
sulla stampa
a cura di P.C. - 19 luglio 2005
Un'alternativa all'odio assoluto
Igor Man su La Stampa
La pace è racchiusa nel cuore antico del mondo: in Palestina, cassaforte ideale delle tre religioni monoteiste. Finché non ci saranno, in Terra Santa, due Stati: Israele e quello palestinese, regnerà la confusione e l'erba zizzania sarà il pascolo immenso del terrorismo. Ma questo assioma ha subito nel tempo una mutazione drammatica. Le azioni terroristiche dei fedayn di George Habbash e del Fronte democratico di Nayef Hawatme rimasero sempre ancorate a moduli diremo laici, mutuati dalla rivoluzione algerina. Tutto cambia con la connection iraniana. Essa si salda con l'esodo di Arafat dal Libano e con l'alleanza tra l'alauita Assad di Siria e l'imam sciita, Khomeini. Da quel momento (grosso modo tra la fine del 1978 e l'inizio del '79) irrompe sulla devastata ribalta mediorientale il nuovo terrorismo, quello dei "kamikaze" islamici. Khomeini, sommo giuresperito, dice che sì il suicidio è peccato mortale - lo stabilisce il Corano -, tuttavia immolare la propria vita per uccidere il nemico infedele è sublimazione nel martirio che garantisce il paradiso.
L'11 settembre, la strage di Madrid, il massacro di Londra danno connotati tecnologici al terrorismo suicida. Nelle sconnesse rivendicazioni dei terroristi dell'ultima leva, la tragedia del popolo palestinese viene citata di passaggio secondo routine rivelandosi per quello che è: un mero pretesto. A Osama bin Laden (o a un suo clone, non fa differenza) la causa palestinese non interessa. A muovere lo Sceicco della Morte (o chi per lui) è l'odio. In primo luogo l'odio per il regno di Arabia Saudita, in secondo per gli Stati Uniti e i loro "satelliti". Quando lo Sceicco Yamani, il potentissimo ministro del petrolio saudita, si dimise, i giornalisti occidentali corsero a Ryad; come mai quel colpo di scena? Finché un Principe non disse alla stampa: "Insomma, signori, non vi sembra eccessivo tanto rumore per un dipendente licenziato?". Osama, figlio di un palazzinaro saudita, assurse a eroe internazionale per aver impresso una spinta decisiva alla guerra contro gli invasori sovietici dell'Afghanistan. I suoi fedayn gli fecero guadagnare onorificenze democratiche e l'ingresso nel salotto buono saudita. Poi, d'improvviso, Osama in 24 ore lascia l'Arabia Saudita. Verosimilmente non è riuscito a stare al suo posto, qualche scivolata lo ha, dall'oggi al domani, ridotto al rango di "dipendente" (licenziato). Come spesso accade nella Storia, lo snobismo diventa odio e l'odio genera vendetta. Ma vendicarsi è come prendere un'aspirina: copre, non risolve.
L'assedio al Quirinale
Massimo Giannini su la Repubblica
Chi crede che Marcello Pera, con un attacco che non ha precedenti nella storia repubblicana, abbia voluto colpire l´odiata "lobby" delle toghe, non ha capito nulla. Il Consiglio superiore della magistratura è solo un finto bersaglio. L´obiettivo vero di questa violenta offensiva del presidente del Senato, stavolta sorprendentemente spalleggiato dal presidente della Camera, sta molto più in alto. Si chiama Carlo Azeglio Ciampi. Contestando il diritto costituzionalmente e giuridicamente garantito del Csm ad esprimere un parere "tecnico" sulla riforma dell´ordinamento giudiziario, il più alto rappresentante delle assemblee degli eletti del popolo delegittima il Capo dello Stato. Di fatto, lo accusa di attentare alla Costituzione. Secondo Pera, il Csm non può valutare e discutere gli effetti dei provvedimenti di legge discussi o approvati dal Parlamento. Se lo fa, si pone fuori dal perimetro della Costituzione. Si trasforma in una "terza Camera". Si eleva, in quanto potere giudiziario, allo stesso livello del potere legislativo. Viceversa, com´è ormai tristemente noto e come dimostra la rovinosa campagna contro le toghe ingaggiata in questi quattro anni dal Polo, la magistratura è poco più che un "ordine professionale" (come pretendono gli azzeccagarbugli della destra) e non certo un "potere dello Stato" (come invece prevede l´ordinamento costituzionale). Dunque, con i pareri negativi emessi sulla riforma Castelli, e da ultimo con la decisione di mettere all´ordine del giorno anche il cosiddetto "emendamento Bobbio" (aggiunto alla riforma solo per impedire a Giancarlo Caselli di concorrere alla nomina di procuratore nazionale anti-mafia) il Consiglio superiore della magistratura ha compiuto un atto sedizioso.
