Ciampi l'aveva rinviata alle Camere facendo quattro rilievi di incostituzionalità. Il Senato l'ha riapprovata con un restyling cosmetico: la riforma dell'ordinamento giudiziario definita dall'Associazione nazionale magistrati «un regolamento di conti» è stata approvata con 146 voti contro 106 e anche il voto della Camera sembra scontato. Il 14 luglio sciopero dei magistrati.
La vendetta del Cavaliere
Curzio Maltese su la Repubblica
CON la riforma della giustizia il governo Berlusconi ha completato l´opera mantenendo tutte le promesse che il premier aveva fatto a se stesso. Era difficile ottenere tanto sul piano personale da cinque anni di potere. Era anche difficile produrre danni più profondi al Paese, alla sua economia, alle istituzioni. In piena recessione e con l´azienda Italia sull´orlo di un collasso, la maggioranza chiude i lavori come aveva cominciato, con l´ennesima guerra alla magistratura. Non si può definire altrimenti una controriforma della giustizia ispirata dal Piano di Rinascita di Licio Gelli e aggiornata con i consigli di Previti e Dell´Utri, che è riuscita nell´impresa di saldare nell´opposizione tutte le componenti della magistratura, dell´avvocatura e del pensiero giudirico.
Il professor Calvi, giurista e senatore diessino, l´ha definita «il raffinato tentativo di giungere alla paralisi del sistema giudiziario» e non ci sarebbe da aggiungere molto.
Semmai da togliere l´aggettivo «raffinato».
L´impianto della legge riflette piuttosto quel clima da festa galeotta che già si respirava nelle leggi sul falso in bilancio, sulle rogatorie, Cirami, Lodo Schifani, Cirielli e le altre tappe dell´infinito regolamento di conti.
Leggi mal concepite e peggio scritte, scaturite da una frettolosa arroganza, poi abbandonate per strada o bloccate dalla Consulta, come forse capiterà anche a questa nei problematici passaggi alla Camera, alla firma di Ciampi e all´esame di costituzionalità.
È una riforma vendicativa per il passato e pericolosa per il futuro. Qui non s´è trattato soltanto di mettere la pietra definitiva sul ricordo di Mani Pulite, ormai sepolto da una vera lapidazione. A proposito, proprio ieri il comune di Milano ha pensato bene di celebrare con una targa Bettino Craxi, in piazza del Duomo 19, dove Larini portava le tangenti. La controriforma approvata al Senato rappresenta un passo ulteriore, segna l´avvio di una specie di guerra preventiva contro la magistratura indipendente, nel caso osasse ancora indagare sul malaffare politico. Gli strumenti sono gli stessi sognati dai tangentisti: la sottomissione di fatto della magistratura alla politica e la separazione delle carriere. Con in più qualche effetto speciale grottesco, come la norma ad personam per impedire a Giancarlo Caselli di guidare la procura antimafia. Oppure l´inserimento dell´ormai celebre test "psicoattitudinale" per l´accesso alla professione, che certo sarà studiato in modo da premiare i magistrati "sani", come per esempio Squillante o Carnevale, ed espellere i "malati", i futuri Borrelli, Di Pietro, Davigo, Colombo.
Tutto questo può costituire un vanto per Berlusconi, l´unico presidente del consiglio occidentale a piede libero per prescrizione, e magari per il ministro Castelli una bandierina da sventolare alla prossima scampagnata a Pontida. Ma è anche serio motivo d´imbarazzo per il Quirinale e una vergogna per i cittadini onesti.
"Ignorati i richiami di Ciampi la legge resta incostituzionale"
Rognoni, vicepresidente del Csm: la parola va alla Camera, il testo può ancora cambiare
Liana Milella su la Repubblica
ROMA - Virginio Rognoni si lascia alle spalle il palazzo del Quirinale che saranno le 19. Ha partecipato alla cerimonia per il giuramento dei due nuovi giudici della Consulta Gaetano Silvestri e Luigi Mazzella. Ha visto Ciampi e lo ha salutato quando al Senato avevano votato soltanto da pochi minuti la riforma dell´ordinamento. È dunque fresco d´impressioni e sensazioni. Il vicepresidente del Csm non nasconde di essere fortemente deluso perché da ex parlamentare di tante legislature sperava in un´ultima, tardiva, resipiscenza da parte della maggioranza. Eccolo dire subito, senza esitazioni: «Il timore che dei rilievi del capo dello Stato fosse data un´interpretazione riduttiva e minimalista purtroppo è risultato fondato». Subito dopo Rognoni pronuncia un giudizio pesante, destinato a pesare sul futuro dell´ordinamento: «I richiami di Ciampi sono stati elusi. Questo è un errore, anche dal punto di vista politico».
