono di moltiplicare quasi all'infinito le risorse finanziarie. Parlo della fisiologia: delle patologie se ne dovrebbero occupare le autorità di vigilanza. E la magistratura".
La corsa al mattone è l'ultima tappa della ritirata del capitale finanziario dall'investimento nell'industria esposta alla concorrenza. Caduta del gusto del rischio o effetto di nuove convenienze create dalla politica? "Il capitalismo si ammala se le leggi sono tali da determinare convenienze economiche e fiscali che indirizzano le risorse verso la speculazione e non verso la produzione e l'innovazione. Bisognerà quindi prendere le decisioni atte a riequilibrare queste convenienze...".
Che farà se andrà al governo? "Mi sono sempre schierato con Tesauro e Monti. I fatti dimostrano che avevamo ragione. Se andrò al governo, farò in modo che la ragione prevalga". Il dibattito sul governo dell'economia oscilla tra il modello Wimbledon (non importa la nazionalità di chi vince il torneo, ma che tutti vengano a Wimbledon a giocare) e il modello francese ispirato a Colbert (lo Stato interviene nell'economia a difesa dell'interesse nazionale).
Lei come si colloca? "Poiché esistono diversi modelli di politica industriale, bisogna che la classe dirigente rifletta sulla politica industriale adatta all'Italia, dove non è possibile adottare né il modello Wimbledon né Colbert. Fino a qualche mese fa, era proprio proibito parlare di politica industriale. In pochi lo continuavamo a fare, ma senza ascolto. Adesso, ci arrivano tutti. Finalmente si riflette a partire dalla realtà dei distretti e della media impresa. Ma poi c'è la concorrenza. È economicamente dannoso e politicamente immorale avere la concorrenza in alcuni mercati e in altri no. Questo non lo potremo sopportare".
Soldi, vincono Fazio ed i Ds
Editoriale su Il Foglio
Roma. Banca popolare italiana, la nuova denominazione della Banca popolare di Lodi, è sempre più vicina ad Antonveneta. Il Tar del Lazio ha respinto il ricorso presentato da Abn Amro in merito alle autorizzazioni concesse dalla Banca d'Italia alla ex-Popolare di Lodi, che hanno consentito alla banca lodigiana di salire quasi al 30 per cento in quella padovana. La decisione mette in difficoltà gli olandesi, le cui possibilità di vittoria si riducono notevolmente.
A questo punto Abn potrebbe incassare oltre 600 milioni di plusvalenze dalla cessione della propria quota in Antonveneta se aderisse all'Opa in contanti. Dunque gli olandesi non tornerebbero a casa a mani vuote. In Consob si è lavorato alacremente per tutta la giornata per verificare la validità del prospetto informativo e delle successive aggiunte inviate lo scorso fine settimana da Popolare italiana. Naturalmente a questo punto i commissari che vigilano sul mercato possono procedere alleggeriti dopo il giudizio positivo del Tar sull'operato di Bankitalia, che suona quasi come un avallo. Il pronunciamento del Tar costituisce infatti un importante punto a favore di Antonio Fazio che si è visto riconoscere in una sede giudiziaria la correttezza dell'operato della banca centrale e degli uffici della vigilanza. Ieri Fazio insieme al capo della vigilanza di Bankitalia Francesco Frasca, ha spiegato ai membri del Comitato Interministeriale Credito e Risparmio la posizione assunta nella complessa vicenda legata alle Opa di Abn Amro e Banco Bilbao su Antonveneta e Bnl. Il ministro dell'Economia Domenico Siniscalco, che in questi mesi non ha fatto mancare il suo sostegno al governatore, ha ricordato che comunque considera le banche imprese e in quanto tali le scelte di fondo debbano essere fatte dal mercato, nel rispetto delle regole.
Iran e Iraq la carta sciita
Franco Venturini sul Corriere della Sera
Monopolizzata dal day after di Londra e dalla guerra delle responsabilità che sovrasta talvolta la guerra al terrorismo, nei giorni scorsi la nostra attenzione ha lasciato poco spazio a un evento cruciale: la visita in Iran del capo del governo provvisorio iracheno Ibrahim al-Jafaari, la prima di tale livello da quando, un quarto di secolo fa, l'attacco di Saddam costò ai due Paesi otto anni di conflitto e un milione di morti.
La storia è ricca di riconciliazioni quasi quanto lo è di guerre, ma la ripresa del dialogo politico tra Bagdad e Teheran rientra piuttosto nella categoria delle scommesse ad altissimo rischio: capace di contribuire alla stabilità dell'area, ma in grado anche di accentuarne la volatilità complicando ulteriormente la lotta al terrorismo.