Nella sortita di Pera si nasconde un sillogismo velenosissimo: 1) il parere del Csm viola la Costituzione; 2) Ciampi ha autorizzato il parere del Csm; 3) Ciampi viola la Costituzione. Non serve essere un cultore di Aristotele per seguire la logica devastante di questo ragionamento. Non serve essere un dotto filosofo della scienza per capire la portata destabilizzante di un´accusa del genere. Semmai c´è da chiedersi perché, in un momento così incerto sulle prospettive del Paese e in una fase così complessa per i suoi equilibri politici, il presidente del Senato accetti il rischio di aprire un conflitto istituzionale irreparabile. C´è da chiedersi perché, dopo aver fatto da sponda misurata e responsabile al Quirinale in questi tormentati quattro anni di legislatura, stavolta persino Casini si sia schierato con Pera, lasciando che sul Colle piovano gli schizzi di fango della delegittimazione. C´è da chiedersi perché, dopo aver incarnato anche sulla giustizia l´anima "moderata" in una coalizione di destra radicale, sfascista e populista, adesso anche l´Udc di Marco Follini abbia cominciato a cantare nel coro insieme a Pera. Alla stessa stregua degli sguaiati "professionisti dell´anti-giustizia". Dei Castelli o dei Cicchitto. Degli Schifani o dei Bondi.
Ogni sospetto è legittimo. Non mancano spiegazioni plausibili, se si volesse limitare la posta in gioco al solo tema della giustizia. Sulla riforma dell´ordinamento siamo alla vigilia di un confronto parlamentare durissimo. Il governo Berlusconi ha appena annunciato la richiesta del voto di fiducia sul provvedimento. Ciampi l´ha già bocciato una volta, per palese incostituzionalità. Da qualche tempo sul Colle trapela anche l´eventualità di un secondo rinvio alle Camere, proprio per la dubbia costituzionalità dell´emendamento Bobbio, nel frattempo inserito nel testo dai falchi della Cdl. L´altolà di Pera, condiviso non più solo da Forza Italia An e Lega ma ora anche dai centristi, potrebbe essere un avvertimento lanciato al Capo dello Stato: se rifiuti per la seconda volta di promulgare la legge, stavolta rischi l´impeachment, perché hai attentato alla sovranità del Parlamento.
I no senza fine
Paolo Franchi sul Corriere della Sera
Marcello Pera ci sta ormai abituando, in patria e in trasferta, a interventi alquanto spericolati, destinati a provocare polemiche, visto che, a pronunciarli, non è un uomo di governo, o un qualsiasi esponente della maggioranza, ma il presidente del Senato. E reazioni durissime ha suscitato anche il suo attacco contro il Consiglio superiore della Magistratura, presieduto, come è noto, dal capo dello Stato.
Un Csm, quanto meno sospetto, a giudizio di Pera, di fuoriuscire dai binari costituzionali e di interferire pesantemente con l'attività del potere legislativo nel momento stesso in cui "mette all'ordine del giorno un ricorso contro una riforma che lo riguarda" proprio quando questa è all'esame del Parlamento. Resta da stabilire, naturalmente, se stavolta siano del tutto fondate le reazioni così duramente critiche di tanta parte dell'opposizione.
