La denuncia arriva alla vigilia della riunione del G8 dal 6 all'8 luglio a Gleaneagle, in Scozia: l'80% della produzione mondiale e della vendita di armi è in mano ai paesi più ricchi. La campagna denominata Control Arms, lanciata nell'ottobre del 2003 in tutto il mondo, si batte contro la proliferazione e il cattivo uso delle armi. I governi si impegnino a bloccare l'esportazione delle armi nei paesi a rischio e approvino una convenzione internazionale che ne controlli la circolazione. La speranza è che il ministro degli Esteri britannico Jack Straw mantenga le promesse.
Nuovo balzo del petrolio, sfiorati i 61 dollari: pesa la vittoria degli ultraconservatori a Teheran L'Europa vuol continuare a trattare con Teheran sul nucleare, ma gli Usa prendono le distanze. Il tutto in un quadro congiunturale reso fosco dalla continua ascesa dei prezzi del petrolio, spinti anche dai timori per la nuova leadership iraniana. Bush e Schröder . Bush ha ricevuto il cancelliere tedesco Schröder: gli europei, ha detto il presidente americano, possono continuare a trattare con l'Iran ma Teheran deve capire che « lo sviluppo di armi atomiche è inaccettabile » . Ma, ha detto il portavoce della Casa Bianca, « c'èmotivo di essere scettici » . I l petrolio . I rapporti Usa Iran sono sempre stati tesi dopo la crisi degli ostaggi di 25 anni fa. L'elezione del radicale Ahmadinejad sembra destinata a peggiorare le cose. Anche per questo, il prezzo del petrolio ieri è schizzato a ridosso dei 61 dollari al barile. Sul fronte iracheno, il premier britannico Blair ha dato il via libera all'iniziativa Usa di trattative con i guerriglieri.
IL PETROLIO supera i 60 dollari a barile e i pessimisti ormai considerano ripetibile la "quota 80", il prezzo che fu raggiunto nei drammatici choc energetici di trent´anni fa. Tre eventi fanno da sfondo al nuovo record: la vittoria di un falco in Iran peggiora la tensione nel Golfo; la Cina assetata di energia ha lanciato una storica Opa su una compagnia petrolifera americana; infine è in atto da mesi il recupero del dollaro sull´euro, che amplifica gli effetti del rincaro sull´economia italiana.
Il risultato delle elezioni iraniane nell´immediato non sposta gli equilibri tra offerta e domanda di greggio: per quanto il nuovo presidente sia un estremista antioccidentale, non ha interesse a ridurre quelle esportazioni che gli procurano la valuta pregiata per mantenere le sue promesse populiste. Ma il voto iraniano aggrava l´instabilità geopolitica nella regione del mondo che resta per noi la principale fonte di petrolio. Nello scenario più catastrofico la prosecuzione del programma nucleare di Teheran - finalizzato a produrre "l´atomica degli ayatollah" - può sfociare in un attacco militare di Israele o degli Usa, in una seconda guerra dopo quella irachena, con serie conseguenze sui flussi di approvvigionamenti dal Golfo persico verso Europa e Stati Uniti.
C´è un´altra strozzatura industriale che limita l´offerta di benzina e gasolio e fa esplodere i prezzi: nonostante la lunga galoppata al rialzo, le compagnie petrolifere dei paesi ricchi hanno investito poco per potenziare le raffinerie. Le multinazionali del settore si comportano come se non credessero che il boom mondiale dei consumi energetici durerà a lungo, e quindi non vogliono esporsi accumulando troppa capacità di raffinazione. Commettono un errore di previsione? Sottovalutano la tenuta dell´economia americana e il vigore della crescita cinese?
O invece "sanno" qualcosa che noi non sappiamo? Il comportamento delle multinazionali petrolifere è parallelo a quello dei mercati finanziari che continuano a mantenere tassi d´interesse a lungo termine molto bassi: sembra che molti scommettano su una crisi mondiale imminente. Possono sbagliarsi. Ma a volte queste profezie hanno il potere di autoavverarsi. A furia di spingere al rialzo il costo dell´energia, c´è il rischio che la Cina non riesca più a sfornare ritmi di crescita del 9% annuo, e che gli Usa non "tengano" alla loro velocità di equilibrio del 3%. Se il mondo rallenta l´Europa continentale, che è già a crescita zero, finirà ancora peggio. Gli ultimi due choc energetici avvennero nel 1974 e nel 1977, spedirono il petrolio oltre 80 dollari al barile (in valore attuale), e furono gli anni più duri dopo la seconda guerra mondiale. Crearono il mostro della stagflazione: stagnazione economica, alta disoccupazione, aggravata da un´inflazione a due cifre che distruggeva il potere d´acquisto dei consumatori. La lira debole rendeva l´Italia uno dei paesi più prostrati. Oggi, se l´euro dovesse continuare a perdere quota sul dollaro, la bolletta energetica sarà ingigantita e forse sentiremo meno i nostalgici delle svalutazioni.