Alle 18 e 40 la Cdl ce l´ha fatta. L´ordinamento si avvia verso il suo ultimo traguardo, il voto alla Camera. Lei ha sperato fino all´ultimo che il testo cambiasse. Qual è adesso il suo giudizio?
«Il Csm ha sempre auspicato, nelle dichiarazioni di tutti i suoi componenti, che la riforma potesse essere, data la sua natura, una legge condivisa e, comunque, che non si disperdesse il dialogo necessario tra le forze politiche e gli operatori di giustizia. Finché c´è un margine di tempo, e un margine c´è ancora perché adesso la legge va alla Camera, questo auspicio naturalmente rimane, anche se i segnali che arrivano non sembrano affatto positivi».
A cosa sta alludendo?
«Purtroppo è risultato fondato il timore che dei rilievi di Ciampi, per cui la legge fu rinviata al Parlamento, vi fosse un´interpretazione riduttiva o minimalista. Il testo che il Senato ha appena votato non sfugge a questa critica severa».
Lei ritiene dunque che il testo, così com´è adesso e come la maggioranza intende votarlo, possa ancora sollevare le eccezioni del presidente Ciampi?
«Ribadisco il giudizio che ho appena espresso: l´interpretazione riduttiva e minimalista dei rilievi di natura costituzionale sollevati dal Capo dello Stato rappresenta l´aspetto peggiore, anche dal punto di vista politico. Qualche voce autorevole è andata oltre e ha detto, non senza ragione, che i richiami di Ciampi sono stati elusi. Se fossero stati presi nella dovuta considerazione l´intera riforma avrebbe dovuto essere rivisitata così da eliminare quella diffusa incostituzionalità dell´impianto che da più parti è stato denunciato e di cui c´era già traccia nello stesso parere dato dal Csm».
ROMA Un'intera pagina sul manifesto , totalmente devoluta ai rapporti tra Stato e Chiesa dopo la recente visita di papa Ratzinger al presidente Ciampi.
« La laicità scrive sul quotidiano Giovanni Miccoli si basa sulla consapevolezza dei diversi protagonisti di rispettarne e attuarne fino in fondo i principi e i criteri. Principi e criteri costantemente messi alla prova » , giacché « . .. la tradizione politica italiana presenta, non da oggi, una particolare fragilità » .
Anche Liberazione , quotidiano di Rifondazione comunista, affronta lo stesso tema con un accorato editoriale firmato da Rina Gagliardi. Comincia con un dubbio retorico, l'editoriale di Liberazione : « Sbaglieremo, chissà. Ma l'escalation della Chiesa cattolica, ovvero dei suoi massimi vertici, ci preoccupa e ci allarma » .
Termina con una cifra secca, una denuncia pesante e una condanna senz'appello: « Novecentotrentasei milioni di euro, estorti ai contribuenti italiani grazie alla truffa dell'otto per mille: tanto è costato a tutti noi il nuovo Catechismo » .
A sinistra insomma, come scrive Rina Gagliardi, si vive con un misto di allarme e preoccupazione l'intenso attivismo della Chiesa, soprattutto in campo italiano. E dunque, vale la pena di ascoltare le riflessioni di Vittorio Foa, voce autorevole della sinistra che, a differenza di altri, non sempre sceglie di dare ragione alla sua parte.
Che cosa pensa, dunque, il non prevedibile Foa di quanto sta accadendo in Italia, tra Stato e Chiesa? « In questo momento ho una preoccupazione più generale. E' una preoccupazione che non riguarda soltanto la situazione italiana, ma la politica della Chiesa, in termini per l'appunto generali » . Qual è allora il suo punto di partenza? « Penso a un problema che tocca tutto l'Occidente. Dobbiamo inviare a un miliardo di musulmani un messaggio semplice e limpido: non date al Corano un'autorità che non sia puramente religiosa. Non trasformate quella che è una legittima direttiva religiosa in una direttiva politica. Ci stiamo davvero affannando perché, nel mondo, lo Stato sia separato dalla Chiesa, da tutte le Chiese. E io trovo contraddittorio, rispetto alla generale necessità politica, che il Papa tedesco, il nuovo Papa, uomo di cultura estesa e raffinata, con una capacità di comunicazione interreligiosa importante, trovo contraddittorio insomma che Papa Ratzinger sia caduto lui stesso in una incredibile contraddizione » . Sta pensando agli interventi del Pontefice, quelli che hanno preceduto il voto sul referendum per la procreazione assistita? « Papa Ratzinger è esplicitamente intervenuto, con autorità religiosa, in una questione politica italiana.