Si può pensare tutto il male del mondo dell'emendamento Bobbio, della riforma in questione e della politica della giustizia della Casa delle Libertà: da parte di questo giornale non sono certo mancate critiche severe. Ma uno scontro ora latente, ora, più spesso, aperto tra politica e magistratura è in corso, in Italia, da un quindicennio quasi. E tutti i tentativi di venirne a capo nel solo modo possibile in democrazia, e cioè legiferando e riformando, sono stati durissimamente contrastati, fuori dal Parlamento più ancora che nelle aule parlamentari.
Lo scontro con il centrodestra è, sin dall'inizio, frontale. Ma in passato ogni proposito, anche il più timido, di centrosinistra certo non sospettabile di avversione pregiudiziale all'indipendenza della magistratura è stato immediatamente e sdegnosamente bloccato: tanto è vero che il centrosinistra ha rinunciato in partenza all'impresa. L'Unione ha il diritto e il dovere di continuare alla Camera la battaglia contro una riforma che disapprova e che è contestata da larghissima parte della magistratura. Ma senza dimenticare che domani il diritto e il dovere di riformare la giustizia potrebbe essere nuovamente contestato pure a lei.
Il premier sulle macerie
Bruno Miserendino su l'Unità
In politica, come insegnano gli ex democristiani che nella maggioranza abbondano, si può sempre mediare su tutto, se si è bravi. Si può ricucire, aggiustare il tiro. E far finta di essere uniti, magari votando insieme o col ricatto della fiducia una riforma che non piace a nessuno. Ma è possibile mediare sul nulla? Ecco l'interrogativo di queste ore. Berlusconi dirà che tutto va bene, ma ormai il premier nella sua ex casa delle libertà deve far fronte all'impossibile: mediare tra posizioni così distanti da apparire inconciliabili, e tenere unita una coalizione che si sta sfarinando sotto gli occhi di tutti.
Così, senza infingimenti.
Problema numero uno. Il secondo partito della maggioranza, che esprime il vicepremier, da ieri mattina è formalmente senza gruppo dirigente. Fini ha azzerato gli incarichi, ha revocato vicepresidenti e coordinatori, ha rotto definitivamente i legami politici che garantivano la stabilità del suo partito e tramite questo, dello stesso governo. Le liti nei partiti sono avvenimenti a loro modo democratici, ma quello che è accaduto ieri è senza precedenti ed è il culmine di una stagione di veleni che dentro An nessuno si è premurato o è riuscito a nascondere. Compresa l'escalation di volgarità che gli ex fedelissimi di Fini hanno espresso contro Fini medesimo. Poichè le scuse dei colonnelli ovviamente non bastano, la realtà è che il partito rischia l'implosione, e chi conosce An sa che il "chiarimento" sarà forse più doloroso della rottura di ieri.
Infine, ma non ultimo problema, il tema del partito unico del centrodestra. Il paradosso, che ha persino degli aspetti grotteschi, è questo: Berlusconi rischia di essere vittima proprio del suo avventato e precipitoso progetto politico. Ieri mattina Casini e Pera, ormai propiettati su altri scenari, hanno rilanciato la palla del partito unico o unitario, sostenendo che "è nato" già e che rinviare non ha più senso. La cosa chiara è che se questo partito c'è deve essere dei valori e non degli interessi e quindi il capo non può essere Berlusconi.
Finirà che il premier dovrà dire no al partito dei moderati.
Intanto si guarda intorno e vede macerie. Il guaio è che anche gli italiani, per semplice buon senso, vedono macerie e considerano inutilmente lungo il tempo che ci separa dalle elezioni.