Per capire le vicende del mercato petrolifero è bene non dimenticare un ultimo elemento del paesaggio attuale, a cui siamo talmente abituati da trascurarne il peso. Alla Casa Bianca c´è un presidente che viene dallo oil business texano. Il vicepresidente per anni ha diretto l´azienda petrolifera Halliburton. Il segretario di Stato sedette nel consiglio d´amministrazione della Chevron, che ha battezzato "Condoleeza" una superpetroliera. Exxon, Chevron e tutte le "sorelle" petrolifere dominano la classifica delle capitalizzazioni di Borsa.
L´Amministrazione Bush nega che esista un problema di surriscaldamento climatico. Le politiche di riduzione dei consumi energetici, gli incentivi al risparmio e all´uso di tecnologie verdi, sono stati abbandonati o ridimensionati. Al governo della superpotenza mondiale c´è un gruppo dirigente che di fronte al barile di greggio a 60 dollari si dice: qual è il problema?
Il pragmatismo e l'incoerenza
La svolta trattativista degli Usa
Franco Venturini sul Corriere della Sera
Quando il Sunday Times ha rivelato l'esistenza di un dialogo diretto tra gli americani e la guerriglia irachena, la nostra reazione, e pensiamo non soltanto la nostra, è stata di incredulità. Dopo aver tanto investito in una guerra tra le più controverse degli ultimi decenni, dopo aver avuto più di 1700 morti, dopo aver esaltato il processo di democratizzazione ed essersi opposta ad ogni pur minimo segnale trattativista da parte degli alleati, era mai possibile che l'America di Bush rinunciasse di colpo alla sua inflessibilità e andasse a parlamentare con gruppi di stragisti come quello di Ansar al Sunna? Era ed è possibile. La prima conferma è arrivata dal segretario alla Difesa statunitense Donald Rumsfeld e la seconda, ieri, dal britannico Tony Blair che ci tiene a precisare di essere della partita.
Sorge allora un impellente bisogno di capire, ed è lo stesso Rumsfeld ad aiutarci nell'impresa.
Mentre Bush ripete le sue formule classiche ( lo farà anche oggi, anniversario del passaggio di sovranità agli iracheni), il capo del Pentagono afferma per la prima volta che la guerriglia durerà parecchi anni e che a sconfiggerla dovranno pensare non gli Usa e i loro alleati ma l'Iraq. E' un annuncio non datato di exit strategy , peraltro in linea con i sondaggi d'opinione che in America tollerano sempre meno la guerra e con le pessimistiche previsioni tanto dei militari quanto della Cia.
Ma se così stanno le cose, se è accettabile discutere con fior di stragisti con l'unica eccezione di Al Zarqawi di cui si annuncia da tempo la prossima cattura, perché un'analoga elasticità di princìpi non è stata applicata da parte americana in occasione dei sequestri di persona che noi italiani, e non soltanto noi, abbiamo dolorosamente subìto? Certo, parlare non vuol dire pagare. Ma parlare significa pur sempre accettare la possibilità almeno teorica di un accordo fatto di concessioni e di contropartite, secondo uno schema non troppo diverso da quello seguito per ottenere la restituzione degli ostaggi minacciati di morte. Perché allora i nostri alleati americani giudicarono tanto severamente la liberazione delle due Simone, perché la memoria di quell'episodio influì sui comportamenti di chi voleva salvare Giuliana Sgrena, e portò alla tragica e tuttora inspiegata uccisione di Nicola Calipari? E' difficile resistere alla sensazione che in Iraq siano stati applicati dagli americani due pesi e due misure. Ben venga la svolta pragmatica, se ora è questa a prevalere. Ma gli italiani non possono compiacersene senza ricordare.