Al-Jafaari ha portato con sé in Iran un bagaglio pesante. Benché provvisorio, il suo governo è il primo legittimato da elezioni dopo il rovesciamento di Saddam, è il primo a rappresentare la maggioranza sciita irachena, ed è anche il primo a gestire un difficile processo costituente. Credenziali, queste, che non sono fatte per dispiacere agli iraniani. Ma nessuno ignora che sulla buona disposizione di Teheran pesa l'elezione il mese scorso dell'ultraradicale Mahmud Ahmadinejad, e pesa, soprattutto, la determinazione del nuovo presidente a proseguire la corsa dell'Iran verso il nucleare. Diventano intuibili, allora, i due possibili e opposti sbocchi di una partita appena cominciata. Nello scenario positivo l'Iran concluderà con i negoziatori europei un'intesa per l'uso soltanto civile dell'energia atomica, e favorirà il recupero dei sunniti da parte degli sciiti iracheni tagliando l'erba sotto i piedi al terrorismo locale (ne risulterebbero agevolate anche le exit strategies delle forze straniere). Nello scenario negativo l'accordo nucleare non andrà in porto, si farà più duro il confronto tra Teheran e gli euro-americani, e in Iraq sarà facile gettare olio sul fuoco di una guerra civile strisciante già in atto e già capace di portare alla frammentazione del Paese.
Blair con i leader musulmani
Leonardo Coen su la Repubblica
LONDRA - 10, Downing street. Quando il segretario particolare gli segnala che sul sito internet del New York Times vi sono ampi stralci di un imbarazzante rapporto confidenziale del Centro di analisi congiunte sul terrorismo che era stato inviato agli inizi di giugno alle agenzie governative britanniche, a qualche governo straniero (Usa, Italia, Spagna) e persino ad alcune società private, Tony Blair ha già un diavolo per capello. Sa benissimo di cosa si tratta: "Al momento attuale - era stata la conclusione del rapporto - non esiste un gruppo che abbia l´intenzione o la capacità di attaccare il Regno Unito". Perciò venne abbassato il livello dell´allerta, da "grave" a quello "sostanziale". Tutti d´accordo: servizi segreti, forze di polizia, dogane. Una giornata avvelenata, pensa Blair che deve incontrarsi anche coi 25 rappresentanti delle comunità musulmane. Col Guardian che aveva pubblicato i risultati di un sondaggio in cui il 72 per cento degli inglesi collegava le bombe di Londra alla guerra e alla presenza delle truppe britanniche in Iraq.
Nemmeno il summit coi leader musulmani va tutto liscio. Blair incassa la conferma che il Forum dei musulmani britannici (creato lo scorso marzo, raggruppa 300 moschee) ha avviato la procedura della "fatwa". "Leggeremo venerdì prossimo l´editto in tutte le nostre moschee", afferma Gul Mohammed, segretario generale del Forum, "lo dice il Corano: chi uccide un essere umano è come se uccidesse tutta l´umanità, chi salva una vita umana è come se salvasse tutta l´umanità". Perciò, noi tutti dobbiamo pregare "per la sconfitta dell´estremismo e del terrorismo in tutto il mondo, pregheremo perché la pace, la sicurezza e l´armonia trionfino nella Gran Bretagna multiculturale". Ma per agire a fondo contro il terrorismo internazionale bisogna disporre di mezzi, molti mezzi. Blair spiega ai suoi interlocutori che l´impegno del suo governo sarà surrogato da oltre due miliardi di sterline (circa 3 miliardi di euro), stanziati per il biennio 2007 - 08, secondo il piano elaborato dal cancelliere dello scacchiere britannico Gordon Brown. Più 20 milioni di sterline, erogati ieri, per rafforzare le misure di sicurezza e per aiutare le vittime del 7 luglio. Tra le iniziative di questo "pacchetto antiterrorismo", la creazione di una speciale task force col compito di "identificare e bloccare fondi bancari e transazioni finanziarie sospette".
Il piano di Blair non ha trovato unanimi consensi. "Vogliono dividere la comunità. Il momento per le discussioni è finito. Non ci si può mettere a negoziare quando si stanno ancora ucccidendo musulmani in Iraq", ha dichiarato Anjem Choudary, capo del gruppo militante al-Muhajiroun, mentre sull´Evening Standard di ieri sera l´imam radicale Omar Bakri, quello che descrisse gli attentatori dell´11 settembre come "i magnifici 19" è stato ancor più caustico: "La colpa degli attentati di Londra è del governo e del popolo britannico. Il quale non si è molto impegnato per evitare che il governo commettesse atrocità in Iraq ed in Afghanistan".
Schengen, un testa-coda italiano
Sergio Sergi su l'Unità
Barbara Spinelli ha scritto un memorabile editoriale ("Prigionieri delle paure", domenica scorsa su La Stampa) che andrebbe letto e riletto nelle aule scolastiche per spiegare ai giovani come non si fa un giornale. Per provare a far comprendere quale non deve essere il rapporto tra politica e giornalismo, per cercare di mettere in guardia chi è in buona fede dalla grande massa di stupidaggini, volute e non volute, che si diffondono attraverso i titoli e, anche, i contenuti degli articoli dei giornali italiani. Ovviamente, lo scritto di Spinelli prendeva le mosse dall'argomento di più pressante attualità: la polemica sulla presunta sospensione del Trattato di Schengen da parte delle autorità francesi.