Prodi dia una buona ragione
Editoriale su Il Riformista
Perché mai i Ds non dovrebbero trasformare in un ordine del giorno parlamentare un documento sull'Iraq che condividono in pieno, e che è stato scritto di suo pugno dal leader da loro prescelto per la carica di primo ministro? Perché mai Fassino non dovrebbe votare in parlamento una posizione che è anche più prudente delle sue numerose e ottime interviste sull'argomento? E' veramente singolare la situazione che si è determinata nel centrosinistra. Dicono i giornali che sarebbe Prodi medesimo, l'autore di quel documento, a frenare chi vorrebbe votarlo in parlamento, Ds, Margherita e Sdi. Lo fa, evidentemente per non produrre una differenziazione nel voto con l'ala sinistra dell'Unione, composta da Bertinotti et alia. Ma la differenziazione è già venuta alla luce nel momento stesso in cui il leader ha scritto il documento e Bertinotti l'ha bocciato. Nasconderlo sotto il tappeto per mostrare, solo mostrare, un comportamento unitario in parlamento non occulterebbe quella differenza. Anzi: da una differenza, del tutto legittima in una coalizione anche se rilevante, essa si trasformerebbe nell'esibizione di un diritto di veto di Bertinotti alquanto umiliante, se ci è concesso il dirlo, per Prodi stesso, oltre che per Ds e Margherita
C'è un'altra considerazione da tener presente. L'Unione sta andando alle primarie, che molti accusano di essere solo un plebiscito, una esibizione politica, senza suspence sui nomi e senza una vera battaglia sui programmi. Quale migliore occasione, per Prodi, di chiedere agli elettori riformisti del centrosinistra un voto sul suo nome che sia anche accompagnato da una politica e da una dimostrazione di leadership? E quale migliore occasione per Prodi di dimostrare all'elettorato più vasto che ha le sue opinioni in politica estera e che è pronto a dar battaglia per sostenerle, e che dunque la sua vittoria alle primarie gli darebbe davvero poteri di governo, e di non di mero regnante, sulla coalizione? Votare quel documento in aula sarebbe il modo più utile e concreto fin qui escogitato per dimostrare che un asse riformista esiste, che funziona, e che Prodi ne è il leader.
Scommessa che vale il doppio
Carlo Fusi su Il Messaggero
Lo strappo di Gianfranco Fini che, all'indomani dei giudizi da bar espressi sul suo conto da alcuni dei rappresentanti più in vista del partito, ha azzerato con una mossa ad un tempo obbligata e dirompente i vertici di Alleanza nazionale, ha un valore politico preciso. Certifica la fine dell'equilibrio sulla base del quale si è retta la destra in questi anni; equilibrio fondato da un lato su un leader carismatico che aveva campo aperto nel fissare la linea e gestire i rapporti con gli alleati, Silvio Berlusconi in primis; e dall'altro su un ristretta nomenklatura, in larghissima parte di provenienza ex missina, che a sua volta aveva mano libera nella gestione interna. Era una simmetria al contempo coatta e impalpabile e che tuttavia garantiva reciprocamente tutti: a Fini di poter alimentare senza impacci di sorta il suo status di uomo di governo, interlocutore affidabile e rispettato, migliore espressione possibile del conservatorismo italiano che si è liberato dei cascami del Ventennio; alla cerchia ristretta schierata dietro al capo di poter brillare nella scia di un potere sempre crescente. Con un postilla determinante: che in virtù di legami anche personali maturati in anni tempestosi della democrazia italiana, i colonnelli non sarebbero mai diventati generali e il generale non li avrebbe mai esautorati. L'unica eccezione possibile valeva per Pinuccio Tatarella: scomparso lui, l'eccezione si è vanificata.
Ne apre un altro, di ciclo, che assomiglia molto ad una scommessa. Fini deve dimostrare che ha decapitato non una classe dirigente, il che sarebbe non tanto autolesionista quanto semplicemente suicida, bensì un organigramma. Deve cioè provare che sul territorio e nel corpaccione di Alleanza Nazionale esistono energie, capacità e soprattutto personale politico più o meno alternativo a quello esistente, in grado di rianimare il partito attrezzandolo a vincere la sfida più delicata, quella del 2006. Se ci riuscirà, risulterà trionfatore non una ma due volte, ossia anche nella partita per la leadership del centro-destra. In caso di sconfitta, verrà travolto. Perché in politica vige una legge ferrea: le scommesse si possono solo vincere.