L'imam rapito a Milano dalla Cia
I silenzi e la complicità con Washington
I sequestri in Italia per costruire prove contro l'Iraq
Giuseppe D'Avanzo su la Repubblica
IL SILENZIO del governo è sempre più assordante. George W. Bush ha autorizzato un'operazione illegale della Cia in territorio italiano nel febbraio del 2003, alla vigilia della guerra in Iraq (19 marzo). Diciannove agenti hanno sequestrato un cittadino egiziano (Abu Omar) ospitato in Italia con l'asilo politico, imam radicale in sospetto di terrorismo, per la procura di Milano. Abu Omar è stato torturato nella base di Aviano. Trasferito in Egitto, e ancora torturato, al fine di farne una spia americana. La missione degli agenti di Langley ha violato la nostra sovranità territoriale e il diritto internazionale; strapazzato la dignità nazionale e le regole non scritte della schietta collaborazione tra alleati, ma Palazzo Chigi non ha nulla da dire. Nessun commento. Non un fiato.
Tacciono tutti, in coro: il presidente del Consiglio, Gianni Letta, autorità politica che sovraintende al lavoro dei servizi segreti, Fini (forse a ragione, non era ministro degli esteri nel 2003). Tacciono il ministro della Difesa e dell'Interno. La loquacità del governo è come evaporata per l'imbarazzo di dover dire qualcosa e di non poterlo dire per non essere clamorosamente smentito.
Oggi il silenzio del governo appare come una conferma che Roma ha offerto un tacito assenso politico alla mossa di Washington e assicurato la neutralità (che poi vuol dire complicità) dei nostri servizi di sicurezza e della nostra polizia giudiziaria.
Naturalmente, come scrive il New York Times, non c'è alcuna concreta probabilità che l'amministrazione americana possa consegnare a una magistratura straniera - anche se di un Paese alleato - agenti impegnati in un'azione antiterrorismo autorizzata direttamente dal presidente, secondo le regole che gli Stati Uniti si sono dati dopo l'11 settembre.
L'affare non può essere dunque soltanto penale (se così fosse, sarebbe già moribondo), ma politico. Perché politiche sono le questioni sul tavolo: quale ruolo ha avuto l'Italia nella Guerra al Terrorismo pianificata da Washington? Quali attività illegali o extralegali sono state autorizzate dal governo e realizzate non solo dagli apparati di sicurezza, ma anche dalla polizia giudiziaria? Quelle attività illegali o extralegali erano necessarie per proteggere il Paese dal terrore o quali per "costruire prove" contro i cosiddetti "Stati canaglia"? Qual è stato il grado di coinvolgimento della magistratura e il livello di deformazione del paradigma del giudizio penale, che poi vuol dire certezza del diritto, eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, immunità dall'arbitrio inquisitorio?
Se queste sono gli interrogativi che la violazione degli Stati Uniti si trascina dietro, l'inchiesta del procuratore Armando Spataro è mutilata fino alla zoppia. A partire da un'elementare considerazione. Il disvelamento della cattura illegale di Abu Omar è il frutto del più agevole esercizio investigativo. Si raccolgono i numeri dei cellulari presenti nel luogo del rapimento. Se ne sviluppano le tracce. Si incrociano i contatti. Si registrano i movimenti. Si accertano le identità. Si controllano le presenze alberghiere e da qui, lungo la "scia" delle carte di credito, si può ricostruire chi era presente in quel luogo; da dove veniva; come ci è venuto; dove è andato; chi è o chi ha detto di essere; con chi ha avuto contatti. Ora se questa pratica investigativa è di assoluta routine, perché non è stata portata a termine in due lunghi anni dal pubblico ministero, Stefano Dambruoso, che ha preceduto Spataro nell'inchiesta?
La circostanza rende cauti e invita a muoversi a ritroso lungo le iniziative del pool antiterrorismo di Milano (Dambruoso ne è stato punta di diamante fino all'aprile del 2004). Si scorgono alcune mosse sconnesse. In Milano, Bagdad, un libro pubblicato nel maggio del 2004 con la collaborazione di un giornalista del Corriere della Sera (Guido Olimpio), Stefano Dambruoso definisce Abu Omar "l'iman radicale faro di un nucleo estremista a Milano" (pag.43); "l'egiziano che, fino alla sua sparizione, ha diretto con il pugno di ferro i militanti di Al Qaeda a Milano" (pag. 22) e, con qualche disprezzo, "bizzarra dietrologia" che sia stata la Cia a rapirlo, nonostante nel maggio del 2004 sia chiaro a tutti che l'imam è stato sequestrato da un'intelligence occidentale (lo scrive il giudice Guido Salvini).