Aggiungo che la questione nella quale il Papa è intervenuto riguardava perfino la tecnica della politica, vale a dire l'atteggiamento rispetto al referendum. Insomma, non si trattava nemmeno più di una questione di principio. Era tecnica politica. L'intervento del Papa mi ha stupito e la mia speranza... Posso dirlo? » Certo che può.
« Ecco, la mia speranza è che il fenomeno non abbia seguito » .
La Cgil attacca: fondi pensione, con Mediolanum è conflitto d'interessi
Roberto Bagnoli sul Corriere della Sera
ROMA La Cgil contesta nettamente la piega che ha preso il testo della riforma del Tfr dopo anni di discussione. Il nodo principale sta nell'aver messo sullo stesso piano i fondi previdenziali privati e le polizze individuali.
« Un errore di metodo enorme, fatto sicuramente sotto pressione delle lobby delle compagnie di assicurazione » , spiega Beniamino Lapadula, responsabile economico della Cgil e uno dei più ascoltati esperti dal segretario Guglielmo Epifani. A cui si aggiunge un altro problema: quello del conflitto di interessi del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Infatti, una delle più attive compagnie su questo fronte, la Mediolanum, vede la Fininvest di Berlusconi prima azionista con il 35,2% seguita dal 29,5% di Ennio Doris.
« Se il decreto verrà approvato così com'è e non si muoverà l'Antitrust autonomamente avverte Lapadula saremo noi a fare la segnalazione e a chiedere al Garante di intervenire » . Sul piatto ci sono circa 15 miliardi di euro l'anno di trattamento fine rapporto ( Tfr) che possono finire da una parte o dall'altra. « Il legislatore ha messo tutti gli attori dell'offerta sullo stesso piano spiega l'economista del sindacato ma non ha previsto meccanismi di trasparenza, c'è troppa opacità e il lavoratore alla fine non ha gli strumenti per decidere quale sia la scelta più giusta » . Il rischio, paventa Lapadula, è che migliaia di agenti addestrati dalle compagnie di assicurazioni alla fine abbiano la meglio e riescano a convincere i lavoratori in cambio di rendimenti più elevati e promesse che poi sono difficili da mantenere » .
Una storia del genere, del resto, è già accaduta nelle liberista Gran Bretagna che nel 1988 introdusse l' opting out , la possibilità di passare da fondi a polizze. Durò quattro anni finché non scoppiò il bubbone: milioni di lavoratori, soprattutto anziani, rimasero intrappolati in programmi assicurativi che promettevano risultati poi non si sono realizzati. Nel 1993, racconta Lapadula, partì un'inchiesta e dopo dieci anni è arrivata la sentenza: le compagnie inglesi sono state condannate a restituire 11,7miliardi di sterline ( oltre 15 miliardi di euro) a quasi 2 milioni di lavoratori perché si sono mosse contro gli interessi dei clienti.
« Noi come sindacato e come Cgil spiega ancora Lapadula siamo favorevoli allo smobilizzo del Tfr ma non vogliamo che si svolga in un clima di arrembaggio e a danno dei lavoratori » .
L'arroganza non bastera'
L'imam rapito, la Cia, le domande inevase
Gianni Riotta sul Corriere della Sera
Nelle tradizionali tavole rotonde d'estate, in ponderosi saggi universitari, nei ricordi amari degli anziani pionieri, si piange spesso la scomparsa dell'inchiesta giornalistica classica, considerata l'anemia che ha fatto perdere credibilità ai mass media. Sono quindi da salutare con gioia i reportage dei colleghi Guido Olimpio e Paolo Biondani che, grazie a un certosino lavoro da cronisti, hanno rivelato l'operazione clandestina della Cia, la Central Intelligence Agency americana, per rapire e tradurre in segreto in Egitto l'imam Hassan Mustafa Osama Nasr, più noto come Abu Omar, sospettato di organizzare cellule fondamentaliste del terrore.
Pedinato in una strada di Milano, ridotto all'impotenza con uno spray chimico, sequestrato, avviato di nascosto alla base aerea di Aviano e da lì alle segrete del regime di Mubarak, senza alcuna garanzia legale, Abu Omar rischia di dividere ancor di più Stati Uniti ed Italia dopo il disgraziato epilogo del caso Sgrena, con la morte di Nicola Calipari. Si tratta di un rapimento avvenuto sul suolo di un Paese sovrano, amico ed alleato di Washington, che ha coraggiosamente sostenuto il processo di pace nel dopoguerra in Iraq con le truppe a Nassiriya, esponendosi al rischio di ritorsioni terroristiche come la strage di Madrid.