La congiura da bar
Editoriale su Il Foglio
Roma. Amarezza? Certo non per l'incarico. E' che mi sembra tutto così surreale
In quel bar, noi non stavamo sparlando di Fini. Mica lo dimenticherà facilmente, Ignazio La Russa, questo suo cinquantottesimo compleanno. Né il suo amico e compagno di corrente, Maurizio Gasparri, dimenticherà il suo quarantanovesimo. Potrà fare finta di niente Altero Matteoli, che però sciaguratamente è nato l'8 settembre, e Fiuggi o non Fiuggi, la data sempre un po' evocativa appare. Con una mossa a sorpresa, Gianfranco Fini ha praticamente spazzato via l'intero vertice di An, giù giù fino ai coordinatori regionali, innalzando al ruolo che era di Matteoli, quello di capo dell'organizzazione, il signor Marco Martinelli, stimato funzionario di via della Scrofa, la cui non notissima biografia rende ancora più pesante la sberla che il leader ha tirato sulla faccia dei suoi ex colonnelli. Erano tre amici al bar Ignazio e Maurizio e Altero che neanche si sognavano di cambiare il mondo, ma un poco An, e furono sorpresi da uno stagista del Tempo e la storia della destra italiana prese un altro corso. E adesso La Russa un po' sorride dell'infelice circostanza che vede il peggior giorno della sua vita politica coincidere con il compleanno, e un po' si fa serio, e rettifica e corregge e smussa quelle dannate frasi colte dal cronista tra i tavolini della Caffetteria, a due passi da Montecitorio. Ci sono esagerazioni. Né astio né odio né rancore, semmai una preoccupazione per il partito e il desiderio di aiutare Fini, anche se il luogo forse era sbagliato, racconta. Non ci sto a passare per uno che sparla di Fini. Con Matteoli e Gasparri stavano invece discutendo della preparazione della cena che proprio quella sera avevamo con il presidente. Non ho detto malato, ma malandato. Parlavo del partito. Tutti siamo malandati, io per primo. E proponevo: facciamo un incontro dopo le vacanze, dopo che tutti ci siamo riposati, e Fini sta come un fiore. Ma intanto vi ha fatto fuori dal vertice del partito. Allarga le braccia, il capogruppo di An: Capisco Fini. In politica prevale più quello che appare che quello che è. Forse Ignazio vorrebbe dirlo di persona a Gianfranco, ma da giorni non si sentono, ma non è questa la cosa più importante.
Trantino la butta in psichiatria
Così si consuma non solo il dramma di un partito, ma il rapporto tra un leader e i suoi uomini di fiducia. Proprio quelli di maggior fiducia, finiani doc in un partito che per oltre un decennio è stato tutto finiano. Quelli come La Russa e Gasparri, capi della corrente finiana per eccellenza, Destra protagonista, prima cacciati dal governo (Gasparri) e poi dimessi dal vertice con due righe sprezzanti titolate Determinazioni del presidente. E quel dannato aperitivo alla Caffetteria travolge anche Matteoli, l'antico dirigente missino che godeva della completa fiducia di Fini, l'unico capocorrente che si era salvato, anzi era stato innalzato a più prestigiosi incarichi, dopo l'ultima assemblea nazionale. Il partito è sotto choc, tramortito. La distanza con il leader si fa abissale. Ora vado a casa, diceva ieri Fini ai giornalisti che gli domandavano notizie. Fotografa la situazione Enzo Trantino: Veleni e incomprensioni che si sono intrecciati per dare corso a quella che penalisti e psichiatri chiamano 'concentrazione della scarica psichica'. Dopo la pubblicazione dell'articolo sul Tempo, l'ennesima toppa sembrava messa, i colonnelli offrivano il collo sul ceppo a Fini, che a sua volta, pur sdegnato, decretava la grazia. E infatti l'altro giorno il Secolo titolava a tutta pagina: An non cede alla 'forza' del pettegolezzo. Occhiello: Un articolo del Tempo cerca di provocare dissidi tra Fini e i vertici del partito. Ma fa un buco nell'acqua. Sottotitolo: Gasparri, La Russa e Matteoli raccontano la verità dei fatti. E il vicepremier dichiara chiuso l'incidente. Invece il vicepremier ieri ha calato la mannaia, decapitando la corrente più finiana di tutte e lasciando a bocca aperta l'intero partito. La direzione del 28 luglio sarà la più drammatica mai svolta nelle stanze di via della Scrofa. Finora in An funzionava così: non possiamo fare a meno di Fini, lui non può fare a meno di noi. Ora fa rabbiosamente capire che intende provarci. Unici a mostrare una controllatissima soddisfazione, quelli di Destra sociale: i più ostili a Fini e i meno sfiorati dalla sua ira. Era prevedibile l'azzeramento degli incarichi, il commento di Francesco Storace. Ma pure ieri c'era chi sussurrava: Andate a sentire se i militanti ancora parlano con entusiasmo di Fini
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Le Coop rischiano grosso
Salvatore Bragantini sul Corriere della Sera
Il senatore Grillo, quello dello Sciacchetrà, l'aveva detto: l'Opa Unipol su Bnl arriva davvero, ma solo quando il mercato non c'entra più. Assistiamo a delle Offerte non pubbliche, bensì private, di acquisto: spentosi il flottante di Antonveneta, hedge fund a parte, l'offerta di Bpl è rivolta a Abn, che forse cederà. Idem in Bnl, dove l'offerta di Bbva va a morire, mentre quella di Unipol tocca pressoché solo Bbva; se questa non rilancia è fuori.