Naturale chiedersi come la procura di Milano abbia potuto liquidare con tanta negligenza l'ipotesi della Cia quando sarebbe stato un gioco da ragazzi accertare la presenza, nel luogo del sequestro, di una ventina di americani con telefono cellulare che poi, a cose fatte, chiamano addirittura la Virginia e il consolato Usa a Milano. Come è del tutto illogico non aver chiesto, fino al 5 aprile di quest'anno, l'arresto di Abu Omar, l'imam radicale sospettato addirittura di essere il ragno della rete terroristica italiana.
Quell'intreccio Saddam-Al Qaeda-Ansar al Islam e, in Italia, Abu Omar, guida dal "pugno di ferro", appare oggi per quel che è: soltanto un capitolo della combinazione intelligence-guerra psicologica-guerra dell'informazione ingaggiata da Washington e Londra per giustificare l'invasione dell'Iraq. Le cose possono essere andate così. La procura di Milano riceve dallo spionaggio americano brandelli di intelligence senza alcuna attendibilità - "bufale" costruite a tavolino per necessità politica - e, a indagine conclusa, gliela restituisce con il timbro di attendibilità di un'inchiesta giudiziaria, in un circolo vizioso che può anche essere, né più né meno, una tecnica di disinformazione.
Soltanto in questo contesto, che chiama in causa Casa Bianca, governo italiano, servizi segreti italiani e stranieri, polizia giudiziaria, magistratura, possono trovare una ragione accettabile le negligenze della procura di Milano, che (1) non fa arrestare Abu Omar; (2) non lo tiene d'occhio come meriterebbe lasciando così campo libero agli agenti della Cia; (3) non conclude, a ridosso del sequestro, la più sbrigativa delle indagini con l'analisi dei tracciati telefonici.
Se non trova un perché a questi passi zoppi, l'inchiesta del procuratore Armando Spataro appare soltanto il modo dell'ufficio del pubblico ministero di Milano per salvare la faccia, come si dice, per "mettere le carte a posto" senza affrontare il vero nodo della questione: il governo ha saputo e assentito alla violazione della Cia? I servizi segreti italiani e la polizia giudiziaria hanno collaborato all'impresa? La procura si è lasciata intimidire dall'antica collaborazione con l'intelligence americana confondendo o attardando l'obbligo dell'azione penale? Sono interrogativi che si lasciano dietro un inquieto disagio che qualche mossa di Spataro accentua. Perché il solo agente Cia che non ha lasciato l'Italia (Robert Seldon Lady, capostazione dell'Agenzia a Milano) non è stato arrestato con un pericolo di fuga così concreto che poi si è naturalmente realizzato? Perché non sono stati ancora ascoltati Gianni Letta, i capi di Sismi e Sisde, il direttore del Cesis che li coordina, il capo della Digos e del Ros di Milano?
L'inchiesta sul sequestro di Abu Omar consente di liberarci dal ragionato dubbio che, nella pianificazione dell'invasione dell'Iraq, l'Italia, con il consenso del governo, sia stata la sponda su cui far rimbalzare - rafforzandole, rendendole credibili e persausive - le operazioni d'influenza e di disinformazione di Washington e Londra. La procura di Milano ha oggi l'opportunità e il dovere di venire a capo della nostra "guerra sporca" riconciliandoci con la realtà.
È un'opportunità che ha avuto anche la procura di Roma quando ha indagato lo stravagante personaggio che mise insieme e consegnò agli inglesi e (con la complicità dell'intelligence italiana) agli americani, il falso dossier sull'uranio nigerino che divenne, nelle parole di Bush, la "prova" che Saddam radunava armi di distruzione di massa. Lo spione ammise, in un'intervista, di aver fatto quel lavoro "per conto del Sismi". Come da copione del Porto delle Nebbie, la procura di Roma ha archiviato il caso in gran fretta. È proprio la complicità di coloro che sono chiamati a ricostruire la verità dei fatti, alla fine, a proteggere il tenace silenzio del governo.