A che serve il franco discorso con cui la segretario di Stato Condoleezza Rice ha ammonito gli alleati egiziani e sauditi ad aprirsi finalmente alla democrazia, se poi la Cia manda Abu Omar, sequestrato illegalmente in Italia, al Cairo per essere interrogato con le brutte, senza avvocati, trasparenza e processo legale, considerati dai duri di Washington mollezze superflue in tempo di guerra?
L'inchiesta del Corriere chiama però anche ad assunzioni di gravi responsabilità: è stata solo un'operazione deviata della Cia? La Casa Bianca sapeva? Il Pentagono era informato? E fino a che livello? Da parte delle autorità italiane ci sono stati semafori verdi? O magari solo gialli? Qualcuno ha partecipato ai briefing di notifica, e se sì, perché ha dato l'assenso? Il professor Peter Spiro, dell'università della Georgia, taglia corto: « In una vicenda del genere gli americani non collaboreranno mai » . Può darsi, ma il caso Abu Omar da questa pagina è rimbalzato sul New York Times , il Boston Globe , il Washington Post , e gli altri quotidiani storici negli Usa, le reti tv Abc e Cnn, centinaia di testate ovunque nel mondo, dal Belfast Telegraph , all' Independent inglese, al Calgary Sun canadese, al Gold Coast Bulletin australiano. Un coro globale che difficilmente potrà essere intimidito. E che fa già breccia sul bollettino ufficiale della Casa Bianca, fin qui blindata nei « no comment » .
Presto non basteranno più i silenzi, arroganti o imbarazzati, e ci vorrà la verità, intera, su quella che appare un'iniqua violazione dell'autorità sovrana d'Italia.
In Francia il megareattore nucleare
Parigi vince l'appalto di « Iter » , la speranza energetica del pianeta. Sarà pronto nel 2050. Accordo a Mosca sul progetto da 10 miliardi di euro finanziato da Europa, Giappone, Stati Uniti, Russia, Corea del Sud e Cina
Massimo Nava sul Corriere della Sera
PARIGI Iter la speranza per il futuro energetico del pianeta sarà costruito in Francia, a Cadarache, in Provenza. L'accordo per la localizzazione del più gigantesco reattore nucleare mai concepito è stato raggiunto ieri a Mosca fra i sei partecipanti al consorzio ( Europa, Giappone, Stati Uniti, Russia, Corea del Sud e Cina) al termine di un lungo contenzioso in cui i risvolti scientifici ed economici del progetto si sono intrecciati a quelli politici e diplomatici.
Dietro le quinte, si è parlato di un fronte comune Russia Cina Europa che alla fine l'ha spuntata sulle ambizioni del Giappone, sostenuto da Stati Uniti e Corea. Tokio ottiene uno sconto sul proprio contributo al progetto e una partecipazione tecnica significativa, oltre alla direzione generale operativa.
Sarebbe ingiusto parlare di « vittoria europea » o « francese » per un progetto negoziato che rappresenta una straordinaria sfida internazionale immaginata un quarto di secolo fa da Mitterrand, Reagan e Gorbaciov e che potrebbe essere una risposta scientifica e umanistica alle angosce del presente: petrolio a sessanta dollari al barile, guerre per le fonti energetiche, sviluppo sostenibile del pianeta, approvvigionamento di energie alternative, pulite, meno rischiose di quella nucleare, così come viene prodotta fino ad oggi. Tuttavia, in tempi bui per gli ideali europei, la sfida di Iter ( e l'accordo, raggiunto proprio ieri a Bruxelles, per unificare gli operatori che utilizzeranno il sistema satellitare Galileo in concorrenza con il sistema americano) è un segnale importante di coesione politica e vitalità industriale. E in tempi di riflessione critica sul proprio modello sociale e statalista, la Francia mette in campo ancora una volta ( si pensi ad Airbus) concezioni e strategie che le sono più congeniali : la mobilitazione compatta del sistema Paese, il ruolo dello Stato investitore e imprenditore, la capacità di aggregare le comunità locali ad una grande ambizione nazionale, lo sfruttamento delle proprie competenze in settori scientifici d'eccellenza.
Sulla scelta di Cadarache ha pesato la collaudata esperienza francese nella costruzione delle centrali nucleari e nel trattamento delle scorie, oltre che la massa critica di tecnici e ricercatori. Paul Henri Rebut, considerato il padre del progetto Iter , assicura che il reattore sarà in grado di produrre energia più pulita, con meno rischi. « È una rivoluzione nel settore delle energia che lasciamo in eredità alle prossime generazioni » .