La legge sull'Opa è messa a durissima prova dalle offerte sulle banche. Essa ha dato nel complesso ottima prova per tutte le società, ma sembra piena di buchi e contraddizioni quando un'Opa tocca una banca. Qui il regime, certo, deve essere particolarmente attento per i problemi di stabilità e i conseguenti rischi sistemici, ma non si spiega la differenza con le compagnie assicurative. Abbiamo infatti sperimentato un'Opa delle Generali sull'Ina, travagliata sì, ma lontanissima dalle distorsioni cui ora assistiamo nelle Opa bancarie. La differenza sta nel fatto che qui si parla di banche e non di assicurazioni, e che gli offerenti che han dato origine a questa sarabanda sono stranieri. Tali motivi sembrano incongrui: se vogliamo evitare che, nel nome della protezione del risparmio nazionale, l'Italia venga pian piano isolata come un'acqua morta, tagliata via dalla corrente, questa è la spia di un problema da affrontare. Se il ddl sul risparmio non lo fa, meglio lasciarlo affondare, come peraltro sembra fare da solo. Le acque chiuse generano male piante.
Unipol paga un premio rispetto al minimo di legge, ma il vero scopo è indurre Bbva a uscire senza rilanciare. È strano che un operatore non bancario paghi in contanti un prezzo maggiore di quello che una banca, che conosce dall'interno Bnl, paga in carta. È vero, Unipol riduce l'esborso, per ora, con una fitta ragnatela di quei patti che, solo pochi giorni fa, la Consob ha descritto come fonte di opacità. Essa conta inoltre sul cross selling fra banche e assicurazioni, ma sono due società quotate con azionisti diversi: i tempi cambiano, bisogna andarci delicati.
D'altra parte, fra Padova e Roma le stranezze abbondano. Vediamo fra i cavalieri bianchi plotoni di cooperative, che si lanciano in Opa ostili, approvate da Banca d'Italia che ancora ieri le aborriva; Opa concorrenti travestite da obbligatorie che, a causa del fluire dei tempi di autorizzazione, non concorrono nei tempi giusti; operatori piccoli, e non pratici delle società bersaglio, che dan battaglia ad altri, assai più grandi ed interni ad esse, per acquistare banche grandi, a prezzi che le altre banche reputano esagerati.
Tutti possono sbagliare, ovvio, e i grandi operatori specialisti non hanno il monopolio della ragione. Le cooperative, ovvio, possono rischiare come gli altri, ma se la proprietà diffusa induce a gestioni napoleoniche, i pericoli di sviamento sono alti. In un mondo normale, condizione che nella fattispecie non è data, l'onere della prova, quasi diabolica, spetterebbe a chi vuole correre quest'alea, ma simili preoccupazioni non agitano gli amministratori di Bpl o di Unipol. Nell'interesse del nostro sistema economico, che solo deve contare per gli osservatori imparziali, speriamo che abbiano visto giusto. Può anche essere che ciò accada, ma in astratto le probabilità giocano contro i cavalieri che ora danno battaglia. Il piccolo grande còrso ad Austerlitz aveva gli speroni d'oro, ma poi venne Wellington.
19 luglio 2005