"Voglio la verità sulla morte di Nicola"
La vedova Calipari: ma il solo omaggio è stabilire le responsabilità
Claudia Fusani su la Repubblica
ROMA - Quando arriva nella palazzina principale di Forte Braschi, quartier generale del Sismi, gira tra le mani un foglio con appunti scritti a penna. Tailleur bianco di lino, occhiali scuri, Rosa Calipari saluta il direttore del servizio generale Niccolò Pollari, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta e la sfilza di generali e personalità politiche. "Parlerà, farà un discorso": la voce si diffonde in un attimo, un sussurro di capannello in capannello. Ha parlato, la vedova Calipari, quattro mesi dopo la morte del marito, mesi di silenzio istituzionale, parole mai sopra le righe ma molto nette, senza la concessione di una lacrima ma piene di commozione. E ha detto parole che sono pietre: "Il migliore omaggio a Nicola Calipari sarà l'accertamento della verità sulle cause e sulle responsabilità di quello che è successo quella sera a Bagdad". La sera del 4 marzo quando le dissero che suo marito era stato ucciso dal fuoco amico a due chilometri dell'aeroporto dove stava riportando l'ostaggio appena liberato Giuliana Sgrena. Parla e chiede la verità Rosa Calipari, convinta che la verità ancora non sia stata detta. E la chiede alla magistratura, "a cui va tutta la mia solidarietà e gratitudine".
Attacco alle pensioni. Si comincia dal Tfr
sommari de l'Unità
L'affondo sulle pensioni era nell'aria, i contorni ancora confusi. Il ministro del Welfare Roberto Maroni ha iniziato la giornata smentendo le voci indiscrezioni molto precise uscite dal Tesoro sull'anticipazione della riforma e chiusura delle "finestre"di scivolo- e poi ha proseguito anticipando i primi contenuti del decreto attuativo di venerdì prossimo: l'attacco inizierà dal Tfr, rapido e più indolore. Ciò che smentisce anche Maroni è la volontà del governo di cambiare la sua riforma.
Sarkozy: "Fermiamo l´allargamento"
Il governo francese insiste sul blocco del negoziato con Turchia, Ucraina e Balcani. Per la prima volta consultazioni con Le Pen
Giampiero Martinetti su la Repubblica
PARIGI - «Bisogna sospendere l´allargamento dell´Unione europea finché le istituzioni non saranno rinnovate». Nicolas Sarkozy riparte all´attacco e con il suo linguaggio senza mezzi termini dice quel che politici e diplomatici francesi dicono sottovoce: dopo l´adesione di Romania e Bulgaria, l´Ue deve chiudere le porte a tempo indeterminato. Alla Turchia, in primo luogo, ma anche all´Ucraina e ai paesi balcanici. Il primo ministro, Dominique de Villepin, aveva detto qualcosa di molto simile meno di due settimane fa in Parlamento: «Dobbiamo aprire con i nostri partner una riflessione sulle modalità dei futuri allargamenti». Dopo la pausa decisa di fatto a Bruxelles sulle ratifiche costituzionali, Parigi sembra adesso incline a un congelamento dei negoziati con i candidati all´adesione. Reazione estrema, che all´altro capo vede il presidente della Repubblica italiana, Carlo Azeglio Ciampi, assai meno catastrofista: «Ogni pessimismo è ingiustificato», ha detto il capo dello Stato italiano ieri ricevendo il presidente lettone Vike-Freiberga, «Abbiamo alle spalle i successi di un cinquantennio di integrazione, e tutte le ragioni di allora rimangono valide ancora oggi».
Un´iniziativa subito oscurata da una polemica: il capo del governo ha invitato anche una delegazione del Fronte nazionale e il Partito socialista ha deciso di non partecipare alle consultazioni. La decisione di ricevere i rappresentanti dell´estrema destra è stata infatti una sorpresa: era dal 1993 che i luogotenenti di Jean-Marie Le Pen non erano invitati all´Hotel Matignon, residenza del primo ministro.
Tutto ciò ha relegato in secondo piano le consultazioni sull´Europa. Un gesto più che altro di cortesia: se si escludono le utopiche richieste dei partigiani del no alla costituzione, che reclamano una ridiscussione dell´assetto europeo, gli altri hanno ben poche idee, esattamente come la diplomazia francese, che per il momento chiede tempo per trovare proposte realiste per un´Europa in pieno marasma.
Sì della Corte Suprema ai Dieci Comandamenti « Ma non nei tribunali »
Possibile esporli di fronte ai parlamenti locali statunitensi. I liberal: è la « Repubblica cristiana d'America »
Ennio Caretto sul Corriere della Sera
WASHINGTON Due sentenze in apparenza contraddittorie della Corte Suprema americana sull'esposizione dei Dieci Comandamenti nei luoghi pubblici, per l'esattezza nelle aule dei tribunali e davanti ai Parlamenti statali, hanno ieri aggravato il solco tra l'America laica e liberal da un lato e quella religiosa e neocon dall'altro.