Dovrebbe essere noto che il governo De Villepin non ha sospeso l'applicazione del Trattato di Schengen, che da poco ha compiuto dieci anni dall'entrata in vigore, ha semplicemente annunciato il rafforzamento delle misure di controllo alle frontiere come, del resto, né più né meno, hanno fatto tutte le polizie europee e del mondo, subito dopo l'attacco terrorista di Londra. Spinelli mette in evidenza come una quasi "non notizia" sia diventata, in Italia e soltanto in Italia, una decisione eclatante che si è trasformata, lo vediamo con il passar dei giorni, in tema di asperrimo scontro politico sin dentro la maggioranza di governo. E conclude, con coraggio, individuando il nocciolo del problema italiano. Che è costituito, piaccia o no, dall'esagerazione di una "stampa e di una classe intellettuale che non è autonoma dalla classe dei politici nostrani, che continuamente emula e mima le loro recite, che preferisce entrare in gara con loro in piccoli palcoscenici piuttosto che nuotare nel più ampio mare dell'indagare e del comunicare europeo" (tematiche mirabilmente trattate in un recente libro di Olivi e Santaniello edito da Il Mulino) Si tratta di un'analisi impietosa ma verissima.
Ha ragione Barbara Spinelli. Si preferisce, anche per comodità, restare "prigionieri delle paure", alimentare campagne d'isteria, dar fiato ad esagerazioni immotivate. Per negligenza, sciatteria, calcolo, e forse anche per connivenza. Evidentemente conviene: ma fino a quando?
L'altro ieri Romano Prodi ha cercato di spiegare una cosa ovvia che nessuno, però, ha detto sinora: cosa c'entra Schengen con l'attacco dei terroristi a Londra? Infatti. La Gran Bretagna non ha mai aderito al Trattato e quei terroristi (presunti) individuati non sono arrivati nel Regno Unito da un altro paese europeo attraverso le larghe maglie della libera circolazione senza controllo dei passaporti. C'erano già. Erano cittadini britannici che prendevano la metropolitana con sulle spalle gli zaini carichi di esplosivo assassino. Altro che Schengen, Maastricht o Bruxelles! Era materia dei servizi di sicurezza di Sua Maestà. E da noi, in Italia, è materia da Sismi e Sisde, innanzitutto. Qualcuno lo spieghi a quelli della Lega, una volta per tutte.
La politica rovina le amicizie
Fabrizio Rondolino su La Stampa
Sfruttando le imbarazzanti parole pronunciate sul suo conto da un gruppetto di "colonnelli" al bar, Gianfranco Fini ha assunto i pieni poteri nel partito: a raccontarla così, l'ultima crisi di An sembrerebbe l'ennesimo conflitto fra correnti, o tutt'al più uno scontro di potere. Il che è senz'altro vero, ma non è tutta la verità. Perché al vertice del partito era arrivato - anche - un gruppo di amici, di sodali, di "camerati". I ritratti dei "ragazzi del Secolo" pubblicati dai giornali, le foto delle squadrette di calcio, i racconti delle zingarate dei vent'anni non sono soltanto il giusto tributo oleografico ai vincenti di turno: perché l'amicizia, per la generazione che s'è affacciata alla politica fra il '68 e i primi Anni Settanta, è stata un valore autentico.
Nei partiti storicamente d'opposizione - e dunque nel Pci e nel Msi - l'amicizia era per dir così santificata dalla giusta causa cui ci si era dedicati, e corroborata dalle difficoltà che la militanza politica in quegl'anni comportava. Ne nasceva insomma un vincolo di solidarietà personale fortissimo: che però, a quanto pare, sembra non aver retto né la durata né, soprattutto, il successo. A destra come a sinistra. Fabio Mussi, oggi tra i più agguerriti avversari politici di Massimo D'Alema, ne era un tempo quasi il fratello; e non è lontano il ricordo dei minuetti familiari fra "zio Massimo" e "zio Walter", sfociati poi in una battaglia all'ultimo sangue per la leadership della Quercia.
Si potrebbe sbrigativamente concludere che il potere logora e corrompe, e che la carriera è più forte dell'amicizia - o, il che in fondo è lo stesso, che questa classe dirigente ha pochi scrupoli e molta ambizione. Forse è vero: ma in queste relazioni affettive che si spezzano si avverte, paradossalmente, un'eco di umanità altrimenti assente dalla quotidianità fredda del gioco politico. C'è un'ombra di amarezza nel congedo che Fini ha dovuto prendere dai suoi "colonnelli", così come è malinconica la diaspora di una sinistra inquinata dai rancori personali. La politica, come spesso gli affari, rovina le amicizie: e forse bisognerebbe praticarla al di fuori degli affetti, e dandosi del lei.
20 luglio 2005