Iter comporta un investimento di 10 miliardi di euro in trent'anni.
L'Unione Europea contribuirà per il 40 per cento. La Francia e il Giappone per il 10 a testa. Il resto verrà ripartito fra gli altri Paesi partecipanti. La centrale sarà costruita nell'arco di dieci anni, ma l'inizio della produzione di energia è prevista entro il 2050, più o meno nell'epoca del probabile esaurimento del petrolio.
Il Papa ha presentato ieri il nuovo catechismo. Dice che devo scopare poco e solo per procreare, non posso fornicare, non devo masturbarmi e nemmeno prostituirmi, guai se sono omosessuale, se mi drogo, se bevo o mangio troppo, anche la pornografia mi è preclusa. In compenso posso pregare in latino.
« Salva i poveri dalla fame » , un videogioco Onu spopola in Rete
Ideato dagli esperti del World Food Program, « Food Force » si scarica da Internet: simula una missione umanitaria in un Paese in preda a guerra e carestia
Riccardo Romani sul Corriere della Sera
NEW YORK Finora le regole di mercato per un videogame di successo erano chiare: sparatorie, sgozzamenti, esplosioni, dosi massicce di sesso. « America's Army » , il più popolare tra i ragazzini negli Usa, ideato dai generali del Pentagono, consiste soltanto di incursioni, agguati, addestramenti con armi sofisticate e nemici che, fatalmente, hanno facce mediorientali. Lo giocano oltre 5 milioni di persone ogni giorno. Ma è successo qualcosa di inspiegabile nelle ultime sei settimane, da quando su Internet è arrivato « Food Force » , un gioco interattivo pensato dalle Nazioni Unite. E' bastato un lieve tam tam virtuale per produrre un successo globale: un milione tra ragazzi e adulti hanno scaricato il programma che, per cambiare, ha un obiettivo nobile: risolvere il problema della fame nel mondo.
L'idea è venuta ai responsabili del World Food Program ( Wfp) di base a Roma. Ed è con sede a Roma la Deepend che ha creato di fatto il gioco. Justin Roche, uno dei produttori, confessa non senza sorpresa: « Siamo partiti pensando di avere tra le mani un gioco educativo. Ci ritroviamo costretti a chiedere aiuto a Yahoo! per agevolare coloro che vogliono scaricarsi il programma. Che sono davvero tanti. Competere con i migliori videogiochi di guerra, non era assolutamente nei nostri obiettivi » .
Food Force ha un funzionamento che comunque si ispira ai giochi di combattimento. La premessa è un video che spiega al giocatore la drammatica situazione in cui si trova Sheylan, un'isola della fantasia che spunta da qualche parte nell' Oceano Indiano. Migliaia di persone rischiano di morire di fame se non si interviene immediatamente con un progetto di aiuti umanitari. Si devono superare prove, tipo guidare un convoglio umanitario in mezzo ai campi di battaglia, oppure organizzare invii di medicinali per via aerea.
Non potevano mancare i cattivi, una banda di ribelli che ostacola il giocatore costantemente.
Certo, hanno pure aggiunto elementi chiave per intrappolare l'attenzione del giocatore ( maschio).
La protagonista del gioco è Rachel, un'esperta in aiuti umanitari che spiega all'ultimo arrivato ( il giocatore, appunto), tutti i segreti per il buon esito della missione: e che ricordi vagamente Angelina Jolie nella sua interpretazione di Lara Croft, non pare una coincidenza. La causa in fondo è nobile.
La versione italiana è già in lavorazione. Un professore di Affari Internazionali presso l'Università di Toronto, Jayantha Jayman, noto esperto in questioni di peacekeeping , ha scritto un accorata lettera sul sito del Food Force: « E' un'idea eccellente, anche se spero sia solo l'inizio » . Esiste poi il partito degli scettici, agenti dell'Onu che vedono nel gioco una simulazione un po' troppo romantica della realtà, che non fa altro che illudere degli ignari tredicenni ( questo il target generazionale). Le critiche le trovi al sito Watercoolergames. com , dove sedicenti impiegati del Wfp formulano caustici quesiti. Tipo: « Il giocatore può ottenere più punti se si fa corrompere, oppure violenta una delle bellezze locali? » . Andreas Kalucci, uno dei ragazzini di cui si sono serviti al Wfp per testare il programma, ha 11 anni e gusti ben precisi in fatto di videogiochi: « Food Force mi piace perché s'imparano un sacco di cose. Un giorno vorrei fare un lavoro così. Però gli altri videogiochi sono più divertenti, perché si spara molto di più, e ci sono le esplosioni e un sacco di azione » .