Nei due casi, la Corte si è divisa 5 a 4, ed entrambe le volte il voto decisivo è stato quello del suo primo giudice donna, Sandra Day O'Connor, nominata da Ronald Reagan negli anni Ottanta. La O'Connor ha detto no a un monumento ai Dieci Comandamenti in due tribunali del Kentucky, ma indicando che la questione va risolta caso per caso, e sì alla possibilità di esporlo davanti al Parlamento del Texas. La sentenza « bifronte » ha scosso il centrosinistra politico ed entusiasmato il centrodestra. Entrambi gli schieramenti l'hanno interpretata allo stesso modo: un passo avanti verso la « Repubblica cristiana d'America » , « nel rispetto della nostra civiltà e storia » , come ha proclamato il pastore evangelico Ron Schenk.
Sui Dieci Comandamenti nei tribunali hanno vinto il braccio di ferro laici e liberal. A loro nome il giudice David Sauter, nominato da Bush padre all'inizio degli anni Novanta, ha sentenziato che « la Costituzione, con il primo emendamento, impone al governo la neutralità in fatto di religione » .
Ma d'accordo con la O'Connor, ha lasciato aperto uno spiraglio: i Dieci Comandamenti possono figurare nelle aule di giustizia se non sono isolati e non attribuiscono eccessiva enfasi all'aspetto religioso, ma sono inquadrati con altri « nella storia legale nazionale » .
I giudici religiosi e neocon si sono rifatti con la sentenza sui Dieci Comandamenti sistemati davanti al Parlamento del Texas, due tavole di pietra di 2 metri. Il presidente Rehnquist l'ha firmata dicendo che « la Costituzione sancisce la possibilità di mostrarli in luogo pubblico » , e ciò risponde alla cultura del Paese.
Ora Google sembra una tv. Ha anche un lettore video
Il motore di ricerca lancia Video Viewer, piccola applicazione per vedere filmati pubblicati online. Chiunque può distribuire i propri video, gratis o a pagamento.
Alessio Balbi su la Repubblica
ROMA - Google aggiunge una nuova arma al suo arsenale di strumenti multimediali: da oggi è possibile installare nel proprio computer il nuovo Google Video Viewer, una piccola applicazione che permette di vedere i filmati archiviati nel motore di ricerca. E' un altro passo, forse decisivo, nella trasformazione del più famoso motore di ricerca in qualcosa di diverso: un'arena globale in grado di veicolare qualsiasi contenuto transiti per il web, indipendentemente dal suo formato.
Google Video Viewer è una diretta emanazione di Google Video, una sezione del motore di ricerca lanciata lo scorso gennaio che permette ai navigatori di cercare nei testi dei programmi andati in onda sulle principali tv statunitensi. Due mesi fa, Google aveva aggiunto la possibilità, per chiunque, di caricare video sui suoi server per distribuirli al pubblico, gratuitamente o dietro compenso.
Da oggi, facendo una ricerca per parole chiave su Google Video, accanto alle trasmissioni delle tv tradizionali (delle quali non sarà possibile vedere i filmati, ma solo leggere parziali trascrizioni testuali) appaiono anche i file inviati dagli utenti, riconoscibili perché accanto al titolo appare l'inconfondibile freccia, simbolo universale del comando "Play" sui videoregistratori.
Il fatto che questi video siano inviati a Google dai navigatori non deve trarre in inganno circa la loro qualità: "In questi mesi", ha dichiarato al sito SearchEngineWatch.com Peter Chane, capo di Google Video, "abbiamo ricevuto un mare di contenuti attraverso il programma di upload, e siamo rimasti sbalorditi dalla qualità del materiale". Accanto ai filmati prodotti in modo più o meno amatoriale, infatti, è già possibile trovare video forniti da siti professionali, oppure da organizzazioni no profit come Greenpeace.
Inoltre, il fatto che Google abbia previsto la possibilità di essere pagati per i filmati forniti attraverso il suo servizio fa presupporre che anche le tv tradizionali prendano in considerazione l'ipotesi di caricare i propri contenuti sui server del motore di ricerca. Senza considerare il fatto che, in controtendenza rispetto a quanto avveniva in passato, si va diffondendo sul web la tendenza a distribuire gratuitamente brevi brani di telegiornali e altri programmi: è di questa settimana la svolta di Cnn, convertitasi alla libera diffusione di alcuni filmati per i quali negli ultimi anni aveva richiesto ai suoi utenti un abbonamento.